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Politica sì, politica no: essere o non essere

– Dalla mia finestra aperta sul mondo arrivano ogni giorno tantissime riflessioni, messaggi, storie e modi di dire.
Uno di questi ultimamente mi ha colpito, forse per le varie contingenze cittadine nelle quali mi trovo a vivere. E’ un modo di dire brasiliano che dice che “ESTAR POLITICO” con qualcuno significa aver litigato, quindi un’accezione negativa.
Allora politica sì o politica no?
L’esperienza collettiva, sulla politica, che si percepisce in tutti i Paesi è quella di un balletto di sigle, di nomi, di nuovi riordini che creano una situazione di sfiducia, di disprezzo e di indignazione. La corruzione, la falsità delle promesse elettorali, l’inerzia e la sottomissione dei governi e dei politici alla macro-dittatura del mercato e del neoliberismo ha ucciso la politica vera!
Si è fatto della politica un affare, la risorsa di elites che si susseguono, sempre le stesse, consacrando lo status quo. Dice una barzelletta: “Basta fare politica con la politica! Lasciatela essere quello che è: fare affari!!!”
QUESTA POLITICA DEVE MORIRE.
Abbiamo visto che non funziona: i pochi ricchi son sempre più ricchi, i poveri non ne condividono ormai neppure le briciole e? e la Natura stessa non riesce più a sopportare né a supportare nessuno. Ci si continua a convocare in luoghi e modi diversi per una “mondializzazione equa” che distribuisca benessere, rispetto della natura, sopprima la miseria? ma l’appello finale è sempre lo stesso da anni: CAMBIAMO politica e stili di vita o si finirà male, PERO’ NESSUNO è disposto a dare l’esempio e ad iniziare!
Bisogna fare della politica un esercizio basilare di cittadinanza e non lasciare che il cittadino subisca la colonizzazione della propria soggettività da parte dei politici conquistatori di consensi elettorali, occasionali. Ci vuole una politica “altra”: di giustizia, di trasparenza, di servizio, di partecipazione, programmata e vissuta sia a livello mondiale che locale.
Ruben Alves dal Brasile, in un articolo intitolato “Sulla politica e il giardinaggio” dice: – Di tutte le vocazioni, la politica è la più nobile, di tutte le professioni è la più vile.”
Passa quindi ad una piccola analisi della politica nella Bibbia. Gli ebrei nomadi, nel deserto, non sognavano città, sognavano giardini. Colui che vive nel deserto sogna oasi. Dio non creò una città. Creò un giardino. Se domandassimo ad un profeta ebreo “Cos’è la politica?” ci risponderebbe “L’arte del giardinaggio applicata alle cose pubbliche!”
Il politico è quindi un giardiniere, ma deve stare attento a rimanere giardiniere per vocazione e non per professione. Il giardiniere per vocazione ama il giardino di tutti, il giardiniere di professione usa il giardino di tutti per costruire il suo giardino privato. Così spesso è la politica: molti sono politici di professione e la rendono vile. Il politico per professione pensa in minuti e non guarda al futuro se non in vista della prossima tornata elettorale. Così il giardiniere per professione prende piante già cresciute e le usa a suo modo senza aspettarne né vederne la crescita.
Chi pensa in minuti non ha pazienza per piantare alberi. Un albero ha bisogno di molti anni per crescere. E’ più redditizio tagliarli. I giovani si devono lasciare sedurre dalla politica, forse ci sono giardinieri addormentati dentro di loro che aspettano di svegliarsi! Devono costruire i loro giardini, anche se piccoli, e non aspettare che il destino del loro giardino venga deciso da lontano e da altri. La politica “altra” non può morire, perché l’umanità non può vivere senza. La politica è l’organizzazione della vita umana, essa ha più di una dimensione e abbraccia tutta la vita sociale. Allora?
La politica è morta… viva la politica.
(Riflessioni di Magda Gaetani liberamente tratte da Agenda Latinoamericana 2008)

di Magda Gaetani




Cattolica, provincia di Pisaurum

LA STORIA

– Va a finire che i cattolichini sono marchigiani! Qualcosa viene documentato nel volume edito recentemente dalla Provincia di Pesaro-Urbino curato dal professor Luigi Dall’Aglio, lo stesso che ha seguito i siti archeologici di Colombarone, Pesaro e Castelleone di Suasa. Ma a questa constatazione si arriva leggendo i risultati di recenti ricerche archeologiche effettuate da Paolo Campagnoli dell’Università di Bologna e pubblicati da “Archeo” Provincia di Pesaro-Urbino. A tale conclusione si è giunti studiando i cambiamenti dell’assetto idrografico della zona dell’alveo del basso Conca, del Ventena e del Tavollo dall’età romana in poi.
Nelle ricerche del passato, in cui si è cercato di riconoscere eventuali persistenze centuriali (centuriazione era la ripartizione dell’agro in appezzamenti), non era mai stata coinvolta l’intera zona in questione, ma, separatamente, quella occidentale per il territorio di Ariminum (Rimini), o quella orientale per quello di Pisaurum (Pesaro).
Anche in età romana questa era zona di confine, dove si incontravano i territori di Ariminum e di Pisaurum, e quindi le Regiones VIII e VI del tempo di Augusto. L’esatta linea di divisione amministrativa è stata a lungo oggetto di ricerche e dotte dispute fra eruditi delle due città nel corso del 18° e 19° secolo senza mai approdare ad una conclusione univoca e certa.
Partendo dalla descrizione fatta da Plinio (“Naturalis Historia, III, 15-115”) della Regio VIII, grande parte degli studiosi, che in tempi recenti si sono occupati della storia di Pisaurum e Ariminum, è concorde nell’individuare il confine nel corso dell’attuale fiume Conca, il Crustumium dei romani.
In genere in questi studi non ci si poneva il problema di eventuali spostamenti nel tempo dell’alveo del basso Conca e degli altri corsi d’acqua presenti in quest’area, come se non si fosse mai modificato. Questi temi ora sono stati affrontati con un più vasto studio del territorio pesarese, riproponendo una ricostruzione completa delle persistenze dell’intera zona e coerentemente con la suddivisione amministrativa, ed acquisendo nuovi e decisivi elementi per riconoscere con precisione il confine fra i territori di Ariminum e Pisaurum.
Studi di geomorfologia (della configurazione della superficie terrestre e dei vari fenomeni che la modificano) avevano evidenziato un articolato sistema idrografico di questo estremo lembo della pianura padana con la presenza in pochi chilometri di tre principali corsi d’acqua (Conca, Ventena e Tavollo) e di due minori (fosso Ordroncione e scolo delle Vivare), che aveva originato importanti trasformazioni nel tempo, soprattutto vicino alla costa.
La situazione attuale in effetti è molto diversa da quella in età romana. L’elemento di maggiore rilievo starebbe nel fatto che il Crustumium in quel periodo aveva un basso corso più orientale e coincidente con quello ora occupato dal Ventena; mentre l’attuale alveo del basso Conca si è formato in età altomedievale da un progressivo spostamento dell’asta fluviale verso ovest, di cui il fosso Ordroncione rappresenta la fase intermedia.
Riepilogando, lo studio geomorfologico abbinato al riconoscimento delle persistenze centuriali dimostrerebbero che, nella piana di foce, il Conca di età romana seguiva il corso, poi occupato, a partire dall’età tardoromanica e altomedievale, dal Ventena. Per cui era qui il confine preciso fra Ariminum e Pisaurum. Il punto esatto in cui il Conca di età romana si spostava nell’alveo, ora occupato dal Ventena, si trovava a valle di Morciano.
Già il noto archeologo e geologo romagnolo professor Reggiani aveva notato che subito a nord di Morciano i due corsi d’acqua presentano la minima distanza fra i rispettivi alvei, e il diaframma pliocenico (cioè più recente), che li separa, è costituito da un terrazzo fluviale di terzo ordine, composto da alluvioni ghiaiose e sabbiose, non in grado cioè di costituire barriere naturali fra i due corsi d’acqua, che si trovano in fase erosiva sullo stesso livello morfologico (formazione in via di modificazione).
Crustumium, in sostanza, seguiva l’attuale corso del Conca fino all’imbocco della piana di foce, e precisamente fino all’Abbazia del Moscolo, piegava quindi verso nord-est e proseguiva in maniera rettilinea da ovest a est, passando fra gli odierni abitati di Isola di Brescia e Moscolo, per poi immettersi nell’alveo del Ventena, col quale formava un unico corso d’acqua fino al mare.
E’ probabile che il tratto di foce del Crustumium costeggiasse da vicino la falesia costiera, che delimita da ovest il terrazzo su cui si trovano i resti della Cattolica romana, che pertanto si trovano nell’Ager (territorio) pesauriensis.
La validità di questa ricostruzione paleoidrografica troverebbe conferma nella compatibilità con il riconoscimento delle persistenze centuriali. Sono state trovate tracce di limites (confini) riferibili a due distinti catasti: uno a ovest e uno a est dell’attuale Ventena. In età tardoantica-altomedievale le maglie di questo settore della centuriazione ariminense sono state tagliate dalle divagazioni del basso corso del Crustumium, che nella impossibilità, da parte dell’uomo, di attuare un costante ed efficiente presidio territoriale e di regimazione idraulica, è stato libero di spostarsi progressivamente verso ovest, fino alla posizione attuale.
Il catasto costituito da almeno tredici centurie, individuato fra gli attuali corsi del Ventena e del Tavollo, apparteneva a Pisaurum. Pure la ricostruzione pertica (misura lineare e di superficie) si basa su significative persistenze, in prevalenza corrispondenti a limites intercisivi (divisori), posti a un mezzo o a un quarto di centuria. L’elemento centuriale meglio conservato è la “via Larga”; già il nome è importante indizio per ipotizzare una certa rilevanza storico-topografica.

di Sergio Tomassoli




Cagnèt si diverte: in scena i grotteschi confronti generazionali

– Ennesimo impegno teatrale al “Regina” di Cattolica: “Generazioni a confronto”, venerdì 14 dicembre. Una commedia dall’andamento che va dall’ironico al ‘ridanciano’, dove il serio si mescola al faceto. La commedia, toltasi di dosso ballerini e jazz-man vari, tutti bravi (ma poco assemblabili con questo lavoro teatrale), è proseguita più veloce e più stringata. In compenso più arricchita nei suoi contenuti.
Bèh, questa volta il buon Cagnèt (Mario Del Bianco) il lavoro se l’è caricato sulle proprie spalle. Tre monologhi, a dir poco ‘impegnativi’, laddove cerca con l’aiuto del pubblico di evidenziare, di capire e farsi capire… sui tempi, sui modi, sui costumi che cambiano: e non in “maniera positiva”… Il nostro Cagnèt, conscio della permanenza ‘non illimitata’ di ognuno di noi, invita a riflettere sui pericoli che incombono.
In quei minuti il ‘nostro’ guarda il pubblico quasi ad uno ad uno e lo arringa con un ‘patema’ d’animo inusitato. Bravo Mario, la scena è tutta tua!
Tutto qui? No, la commedia è impreziosita da Sonia Bartolini (gran moglie di Fucil)… partenza da sballo, poi rientrata nei ranghi. Paolo Scaramucci (un fidanzato da ammirare, da lontano…). Andrea Romani (ottimo anestesista). Luciana Piermaria (‘presciosa’ aiuto chirurgo). Barbara Masini (l’adorata figliola). Donatella Piersantini (una ‘capisciona’ impagabile). Poi… la Fati (buona come primario); un po’ meno incisiva di altre volte, ma è giovane e forte: si rifarà!
Fatti gli elogi (ringraziandoli) ai vari Bozza, Berti, Carloni, finiamo la disamina col ‘nostro’ Nunzio Livi. Che dire? Se l’è cavata bene. In una serata ‘non facile’ con tanti intoppi di carattere logistico… ma il buon Livi ha sbrigato tutto, quantità e qualità, con giusto discernimento.
Stavolta l’elogio, il plauso è all’unisono: grazie!

(Rambo)




TEATRO DELLA REGINA

– 10: “Non si paga! Non si paga!” (comico) – di Dario Fo – regia di Dario Fo – con Marina Massironi, Antonio Catania, Marina De Juli, Renato Marchetti – Cherestani Produzioni.
– 14: “Giselle” (danza) – coreografia di Alexander Vorotnikov – musiche di Adolphe-Charles Adam – Balletto di Mosca.
– 19: “La Sprèa – Leggenda o realtà?” (dialettale) – di Guido Lucchini – Compagnia ‘E teatre rimnes’ di Rimini.
– 24: “Sesso con Luttazzi” (comico) – un monologo di Daniele Luttazzi.
– 28-29: “La vedova scaltra” (prosa) – adattamento dal testo di Carlo Goldoni – regia di Lina Wertmuller – con Raffaella Azim, Giovanni Costantino, Francesco Feletti, Massimo Grigò – Angela Rafanelli e Gianni Canavacciuolo nel ruolo di Arlecchino – scene e costumi di Enrico Job – Associazione Teatrale Pistoiese, Tauma produzioni, La Biennale di Venezia.
– 2 febbraio: “Poc ca veda, tott d’arveda” (dialettale) – di Agostino Vincenzi – Compagnia del teatro comico dialettale pesarese.

Teatro della Regina.

Inizio spettacoli ore 21,15.

Info: Tel. 0541-968214.




CIVICA UNIVERSITA’

– 12 gennaio: “Forme e personaggi del cinema di Fellini”. Relatore: Gualtiero De Santis, ordinario di Letterature comparate, Università di Urbino.
– 19: “Dalla Strada all’Io”. Relatore: Vittorio Boarini, direttore della Fondazione Federico Fellini, docente di Cinematografia documentaria all’Università di Bologna.
– 26: “L’arte di ‘Mettere in forma'”. Relatore: Michele Lucarini, critico, esperto in estetica cinematografica.

Centro culturale polivalente – Ore 16

Info: tel. 0541-951111




Amarcord di Dorigo Vanzolini

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/gennaio08/amarcord.jpg[/img]




SAPORI E COLORI DEL NOSTRO DIALETTO di A.F.

– (2) Us magna quel che u s’ha e la moda cum la va
– (3) Arduste, dat ‘na mosa, t’zé più longh dla mèsa canteda
– (4) U m’ha tnù in blènza (in sospeso) fina a t l’ultme pri dim pu ad na. I sé bonanota e grazie, ho pérs capèla e benefizie
– (5) La Pifania tutt li fèst la porta via, la li mètt in t’una cassa, l’an li irva fina a Pasqua
– (6) An t’è un minut ad pèsa, c’us t’è al pevara mal cul?
– (7) Guerda che la pacénza l’ha al manghe léss (liscio-scivoloso), se an tla smètt at ariv sal manghe dla spazadura (scopa)
– (8) Mé la mi galéna a l’ho vù, prima chi m’arciapa! Adess va olta té a ciapè la tua…
– (9) “La è pina ad semula (lentiggini) tla facia, l’ha davé la pèla dilichèda” – “Us sént che t’zé civil (educato), nun più ruzz (rozzi) a gin (diciamo): s véd che una scrova (scrofa) la j’ha scurzè tal mus”
– (10) Quel c’an sucéd in cent’an al pò sucéd t’un dé. E intènt… chèmpa caval che l’erba la crès

– (1) Le botte del marito sono le campane del Paradiso (contenta lei… contenti tutti)
– (2) Si mangia quello che si ha, ma alla moda non si rinuncia
– (3) Datti una mossa, sei più lungo della messa cantata
– (4) Mi ha tenuto in sospeso finno all’ultimo per poi dirmi di no. Così buonanotte e grazie, ho perso cappella e benefici
– (5) L’Epifania tutte le feste porta via, le mette in una cassa, non la apre fino a Pasqua
– (6) Non hai un minuto di pace, cos’hai il pepe nel sedere?
– (7) Guarda che la pazienza ha il manico liscio (che scivola in fretta), se non la smetti ti arrivo col manico della scopa
– (8) Io la mia gallina l’ho avuta, prima che mi riprendono! Adesso vai oltre tu a prendere la tua…
– (9) “E’ piena di lentiggini in faccia, deve avere la pelle delicata” – “Si sente che sei educato, noi più rozzi diciamo: si vede che una scrofa gli ha scoreggiato nel muso”
– (10) Quello che non succede in cent’anni può succedere in un giorno. Intanto… campa cavallo che l’erba cresce




Dialetto, un libro in ogni famiglia

Il libro riporta centinaia di parole, frasi ed espressioni del dialetto cattolichino. Molte di queste parole, ormai dimenticate, sono diventate patrimonio esclusivo di pochi anziani. Il libro diventa così un piccolo dizionario della memoria. Una cosa preziosa che dovrebbe essere letto e custodito in ogni famiglia. Si tratta delle nostre radici.
Il volume è arricchito da numerose immagini che riproducono disegni e dipinti del pittore cattolichino Emilio Filippini (1870 – 1938).
“Sapori e colori del nostro dialetto” – 2° volume. Edizioni La Piazza – 6 euro.
In tutte le librerie ed edicole di Cattolica.
Il ricavato verrà devoluto alla Caritas parrocchiale di Cattolica