“Non si può condividere la memoria del fascismo”

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LA LETTERA

Gentile redazione,
nel precedente numero del vostro giornale è apparsa la recensione di un libro autobiografico del signor Cleto Cucci nel quale l’autore narra la sua militanza durante la lotta di liberazione tra le fila del Battaglione Venezia Giulia, appartenente alla fascista Guardia Nazionale Repubblicana. Il carattere fortemente ideologizzato e apologetico dell’articolo scritto dal signor Romano Ricciotti, ci induce a scrivervi queste righe con la richiesta di pubblicarle.
Riteniamo molto pericoloso dare credito, con la loro divulgazione, a interpretazioni che hanno lo scopo di diffondere l’idea che sia esistito un fascismo buono e che alla fine sia necessario parificare le ragioni di tutte le parti in causa.
La Repubblica Sociale Italiana rappresentò il ritorno del feroce e violento squadrismo che, aderendo alle ragioni ideologiche del nazismo, fece del collaborazionismo il suo principio fondatore poiché non avrebbe potuto durare un sol giorno senza il sostegno tedesco. La GNR svolse funzioni di polizia in assistenza agli occupanti tedeschi; dunque aveva compiti di repressione del movimento partigiano, di persecuzione degli antifascisti e di delazione a favore dei nazisti.
Qui si vorrebbe far credere, al lettore sprovveduto, che vi erano solo buoni propositi nella scelta, sbagliata, di combattere per il fascismo liberticida e antipopolare. Non traspare neppure quell’ideale di onore, comunque ingiustificabile, che per tanti significò mantenere la parola data agli oppressori nazisti combattendo al loro fianco fino alla catastrofe.
Invece si rivendica impudentemente la difesa del popolo italiano contro “rinnegati e approfittatori” (gli stessi sui quali si sostenne per venti lunghi anni la dittatura mussoliniana!), ignorando che nella Resistenza quel popolo stava già costruendo il proprio riscatto dalla infamia di un regime dispotico.
Da quell’esperienza non trapela neanche una minima riflessione critica: il recensore avvolge nell’immaginario irrazionale tipico del fascismo, una vicenda che mai ha fatto i conti con il sano dubbio della ragione, come dimostra la continuità politica dell’autore tra le fila dell’Msi dopo la nascita dell’Italia democratica e repubblicana. Così nemmeno gli umani sentimenti di paura, sofferenza, disperazione, dolore possono avere qui cittadinanza perché ciò che va celebrata è solo la mitologica limpidezza di un’esistenza oltre la quale appare il fine di giustificare e far accettare i disvalori e il disegno politico-sociale criminale che il nazifascismo proponeva.
Il presunto rispetto tributato a Giorgio Paglia e Guido Galimberti che, con altri partigiani italiani e russi, vennero fucilati dopo che due loro compagni feriti, per i quali erano state garantite cure in cambio della resa, furono brutalmente assassinati a pugnalate, è legato unicamente ad un concetto astratto di eroismo. Mentre per il fascista ciò che conta è il gesto, che conduce alla violenza estrema della morte inflitta o subita, per noi l’essere coraggiosi e generosi nel lottare per una causa non è un comportamento ammirevole in sé; così come non è una condotta esclusiva di chi ha uno specifico ideale piuttosto che un altro, o un attributo che appartiene ad un popolo rispetto ad un altro. Il discrimine dunque non si pone semplicemente tra l’eroe ed il codardo, bensì nei principi per i quali si lotta.
Allora come si può dimenticare che i fascisti teorizzarono e praticarono tra l’altro, la discriminazione e la persecuzione razziale? Nel settembre ’43, unità della divisione SS LAH avevano compiuto eccidi e rastrellamenti di ebrei in quegli stessi luoghi del Novarese dove, l’anno successivo, il sottotenente Cucci e i suoi camerati avrebbero trascorso l’ultimo periodo della loro spensierata “avventura”. Non sembra che ciò abbia suscitato alcun turbamento in loro.
La ricostruzione degli episodi accaduti dopo la liberazione di Novara (26 Aprile) sono il frutto di una distorta e fantasiosa memoria. I fascisti non poterono far altro che seguire le sorti dei loro alleati tedeschi: la colonna Stamm, tra cui era presente il btg. Venezia Giulia, composta da circa 2000 uomini, venne attaccata più volte dai partigiani che avevano l’ordine di impedirne il passaggio del Ticino; la folla affascinata e plaudente e il saluto dei partigiani allo stendardo fascista sono delle pure invenzioni.
L’autore dell’articolo raggiunge un livello veramente perverso da lasciar sbigottito chiunque abbia un minimo di conoscenze riguardo le vicende di quei tormentati anni, allorché pare stupirsi dell’accoglienza ricevuta dal Cucci una volta rincasato. Quali gioiose fanfare avrebbero dovuto accogliere chi aveva deciso di stare dalla parte del fascismo? Quali piacevoli ricordi poteva aver lasciato in quelle terre chi aveva militato nel battaglione che nello stesso Montefeltro fu protagonista dell’operazione che portò all’eccidio di Fragheto e all’assassinio di Ponte Carrettoni?
Con la pubblicazione di questo articolo l’aspetto che più ci amareggia è l’eclissi della ragione dinnanzi al capovolgimento dei valori (o se si trattasse di una scelta approvata dalla redazione chiediamo un’assunzione di responsabilità in quel senso).
Se ieri l’antifascismo permeava la società italiana grazie anche alla dedizione di coloro che parteciparono al movimento resistenziale, le attuali esigenze politiche spingono purtroppo verso la creazione di una “memoria condivisa” che si propone di rimuovere dalla coscienza nazionale i principi politici e sociali che ispirarono la lotta di liberazione.
Dovremmo ricordare però che non esistono diritti conquistati per sempre, democrazia eterna, libertà inattaccabili. Questi valori vanno difesi, e semmai ampliati, ogni giorno, come fecero quelle donne e quegli uomini più di sessantanni fa.

Ora e sempre, resistenza!
Anpi provincia di Rimini

Gentile Anpi,
grazie per averci scritto. L’articolo è stato redatto da un galantuomo Romano Ricciotti. Cleto Cucci, l’autore dell’aubiografia, è persona perbene. Partendo dall’etica dell’occidente (misto di cristianesimo, illuminismo e socialismo), il giornale racconta la comunità. La chiave di lettura della storia, sempre, deve essere morale; con fermezza e tolleranza. Legata ai fondamenti che fanno l’uomo: umanità, giustizia, libertà.

Giovanni Cioria

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