Quei 52 squarci di bellezza

ARCHITETTURA

Attraverso gli edifici si costruisce un viaggio economico-sociale ed architettonico della durata di alcuni secoli. Oggi, molte residenze sono state riportate agli antichi splendori

– Arnaldo Pedrazzi fa un viaggio socio-economico raccontando 52 residenze signorili riminesi nel libro “La Rimini che c’è ancora: i palazzi storici” (Panozzo Editore, 352 pagine, 19 euro). Un’opera che tutti i riminesi dovrebbero avere nella libreria di casa.
Questa la sintesi: “Parlando di architettura civile a Rimini, occorre ammettere che sono poche le costruzioni private veramente notevoli, dopo la Signoria dei Malatesti, e forse a causa di essa, la nobiltà riminese non ebbe la forza morale ed economica di esprimersi attraverso una politica edilizia di grande prestigio. Palazzi patrizi, nel Seicento e nel Settecento, vennero costruiti in discreto numero nelle adiacenze delle due piazze principali e lungo l’attuale corso d’Augusto, ma in forme non più che dignitose anche quando erano di gran mole”.
Forse non ci sono eccellenze, ma il percorso, in rigoroso ordine alfabetico, è piacevole, curioso e coinvolgente. E rappresenta una parte delle radici di una comunità. Si inizia dal palazzo dell’ex abbazia di San Giuliano e termina con palazzo Zavagli. Il volume diventa un’ottima guida per alzare il naso all’insù quando si è nel centro urbano per lavoro, passatempo, o shopping.
Si è talmente presi dal richiamo dei negozi, e dalla fretta, che non si è portati ad ammirare che cosa ci sta sopra. Le schede, più o meno lunghe, sono impreziosite da una serie di immagini che aiutano il racconto. Ai palazzi meno noti, ci sono quelli cari alla memoria collettiva: Angherà, Buonadrata, Cassa di Risparmio, Diotallevi, Gambalunga, Lettimi, Massani, Valloni. E quelli molto noti, come i comunali di piazza Cavour: Arengo, Podestà, Garampi.
L’autore, Arnaldo Pedrazzi, è un po’ atipico. Nato a Rimini, famiglia di medici, è anch’egli un medico, un odontoiatra. Appassionato d’arte, ceramica, pittura, grafica, numismatica, negli ultimi anni si è occupato della storia di Rimini. Nel 2003, ha pubblicato, sempre in casa Panozzo, la prosecuzione di quest’opera. Titolo: “La Rimini che non c’è più”. Cioè quella distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale (circa 200 solo dall’aria), dalla cultura della speculazione edilizia e dai terremoti, che ogni tanto si sono presentati ai riminesi, esigendo vite e palazzi.

di Francesco Toti




“La magistratura è politicizzata”

– Il potere dei poteri è quello della politica, recitano gli studiosi. Un’altra conferma, e un’altra affermazione, arriva da Romano Ricciotti, un riminese che fa onore alla propria città. E’ capace di unire equilibrio insieme a dosi di sano umorismo. Magistrato in pensione, 77 anni, ha sempre esercitato fuori per almeno due ragioni. La prima, per non pronunciarsi sugli amici e sul “parentado”. La seconda, per l’irriverente commento degli amici: “La sentenza l’è de che pataca ad Ricciotti…”.
Ha appena pubblicato “Sotto quelle toghe: le radici delle correnti nella magistratura” (Edizioni Settecolori, 146 pagine, 12 euro). La chiave di lettura: “L’impulso alla politicizzazione venne da Magistratura democratica, vero e proprio organismo politico schieratosi sul fronte del movimento operaio. Persi consensi per tale scelta di campo, Magistratura democratica ha abbandonato l’ispirazione scopertamente politica, recuperando adesioni. Oggi a teorizzare la giurisdizione (ossia la giustizia) come funzione politica sono anche i partiti del centro-destra…”.
Il volume raccoglie una serie di più, sintetizzabili in: onestà intellettuale e profondità dell’argomentazione. E’ un testo colto, ma scritto lontano mille miglia dallo sterile sapere degli eruditi. Le poche pagine, dopo tutto i Dieci comandamenti utilizzano meno di 200 parole, hanno la forza per aiutare a comprendere una delle istituzioni del vivere civile: il potere giudiziario ed i suoi legami. Alla fine si esce migliori. Cultura di destra (ma all’inglese: rispetto, ironia, non meno che cultura), Ricciotti appartiene a quella categoria di uomini per la quale valgono due cose: l’educazione e la professionalità. Al servizio dello Stato, nel dubbio, preferiva assolvere.




Piccari, la nobiltà delle ‘poveracce’

IL LIBRO

Titolo: “Poveracce e Champagne”,

con la prefazione di Sergio Zavoli. Articoli usciti sulla stampa locale dall’89 ad oggi. Fatti e personaggi che rappresentano un bello spaccato di storia locale

– L’opera di Piccari: “Poveracce e Champagne” (Panazzo Editore di Rimini), con la prefazione di Sergio Zavoli, è una raccolta di scritti giornalistici dell’autore pubblicati dall’aprile 1989 ad oggi sulla stampa locale e non.
Iniziano su “Rimini futura” poi la maggior parte sul “Corriere di Rimini”, poi anche sulla “Gazzetta di Rimini”, alcuni su “l’Unità”, sul “Resto del Carlino”, su “Riccione la città”, poi su “Chiamami città”, su “La voce di Romagna”, su “Rimini oggi”, su “Orizzonti”.
Vi sono precedenti di autori noti che hanno pubblicato le loro raccolte giornalistiche in volume (vedi ad esempio: Umberto Galimberti in “Idee – Il catalogo è questo”, Feltrinelli 1992 – 1999; Claudio Magris in “La storia non è finita” Garzanti 2006).
La raccolta occupa per intero 350 pagine dense di una prosa ricca di capacità stilistica e sapiente possesso dell’arte dello scrivere che denuncia l’acquisizione di solide basi.
Non contiene l’indice degli innumerevoli articoli che coprono tanti anni di attività di una mordace penna satirica di piacevole lettura. In fondo, solo l’indice dei nomi che appaiono nel libro, in ordine alfabetico che occupano otto pagine con 441 soggetti a margine dei quali le pagine cui corrispondono.
All’inizio, prima della breve introduzione dell’autore, la pregevole prefazione di Sergio Zavoli, noto personaggio della cultura italiana che non ha certo bisogno di illustrarne i meriti, completa il gusto della lettura di questa fatica del nostro conterraneo autore.
Nella conclusione della prefazione il richiamo a quell’immediato dopoguerra ove Rimini era ridotto un “catino di calcinacci” e a quei compagni di lotte: Guido Nozzoli, Gianni Baldinini, Niki Paglierani, Glauco Cosmi ed altri, mi rinnova memorie e momenti forieri di una successiva preparazione politica che ha forgiato i tempi cui matureranno i corsivi del nostro più giovane autore racchiusi nel volume (oggi 5 dicembre 2007) presentato nella Sala del Giudizio nel Museo riminese di Via Tonini.
Che dire di questi corsivi che denunciano la capacità di “sintesi”, unita alla “precisione e prontezza” che sono rare doti di un giornalista puntuale e “pungente”, come rileva Zavoli, negli scritti di Piccari? E’ questa una seconda sua raccolta, giacché è del 1988 la pubblicazione del volume, “Tre palle un soldo”, che racchiude l’attività giornalistica giovanile.
L’elemento che più colpisce in questi suoi corsivi è senza dubbio la satira che promana da quasi tutti.
Questa capacità, che personalmente io invidio perché non ho, di condensare in poche righe il fatto, l’accaduto, il momento culminante con un taglio espressivo fondato sull’ironia polemica, senza mai sconfinare nell’invettiva e nell’aggressione violenta, è senza dubbio una prerogativa dei migliori componimenti satirici.
Dalla lettura appare e traspare non tanto e non solo la volontà, ma direi anche la voluttà dell’autore nel far affiorare nel suo corsivo quel senso del “doppio”, dell'”allegoria” che sa rendere relativa la coerenza delle sue asserzioni rispetto al linguaggio della letteratura “seria”.
Sono tipici un po’ tutti questi corsivi dal tratto pungente rivolto, a volte pacatamente e a volte anche sferzante, verso personaggi, idee e costumi. Tanto per citarne alcuni a pagina 95: “Ho una lancia da spezzare” (sul Corriere di Rimini del 25/02/1994) con l’evidenza degli eccezionali strali.
A pagina 213 (sul Corriere di Rimini del 06/11/1998) l’usato titolo, in vernacolo riminese, per indicare il ceppo secolare romano a Miramare, a destra sulla strada statale, tre chilometri prima del centro di Rimini, di cui la prima parte di detto titolo da affibbiare allo sconosciuto avvistatore di presunti clandestini albanesi in procinto di un improbabile sbarco sul nostro bagnasciuga costiero.
Ancora, a pagina 251 con “L’isola dei mediocri” (su Chiamami città del 30/11/2004) rivolto a quei “moderati rispettosi” nostrani che, a mezzo stampa, hanno tentato di infangare fra Benito Fusco, direttore dell’Istituto San Pellegrino di Misano. Complimenti a quei “benpensanti”, sono senz’altro stretti parenti ed eredi di quegli altrettanto “benpensanti” toscani e “Cappellani Militari in congedo” che, poco più di quarant’anni fa hanno chiesto la incriminazione di don Lorenzo Milani.
Mi scuso se mi lascio trascinare in accostamenti inquietanti, ma la storia si ripete, purtroppo.
Vi sarebbero tanti altri corsivi da evidenziare tipo quello a pagina 82 dal titolo “Rimini è tutto un fiorir di tavoli” (sul Corriere di Rimini del 14/01/1994). Tutti i corsivi permeati da una incessante impronta satirica degna dei migliori autori tipo: Voltaire nel Candide, il Parini nel Giorno, il Leopardi nei Paralipomeni ove, il poeta recanatese, nella finzione di voler dar seguito alla batracomiomachia omerica e con la scusa della fantastica rappresentazione del mondo animale, sfoggia una satira politica degli avvenimenti murattiani coinvolgente l’Austria e la Curia romana.
Ma Piccari non è solo un corsivista satirico, sa anche essere delicato, toccante, probo e serio alla bisogna. Ne sono un esempio alcuni articoli cui correva questo bisogno: Liliano sul quel trattore a pagina 138 (Corriere di Rimini del 28/10/1994), ove un buon amico agricoltore perde la vita sul Faggeto, una delle tre diverse punte orogenetiche montefioresi.
Così anche a pagina 231 col titolo Loris trent’anni fa (sul Corriere di Rimini del 12/03/1999) ove ha sfogo l’amaro e consolatore ricordo dell’autore rivolto a un giovane compagno che con la sua auto si schiantò contro un camion alle porte della sua Sant’Arcangelo alle quattro del mattino di trent’anni prima.
Da ultimo, chiude la serie con un articolo del 7 novembre 2007 su “Chiamami Città”, a pagina 363 dal titolo “Ciao amico prete” dedicato a don Oreste Benzi.
Sono, questi diversi corsivi, di tutt’altro taglio, e denotano la capacità dell’autore di trasformare il suo abituale tratto pungente e satirico in un pacato ricordo rievocativo che trasforma il contenuto in una poesia accorata e colma di un sentimento sincero per un amico che scompare.

di Silvio Di Giovanni




Minghini, quella dignità in bianco e nero

VOLUME-STRENNA BANCA CARIM

– “Davide Minghini – Fotografie dalla Romagna (1958/1963)” è il titolo del volume-strenna edito da Banca Carim e Biblioteca civica Gambalunga. Il libro è stato curato da Oriana Maroni e Giancarlo Valentini (Pazzini Stampatore Editore – Verucchio).
Davide Minghini, “l’occhio sulla città”, per un quarantennio il fotografo di Rimini, qui nasce nel 1915. Respira fin da piccolo l’arte fotografica dal padre Gualtiero, fotografo professionista. Muore a Rimini nel 1987.
Nel 1955 viene chiamato dal Resto del Carlino a coprire il ruolo di corrispondente fotografico del giornale. Per il ruolo di sostanziale monopolio dell’informazione rivierasca che esercitava la redazione riminese del Carlino, le sue foto venivano utilizzate anche dal Corriere della Sera, La Stampa, la RAI-TV e l’Agenzia Ansa.
L’Archivio di Minghini diviene a Rimini altrettanto famoso quanto il suo autore. Non solo vi attingono giornali, ma chiunque – studente, autore, editore – debba pubblicare foto di storia, di arte o di cultura locale. Questo patrimonio nel 1999 viene donato al Comune; i materiali trasferiti alla Biblioteca Gambalunga, sono attualmente conservati a disposizione del pubblico.
Roberto Balzani così definisce questo percorso romagnolo: “immagini come identità”. Il volume presenta circa 150 fotografie in bianco e nero, fortemente evocative, che si snodano in tre percorsi: “Tra monti, valli e colline”, “La Pianura”, “Le città del mare”. Un affresco vero della Romagna di quegli anni, dei suoi paesaggi, della sua gente. Il rammarico è quello di constatare che molto è andato perduto, sepolto da uno sviluppo troppo spesso perverso.
Giuliano Ioni, presidente Banca Carim: “… Quello che si è scelto di ‘mostrare’ è un reportage fotografico di Davide Minghini che va oltre i confini cittadini, e si estende alla Romagna. Nato dalla collaborazione con il giornalista e studioso riminese Nevio Matteini, con il quale, negli anni dal 1958 al 1963, ha percorso la regione in lungo e in largo, il fotoracconto ci conduce all’interno della narrazione di un’identità”.
Stefano Pivato (assessore alla Cultura e Marcello Di Bella (dirigente Settore Cultura): “… Questa pubblicazione offre al pubblico una ulteriore visione di un mondo e di un gusto la cui memoria richiede di essere riattivata: ciò avviene grazie a una committenza lungimirante e allo scrupolo professionale di operatori che producono conoscenze che rendono leggibili quelle immagini che, di per sé, correrebbero il rischio dell’oblio, o dell’incomprensione”.




Scuola oggi, se iniziassimo dal buon senso?

– In una recente trasmissione televisiva, molto seguita, veniva detto che la nostra scuola, rischia di provocare un analfabetismo generale in quando non insegna più, né tanto meno educa.
L’ortografia è vilipesa, la sintassi è una chimera, il lessico è sempre più immiserito e involgarito, la nostra lingua è sempre più “imbastardita” da continue incursioni dell’inglese, sintomo di ignoranza e disprezzo della propria identità, non parliamo poi della matematica e della capacità di ragionare e di mettere insieme idee e progetti.
Il declino comincia nel 1963 anno della prima riforma importante, quella della Scuola Media unica, lodevole nelle intenzioni, ma carente nella sua realizzazione.
E, soprattutto, iniziatrice di un pericoloso processo di livellamento generale verso il basso.
Il fatto che fosse “scuola dell’obbligo” per qualcuno significò “devono essere tutti promossi” a prescindere, sia dall’impegno profuso, sia dai risultati ottenuti; le conseguenze di questo modo di ragionare sono sotto gli occhi di tutti.
Seguono altri interventi importanti che, però, non migliorano la situazione anzi contribuiscono a peggiorarla.
Nel 1974 i decreti delegati, forse mal capiti e applicati, creano più confusione che democrazia e rendono la scuola mal governabile e mal governata.
Nel 1985 e 1990 si continua l’opera demolitrice. Per accontentare gli appetiti sindacali, si aggiungono discipline nuove e maestri in abbondanza, sostituendo il “classico” maestro/a con
tre maestri per due classi.
Stendiamo un velo pietoso sulle riforme del 1996 e 2000 definite “irrealizzabili” dagli stessi ideatori. Quella del 2002, partita con buone intenzioni e buone idee, avversata da molti ( forse troppi) poi, quasi autoaffondata da aspettative e ambizioni eccessive e scartoffie sovrabbondanti.
E arriviamo al nostro attuale ministro il dr. Fioroni.
In questo anno e mezzo di gestione del timone della Pubblica Istruzione non si può dire che sia brillato per aver adottato provvedimenti significativi nell’ottica di un miglioramento della situazione.
Cerchiamo allora di dare una mano al Ministro proponendo alcuni interventi, immediatamente attuabili e a costo zero.
Stoppiamo per un po’ il penoso ritornello della mancanza di risorse, proviamo ad usare meglio quelle che abbiamo, che non sono poche e sono abbondantemente in linea con quelle dei paese più sviluppati.
Sono misure semplici ed essenziali, auspicate dagli educatori e dai genitori, alle quali un ministro responsabile potrebbe, e dovrebbe, mettervi mano immediatamente:
– rivedere profondamente e riequilibrare lo Statuto dei diritti e doveri delle studentesse e degli studenti del 1999 affinché i piccoli Abele siano più tutelati e i piccoli Caino adeguatamente sanzionati;
– riproporre, per l’attuazione immediata alle elementari, la figura del maestro prevalente, ruolo istericamente osteggiato dal sindacalismo estremo, ma certamente utile punto di riferimento sia per gli alunni (ancora bambini) sia per i genitori;
– ridurre all’essenziale gli “obiettivi di apprendimento” recuperando i programmi del 1955 e 1985 affinché le nozioni importanti ed essenziali abbiano il giusto rilievo e spazio;
– ripristinare la pagella, sintetico e chiaro mezzo di valutazione e di informazione per gli interessati (alunni e genitori);
– eliminare, o quanto meno ridurre al minimo, gli impegni burocratici non indispensabili;
– ripristinare il voto di condotta, restituendogli il suo valore originario di elemento decisivo per il proseguimento del percorso scolastico; la scuola non può prescindere dall’educare al senso di responsabilità i giovani che la frequentano;
– vietare le “occupazioni”, sollecitando i presidi ad esercitare la opportuna vigilanza ed il necessario rigore, il caos e l’anarchia non aiutano né educano; fanno solo danni, materiali e morali;
– riproporre gli esami a conclusione di ogni ciclo scolastico; è certamente un bene per l’alunno imparare presto a superare le difficoltà della scuola per prepararsi ad affrontare quelle della vita;
– stimolare l’editoria scolastica a produrre e proporre ( e gli insegnanti ad adottare) testi di elevato livello culturale, perché gli alunni imparino ad amare la lettura e i libri, evitando di cambiare edizione troppo spesso per non aggravare di costi le famiglie;
– abbreviare i tempi e modificare il concetto di “tempo pieno”, non è corretto che i figli stiano a scuola più tempo di quanto i loro genitori stanno sul lavoro. Non serve e non produce risultati positivi.
– da ultimo, ma molto importante, trasmettere ai giovani, alle famiglie e agli insegnati una nuova fiducia nelle istituzioni scolastiche, indirizzando tutti verso un impegno comune, scevro da polemiche sterili e teso solo rendere la scuola sempre più un servizio fondamentale per l’intera comunità.




Scuola oggi, se iniziassimo dal buon senso?

– In una recente trasmissione televisiva, molto seguita, veniva detto che la nostra scuola, rischia di provocare un analfabetismo generale in quando non insegna più, né tanto meno educa.
L’ortografia è vilipesa, la sintassi è una chimera, il lessico è sempre più immiserito e involgarito, la nostra lingua è sempre più “imbastardita” da continue incursioni dell’inglese, sintomo di ignoranza e disprezzo della propria identità, non parliamo poi della matematica e della capacità di ragionare e di mettere insieme idee e progetti.
Il declino comincia nel 1963 anno della prima riforma importante, quella della Scuola Media unica, lodevole nelle intenzioni, ma carente nella sua realizzazione.
E, soprattutto, iniziatrice di un pericoloso processo di livellamento generale verso il basso.
Il fatto che fosse “scuola dell’obbligo” per qualcuno significò “devono essere tutti promossi” a prescindere, sia dall’impegno profuso, sia dai risultati ottenuti; le conseguenze di questo modo di ragionare sono sotto gli occhi di tutti.
Seguono altri interventi importanti che, però, non migliorano la situazione anzi contribuiscono a peggiorarla.
Nel 1974 i decreti delegati, forse mal capiti e applicati, creano più confusione che democrazia e rendono la scuola mal governabile e mal governata.
Nel 1985 e 1990 si continua l’opera demolitrice. Per accontentare gli appetiti sindacali, si aggiungono discipline nuove e maestri in abbondanza, sostituendo il “classico” maestro/a con
tre maestri per due classi.
Stendiamo un velo pietoso sulle riforme del 1996 e 2000 definite “irrealizzabili” dagli stessi ideatori. Quella del 2002, partita con buone intenzioni e buone idee, avversata da molti ( forse troppi) poi, quasi autoaffondata da aspettative e ambizioni eccessive e scartoffie sovrabbondanti.
E arriviamo al nostro attuale ministro il dr. Fioroni.
In questo anno e mezzo di gestione del timone della Pubblica Istruzione non si può dire che sia brillato per aver adottato provvedimenti significativi nell’ottica di un miglioramento della situazione.
Cerchiamo allora di dare una mano al Ministro proponendo alcuni interventi, immediatamente attuabili e a costo zero.
Stoppiamo per un po’ il penoso ritornello della mancanza di risorse, proviamo ad usare meglio quelle che abbiamo, che non sono poche e sono abbondantemente in linea con quelle dei paese più sviluppati.
Sono misure semplici ed essenziali, auspicate dagli educatori e dai genitori, alle quali un ministro responsabile potrebbe, e dovrebbe, mettervi mano immediatamente:
– rivedere profondamente e riequilibrare lo Statuto dei diritti e doveri delle studentesse e degli studenti del 1999 affinché i piccoli Abele siano più tutelati e i piccoli Caino adeguatamente sanzionati;
– riproporre, per l’attuazione immediata alle elementari, la figura del maestro prevalente, ruolo istericamente osteggiato dal sindacalismo estremo, ma certamente utile punto di riferimento sia per gli alunni (ancora bambini) sia per i genitori;
– ridurre all’essenziale gli “obiettivi di apprendimento” recuperando i programmi del 1955 e 1985 affinché le nozioni importanti ed essenziali abbiano il giusto rilievo e spazio;
– ripristinare la pagella, sintetico e chiaro mezzo di valutazione e di informazione per gli interessati (alunni e genitori);
– eliminare, o quanto meno ridurre al minimo, gli impegni burocratici non indispensabili;
– ripristinare il voto di condotta, restituendogli il suo valore originario di elemento decisivo per il proseguimento del percorso scolastico; la scuola non può prescindere dall’educare al senso di responsabilità i giovani che la frequentano;
– vietare le “occupazioni”, sollecitando i presidi ad esercitare la opportuna vigilanza ed il necessario rigore, il caos e l’anarchia non aiutano né educano; fanno solo danni, materiali e morali;
– riproporre gli esami a conclusione di ogni ciclo scolastico; è certamente un bene per l’alunno imparare presto a superare le difficoltà della scuola per prepararsi ad affrontare quelle della vita;
– stimolare l’editoria scolastica a produrre e proporre ( e gli insegnanti ad adottare) testi di elevato livello culturale, perché gli alunni imparino ad amare la lettura e i libri, evitando di cambiare edizione troppo spesso per non aggravare di costi le famiglie;
– abbreviare i tempi e modificare il concetto di “tempo pieno”, non è corretto che i figli stiano a scuola più tempo di quanto i loro genitori stanno sul lavoro. Non serve e non produce risultati positivi.
– da ultimo, ma molto importante, trasmettere ai giovani, alle famiglie e agli insegnati una nuova fiducia nelle istituzioni scolastiche, indirizzando tutti verso un impegno comune, scevro da polemiche sterili e teso solo rendere la scuola sempre più un servizio fondamentale per l’intera comunità.




Costituzione, 50 anni di gioventù

LA RIFLESSIONE

di Silvio Di Giovanni

– Fin dalla primavera del 1944 mentre infuriava ancora la guerra contro il nazismo nell’Europa e, nell’Italia del centro-nord, anche contro i fascisti repubblichini di Salò, già nell’Italia meridionale i primi governi dei Comitati di Liberazione Nazionale stabilivano che, (vedi il D.L. 25 giugno 1944 n. 151 del Governo Bonomi dopo la liberazione di Roma), dopo la liberazione del suolo italiano, le forme istituzionali si dovessero scegliere attraverso un’Assemblea Costituente.
Quel decreto-legge fu successivamente modificato il 16/03/1946 N. 98 con un altro decreto col quale la decisione sulla forma istituzionale dello Stato veniva affidata al suffragio universale direttamente dal popolo mediante un referendum.
Il precedente dell’Assemblea Costituente di uno stato, che di solito ha luogo dopo grandi rivolgimenti dell’assetto politico così come, infatti, succedeva in Italia, ha degli importanti riferimenti alla storia del passato, ad esempio: – alla proclamazione d’indipendenza del Nord-America del 1776, – poi alla Convenzione di Philadelphia del 1787 con la Costituzione Federale degli Stati Uniti d’America.
Ma ancor più tangibile ed importante per l’Europa, per i suoi contenuti, giova il riferimento alla Assemblea Costituente francese con la Dichiarazione dei Diritti e la Costituzione nata dalla Rivoluzione del 1789 di cui la prima votazione a Versailles il 26 agosto dai costituenti.
Altro doveroso riferimento, con non meno importanza e con devoto dovere reverenziale alla memoria di quei “Patrioti”, quali ad esempio un nome per tutti: il giovane Goffredo Mameli, va rivolto alla Assemblea Costituente insediata a Roma il 9 febbraio 1849 con il testo del DECRETO FONDAMENTALE, in quattro articoli, ove si offrivano garanzie alla Chiesa, si proclamava il governo democratico e i rapporti con tutti gli altri stati italiani. Questa Assemblea formulava la Costituzione della generosa Repubblica Romana in otto articoli di: PRINCIPI FONDAMENTALI, poi in 66 articoli suddivisi in otto Titoli, ed alla fine in quattro Disposizioni Transitorie; (dal Campidoglio datata 1 luglio 1849); purtroppo finita nel sangue, a causa dell’intervento dei francesi teso a ripristinare l’assolutismo papale di Pio IX.
La nostra Costituzione, che poggia sui presupposti della Repubblica Romana di cent’anni prima e sull’insegnamento politico e morale della esperienza resistenziale dal 1943 al 1945, è la struttura fondamentale dello Stato Italiano con il complesso di norme e di istituti su cui esso si regge.
L’Assemblea Costituente, che è scaturita dal suffragio universale del 2 giugno 1946 che aveva liquidato la monarchia, si insediò subito a Montecitorio il 25 giugno, con il compito di elaborare la nuova carta costituzionale dello Stato Repubblicano.
Venne eletta una commissione ristretta di settantacinque membri per approntare la bozza del testo. Tra i personaggi di rilievo che la componevano si ricordano: Piero Calamandrei, Umberto Terracini, Giuseppe Dossetti, Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giorgio Amendola e tanti altri, quali eminenti figure che furono i cosiddetti Padri Fondatori di quella carta che contiene l’insieme normativo fondamentale che costituisce l’impalcatura dello Stato Italiano.
Questa Commissione, detta dei “settantacinque”, si suddivise in tre sottocommissioni di cui: – la prima per i diritti civili e politici, – la seconda per l’organizzazione e la costituzione degli organi dello Stato, – la terza per i rapporti economici e sociali.
Il lavoro dei costituenti si svolse quasi ininterrottamente fino al 22 dicembre 1947, data in cui fu approvata dall’Assemblea con 453 voti favorevoli e 62 contrari. La Costituzione fu poi promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948.
La nostra Carta Costituzionale si suddivide nei “Principi fondamentali”, che in dodici articoli definiscono i lineamenti generali della Repubblica e cioè: lo Stato democratico, la sovranità popolare, la pari dignità sociale, l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, il diritto al lavoro, le autonomie locali, la tutela delle minoranze linguistiche, la sovranità e la reciproca indipendenza dello Stato e della Chiesa, la libertà religiosa, il diritto di asilo, il ripudio della guerra, la nostra bandiera tricolore.
Poi inizia la Parte I con i DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI, con il Titolo I, dall’art. 13 all’art. 28, che tratta dei rapporti civili; poi il Titolo II contempla i rapporti etico-sociali dall’art. 29 all’art. 34; poi al Titolo III contempla i rapporti economici dall’art. 35 all’art. 47; poi al Titolo IV tratta dei rapporti politici dall’art. 48 all’art. 54.
Abbiamo poi la Parte II che disciplina l’ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA con, al Titolo I: Il PARLAMENTO dall’art. 55 all’art. 82; poi al Titolo II il PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA dall’art. 83 all’art. 91,; poi al Titolo III il GOVERNO dall’art. 92 all’art. 100; poi al Titolo IV la MAGISTRATURA dall’art. 101 all’art. 113; poi al Titolo V le REGIONI, le PROVINCIE ed i COMUNI dall’art. 114 all’art. 133; poi al Titolo VI tratta delle GARANZIE COSTITUZIONALI dall’art. 134 all’art. 139 che termina asserendo che: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.
Vi sono poi 18 articoli alla fine, scritti con i numeri romani, cioè con le lettere numerali dal I al XVIII, che trattano delle DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI tra cui quella che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e l’altra che nega, ai membri di Casa Savoia il godimento dei diritti politici e proibisce ai maschi l’ingresso nel territorio nazionale.
La nostra Costituzione Repubblicana non può essere modificata se non con una procedura nel senso della tutela dei fondamenti democratici che contiene, per il che, a maggior garanzia vi è disposta la istituzione di una Corte Costituzionale, che ha il compito di controllare la costituzionalità delle leggi che vengono emanate.
Ha un carattere democratico avanzato, riconoscendo a tutti i cittadini il godimento di tutti i diritti civili e politici di libertà, maturati ai popoli attraverso le grandi lotte rivoluzionarie del XIX secolo. Dispone particolari sulla scuola gratuita e obbligatoria (art. 34), tutela il lavoro (art. 35), tutela la retribuzione ai lavoratori (art. 36), tutela la parità delle donne lavoratrici (art.37), tutela l’assistenza ai cittadini inabili (art. 38).
Gli articoli dal 39 al 46 disciplinano l’organizzazione sindacale, il diritto di sciopero, la libera iniziativa privata, la proprietà pubblica e privata e le sue regolamentazioni, incoraggia il risparmio e controlla l’esercizio del credito (ciò ovviamente con tutti i limiti che molte norme hanno trovato sulla pratica e possibile applicazione) e sul valore, a volte soltanto programmatico e non precettivo, che di tanto in tanto veniva riconosciuto, in seguito, cioè dopo quel primo gennaio 1948. Il nostro ordinamento costituzionale ha realizzato uno Stato Repubblicano, parlamentare con due camere (Senato e Camera dei Deputati) ed un Governo che deve godere della fiducia di entrambe, le quali sono elette per cinque anni a suffragio universale.
Una grande originale innovazione, rispetto al precedente ordinamento monarchico e fascista che aveva bisogno di uno Stato accentratore e soffocatore del libero dispiegamento delle energie creatrici locali, è costituita dalla istituzione delle 20 Regioni le quali, dotate anche di un certo potere legislativo, non sono solo preposte al decentramento amministrativo, ma hanno anche il compito di trasformare lo Stato verso il soddisfacimento dei legittimi e diversi interessi degli italiani attraverso l’evoluzione della capacità di stimolare e accogliere tutte le spinte feconde e valide che sorgono dalla base del paese Italia e ciò ovviamente nella esistenza di un organico centro di potere popolare. Su questa strada, in verità, c’è ancora molto da fare e molte delle formulazioni più avanzate sono rimaste lettera morta per molti anni.
Tuttavia si può scorgere in questo mirabile testo tutto l’entusiasmo e la forza dirompente che è scaturita dall’animo di quei “costituenti” con un vero e proprio “Patto Nazionale” nel quale confluirono le tre grandi forze politiche, portatrici del riscatto alla vergogna del fascismo e della negletta monarchia, quelle tre grandi ventate storiche che sono il pensiero: Liberale, Cattolico e Socialcomunista, confluite assieme dalla eredità, dopo la immane tragedia della guerra, della comune matrice, diretta ed indiretta, della ormai conclusa e gloriosa pagina della Resistenza.




Rifondazione si spacca. Nasce Sinistra critica

– Il 19 dicembre nella seduta Consigliare, ho presentato in un comunicato al presidente del Consiglio Catia Coccia l’abbandono del gruppo consigliare del Partito della Rifondazione Comunista e ho costituito il Gruppo comunale – misto Sinistra Critica -, la corrente che fa capo al senatore Turigliatto e al deputato Cannavò.
E’ con rammarico che faccio questo passo. Il rammarico di chi ha costruito fin dagli inizi questo partito investendo le proprie energie e la propria passione militante in un progetto allora affascinante e ambizioso: la Rifondazione comunista.
Aggiungo nel dire che io nel Prc, ho rivestito le massime cariche a livello locale e provinciale, quale componente del direttivo del Circolo di Misano, componente del Comitato Politico Federale, responsabile del Forum delle donne provinciale e membro della segreteria provinciale. Ora questo progetto non esiste più, il patto originario che ci aveva tenuto insieme è stato spezzato e il Prc non solo ha alle spalle un’esperienza di governo fallimentare, che ne ha snaturato il senso e il ruolo, ma si appresta a una capriola politica in direzione di una nuova soggettività, “La Sinistra Arcobaleno”, che chiude un ciclo politico e manda a casa migliaia di militanti. Gli avvenimenti dell’ultimo anno del resto hanno confermato i peggiori timori che molti di noi avevano colto nelle decisioni del Congresso di Venezia. La relazione con i movimenti si è rovesciata nel loro abbandono, sul welfare Rifondazione si è spinta fino a promuovere la grande manifestazione del 20 ottobre poi vanificata dall’accettazione piena del provvedimento siglato dal governo e da Confindustria. Di fronte al bilancio fallimentare dell’azione di governo il presidente della Camera ha preferito distogliere l’attenzione chiamando in causa il “fallimento di Prodi”. In realtà siamo di fronte al fallimento di Rifondazione che coincide con il suo snaturamento. La nuova Sinistra Arcobaleno, dunque, si appresta a nascere dentro un orizzonte timidamente riformista, di stampo governativo e con un azzeramento di quel patrimonio non negoziabile rappresentato dal conflitto sociale e dalla costruzione dei movimenti che ha caratterizzato il Prc. Si appresta a nascere, “Sinistra Arcobaleno” affossando la Rifondazione Comunista: questa è la conseguenza del “colpo di mano” rappresentato dal rinvio del congresso alla fine del prossimo anno, quando ormai scelte e decisioni saranno irrevocabili – e comporteranno la scomparsa del progetto di una Rifondazione Comunista e rivoluzionaria (qualunque significato si voglia dare a questo concetto).
La situazione che si è venuta a determinare, quindi, mi fa dire che la mia esperienza nel Prc è conclusa e che intendo avviare assieme a tanti altri compagni la costruzione di un nuovo progetto politico. Sinistra Critica, con forze certamente più modeste ma senza per questo rinunciare “all’utopia concreta” e allo slancio politico delle sue compagne e dei suoi compagni, propone di continuare a costruire una sinistra di classe, anticapitalista, di opposizione, centrata sui movimenti e in grado di riappropriarsi dello spazio teorico e pratico di una moderna sinistra rivoluzionaria. Una sinistra all’opposizione, oggi, del governo Prodi. Una sinistra a sinistra dell’Arcobaleno anche a Misano con un bagaglio di esperienze di 15 anni; assicuro già da oggi che continuerò le battaglie contro le speculazioni edilizie, contro l’incremento dell’inceneritore di Raibano, contro il prolungamento del molo alla darsena di Cattolica contro lo spostamento della SS16 dal tragitto originario disegnato nel piano regolatore, continuerò con forza a chiedere le case popolari, attenzione per anziani, disabili e immigrati, l’attenzione dell’ambiente, l’incremento dei posti negli asili e.. continuerò come sempre a chiedere a questa amministrazione di non lasciare mai indietro i cittadini in difficoltà, ma di aspettarli, aiutarli, per poi crescere tutti assieme verso un futuro più equo e più giusto.
Ketti Ronchi, consigliere comunale di Sinistra Critica




Buone feste con filastrocca

– La Macelleria Tina di Misano Brasile ha avuto una bella idea. Per Natale ha presentato una busta di plastica che recava una filante e piacevole filastrocca, in grado di lasciare il dolce in testa. Recitava: Fammi gli auguri tutto l’anno / vorrei un gennaio col sole d’aprile, / un luglio fresco, un marzo gentile, / vorrei un giorno senza sera, / vorrei un mare senza bufera; / vorrei un pane sempre fresco, / sul cipresso il fiore di pesco; che siano amici il gatto e il cane, / che diano latte le fontane. / Se voglio troppo, non darmi niente, / solo una faccia allegra e sorridente.




Parole da e ‘Fnil’

…Bagnini, stagionacce da 20mila euro – La voce furoreggia per bar, vie, carrare, dune (?) e greppi misanesi. I bagnini locali denunciano mediamente attorno ai 20.000 euro l’anno. Sembra che uno di costoro non abbia che visto una manciata di bagnanti (si spera fanciulle): ha dichiarato 500 euro (il vecchio milione). Forse ha effettuato una caterva di investimenti per migliorare lo stabilimento e per la spesa quotidiana attingerà alle riserve degli anni addietro. I bagnini, nel bene come nel male, mandano i figli all’asilo, alle materne, alle scuole; si ricoverano in ospedale ogni tanto vanno in biblioteca e in qualche museo utilizzando le strade. Tutti servizi pagati dal Comune e dallo Stato… In ogni caso i bagnini non si devono preoccupare, della loro situazione reale ne è a conoscenza anche lo Stato. Le sue statistiche affermano che Rimini è l’11.a provincia più ricca d’Italia e al 97° posto per le denunce Irpef. Le colpe non sono solo di Prodi e Berlusconi, incapaci di governare.