Fabbri: la speranza Libia, la guerra, i sacrifici

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– Mi chiamo Franco Fabbri e sono nato nella frazione di Ca’ Rastelli il 28 dicembre del 1926 in una casa di contadini. Il babbo Giovanni e la mamma, Teresina Tentoni, nel 1936 furono costretti a lasciare il podere perché il raccolto era insufficiente, causa l’aumento del nucleo familiare.
Eravamo sei fratelli, il primo nasce nel ’21 (Fernando), il secondo nel ’23 (Ferruccio), il terzo nel ’25 (Flavia), poi io, il quinto nel ’29 (Faustina) e l’ultimo nel ’35 (Francolina). Lasciato il podere misanese, ci trasferiamo a Sant’Andrea in Casale (San Clemente), in via Ponte Conca, in una casa con poco terreno vicino al fiume. Anche qui il raccolto era scarso e così lo Stato dava la possibilità, ai più poveri, di andare nelle colonie italiane in Africa a fare gli agricoltori.
Nel ’37, il babbo Giovanni accetta e così all’inizio del ’38 partimmo con trasporto militare per il porto di Genova, dove ci imbarchiamo su una nave da trasporto chiamata Augustus. Ci aspettarono 12 giorni di mare prima di giungere al porto di Bengasi (provincia di Barce, Comune di Gabriele D’Annunzio) in Libia. Scesi dalla nave, al mattino presto salimmo su mezzi militari per giungere al villaggio la sera. Ci aspettava il capo-zona, con una pattuglia di carabinieri italiani ed africani. Ci condussero in una casa colonica di 52 metri quadrati, con un terreno di 90 ettari. Le chiavi di casa ci vennero consegnate da un guardiano di colore. Costui ci diede anche i viveri, una stalla con due buoi, una cavalla, quattro pecore e quattro galline. La casa era l’ultima della zona ed il terreno era tutto coperto da piante che superavano l’altezza della casa stessa. La famiglia era stipendiata e tutto il raccolto doveva essere consegnato allo Stato.
Il 10 giugno del ’40, alle 22, scoppia la guerra proprio in Africa.
Mussolini ordina che i bambini di età compresa tra i 3 e i 14 anni devono essere portati nelle colonie in Italia. Così io, Faustina e Francolina, lasciamo la famiglia e partiamo per l’Italia, senza sapere però dove. Ci vennero a trovare dei parenti e ci diedero tutte le informazioni: la colonia era la 10^ Legione di Bologna, che ci avrebbe mandato a Miramare di Rimini, poco distante dal paese natio. Il babbo era già stato chiamato alle armi come volontario. Il destino volle che al porto di Bengasi, dove ci dovevamo imbarcare, la nave San Giorgio rimase bloccata fuori dal porto per la bassa marea. Così tutti i bambini vennero trasportati sulla nave al largo da barche militari. Tra costoro c’era mio babbo; vi lascio immaginare l’emozione quando ci abbracciammo.
Io ero il più grande dei fratelli; avevo 14 anni; mentre una sorella ne aveva 11 e l’altra soltanto 5. Ci salutammo con tante lacrime, prima al villaggio con la mamma e le altre due sorelle e il fratello e poi al porto di Bengasi col babbo. Per le difficoltà postali rimanemmo senza notizie del babbo in guerra e per più di 12 mesi non ricevemmo neppure notizie dalla mamma. Dopo tantissime lettere, un giorno finalmente giunse una risposta: tutti stavano bene, col babbo che si trovava ancora al porto di Bengasi.
Poi un avviso a tutte le famiglie che si trovavano in Africa: “Visto l’aggravarsi della situzione chi vuole ritornare in italia, può farlo in aereo fino a Napoli”.
Nel ’42, tutta la famiglia riuscì a partire, portando con sé solo i vestiti addosso. Tutte le spese riguardanti il viaggio in aereo, il trasporto in treno, l’affitto della casa e tutto il necessasrio erano a carico del Comune. Roma autorizzò i Comuni a dare un lavoro a tutti gli sfollati rientrati in Italia dall’Africa. Rientrò anche il babbo, congedato per invalidità e subito si impegnò a riportare a casa i tre figli che si trovavano nella colonia di Bologna. La famiglia si riunì e andò ad abitare in un appartamento del Comune, a Scacciano. Due-tre volte la settimana i carabinieri venivano a farci visita per sapere se avevamo bisogno di qualcosa.
Poi un giorno mi chiesero che tipo di lavoro, mi sarebbe piaciuto fare ed io risposi il meccanico. Mi dissero di stare tranquillo e che ne avrebbero parlato con il comandante della caserma di Riccione. Alla visita seguente mi dissero di presentarmi in caserma e da lì con la loro auto mi portarono all’Officina Fiat Papini, che si trovava sul porto di Riccione.
Mi assunsero anche se non avevo ancora raggiunto l’età. Per andare al lavoro da casa mia all’inizio lo facevo a piedi. Poi un signore fortunatamente mi regalò una bicicletta da uomo in pessime condizioni, ma funzionate.
Nel ’43 ci fu lo sbarco alleato in Sicilia; la crisi era generale e io non riuscii più a trovare i copertoni per la bicicletta; li sostituì con due tubi di gomma. Nel frattempo ci trasferimmo a Misano Monte, di fronte alla chiesa in un vecchio appartamento.
Intanto il fronte si stava avvicinando e coloro che avevano macchine in stato buono cercavano di nascondele nei negozi o nei box. I tedeschi portavano via tutto: automobile, bestiame. Una mattina molto presto arrivò una pattuglia di tedeschi; io e mio fratello eravamo a letto. La mamma aprì la porta e loro invadono la casa, controllando il nucleo familiare. Mio fratello venne portato via per lavorare sulla Linea Gotica. Insieme a tre amici in un momento in cui la pattuglia allentò la sorveglianza, riusciriono a fuggire.
Nel ’43, dovetti lasciare la Fiat; i tedeschi mi presero e mi condussero alla colonia Bertazzoni di Riccione, dove c’era la loro mensa e quella fascista. Mi facevano pelare le patate e tener pulita la cucina. Un giorno mi mettono le manette e mi rinchiudono in un fortino sul mare, accusandomi di aver rubato delle coperte e di averle passate ai partigiani. In cucina eravamo in tre e tutti venimmo puniti; io ero il più piccolo. Riuscì a convincerli della mia innocenza; degli altri due non seppi più nulla.
Il fronte passò e per fortuna non subimmo danni. Si riprese a lavorare e io tornai alla Fiat del signor Papini. Riaprirono anche le sale da ballo. Non ero un ballerino, ma mi piaceva la musica e la compagnia; il mio ballo preferito era il tango. Fra tutte le ragazzine che incontrai, m’innamorai subito di una, non solo per il suo modo di essere, ma anche per il suo bel seno. Poi divenne mia moglie. Durante il fidanzamento rimase incinta. Lei proveniva da una famiglia di contadini; per il mangiare non c’erano problemi, per i soldi sì. Nonostante la miseria, grazie all’amore che ci univa, decidemmo di sposarci. Io non avevo che un vestito usato, una camera usata, una tavola e i componenti della cucina. Lei invece possedeva un vestito e la biancheria che le avevano comperato a rate. Prima di sposarci, 1947, le morì la madre. Il padrone del podere disse al padre che per un anno potevamo restare lì. Andammo dal parroco a fissare il giorno del matrimonio; era di 5 mesi e minorenne. Il padre firmò e il don per via del pancione e della vergogna, ci sposò la domenica mattina alle 6. Era il 20 novembre del ’49. Vennero solo i familiari; il padrone dove lavoravo mi prestò la Fiat 500. Il viaggio di nozze fu a Loreto. Mangiammo in un ristorante senza pretese un pasto normale. Poi partimmo per la nostra provvisoria abitazione, senza immaginare quello che ci aspettava: tantissimi sacrifici. Il 3 marzo del ’50 nacque Bianca e ringraziammo il Padreterno che ci diede la salute per lavorare e tirare avanti.
Alla Fiat mi volevano bene; passai prima operaio di fiducia e poi capofficina. Nel ’51 lasciammo la casa colonica per trasferirci in un appartamento senza servizi poco distante. Nel ’53, il 26 febbraio, viene alla luce Bruna. Lavoravo e pensavo ad una nuova sistemazione, ad un appartamento con servizi e che si trovasse più vicino alla Fiat. Fatalità volle, che parlando con un signore mi disse che aveva un lotto a Misano Mare e che lo vendeva. Voleva 10.000 lire di caparra; non avendo tutti i soldi informai mio fratello, che lo comprò con me. Con tanti sacrifici, mio fratello muratore e io manovale, costruimmo una casetta con quattro camere ed un bagno con doccia. Il 10 settembre del ’53, mio fratello Ferruccio, ancora scapolo, mi diede il permesso di andarci ad abitare con mia moglie e le due bambine.
In officina feci amicizia con alcuni clienti che venivano a riparere le automobili; mi consigliarono di aprire una bottega a Misano Mare, sprovvista di meccanico. Dissero: “Sei bravo! Avrai fortuna!”. Un giorno mi ferma un tassista che mi dice che sta cercando un posto per riparare le auto. Mi propose di fare una società: lui avrebbe fatto l’elettrauto, io il meccanico”.

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