Guerra, in bici giù dalla Siligata

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“Essendo nella casa del podestà, Matteo Ghigi, che continuava a vivere sopra di noi, godevamo della sua copertura. Fu davvero una bravissima persona. Quella trasmittente partigiana di Cervellieri. Portavo le borse di mia madre ad un uomo che mi dava la schiena. Avevo un’incoscienza quella sì che faceva paura. Mio babbo radunò le bestie dei contadini. A Santarcangelo scappò”

– Anche mio padre venne chiamato alle armi, nel corso della guerra, ma, avendo la fortuna di conoscere il ministro della cultura Bagli (che aveva una villa a Morciano e a cui andava ad accudire il giardino), riuscì ad evitare il servizio militare al fronte (russo) e ad essere destinato, comunque nell’esercito, come guardia costiera a Casteldimezzo, nel pesarese. Ricordo benissimo quel che accadde l’8 settembre, all’armistizio con gli alleati. Eravamo con mio padre a Casteldimezzo. I suoi comandanti, all’infuori di un tenente, erano già scappati tutti. E ci disse “Andate giù, tornate a casa, devo sistemare delle cose, poi vi raggiungo”, così io e mia madre scendemmo in bicicletta per la Siligata. In realtà mio padre tardò perché il tenente gli aveva chiesto di raccogliere le armi e andare con lui in montagna dai partigiani, ma lui, sentendo dal rombo che i carri armati tedeschi erano già sulla Siligata, preferì prima accertarsi che noi stessimo bene e dunque si diresse verso Morciano. Ricordo benissimo che io e mia madre eravamo in una lunga colonna di persone, tutti in fila indiana sulla strada, e dalle torrette dei panzer che ci passavano accanto i tedeschi ci urlavano con rabbia “Vigliacchi italiani! Traditori!” in italiano. E mia madre mi diceva “Sta zitto! Non parlare! Guarda avanti!”. Poi, quasi giunti a Morciano dopo essere stati caricati su un carretto, vedemmo arrivare dietro a noi un uomo in bicicletta vestito di nero: era mio padre. Il prete di Casteldimezzo lo aveva convinto ad indossare un suo abito per evitare di essere preso dai tedeschi. E poi, lui che non aveva molto in simpatia i preti, ci raccontò di come il sacerdote avesse insistito “Prendilo! Prendilo! Se vuoi salvar la pelle!”. Successivamente, quando iniziarono davvero ad organizzarsi le formazioni partigiane, nel quarantaquattro, allora il viavai di persone dentro casa mia si fece molto più intenso. E ricordo che una volta chiesi, inconsapevole, a mia madre di perché fosse scappata via in fretta con delle cose sotto braccio. Nei fatti, dietro a casa mia c’era una trasmittente partigiana di un certo Cervellieri e mia madre aveva appena sentito dire dal podestà (quello che ci abitava vicino, a venti passi) che, avendo saputo di quella trasmittente, stavano per mettersi a cercarla. Mia mamma così corse a nasconderla da un’altra parte, in un pagliaio (dal quale Cervellieri tornò a prenderla una decina di giorni dopo). E forse lo stesso podestà, parlando a voce alta col messo comunale, a finestra aperta, aveva fatto in modo che lo sentissero affinché potessero metterla al riparo.
Quando i tedeschi si sparsero per la zona, ricordo un fatto preciso che avvenne vicino casa mia. Accanto a un albero molto grande, i tedeschi avevano mimetizzato un camion logistico, pieno di trasmittenti ed apparecchiature radio. Io ero assieme a un amico, anche noi sulla strada. Sentimmo il rumore di un aereo in picchiata ed io iniziai a correre, mentre dietro di me sentivo lo strepitio dei proiettili della mitraglia sulla strada. Poi scartai verso la mia casa e mi rifugiai dentro, dove mia madre barricò subito la porta con un materasso. Sulla strada rimasero il camion distrutto ed il mio amico colpito a un piede. Se non avessi virato all’improvviso anch’io sarei rimasto ferito. O peggio. Poi mio padre costruì un rifugio per il nostro gruppo di case. Scavato nella terra, su una collina sopra Morciano. Era un rifugio enorme, coperto da altra terra, con due ingressi. Io dormivo sul telaio di un pullmann appeso col filo di ferro. E, quando cadevano le bombe, dondolavo. Il brutto fu quando i tedeschi ci intimarono di uscire. Arrivarono coi mitra all’improvviso, urlando “Schnell! Schnell!”, per farne un loro appostamento armato. Lì è stato un momento di grande paura. Così ci rifugiammo proprio nello scantinato della casa del podestà. Una villa antichissima, molto bella, con muri larghi un metro e mezzo (c’è ancora, è stata appena ristrutturata, in via Roma, sulla sinistra). Eravamo una trentina. E lì abbiamo vissuto per qualche mese, fino all’arrivo del fronte.Sotto nello scantinato si scendeva quando arrivavano i pericoli, i bombardamenti. E ricordo che mio padre e mio zio, assieme agli altri uomini, per evitare il bando di reclutamento della Repubblica Sociale, in un gran canneto lì vicino avevano realizzato delle buche in cui restavano nascosti. Ed io andavo a portar loro da mangiare.In ogni caso, essendo nella casa del podestà, Matteo Ghigi, che continuava a vivere sopra di noi, godevamo della sua copertura. Fu davvero una bravissima persona, che, senza esporsi direttamente, sapeva benissimo di quel che accadeva nello scantinato. A mia madre diceva “Lucia, state (perché le dava del voi, ndr) più attenti”, lei “Ma di cosa?” e lui di rimando “State più attenti”. Ma non ricevemmo mai visite indesiderate. Ricordo poi che mia madre mi passava due borse (delle quali non ho mai saputo cosa contenessero) e mi indicava precisamente cosa farne: attraversare la campagna (passando accanto al nostro precedente rifugio), salire per la collina del cimitero vecchio e poi, lassù, trovavo un uomo di schiena (che non ho mai saputo chi fosse), dovevo appoggiare per terra le due borse e venirmene via. Tutto questo accadeva ogni cinque-sei giorni, in pieno giorno, sicché sarà successo più di una decina di volte, e l’ordine di mia madre era che, se incontravo i tedeschi, dovevo mollare tutto e scappar via. Le notti erano molto silenziose. Non c’era un fruscio. Si era smesso anche di parlare tra noi. Mi ero accorto che erano finiti i tempi in cui si dialogava tranquillamente di quel che stava accadendo. Era subentrata la riservatezza, la paura che qualcosa detto inopportunamente potesse diventare un pericolo. Per sé e per gli altri. Io, in realtà, in quei momenti non ho mai avuto paura. Ero incosciente. Avevo un’incoscienza che, quella sì, faceva paura. Ma di paura attorno a me ne ho vista eccome. Ad esempio, c’era con noi un signore che veniva da Genova, sfollato (e con lui di sfollati ce ne erano tanti) con moglie e figli. Era terrorizzato, tremava. Raccontava che era stato in guerra e che aveva visto la morte in faccia e non riusciva a scordarsela.Una volta però, tornando da scuola con la mia cartella di cartone, vidi mio padre messo in mezzo tra un tedesco e un fascista. Allora io corsi e mi attaccai alle sue gambe. Il tedesco con un ceffone me ne staccò e se lo portarono via. Serviva loro per radunare le bestie dei contadini e portarle al nord. Arrivarono fino a Santarcangelo, dove poi però non venne rimandato a casa, ma caricato su un vagone blindato. Assieme ad altri quindici, erano nel penultimo di una lunga fila diretta verso la Germania (da Santarcangelo il treno si sarebbe diretto al campo di raccolta di Fossoli, vicino Carpi, e poi oltre le Alpi, ndr). E ad un certo punto videro che i tedeschi armeggiavano sui primi con la fiamma ossidrica, per saldare le porte e chiudere i vagoni dall’esterno. Allora ci fu un concitato confabulare tra loro (“Burdel, qui è meglio che andiamo via sennò non torniamo a casa più!”), riuscirono ad aprire la porta e, tra i colpi di mitra dei tedeschi, a scappare per un campo arato (mio padre raccontò poi che, dalla paura che avevano, per loro correre su quella terra mossa e bruciata dal sole era come “correre sul velluto”). Così salvarono la pelle, per quanto poi attesero diversi giorni prima di tornarsene a casa per il timore che li ricercassero, ma le sbarre dei vagoni bestiame su cui li avevano caricati gli restarono impresse per sempre.
Ricordo una notte di capodanno che, appena una quindicina di anni fa, lui passò ricoverato in ospedale mentre noi stavamo festeggiando in casa. Mi chiamarono per raggiungerlo urgentemente. Aveva perso la ragione, perché gli avevano appoggiato due sbarre ai lati del letto affinché non cadesse. Urlava “Io non voglio essere in prigione!” Come quando era su quel carro bestiame. Un episodio di cui ci aveva parlato, sì, ma del quale non avevamo mai percepito l’intensità del ricordo. E, appena tolte le sbarre, si calmò. Sembra assurdo, eppure lui aveva rivissuto davvero quel terrore.

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