Amarcord Gabicce di Dorigo Vanzolini

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Ancona, primi anni ’50.
Foto ricordo di pescatori gabiccesi.
In alto da sinistra: Lino Arduini, Severino Leonardi (Pompa), Ivo Arduini, Battista Franchini, Sesto Cola (Cistén – Speranza), Ugo Morini.
(Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)




Amarcord di Dorigo Vanzolini

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CATTOLICA ANNI ’40
Anni ’40, gita a Gradara di giovani cattolichini.
Da sinistra: Santina Prioli, Luisa Prioli, Chita Ercoles, Fabio Verni, Giuseppina Marchini, Caterina Tommasini, Olga Rodella .
(Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)




Albania, terra di martiri e santi

– Nel 1947 salpava, in gran segreto, da Durazzo, diretta in Jugoslavia, una nave che aveva un carico speciale. Trasportava documenti, periodici, registri, libri, manuali sequestrati alle chiese di Scutari, destinati a diventare carta da macero per la nazione iugoslava a corto di questa materia prima per i loro giornali. “Sono cartacce” aveva detto il direttore della flotta mercantile ai marinai della nave, “i preti ne hanno fin troppa, mentre i nostri fratelli jugoslavi ne hanno bisogno”.
Padre Marin Sirdani, francescano, professore di Storia nazionale al liceo Illyricum di Scutari, grande figura di storico, specializzato nella ricerca su Skanderberg, l’eroe nazionale albanese che aveva tenuto testa e respinto i turchi secoli prima, quando vide i comunisti saccheggiare la biblioteca del convento e disperdere il proprio lavoro disse ai nuovi vandali: “Fate attenzione, questi sono documenti troppo importanti per la storia dell’Albania, perciò trattateli con attenzione particolare!”. Gli fu risposto: “Non ti preoccupare. Questi stracci non ci servono per niente; la scriviamo noi la Storia.”. Cominciava così ancora una volta il periodo dell’oblio per una nazione che era appena tornata, dopo la lunga parentesi dell’occupazione turca, a riprendere il proprio posto all’interno di quell’Europa di cui sia geograficamente che culturalmente aveva sempre fatto parte.
Dimenticata per secoli, al punto che albanese era diventato sinonimo di turco, l’Albania, in preda ad una dittatura comunista feroce come poche, ricadeva ancora una volta preda di un oblio collettivo, quasi rimossa dalla coscienza dell’Occidente. Ma al suo interno era storia di sangue, di persecuzione, di martiri, di carcere duro, di torture fisiche e psicologiche. Segno che la dignità e la fierezza e la memoria di un popolo resisteva alla nuova barbarie ed era difficile da estirpare.

Ora si tenta di ricucire con quel passato attraverso soprattutto le testimonianze vive di chi ha visto, di chi ha sofferto, di chi nel suo cuore non ha mai ceduto. Ho conosciuto al monastero di Grottaferrata, vicino a Roma, suor Rregjina Lulashi, delle suore basiliane di santa Macrina. Ho voluto conoscerla dopo aver letto il suo bel libro “Due fratelli martiri” (Ed. Agimi Otranto; www.agimi.org). Queste due figure mi avevano affascinato e suor Rregjina non ne era solo la biografa, ma anche una parente stretta.
Racconta la suora: “Il motivo per cui ho scritto il libro parte da una domanda fondamentale: chi sono gli albanesi e come sono arrivati fin qui? Ricordo che fin da piccola (1970) ci dicevano che noi eravamo il popolo più felice del mondo, ma di mattina spesse volte vedevo la mamma piangere e nascondersi dietro la casa. E noi, bambini, affamati, sbattevamo l’armadio della cucina tutto vuoto e nel silenzio gridavamo: dov’è la ricchezza, dov’è la gioia? Una mamma che aveva un pezzo di pane per i suoi piccoli era felice, le sembrava di avere tutto. E quando uno dei piccoli le disse: “Mamma con che cosa mangio il pane?”. Lei rispose: “Mangialo coi denti”. Ma poi, venuta in Italia (1995), per suor Rregjina le domande aumentarono quando vide tv e giornali presentare gli albanesi come criminali, ladri, mostri. Come poteva essere successo che un popolo che aveva tanto sofferto nell’indifferenza pressoché completa del mondo cosiddetto civile, fosse così mal visto nel sentire comune di coloro ai quali chiedeva aiuto per la sua rinascita? Così sulla scia dei due fratelli martiri che avevano operato cercando di salvare dall’oblio ricordi, testimonianze, folklore, documenti per ricostruire un’identità di popolo che i turchi avevano cercato di cancellare in circa 500 anni di occupazione, suor Rregjina ci restituisce col suo libro due tasselli di un mosaico ben più ampio che attende di essere ricostruito.

Padre Marin e don Alexander sono fratelli, il primo francescano, il secondo prete diocesano. Rimasti orfani ben presto, dopo un girovagare fra famiglie di parenti e amici, pervengono a Scutari dove, in conseguenza del loro desiderio vocazionale vengono accolti rispettivamente nel collegio dei frati francescani, l’uno, e in quello saveriano, retto dai gesuiti, l’altro. La grande passione di Marin è la Storia, la Storia del suo Paese, fin dalle origini. Tale passione lo accompagnerà tutta la vita e lo vedrà autore dei molti libri nei quali le sue ricerche sono state messe per iscritto, alcuni dei quali sfuggiti ai falò del regime. Con l’avvento del comunismo comincia il martirio di un intero popolo. Naturalmente i primi ad essere presi di mira sono gli intellettuali e gli uomini di chiesa. Vengono chiuse diverse chiese e conventi, confiscati beni ecclesiastici, distrutte le biblioteche, uccisi o imprigionati vescovi, sacerdoti, religiosi. In questo clima di paura, di intimidazione, dove tutto sembra perduto, bisogna almeno salvare la memoria, non dimenticare ciò che è successo, per poter un giorno ricominciare. E’ questo che p. Marin chiede a frate Zef Allumi, tornato al convento, dopo l’uscita dal carcere. Gli disse: “Noi stiamo morendo tutti, ma tu vai, vivi! Soltanto per raccontare. Noi abbiamo bisogno che tu viva? voi giovani dovete vivere… Anche se non sarai capace di fare nulla, vivi soltanto per raccontare”.
Per la sua coerenza e la sua fedeltà alla chiesa di Roma sarà incarcerato e, per più di due anni, tenuto nell’isolamento totale. “Mi hanno tenuto in una cella tanto piccola che non mi bastava neanche per raddrizzare bene i piedi. Era così buia che non sapevo né quando si faceva giorno né notte”, confiderà a un amico quando poco prima di morire, nel ’62, ritornerà in libertà.

A don Alexander, persona allegra, dinamica, buona, amata da tutti, toccherà una sorte agghiacciante. Quando cominciarono le persecuzioni, nel ’45, incoraggiava senza paura i suoi fedeli. A chi gli diceva di stare attento a quel che diceva rispondeva: “Tu abbi lunga vita, giovanotto, ma per me morire per Cristo è come nascere. Cristo è più prezioso della mia vita”. Il 26 luglio del ’48, sant’Anna, disse: “Fratelli e sorelle, ci ha coperti una nube nera, ma non spaventatevi, perché verrà una nube bianca e risplenderemo come le pietruzze del fiume dopo la pioggia”.
Fu la sua ultima omelia. Quella notte i comunisti, entrati nella sua casa, lo presero a calci e pugni e lo portarono via. Al mattino presto giunse suo fratello, Marin. Saputo l’accaduto dalla cugina Tereze, che aveva assistito al fatto, le disse: “Vieni ad aiutarmi a dire Messa, perché il parroco di questa chiesa è morto”. Alexander morirà il 30 agosto del ’48. Secondo alcuni testimoni subì il martirio insieme ad un altro sacerdote: “Li picchiarono e maltrattarono nel carcere, li spellarono e ancora vivi li gettarono nella fossa nera”. Alexander è inserito nella lista dei 40 martiri albanesi, fra coloro che presto saranno proclamati santi dalla Chiesa.




A proposito di “Sapienza”

– Sapienza o stoltezza? Dopo le ultime vicende e battute su libera Chiesa in libero Stato, dopo le discussioni e le polemiche su libertà e democrazia, su laicismo e clericalismo sono giunta ad una triste, ma forse scontata constatazione: ognuno tira l’acqua al suo mulino e non si esce dal gorgo della paura e del pregiudizio.
Non sono riuscita a sapere e conoscere bene le motivazioni che hanno spinto 67 docenti e diversi studenti (quanti?) della Università la Sapienza di Roma, a rifiutare l’incontro con Papa Benedetto XVI in occasione dell’apertura dell’anno accademico. Sui giornali ed alla televisione è stato solo messo in risalto il rifiuto, ma non bene le motivazioni dello stesso: gli interessati sono stati intervistati solo a “botta fresca” e per poco, poi il nulla o? quasi. Al di là di questa pessima informazione fornitaci dai media, penso sia comunque criticabile la scelta del boicottaggio.
Primo: la scienza e la cultura (non siamo nel ‘600) dovrebbero cercare un confronto serio e costruttivo con la religione , stando ben attenti a non confondere religione con fede. Secondo: proprio perché partito l’invito (almeno così pare) dal rettore della stessa Università, perché dire di no? Si doveva semmai discutere e dibattere prima la suddetta scelta, ma?.ma mi ha fatto più male nella vicenda l’invito del cardinale Ruini a “correre” tutti in piazza per sostenere il pontefice, far vedere che la Chiesa è per la democrazia, per la libertà, per la concordia (ci mancherebbe altro!!!!).
Non pensiamo che ancora una volta la Chiesa è stata strumentalizzata in nome della religione dal potere temporale-politico?
Non vediamo che ancora una volta la Chiesa si è prestata al gioco di un braccio di ferro stolto e insensato?
Non abbiamo ancora una volta perso quella funzione profetica che la Chiesa deve avere per leggere il proprio tempo?
Non ci rendiamo conto che ancora una volta la Chiesa si arrende alle provocazioni del momento per paura di mostrarsi perdente?
Ancora una volta noi cristiani facciamo la fine di Pietro quando rinnega Gesù dicendo che non lo conosce e non ha niente a che fare con Lui. Rinneghiamo la nostra divina matrice: noi siamo Suoi testimoni (martiri), anche a costo di essere rifiutati e impopolari. E’ molto rischioso accettare e adottare metodi e stili in uso nel mondo, perché Lui non è del mondo, ma è PER tutto il mondo.
Perché quindi non andare ugualmente all’incontro a La Sapienza, cercando il dialogo e chiarimenti proprio con coloro che non lo volevano?
La forza della Chiesa è proprio nella follia della debolezza e non nelle manifestazioni di piazza, è nel ricercare sempre il dialogo e l’incontro, non nel ritrarsi sdegnoso davanti al diniego, è nel sapersi fare mite ed umile di cuore non altezzosa e superba.
Penso che questa “sapienza” ci voleva per andare incontro a La Sapienza di Roma.

di Magda Gaetani




Agimi, assemblea a Riccione

– Assemblea dell’Agimi il 5 e 6 aprile. Alla XVII edizione, si terrà al Palazzo del Turismo. Tema: “La speranza del mondo contemporaneo. Un mondo senza violenza è possibile”.

5 aprile –
ore 15 – Saluto delle autorità e del presidente di Agimi Albania, professor Nikoll Toma.
15.30 – Introduzione di don Giuseppe Colavero, presidente di Agimi Italia.
16 – “Speranza e nichilismo nella cultura contemporanea”, comunità Sant’Egidio.
16.30 – Speranza cristiana e modernita’, don Arrigo Chieregatti, università di Saigon.
17 – “Testimoni e luoghi di speranza: Comunità papa giovanni XXIII, comunità di Montetauro, Gruppo adulto Angeli custodi, caritas diocesana,
18 – Interventi programmati e dibattito
19.30 – Cena
21 – Concerto multietnico:

6 aprile
ore 9 – Eucaristia presieduta da monsignor Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, presso la chiesa Mater Admirabilis in Riccione.
Ore 10.30 . Relazioni delle sezioni Agimi in Italia e in Albania.




Montecolombo, premiato il Biancame

Il Biancame del Mio Casale di Montecolombo è stato giudicato eccellente nel 2007. Il gratificante riconoscimento porta la firma del Consiglio interprofessionale Vini Doc Colli di Rimini, che ha nell’enologo Stefano Romani il presidente, nonché una delle istituzioni provinciali sulla civiltà del vino.

Il riconoscimento è legato al Mia 2008, la Mostra dell’alimentazione tenutasi alla fiera di Rimini lo scorso febbraio, dal 23 al 26.
Vitigno bianco più coltivato della provincia di Rimini, la sua origine è sconosciuta. Il Di Rovasenda ha scritto che è “sinonimo di bianchello e in qualche luogo di greco”.

Il “Mio Casale” è un gioiellino di azienda a agricola e agrituristica; è specializzata in coltivazioni interamente biologiche-biodinamiche (cioè le coltivazioni seguono le fasi lunari, calante e crescente). Ad esempio, le sue farine sono macinate a pietra.

Si trova a Monte Colombo ed ha un’estensione di 32 ettari, balcone sulla valle verso San Marino e verso il mare. Oltre al vino, l’azienda produce olio, frutta, cereali (grano tenero e duro, avena, orzo, miglio), legumi (fagioli, soia, lenticchie, ceci, piselli), ortaggi. Effettua coltivazioni in serra. La sua caratteristica è un laboratorio di trasformazione attenta alla parte commerciale. Infatti, i prodotti vengono etichettati e venduti in loco. Inoltre, svolge una serie di attività complementari, come agriturismo e partecipa ai progetti provinciali come Fattorie didattiche e Fattorie aperte.
Legata alle attività del Lago di Montecolombo, la soddisfazione del premio è almeno doppia; i ragazzi che lavorano la terra e trasformano le uve sono giovanissimi. Ed appassionati.




Babbo, un pensiero per te

– Gentilissima redazione, mi chiamo Tiziana Baldiserra e sono di Bellariva di Rimini. Ma, attualmente, per impegni mi trovo a San Francisco. In un momento di relax, ho pensato di fare uno scherzo e forse un regalo al mio babbo Giancarlo. Il babbo Giancarlo è rimasto un fan del paese natale, cioè Coriano ed io mi trovo una foto scattata proprio a Coriano e ve la spedisco. Mi auguro che riesca a trovare spazio; sono convinta di aver fatto un regalone. Da San Francisco un grazie di cuore e porgo cordiali saluti.

Tiziana Baldiserra




Dino Moroni in concerto.

– Dino Moroni è un’artista di Montescudo che da molti decenni abita a Rimini, ma in ogni occcasione sottolinea le sue origini, citando il suo paese anche quando sulle passerelle della Rai.
Per queste ragioni, l’amministrazione comunale di Montescudo ha organizzato un suo concerto al Teatro Malaspina. Ingresso libero, l’appuntamento è il 14 marzo, alle 21. In arte “Arcano”, porta sulla scena 40 anni di canzoni, poesie, aneddoti. Moroni ha partecipato a numerose trasmissioni televisive: “Re per una notte”, “Roxy Bar” con Red Ronnie. Suo è l’inno dedicato alla Rimini Calcio. Con lui, salgono sul palco Michele Scara (tastierista) e Annette Muggianu (corista). Inoltre, sono attesi duetti con gli amici musicisti dei dintorni.

Montescudo teatro
E’ in chiusura la stagione teatrale montescudese. Ecco gli ultimi appuntamenti, con sipario su alle 21. Il 9 marzo, la compagnia “Jarmidied” presentano “Un spicèt per lòdali”. “Miss Italia” invece è il titolo che la compagnia “Quei chi n’ha e chi’n lascia ‘ve ben” portano in scena il 15 marzo.
Mentre continuano le serate coi concerti, sempre con inizio alle 21. Il 27 marzo: “Aranjues Gitarren Orchester der Musikschule Ostholstein. Il 6 aprile, Paolo Palù (chitarra) e Sonia Dartora (flauto).
Il lungo inverno del teatro Rosaspina, grazie al Comune e alla Pro Loco, ha richiamato




Padre Pio, la sua vita vista dagli angeli

– Come vedono gli angeli le gesta di padre Pio? L’uomo, raccontano le cronache, era tagliente, burbero e non meno che dolcissimo. Al Lago di Montecolombo, teatro Leo Amici, mettono in scena “Un fremito d’ali: la vita di padre Pio vista dagli angeli”. Due ore di emozioni, che riescono a centrare il senso dell’esistenza e farsi porre la domanda: a che cosa serve l’uomo? Gli appuntamenti sono ogni sabato fino al 23 maggio (forse il cartellone verrà prolungato a tutto giugno). Sipario su alle 19.30, alle 18.30 c’è un aperitivo gratuito.

Tratto dalle fonti storiche ufficiali, il musical reca la regia di Carlo Tedeschi, le musiche di Stefano Natale e Andrea Tosi e le coreografie di Gianluca Raponi. Con critica entusiasta, il musical ha debuttato due anni fa a San Giovanni Rotondo: stupende le scene, emozionante la musica, originali e toccanti le parole. Da anni Carlo Tedeschi ha la sensibilità di mettere in scena spettacoli con la forza di toccare i cuori.
Per prenotazioni: 0541.985262




Ponte sul Conca, promesse disattese

– “Ponte sul Conca: promesse disattese, bugie e tarallucci e vino!”. Con queste parole Pierino Falcinelli, come sempre battagliero, già assessore Ds, candidato a sindaco nel 2004 con una lista civica contro i vecchi compagni di partito, attacca sull’opera pubblica in attesa da anni.
Continua Falicenelli: “Dopo tante promesse, tanti incontri, finalmente certezze: il costo del nuovo Ponte sul Conca in quattro anni è raddoppiato, che non vi è certezza sui finanziamenti e i tempi di inizio lavori si sono di nuovo allungati di almeno 20 mesi.
Altre inquietanti certezze sono le verità nascoste in questi anni dagli amministratori provinciali e comunali, questi ultimi oltretutto hanno sempre respinto con fermezza le nostre reiterate preoccupazioni ed osservazioni tecniche.

Ricordiamo che nel gennaio 2006 l’assessore provinciale, Alberto Rossini, disse che tutto era a posto e che l’inizio dei lavori era per l’inizio del 2008.
Lo scorso 25 febbraio in consiglio comunale, ancora una volta a seguito di una nostra interrogazione, l’attuale assessore provinciale, Riziero Santi, ha fatto il punto della situazione elencando le tappe percorse e quelle da fare.

I 13 milioni di euro (25 miliardi di lire) di costi previsti sono così ripartiti: Regione 6.000.000; provincia 4.000.000; comune di Morciano 1.900.000; comune di San Clemente 1.450.000? e non sarà finita qui. Ad oggi San Clemente era impegnato per circa 970.000, ora con le nuove modifiche dovrà aggiungere altri 476.000 euro”.
“Non siamo assolutamente d’accordo – continua Falcinelli – su quest’ultimo ed ulteriore indebitamento di 476.000 euro.

Queste somme saranno un ulteriore aggravio per la Zona Industriale e quindi a carico dei cittadini e delle Imprese. E poi finché non ci sarà la zona Industriale dove si attingeranno queste somme?
Resta confermato che nonostante le nostre ripetute richieste il nuovo Ponte non avrà un percorso protetto ciclopedonale.
Avevamo chiesto di allargare le corsie per il passaggio di mietitrebbie e mezzi eccezionali è stato fatto ma invece di allargare il Ponte hanno soppresso il percorso ciclopedonale che bravi tecnici ed amministratori che abbiamo!!!

L’assurdo è che la stessa Provincia a breve farà un intervento sul Ponte Vecchio a Morciano per realizzare il percorso ciclopedonale, al Nuovo Ponte… nemmeno lo prevede”.