Congresso Ds, con Gnassi la svolta?

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– La segreteria provinciale dei Ds torna a un riminese. Dopo gli anni del misanese Sergio Morotti e del riccionese Riziero Santi. E il fatto che Andrea Gnassi sia nato a Borgo Mazzini è argomento assai più politico di quanto si possa pensare. L’unico monito che gli viene fatto, all’interno del coro di apprezzamenti per la sua candidatura, è proprio questo: si ricordi che il partito dei Ds è, dovrà restare, e anzi sempre più diventare, una federazione territoriale che non dimentichi le caratteristiche di ognuno. Ulteriormente tradotto, significa che Gnassi dovrà staccarsi, e anche in tempi brevi, da coloro che l’hanno candidato. E trovare una sua strada che lo renda autonomo dalle orbite dei soliti potenti del partito.
Sarà questa la sfida che lo attenderà dopo un’elezione quasi scontata, salvo capire poi con quale percentuale, particolare questo non indifferente perché da esso emergerà quale sia la vera forza, a Rimini, della mozione Mussi che ha candidato Vera Bessone. E se la popolare giornalista potrà fare “campagna elettorale” tra le donne della Quercia, i giovani saranno di sicuro un bacino in cui cercherà di “pescare” Giovanni Benaglia, candidato della mozione Angius.
E’ stato detto chiaramente, con una lettera aperta, dal gruppo composto da Fabio Pazzaglia, Marco Polazzi, Mattia Morolli, Simona Mazzotti e Davide Vittori, che si firma in rappresentanza del “gruppo trasversale alle mozioni che sostiene l’autocandidatura di Giovanni Benaglia”.
Ai giovani non è piaciuto il modo in cui Gnassi è stato candidato, e temono, nella sostanza, che tale candidatura “sia frutto di vecchie pratiche che purtroppo tengono banco ancor oggi. Si ha come l’impressione di essere di fronte alla prima parte di un organigramma disegnato da un ristretto gruppo di notabili. Vogliamo però evitare di cadere nell’errore di esprimere giudizi solo su impressioni che, conoscendoti, siamo sicuri verranno smentite dai fatti. Il congresso è un fatto e noi lo utilizzeremo per cercare di aprire un confronto su temi squisitamente politici”.
Di certo la candidatura di Gnassi, oltre ad essere unitaria, gode della benedizione di tutte le anime del partito (o meglio, della mozione Fassino). L’onorevole Giuseppe Chicchi osserva che “Gnassi è il segno del cambiamento: finalmente c’è un giovane che si mette in campo per fare un lavoro politico, anche in vista della nascita del Partito Democratico”.
Maurizio Melucci, vice sindaco di Rimini e uomo forte del partito, parla di “candidatura unitaria: un’ottima scelta per fare un buon lavoro all’interno del partito in questo momento”.
Tra l’altro la dottrina, cui anche i giovani diessini hanno fatto riferimento, è tra l’altro quella secondo cui la candidatura di Gnassi sia stata espressa, a sorpresa, proprio da Melucci anche per render la pariglia al presidente della Provincia Nando Fabbri (altro uomo forte del partito) rispetto a quella di Massimo Pironi a consigliere regionale, nel 2005.
E sempre tra le fronde della Quercia vola già la voce secondo cui il futuro segretario verrà marcato stretto dai “giovani della zona nord” legati a Fabbri: il santarcangiolese Mauro Morri e la bellariese Marcella Bondoni.
Morri comunque lancia segnali di fumo più che distensivi, giocando il suo commento su Gnassi su tre parole: forte, autorevole, d’esperienza. “E quando un candidato è forte, autorevole e ha esperienza, direi che ci sono tutti gli elementi per fare un buon lavoro”.
Sollecitato rispetto agli equilibri territoriali, spiega che “come Santi, riccionese, è stato il rappresentante di tutti, ugualmente farà Gnassi che è di Rimini. E credo che una forte rappresentanza territoriale dovrà esserci all’interno della sua segreteria, che comunque dovrebbe rimanere snella e agile”.
Ma se la zona nord si prepara la zona sud non sta a guardare. Fabio Galli, già segretario comunale a Riccione, esordisce: “Non posso che essere favorevole a questa candidatura unitaria della mozione Fassino”.
E subito ci tiene a sottolineare che “quello che serve al partito è un progetto di federazione forte sul territorio. Anche in vista del futuro Partito Democratico, che non può che partire dal basso. Sono convinto che ci sarà la massima attenzione su questo”.
Si dice comunque fiducioso, sul tema territoriale, Melucci: “Non vedo particolari controindicazioni, neppure su questo punto, rispetto alla candidatura di Andrea. Il suo essere riminese in questo senso è un ragionamento marginale: troverà il giusto sostegno in tutto il territorio della federazione”.
Di sicuro un sostegno forte (che comunque difficilmente prescinderà da qualche aspettativa) Gnassi lo riscuote da due uomini della base, che per di più rappresentano anch’essi due aree particolari, stavolta della città di Rimini: Roberto Biagini da Viserba e Alberto Astolfi da Ghetto Turco.
Il primo ha ereditato il ruolo di “ras diessino della zona nord” dopo l’allontanamento di Massimo Lugaresi. Spiega che “la base non è attenta tanto ai nomi quanto ai progetti politici, e da questo punto di vista è in fermento: attende con interesse il prossimo congresso perché sarà il ‘congresso ponte’ verso il Partito Democratico”.
Insomma “di qui in poi servirà un grande lavoro dentro il partito. Io credo che Andrea Gnassi sia al persona giusta per accollarsi e svolgere questo lavoro. Credo che i giovani lo sosterranno e lui avrà la possibilità, dopo aver fatto molto e bene in campo amministrativo, di dimostrare quanto vale anche in un ambito più squisitamente politico”.
Astolfi, invece, è da sempre il paladino della zona sud di Rimini, e la sua mano è tesa e aperta verso Gnassi. “Sono un suo sostenitore convinto – assicura – perché è persona seria e impegnata. Per di più – precisa – io sono fermamente legato alla mozione Fassino, e in una mozione, come in un partito, o ci si sta o non ci si sta”.
La voce più formale del partito viene esplicitata sul sito (www.ds.rimini.it), dove nei giorni scorsi è emerso un giudizio sui documenti legati alle tre candidature. Parlando dei quali si dice che “in estrema sintesi vi abbiamo trovato un Gnassi che definiremmo ‘inclusivo’, una Bessone ‘ortodossa’ e un Benaglia ‘movimentista'”. Vengono anche ripresi alcuni passaggi di quei documenti: “Andrea Gnassi, l’inclusivo: “… Ci sentiamo addosso la responsabilità della storia da cui veniamo per questo vogliamo un confronto vivo che sappia includere nel nuovo partito le diverse espressioni della società civile perché il nostro percorso non riguarda solo gli iscritti e gli elettori Ds…”.
Vera Bessone, l’ortodossa: “… Gli organismi che il nostro partito si è dato, dai direttivi di sezione agli attivi di partito, dalle direzioni comunali a quella provinciale, devono tornare ad avere un ruolo decisionale prioritario…”.
Giovanni Benaglia, il movimentista: “… Voglio un partito che non sia il cane da guardia delle amministrazioni che ratifica in maniera acritica le decisioni. Basta con il partito-caserma. Bisogna investire sulle nuove forme di comunicazione come forum, blog, chat…”. Diremmo quindi che si tratta di tre diverse personalità che costituiscono, ognuno di loro e insieme, una ricchezza di questo nostro partito e del futuro Partito Democratico”. Fin qui il sito che, fino ad ora, ha rappresentato coerentemente la voce del segretario Riziero Santi, il quale su Gnassi si è affrettato ad assicurare che è la persona giusta per raccogliere il suo testimone, insieme però all’elenco delle cose da lui fatte nelle sue segreterie. Come dire, un po’ di continuità?

di Francesco Pagnini

Chicchi: “Gnassi è il segno del cambiamento: finalmente c’è un giovane che si mette in campo per fare un lavoro politico, anche in vista della nascita del Partito Democratico”

Melucci: “Gnassi, candidatura unitaria: un’ottima scelta per fare un buon lavoro all’interno del nostro partito”

Morri: “…quando un candidato è forte, autorevole e ha esperienza, direi che ci sono tutti gli elementi per fare un buon lavoro”

Fabio Galli, “Non posso che essere favorevole a questa candidatura unitaria della mozione Fassino”. ”

L’INTERVISTA

“Aveva tante anime e un dibattito acceso”

Daniele Montebelli, 55, riccionese, una delle menti più belle che abbia avuto il Pci negli anni ’70. Ha lasciato la politica attiva nel ’90 per stanchezza

– “La partecipazione era l’elemento fondante del consenso del Pci”. Daniele Montebelli è una delle teste eccelse che scelse prima la Fgci (giovani comunisti) e poi il Pci. Vi era entrato nel ’71. dal ’72 al ’76 è segretario della Fgci (con lui amici di belle speranze: Massimo Spaggiari, Ezio Venturi, Renzo Bagli). E’ componente della segreteria ristretta del Pci riccionese con Arnaldo Cesarini (il segretario) e il povero Marino Imola. Responsabile della biblioteca di Riccione, ingraiano dal ’90 ha abbandonato la politica; ha cinquantacinque anni (il babbo era stato segretario della mitica sezione “Torri” di Riccione Paese).
Com’è avvenuto il suo incontro con la politica?
“A scuola. Si pensava che attraverso il Pci si potessero cambiare le condizioni sociali e culturali in un momento di discreto benessere. Tutto nasce dalla mia curiosità per la politica, nonostante le contraddizioni, la percepivo come il fine di una ricerca. Il Pci ai miei occhi aveva due caratteristiche: la stabilizzazione e lo sviluppo della democrazia. Era lo strumento per portare avanti idee e programmi, con la dimensione giusta, con la sua tradizione e la sua prospettiva. Portavoce dell’uguaglianza sociale, dei diritti civili. Non era un movimento, ma ti dava il senso della concretezza. Ricordo che il Pci aveva tante anime e un dibattito acceso”.
Il Pci in quegli anni, le ragioni del consenso?
“A Riccione aveva più del 50 per cento e non credo che sia stato per un errore storico. Il suo consenso era dovuto a molteplici fattori. Uno era il cemento ideologico (la Resistenza, l’antifascismo, la speranza di una società diversa). Sapeva mediare, sapeva costruire un colloquio con i cittadini. Un altro piano era la sua ideologia e la capacità programmatica. La chiave del successo è stato allargare la dimensione e la partecipzione. Si può discutere se questa fosse vera, finta, monca, ma c’era: la partecipazione era l’elemento fondante del consenso. E nei dirigenti c’era lo sforzo di allargare le decisioni e non il fatto compiuto. Sulle scelte si discuteva in modo acceso e con scontri forti: la questione di metodo era anche sostanza. Ricordo il dibattito su tenere separato i due momenti della politica: l’amministrazione, dall’attività di partito. L’accusa nostra era che il partito rappresentava tutto. Altra questione: c’erano troppi dipendenti comunali negli organismi di partito”.
Perché è uscito?
“Per sfiducia, per stanchezza nel ’90. Per il fatto che le istanze di cui ho parlato non avevano più speranze. Se pur il rinnovamento fosse la strada giusta, le scelte di fondo non mi convincevano: l’elezione diretta del sindaco, il ruolo dei consiglieri e degli assessori. Credo che con la fine della Prima repubblica si sia buttato via l’acqua sporca con il bambino. La giunta assomiglia ad un consiglio d’amministrazione di un’azienda, in cui il sindaco è l’amministratore delegato. Credo che i partiti siano diventati dei semplici comitati elettorali. Inoltre, c’è poca partecipazione, le forze politiche non mediano più le istanze dei cittadini. Cittadini che si organizzano attraverso piccole e grandi lobby. Mentre ai miei tempi si cercava la gradualità degli interessi. Il Pci aveva riferimenti ideali e culturali per trasformare la società, ora non mi sembra che ce ne siano i presupposti”.
Nostalgia?
“Non era tutto oro quello che brillava, ma era di più di quello che oggi viene dipinto. Ognuno era soggetto ad esami e valutazioni. Invece, oggi tolto il cappello del partito, ognuno fa il principe. Non è nostalgia, ma guardare il passato in modo disincantato: il partito rappresentava una carica e una valenza superiore. Non sono né un pentito, né un nostalgico, forse sbagliando valuto le diverse realtà: allora e oggi”.

Il partito avrebbe bisogno di accendere la discussione sulla qualità della vita dei cittadini

ALEGRO MA NON TROPPO

Pci, quel partito bacchettone

La beretta rivoluzionaria, troppi voti, spezzettamento del podere, da dove arriva
l’appartamento?

– E se il Pci (Partito comunista italiano) prendeva i voti perché bacchettone, perché serio, perché aveva delle idee, perché le discuteva le idee e anche gli uomini? Era talmente serio, fino a cadere, con gli occhiali di oggi, nel ridicolo e nel moralismo. Ti facevano un processo per un “nulla”, per fatti apparentemente di poco conto: non sopportava i capelli lunghi, ma neppure mettere le corna ai relativi consorti. Era tagliato a immagine e mente di Palmiro Togliatti, il capo indiscusso dal dopoguerra fino alla morte (anni ’60) A chi gli dava del tu diceva il Migliore: “Compagno sì, ma diamoci del lei”. E pretendeva dai dirigenti giacca e cravatta: “Di sinistra ma mica straccioni”. Ecco alcuni fatti allegri ma neppure troppo, direbbe l’economista Carlo Maria Cipolla. Risalgono agli anni ’60 e ’70, non proprio secoli fa.
Beretta rivoluzionaria
Tre giovani comunisti, iscritti e dirigenti, vanno ad ascoltare un compagno graduato. Uno affronta l’incontro con vestiti volutamente trasandati e una beretta in testa troppo “rivoluzionaria” per i costumi del Pci. Alcuni compagni ebbero da ridire. Qualcuno sorrise.
Troppi voti
Anni Settanta, prima delle elezioni amministrative giungono nelle sezioni dei questionari dove dovevano essere indicati le possibili persone da mettere in lista. Il segretario di quella sezione non proprio piccola, a differenza di tutte le altre della propria città, ebbe una caterva di indicazioni. Troppe. Il partito lo mise al muro; non venne neppure messo in lista.
Troppi lotti
Anni Sessanta. Un assessore sveglio e con lo sbuzzo per gli affari, acquista un podere. Lo fraziona e vende i lotti. Rassegnò le “dimissioni” dalla giunta, dal Consiglio comunale e “restituì” la tessera.
Appartamento fuori
Giungono voci che un dirigente ha acquistato un appartamento fuori comune. Nasce il dibattito; si vuole sapere come abbia fatto tanta fortuna. E se era vero o no. Era una calunnia.

Cattolica, voltare pagina si deve

LA LETTERA

– Nel confronto quotidiano sui problemi della città mi capita di ritrovarmi con amici e cittadini e discutere di politica. Spessissimo mi accorgo che la maggioranza delle persone dell’area della sinistra vive con imbarazzo le divisioni che si sono verificate a Cattolica già all’epoca delle ultime amministrative. Moltissimi (ed un’attenta lettura del voto lo ha messo chiaramente in evidenza) votarono al primo turno per la Lista Arcobaleno nella quale avevano ritrovato l’entusiasmo per i loro tradizionali ideali, poi al ballottaggio Pazzaglini per respingere le velleità della lista di destra. Quella indicazione elettorale scaturita dal malcontento della gente di sinistra che non si riconosceva più nel gruppo dirigente dei “Democratici di sinistra” della città, ma che aveva comunque scelto di rimanere nell’area di centro sinistra. Oggi a due anni dal voto la situazione è divisa su tutti i fronti Arcobaleno e Amministrazione comunale a guardarsi in cagnesco dimenticando i primi di aver votato per Pazzaglini e lo stesso sindaco di essere stato eletto con i voti dell’Arcobaleno. E proprio di questi giorni un manifesto dei partiti che sostengono l’Amministrazione comunale dal titolo “Per favore per il bene di Cattolica voltiamo pagina”, sembrerebbe un invito reciproco a rivedere le linee politiche, in primis di chi promuove l’iniziativa. L’Arcobaleno ha evidenziato nella sua replica quanto sia fondamentale la trasparenza nella gestione della cosa pubblica. E’ opportuno che si apra un confronto serio sui temi locali di grande attualità: la vendita delle farmacie comunali, la gestione dei parcheggi, il misterioso dissesto del parco “Le Navi” e non ultimo l’affrettata volontà di dedicare un luogo pubblico al precedente sindaco. Questi sono solo alcuni dei temi riguardo i quali gli elettori di centro sinistra pretendono che si superino le divisioni e che si gettino le basi per il futuro Partito democratico.

Franco Tura

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