Isola di Brescia, festa con capolavori

– Isola di Brescia: da conoscere durante la festa parrocchiale organizzata dal Comitato cittadino. Tre le giornate: 7 settembre (alle 21 la processione, a seguire, per tutti, vino e ciambella per tutti); l’8 settembre (dalle 20 con l’orchestra), domenica 9 settembre (alle 9.30 la santa messa; nel pomeriggio, dalle 16, orchestra, stand gastronomici, pesca e lotteria di beneficenza).
Sconosciuta ai più, forse anche a molti marignanesi, sono i tesori della chiesolina dell’Isola di Brescia. La frazione si trova in pianura, sulla strada tra Pianventena e Morciano. La piccola chiesa col campanile a vela dedicata a San Giovanni Battista conserva una delle più importanti pinacoteche d’arte sacra della seconda metà dell’Ottocento. E questo grazie ad un parroco, don Domenico Corbucci (1814-1887). Di agiata famiglia, il prelato aveva relazioni importanti in Vaticano, grazie alle quali riuscì a farsi dipingere, pagando, opere per una sperduta parrocchia di 200 anime, ma non per questo lontana dai centri della cultura. I suoi artisti lavoravano per il papa e la curia romana. Insomma, il meglio dei tempi.
Per tutta la vita, don Domenico, con competenza e passione, commissionò le sue opere ad artisti da valore. A parere di Pier Giorgio Pasini, storico d’arte preparato e la capacità di divulgare, il capolavoro è una Santa Lucia di Francesco Coghetti (a lui si deve il sipario di cortesia del teatro di Rimini). A Pietro Gagliardi (prestigioso autore presente nelle chiese di Roma, compresa la Basilica di San Paolo) ordinò ben tre opere: Crocifissione, Martirio di Sant’Eurosia, Gesù Pastore.
Da un altro talentato del tempo, Francesco Modesti (pittore del papa e del collegio cardinalizio), il prete amante dell’arte ottenne tre tele.
Assoldò anche Francesco Grandi (ritrattista dei papi Pio IX e Leone XIII) e i migliori insegnanti dell’Accademia di San Luca: Cesare Mariani (il presidente), Augusto Bompiani e Pasquale Frenguelli. A completare la sua unicità, la chiesolina di Isola di Brescia è in un apprezzabile contesto urbano inferiore soltanto a quello naturale.
Ambiente: è uno dei più belli della provincia di Rimini. Gli abitanti, con l’aiuto e il contributo dell’amministrazione comunale, hanno costruito una delle oasi di verde più apprezzabili della Valconca. Accanto al campo di calcio (super utilizzato), un grande parco ben tenuto e ben arredato, completato da una struttura per le feste dotata anche di una cucina attrezzata stile ottimo albergo. Il parco e il campo di calcio sono dominati dalla chiesolina: lo scrigno d’arte sacra.




Strada Tavullia, approvato progetto preliminare

– La Provincia di Rimini ha approvato il progetto preliminare per la Strada Provinciale 58, quella che porta a Tavullia e che dovrebbe tagliare fuori dal capoluogo il traffico pesante. La giunta ha deliberato lo scorso 6 agosto.
L’arteria è un intervento complessivo di 11 milioni di euro, che vede impegnata oltre alla Provincia e il Comune di San Giovanni anche la Regione Emilia Romagna, che ha già stanziato 3 milioni di euro.




Chorus Marignanensis, canto in San Pietro

Ha affrontato il caldissimo luglio romano per partecipare dal 27 al 29 ad una prestigiosa rassegna internazionale di Musica Sacra organizzata dalla Courtial International col patrocinio dell’Associazione Internazionale amici della Musica Sacra in collaborazione con il Pontificio Istituto di musica Sacra che ha visto insieme sei cori provenienti da: Cipro, Grecia, Guatemala, Romania e Polonia, oltre, naturalmente, al nostro coro che rappresentava l’Italia.
Due concerti presso le chiese di Sant’Ignazio di Loyola e di San Lorenzo in Lucina davanti ad un pubblico numerosissimo ed estremamente competente che ha ascoltato con grande interesse l’esibizione di tutti i cori partecipanti. Il sabato 28 è stato un susseguirsi di appuntamenti e impegni: al mattino tutti i cori in sfilata nel cuore della Roma monumentale per presentare alcuni brani davanti a centinaia di turisti ammirati e stupiti e, nel pomeriggio, l’appuntamento più atteso a San Pietro dove ha eseguito la liturgia musicale in gran parte composta da don Gabellini, accompagnando una messa affollatissima celebrata nientemeno che dall’altare della Cattedra di San Pietro, un momento di grande emozione e gioia che ha ripagato le coriste dei sacrifici e dell’impegno profusi. Il 2007 è stato un anno di intensa attività per il Chorus Marignanensis, interamente formato da voci femminili, guidate e dirette dalla verve e dalla maestria musicale del don Leonardo Gabellini, coadiuvato dalla preparatrice vocale, il mezzosoprano Paola Saso Leone, dall’organista Gianmarco Mulazzani e dalla vice direttrice Giuliana Capellini.
Dopo il grande successo ottenuto con il tradizionale Concerto di Natale, il 31 marzo, nell’ambito della manifestazione “Voci in festa ha presentato nella chiesa del Suffragio di Rimini lo “Stabat Mater” di Pergolesi, eseguito, oltre che dal coro cittadino, da solisti di grande qualità, il soprano Donatella Dorsi e il mezzosoprano Paola saso Leone, replicando poi, in maggio nel Santuario di Trebbio di Montegridolfo con la soprano Reiko Higa.
In maggio nuova trasferta a San Marino nell’ambito della Rassegna organizzata da Music & Friends e, l’8 luglio, la chiesa di San Pietro di San Giovanni in Marignano ha ospitato un concerto del Chorus e della Choral Mixte Crescendo, proveniente dalla Francia.
Gli impegni per il futuro: concerto con esecuzione dello Stabat Mater il 7 ottobre presso la chieda parrocchiale di San Pietro a San Giovanni in Marignano e preparazione di liturgie e Concerto di Natale 2007.

Elena Castellari




Parole da e ‘Fnil’ (Il vecchio nome di Misano Mare)

…Cella, Sirio innaffia la rotonde – Frammenti di civiltà. Lo scorso 29 agosto, attorno alle 8 del mattino, Sirio Selva è stato beccato sul fatto: nessun atto di vandalismo, nessuna imbrattatura di muri, nessun oggetto gettato dal finestrino dell’auto nel fosso. Aveva in mano un contenitore con il quale innaffiava le piante che arredono la rotonda di Misano Cella. Appassionato della natura, per anni ha consigliato e venduto, e vende, prodotti per curare le piante (agricole e da giardino). Tra i suoi hobby c’è quello di scrivere poesie, con la natura spesso come fonte d’ispirazione. La bellezza in un piccolo gesto.

…Pulizie da MotoGp – I grandi eventi sono una manna dal cielo anche per la pulizia, soprattutto gli spazi comuni: giardini, fossi (bellissimi contenitori di carte e plastica, questo svela lo sfalcio della magica erba), strade. Per il MotoGp Santamonica è stata tirata a lucido come non mai, come se avesse dovuto arrivare il papa. Benedette moto…




Strada nel Conca? Solo ipotesi

L’INTERVISTA

– La strada complanare che se ne va a zig zag nel Conca, per poi tagliare in due le frazioni Casacce e Belvedere, ed infine immettersi nella circonvallazione di Cattolica, è il tema dei temi politico, ambientale ed economico di Misano. Sta spaccando la cittadinanza ed ancora di più i partiti di governo (Ds, Margherita, Socialisti e Comunisti italiani), con le opposizioni compatte. Sulla questione dice la sua Giuseppe Piccioni, segretario della Margherita misanese.
Qual è la vostra posizione sulla strada complanare?
“Premessa. Prima di tutto, riteniamo che la strada sia indispensabile per una serie di motivi. Li vado ad elencare. Se ne parla da 20 anni; il traffico è sempre più pesante e soffoca le nostre frazioni, dove è aumentato il residenziale, il commerciale e l’insediamento produttivo. La complanare andrebbe a togliere il traffico dalla Strada Adriatica, dalle frazioni interne. Darebbe una mano al turismo e all’autodromo, che va in crisi ogni qualvolta c’è una manifestazione.
Sul tracciato è soltanto un’ipotesi, che dovrebbe poi comprendere anche la sistemazione delle vie Tavoleto e del Carro. Chiaramente, riteniamo che sia davvero innaturale farla passare tra Belvedere e il ghetto del Canadà. La logica la farebbe continuare fino al casello autostradale di Cattolica. Invece, la soluzione Conca-Belvedere andrebbe a creare dei gran guai. Ci è stato detto che ci sono soluzioni tecniche per attutire l’impatto ambientale e i rumori. Con sofferenza, a maggioranza, il mio partito si è espresso, provvisoriamente, per tale soluzione, ma bisognerà vedere quando inizierà il dibattito vero e proprio nella città e tra i partiti. E ci sarà il progetto definitivo”.
Lei dice, la logica vorrebbe che continuasse fino all’autostrada di Cattolica-San Giovanni, allora perché non è così?
“Le motivazioni ufficiali affermano che di là non serve e che c’è un problema di costi in più. Sono del parere che se si lavora in contemporanea con la terza corsia, ci sarebbero dei risparmi, delle economie di scala. Non credo che possa essere il 10 per cento in più a spostare gli equilibri economici”.
Quale giudizio dà sul governo della città che voi sostenete? Si parlava di un rimpasto?
“Un giudizio non può che essere dato alla fine. Due anni sono pochi, non si riesce neppure a programmare. Il rimpasto non ci risulta. Questa non è una giunta che ha fatto poco; sta lavorando. Ad esempio, è stato messo a fuoco il nuovo centro di Misano, la nuova scuola media. Ci sono cose in cantiere che richiedono tempo”.
Partito democratico, lei con chi sta?
“Ai primi di settembre si parte in modo ufficiale, con la costituzione del Comitato 14 ottobre, con le primarie. L’importante che il nuovo partito sia partecipativo e che riesca a trasmetttere valori veri ai giovani. Non è un caso che nasca dai cittadini e questo è un grosso elemento di novità”.
Chi indicherete voi?
“C’è un gruppo iniziale di persone: insieme a me, Marino Signorini, Francesco Della Rosa, Stefano Giannini, Paola Ottaviani e Angelo Ciaroni”.
La sede sarà quella dei ds di piazza Gramsci?
“Il Pd deve avere una propria sede”.
Che cosa la preoccupa del Pd?
“Ci saranno delle difficoltà come in qualsiasi matrimonio, anche se i due partiti da anni governano insieme. Anche se la varie anime dissentiranno, una sintesi verrà di certo trovata. Ci sono problemi negli stessi partiti, figurarsi quando due si fondono”.
Tre nomi per il segretario del Pd?
“Non riesco a fare previsioni. Una figura superpartes sarebbe la cosa migliore”.




Funghi, corso di qualità

Il Gruppo erbe e micologico, centinaia di associati, si presenta con un altro prestigioso e divertente corso di micologia generale: 4 lezioni, un’uscita e mostra conclusiva al convento di Misano Mare il 20 e 21 ottobre. Incontri nella sede di Scacciano, inizio alle 20.30, apre il sipario il dottor Antonio Manzo (nozioni di Pronto intervento). Il 12, Marco Maletti in “Funghi delle pinete”. “Funghi nell’alimentazione” è il tema che il dottor Roberto Para affronta il 26 settembre. Il 7 ottobre, pranzo a base di funghi. Mentre il 14 c’è l’uscita per preparare la mostra della settimana successiva. Le frequenze sono valide per avere il prezioso tesserino delle Marche.
Il lavoro del Gruppo misanese, coordinato dal presidente Anna Tacchi, fa di Misano uno dei maggiori centri della provincia e non solo; giungono da molto lontano per assistere alle lezioni. Negli anni i corsi (va aggiunto quello primaverile delle erbe) sono diventati appuntamenti seguitissimi.




Ciclismo e turismo, a Misano in mille

– La Fondo Silver Cross Città di Misano, valevole anche come prova unica del campionato italiano farmacisti, è un altro dei gesti d’affetto dei Signorini verso Misano. La famiglia è a capo di un’azienda che produce e commercializza farmaci, bendaggi e integratori attraverso più marchi: Silver Cross (sponsor di prestigiosi avvenimenti sportivi), Integra Sport.
La gara è in calendario il prossimo 23 settembre e sono attesi tra gli 800 ed i mille iscritti. Alcuni centinaia alloggeranno negli alberghi misanesi, allungando di qualche giorno la stagione e dando vigore ad uno dei tre slogan turistici: lo sport. Gli altri due sono: mare e natura. Con partenza a arrivo a Misano (zona Santamonica, nel piazzale antistante la Signorini Farmaceutici), due i percorsi e tutt’e due nella bellezza mozzafiato del Montefeltro: il breve e il lungo.
Il primo: Santamonica-Misano Monte (la frazione da dove provengono i Signorini)-San Clemente-Morciano-Tavoleto-Mercatino Conca-Montegiardino-Ospedaletto-Coriano-San Clemente-Misano Monte-Santamonica.
Il secondo, quello lungo. Come il primo fino a Tavoleto, da qui, poi: Casinina-Sassocorvaro-Lunano-Belforte-Carpegna-Macerata Feltria-Monte Cerignone-Montegiardino. Da qui, come nel corto, fino a Santamonica.
Sul percorso, previsti ricchi e sfiziosi ristori; finale con pasta party per tutti.
La prova misanese, è la 13^, e ultima, del circuito nazionale Silver Cross, che ha fatto tappa in Sicilia, Friuli, Marche, Emilia, Piemonte. Si è iniziato lo scorso 18 marzo a Riccione. Organizza il Gs Euro Bike Riccione.
Tra i protagonisti, attesi anche alcuni misanesi che vanno fortissimo. Tra questi Alfonso Ciccone. Ha scoperto il ciclismo solo dopo i trent’anni, ma si è trovato a proprio agio con la pedivella. Nel circuito Silver Cross, come nel campionato italiano, viaggia stabilmente fra i primi posti. Di buon livello anche: Sanzio Aureli, Loris Leardini, Andrea Lenti e Elena Franca.
L’anno prossimo Misano sarà ancora più protagonista del turismo sportivo. Infatti, oltre alla prova del “campionato” Silver Cross, si terrà anche il campionato italiano di cicloturismo Udace Csain. Così assicura Valeriano Pesaresi, il presidente provinciale. L’appuntamento è per l’ultima domenica di maggio e dovrebbero confluire a Misano tra i 3 e i 5.000 partecipanti.




Ricordi d’infanzia: anno scolastico ’45-’46 dalle suore

– Il periodo della guerra che ci ha direttamente coinvolti, tra l’autunno del ’43 e l’autunno del ’44, è senza dubbio quello che maggiormente ha segnato la mia fanciullezza. La paura delle bombe e delle granate, la paura dei tedeschi e dei fascisti, che si vedeva scolpita nel volto degli adulti, mi lasciava disarmato. Vari episodi erano successi che contribuivano a far cadere ogni difesa psicologica per un ragazzino di quell’età di fronte a così grandi sconvolgimenti dei rapporti umani.
Poi, con l’arrivo degli “Alleati”, dopo il passaggio del fronte del 2 settembre del ’44, la vita era ritornata a risplendere. Era ritornata la libertà, erano cessate certe paure ed io lo vedevo nello sguardo, ritornato sereno, dei miei genitori.
Il racconto che mi accingo a narrare appartiene però all’anno scolastico ’45-’46, perché ha rappresentato per me un’angosciosa parentesi di vita che ricordo con ansia struggente. Ho fatto precedere al racconto il periodo immediatamente precedente perchè, come diceva Alexandre Dumas, “Ogni avvenimento ha la sua profonda radice nel passato”.
Io frequentavo quell’anno la quarta elementare dalle suore, in cima alla salita della via Pascoli ed il portone d’ingresso era subito dopo quello della chiesa. L’esercito militare degli alleati aveva quasi finito di smobilitare l’occupazione delle case e delle strade. La vita normale cercava a fatica di riprendersi, pur con tutti i limiti e gli ostacoli che si frapponevano per la mancanza di tutto. La nostra maestra era suor Angelina, persona di mezza età e dal portamento severo ed autoritario.
L’aula era nel corpo sul retro del fabbricato, rispetto alla via Pascoli, verso la Piazza del Mercato e la classe era, come d’uso nel dopoguerra, traboccante di alunni ed alunne.
I miei genitori, anche se avevano una visione laica della vita, mi mandavano a scuola dalle suore allettati dal fatto che c’era lezione anche il pomeriggio e così si imparava di più, dicevano; inoltre, per alcune ore in più della giornata, potevano contare che fossi più al sicuro in un’aula scolastica che per le strade.
Tale scelta doveva comportare per loro anche un sacrificio economico, dal momento che vivevano in ristrettezze e che dalle suore si pagava, invece alle scuole comunali no.
Quell’anno il mio compagno di banco, Paolo e che noi chiamavamo Paolino, nipote della madre Superiora che dirigeva l’Istituto scolastico, era attraversato da una triste tragedia famigliare. La mamma stava morendo di un male incurabile. In classe si cercava di consolarlo.
Lui apparteneva ad una famiglia facoltosa e conosciuta del paese che era anche molto religiosa e varie ore della giornata scolastica venivano dedicate ad una serie ripetuta di preghiere, in particolare per questa mamma che, morendo, lasciava una nutrita prole.
L’aria che si respirava a scuola era pervasa da un senso di triste presagio giacché la maestra, evidentemente delusa dal corso della storia in quell’immediato dopoguerra, ci propinava sovente, con allarmante convinzione, l’imminente fine del mondo.
Il fatto poi che ci sollecitasse a pregare giornalmente, sia in classe e sia scendendo nella chiesa, conferiva all’ambiente una atmosfera carica di insicurezza che rendeva vulnerabile quella età tra la fanciullezza e l’inizio dell’adolescenza. Non passava giorno che non vi fosse un richiamo alla apocalittica visione dell’immediato domani. Ricordo che io vivevo nel terrore di perdere i miei genitori e la mia sorellina.
Suor Angelina apparteneva evidentemente a quella schiera di persone che, con la caduta del fascismo, aveva perso il proprio punto di riferimento ed in quell’anno, che era invece foriero di speranze per i più, nell’attesa del referendum istituzionale sulla scelta della Repubblica, anzichè della monarchia, lei, in evidente attesa della parusia e dell’evento escatologico, soffriva però anche della circostanza, che poi si è verificata, di non avere più, nel frattempo, il re a garanzia di chissà quali privilegi di coloro a cui lei forse credeva di appartenere.
Ovviamente, avrebbe fatto molta fatica a vedere alcuni aspetti come privilegi, le era molto più congeniale vederli come diritti divini intangibili.
Il suo terrore era alimentato anche dalla presenza dei partiti di sinistra, che fra l’altro partecipavano anche ai primi governi di coalizione nazionale, quale frutto della “Resistenza” nel primo dopoguerra e rappresentavano lo spauracchio di quanti, durante il fascismo, avevano ben vissuto e convissuto con esso e lo avevano esaltato ed anche sostenuto.
Ricordo che prima di quel settembre del ’44, cioè negli anni in cui frequentavo la prima e poi la seconda classe elementare sempre dalle suore, nelle stanze, oltre al crocefisso, erano sovente appese anche le foto del duce e del re, e quest’ultimo, nella pomposa esaltazione di grandezza e di potenza, veniva nomato quotidianamente nelle ricorrenze di rito verbali o scritte, (grazie al supporto della grottesca dittatura), quale: “Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della Nazione, Re d’Italia, Re d’Albania, Imperatore d’Etiopia” ed era alto meno di un metro e mezzo, poco più di un nanerottolo quindi e per l’appunto veniva anche ironicamente definito “il re sciaboletta”, per la piccola spadina che gli avevano dovuto confezionare. Ma ciò che più fece difetto alla sua persona di sovrano e che, fra l’altro, portò l’Italia alla rovina, non fu certo la statura fisica.
La nostra maestra era tutta d’un pezzo ed in classe valevano le regole di severità. Teneva sovente in mano, con analoga devozione come se avesse il crocefisso, un pesante tagliacarte interamente di metallo che assomigliava ad un vero e proprio pugnale.
Nel manico era scolpito l’emblema del fascio con la mannaia, che era una presenza usuale prima della guerra ma che perdurava anche nell’immediato dopoguerra.
Lei lo teneva per la punta della lama e lo sbatteva di tanto in tanto sulla cattedra per incutere timore, rispetto e silenzio, sovente lo sbatteva sulle dita dell’incauto alunno se la risposta non era esatta o se le dita e le unghie non erano sufficientemente pulite.
Lei infatti di tanto in tanto passava la cosiddetta “rivisita” alle mani.
Aveva uno strano concetto del modo di educare i meno capaci. Quando qualcuno persisteva nello sbagliare il compito, prendeva un foglio di carta bianca e vi scriveva “Asino” in lettere cubitali, poi lo appendeva con due fermagli alla schiena, sul grembiule nero, del malcapitato e scegliendo uno dei più bravi della classe gli affidava l’incarico di portarlo nelle altre aule a farlo sfilare.
Si doveva bussare alla porta delle altre classi, poi si entrava e si diceva, come era d’uso, “Sia lodato Gesù Cristo” e l’altra maestra rispondeva “sempre sia lodato”, poi si entrava in mezzo ai banchi e si faceva il giro esponendo il malcapitato, che sovente si vergognava e piangeva, alla pubblica gogna.
Io ero uno tra i più bravini e questo compito di accompagnatore mi è capitato un paio di volte e quando l’ho raccontato a casa a mia madre, non senza un certo orgoglio tipico della innocente cattiveria di quell’età, ricordo il viso riprovevole di lei che, diventata seria di colpo, mi guardò negli occhi e mi disse che la mia non era stata una buona azione. Sono cose che non si dimenticano, neanche diventando vecchi.
La lavagna nera era di quelle rotanti, agganciata su due supporti laterali che le permetteva di essere girata su un asse orizzontale.
Quando interrogava alla lavagna non disdegnava di dare un colpetto in testa mediante una pressione con la mano sulla parte alta del bordo della stessa lavagna al malcapitato alunno che dava una risposta sbagliata.
Un compagno poco incline alle virtù scolastiche, ricordo che ne faceva sovente le spese. Si chiamava, e si chiama Flavio, e nella vita ha fatto il falegname ed è stato anche cultore del ciclismo, abita ora in via Donizetti. Da adulti ci si vede raramente ma quando capita di incontrarci lui non manca mai di rammentarmi il poco raccomandabile metodo educativo di questa maestra.
Nel suo caso toccò il culmine un giorno durante una interrogazione.
Suor Angelina, evidentemente spazientita dalla poca propensione allo studio, lo picchiò in testa con il tagliacarte che con il colpo le si ruppe in mano, si staccò, cioè, la lama dal manico, procurando anche una piccola abrasione nel cuoio capelluto di Flavio, con conseguente colata di un rivolo di sangue lungo il viso.
Noi ragazzini, a quella visione, rimanemmo stupiti e sconcertati ed ancora oggi, quando capita di rinnovare il ricordo con qualche vecchio compagno, si ha sempre lo stesso senso di disappunto.
La maestra, evidentemente preoccupata per la rottura della lama, non mancò di rimarcare il fatto con una smorfia di dispiacere, dato che quel tagliacarte rappresentava per lei un regalo ed un ricordo, di una persona che doveva esserle stata tanto cara.
Forse questa nostra insegnante, fossilizzata nella sua incrollabile ed indiscutibile fede nei valori tradizionali, non era affatto innamorata del metodo educativo Montessori. Forse non ne aveva mai sentito parlare.
E’ più facile che non sapesse neanche chi era questa grande marchigiana pedagogista ed educatrice di fama, di nome Maria che, nel 1936 all’età di 66 anni, aveva dovuto lasciare l’Italia per esercitare la sua missione pedagogica con i suoi ideali democratici e pacifisti che non potevano convivere con quell’Italia del regime vergognosamente benedetta dalle alte gerarchie ecclesiastiche del tempo.
Alla fine di quell’anno scolastico, ricordo che fui capace di imporre la mia volontà a quella dei miei genitori ed ottenni di farmi iscrivere, per la classe quinta elementare, alla scuola comunale nel Palazzo del Municipio.
Oggi mi compiaccio perché mi risulta che nella nostra città anche la scuola privata abbia un equivalente buon metodo educativo ed un personale insegnante al pari con i tempi e con la scuola pubblica.

di Silvio Di Giovanni




Amarcord di Dorigo Vanzolini

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/settembre07/amarcord-1.jpg[/img]




SAPORI E COLORI DEL NOSTRO DIALETTO di A.F.

– Ai créd che tz’éra strach, t’zé tutt al dé in gir cume un chèn brach (cane da caccia) (2)
– Im dis ca so un sgumbron (mangione), ca facc piaza pulida ad tutt ni co. Mé a degh che l’è la fèma in aretrat da quand a s’éra burdèl (3)
– Avimie ‘na miseria cla s’tajèva sal curtell, an avimie tènt quant u j n’éra d’arcoj sal trén. Quand la mi ma l’armidieva pulenta e farena ad grèn, a mizdé l’éra du barafocc armést e un pèzz ad pèn (4)
– Perché al mi marid al va léss! Us ‘na pri mèl (si offende) se mé ai dagh dal sgulvanéd (mangiare con voracità). Ier l’ha fatt fora una tiréna (terrina) ad tajadlott chi bastèva ma un regimént. E pu tl’ultme ad cal brod l’ha fatt la zupa sal pèn (5)
– Setembre uva fata e i figh i pende (6)
– O fiol d’un campanil (biricchino), chi t’ha insgné a dì sti buàrie? (parolacce) (7)
– Chi è stè cla birichina che la t’ha lighè al bligh dla pènza? (cordone ombelicale) (8)
– A crideva d’avé zpgnè (risolto) ‘na bèla togna (bega-problema), invece a sin in alto mare come prima (9)
– Gira, mésta e bréla (gira e rigira), a sin sempre da capo; i ché fè o zfè (disfare) l’è tutt un lavurè (10)
– T’è santù che raza ad ton (tuono)? L’è al dievle che l’ha butt giù pli schelie da ruglun la su moj perché l’an gni aveva fatt i macarun (11)
– Sta stofa la si ztira e la si slonga cume la pènza dla Begonda (12)

– (1) Sei stato bravo e venire ieri sera! – Stai zitto, ero stanco morto. Mi sono buttato sul letto e mi sono addormentato come una pera cotta. Quando mi sono svegliato avevo ancora le scarpe ai piedi.
– (2) Ci credo che eri stanco, sei tutto il giorno in giro come un cane da caccia.
– (3) Mi dicono che sono un mangione, che faccio piazza pulita di tutto. Io dico che è la fame arretrata da quando ero un bambino
– (4) Avevamo una miseria che si tagliava col coltello, ne avevamo tanto quanto ce n’era da raccogliere in terra. Quando mia mamma rimediava polenta e farina di grano, a mezzogiorno era una pasta (fatta con acqua e le due farine senza uova) e un pezzo di pane
– (5) Perché mio marito va liscio! Si offende se gli dico che mangia con voracità. Ieri si è fatto fuori una terrina di tagliolini in brodo che bastavano ad un reggimento. E poi in ultimo in quel brodo ha fatto la zuppa col pane
– (6) Settembre uva fatta e i fichi sono maturi
– (7) Biricchino, chi ti ha insegnato a dire queste parolacce?
– (8) Chi è quella levatrice che ti ha legato il cordone ombelicale?
– (9) Credevo di avere risolto un bel problema, invece siamo in alto mare come prima
– (10) Gira e rigira, siamo sempre da capo; qui fare o disfare è tutto un lavoro
– (11) Hai sentito che razza di tuono? E’ il diavolo che ha buttato giù a ruzzoloni per le scale sua moglie perché non gli aveva fatto i maccheroni
– (12) Questa stoffa si stira e si allunga come la pancia della Begonda