Meditazioni riminesi, è tempo di “Estetica contemporanea”

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– Con questo titolo si sta svolgendo a Rimini il ciclo delle otto conferenze domenicali nel Teatro degli Atti in Via Cairoli, nell’arco delle “Meditazioni Riminesi”, giunto alla nona edizione, promosso dalla Civica Bibblioteca Gambalunga ad opera della maestria e capacità del suo direttore e dirigente del Settore Cultura del Comune di Rimini, dottor Marcello Di Bella, con il patrocinio dell’ “Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”.
Hanno avuto luogo già i primi quattro incontri negli altrettanti pomeriggi di domenica, dall’11 febbraio al 4 marzo, con quattro filosofi di alta levatura che, nel campo delle arti figurative, della letteratura, del cinema e della musica, hanno espresso il loro pertinente pensiero non privo di una critica serrata ed anche posizioni di dissenso rispetto all’insieme della voluminosa e corposa quantità di opere sfornate sul mercato.

– La prima domenica ha aperto la serie il prof. Paolo Fabbri, riminese e docente di Semiotica dell’arte alla facoltà di Lettere e Filosofia dell”Ateneo felsineo.
Il relatore ha titolato la sua conferenza con la “Estetica del disgusto”. L’argomento è intrigante e lo stacco iniziale con la proiezione fotografica di tre fantocci impiccati portanti figure di tre bambini, appese provocatoriamente nei giardini pubblici di Milano, destando scalpore e proteste, è servito al filosofo per introdurre l’arduo concetto di limite della decenza e della trasgressione nell’arte, giacchè nessuno avrebbe mai pensato di impiccare dei bambini. In verità poi, non è così, in quanto è storicamente provato che i cattolici nella Linguadòca, tra la Garonna e il Rodano, durante la distruzione della città di Albi, ad opera della nefasta crociata contro gli Albigesi, (perchè non pagavano le tasse alla Chiesa di Roma) promossa dal papa Innocenzo III nel 1208, diedero luogo, durante lo sterminio di tutta la popolazione con i massacri e gli incendi, anche ad impiccagioni collettive di uomini, donne e bambini.

– La seconda domenica, del 18 febbraio, ha avuto come relatore il prof. Ermanno Cavazzoni, insegnante di Estetica nell’Università di Bologna con il titolo: “La grande sacrosanta pattumiera dell’artistico”, ha evidenziato e dimostrato il limite e talvolta l’inconsistenza del substrato portante di certune ed a volte anche tante, composizioni letterarie.
Il concetto di Estetica, che dal greco si traduce anche come “sensazione”, già presente nella “Critica della ragion pura” di Kant, nel XVIII secolo e che, nell’accezione corrente indica la dottrina intorno al bello ed alla sua distinzione dal brutto (espressa in tutti i sensi dell’arte), ha avuto come primo filosofo, adottante questo concetto, il berlinese Alexander Baumgarten, per il quale il bello consiste nella “perfezione del significato cognitivo” (nel passaggio da quello primitivo a quello moderno).
Benedetto Croce vede l’estetica come disciplina autonoma in un sistema che si configura solo in età moderna e come “scienza mondana”, cioè resa possibile dalla vocazione che è propria dei tempi moderni verso tutto ciò che è profano ed umano, al di fuori di esigenze morali e religiose.

– Nella terza domenica del 25 febbraio, il prof. Umberto Curi, ordinario di Storia della Filosofia e preside del corso di Laurea in Filosofia dell’Università di Padova, con il titolo: “un filosofo al cinema” ha dimostrato, con una analitica e competente dissertazione, che l’apparente dicotomia tra cinema e filosofia è un luogo comune da sfatare perchè in pratica non esiste, giacchè il cinema altro non è che la narrazione fotografica, pratica e piacevole dell’apprendere ciò che, spiegato solo dalla filosofia, potrebbe risultare astruso e difficile da assorbire.
Non ha mancato, durante la sua eloquente dimostrazione sul piacere dell’apprendimento attraverso il cinema, di esporre di volta in volta, con brevi flash, alcune opere cinematografiche portatrici di indicazioni morali e valori di vita. Queste infatti, trasmesse soltanto con un discorso filosofico potrebbero riuscire apatiche = A – Pathos, cioè senza la capacità di raggiungere il pathos, che è potenza, passione, emozione estetica ed esposizione visiva di un avvenimento o di un dramma.

– Nella quarta domenica, del 4 marzo, il prof. Massimo Donà, filosofo veneto, già titolare di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, ora della Cattedra di Ontologia Fondamentale presso la Facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano, musicista e conoscitore dell’arte musicale, ha trattato il rapporto tra musica e filosofia esordendo che quest’ultima nasce nell’antichità confusa con la prima. Analizza allo scopo il mito greco di Orfeo ed Euridice esaltando la figura di Orfeo, ovvero la potenza incantatrice del suo canto, della sua musica che ammansiva gli animali e le piante e tutti gli esseri, viventi e non, e che non perde mai la sua facoltà primaria, nemmeno quando uscendo dall’Ade, voltandosi e perdendo quindi per sempre la sua amata Euridice, diventerà misogeno e per questo sarà fatto a pezzi dalle menadi infuriate, la sua testa, galleggiando sull’acqua del mare, continuerà a cantare.
Prima di chiudere, spiegando il passaggio tra la musica classica ed il jazz, ha pure spaziato nel concetto di musica e ritmo come rapporto matematico e nel rapporto tra musica Dionisiaca ed Apollonea, cioè nella differenza tra la divinità inquietante e trasgressiva e quella di Apollo capace di perdonare la devianza di Ermes pur di avere il segreto della beltà del suo canto.
Il relatore si è poi profuso in un corposo trattato del rapporto tra la natura, il cosmos, il nomos e la struttura inudibile della musica cosmica che qui a me, purtroppo, non è dato lo spazio per riportare e trattare.
Queste proficue domeniche con il teatro pieno di attento pubblico, partecipante e preparato, che non disdegna di esporre alla fine di ogni conferenza (o interessante Lezione che dir si voglia), il proprio pensiero con interventi esplicativi e con puntuali domande che coinvolgono il relatore in un analitico sviluppo del corpus del suo discorso iniziale, sono il frutto di una passione cittadina nella quale ha attecchito la trentennale esperienza della istituzione napoletana, cui la grande passione e dedizione dell’avvocato Umanista Gerardo Marotta ha dedicato alla fondazione e formazione dell’ “ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI” che appunto ha sede nella città partenopea.
Questa altissima istituzione alla quale hanno aderito personaggi della cultura di livello mondiale come: Georg Gadamer, Ilya Prigogine, Jaques Derrida, Paul Ricoeur, Gianni Vattimo, Massimo Cacciarri, Remo Bodei e tanti tanti altri ancora, ha grandi meriti nazionali ed internazionali, ha ricevuto nel 1993 un altissimo riconoscimento dall’UNESCO, ha il merito di consentire, attraverso il conferimento di Borse di Studio a molti giovani laureati, di partecipare ad attività di ricerca in tutto il mondo. Ha da tempo messo in cantiere attività di seminari e convegni scientifici con la presenza dei più grandi pensatori del nostro tempo. Ha dato luogo alla ripubblicazioni di eccellenti colonne editoriali critiche di volumi filosofici fondamentali come i testi della “Scuola di Epicuro”, delle opere di Giordano Bruno, di Tommaso Campanella, di Cesare Beccaria e di tante e tante altre iniziative per legare il campo degli studi umanistici e filosofici a quello della ricerca scientifica con lo scopo di rigenerare un robusto spirito civico che miri alla formazione delle nuove menti capaci di esercitarsi contemporaneamente nelle sorti della filosofia, della cultura umanistica e scientifica come in una palestra di intelligenza che apra la mente e lo spirito ad un uomo nuovo e più completo.
Ebbene, a fronte di tutto ciò; a fronte del grande sforzo che questo Istituto Filosofico ha compiuto e compie in tutta Europa ed in Italia: da Firenze a Roma, da Asti a Cuneo, da Cattolica a Teramo, da Genova a Venezia, da Napoli a Palermo;
a fronte di tutto ciò, dicevo, si vedono tagliati i fondi per la ricerca e la formazione.
E’ veramente sconsolante dover constatare che, con la scusante dei tempi di “magra” si pensi che le spese per la cultura siano quelle che si possono tagliare perche forse servono meno allo sviluppo.
Io non sono di questo parere e mal sopporto che ciò venga fatto ancor oggi perchè sono dell’idea che le iniziative nel campo della cultura non siano da considerare come marginali ed ornamentali da parte dello Stato, ma importanti e di primo piano “se si vuole che il rinnovamento della nostra società non sia solo un’espressione retorica” (come ebbe a dire Gianni Vattimo).

di Silvio Di Giovanni

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