Hotel DuoMo, tra i 100 progetti più innovativi del mondo

– L’Hotel “DuoMo” di Rimini è uno dei 100 progetti più innovativi del mondo. E fa tendenza. Il parere è molto autorevole; lo ha espresso il prestigioso settimanale americano “Time” (Tempo), giornale da 6 milioni di copie sparse in tutto il mondo.
Nell’allegato “Style & Design”, all’albergo riminese (pagina 27) è stata dedicato un quarto di pagina, con tanto di foto della scenografica hall: un gigantesco anello di acciaio inox che funge da reception. L’articolo racconta il genio creativo di Ron Arad, un israeliano che ha come base di lavoro Londra e che è stato lanciato nel mondo dall’industria italiana Kartell, azienda che ha fatto la storia del Made in Italy di qualità in tutto il mondo.
Il “DuoMo” si trova in pieno centro, nella stradina che fiancheggia l'”Oviesse”. Dietro c’è Pierpaolo Bernardi, un quarantenne che a suo modo cerca di dare una scossa al fare turismo di casa nostra. Il suo albergo è già finito su altre testate di prestigio, non solo italiane. Progettato da Ron Arad, l’albergo è stato arredato con gli oggetti di marchi prestigiosi del design italiano.




Sanità, che succede a Santarcangelo?

LA SANITA’

– Caso di mobbing e di malasanità-malaorganizzazione, o semplice dissidio tra operatori senza possibilità di conciliazione? E’ il dubbio che emerge quando si parla della vicenda del polo di senologia presso l’ospedale di Santarcangelo e del caso della dottoressa Giuliana Montanari.
I fatti. All’ospedale di Santarcangelo, nel reparto di Chirurgia generale, operava l’équipe chirurgica del primario Barbanti, specializzata sugli interventi della mammella. La dottoressa Montanari faceva parte di quell’équipe. Nel 2004 il dottor Barbanti, raggiunta l’età pensionabile, ha lasciato l’Ausl di Rimini. Durante il periodo di vacatio del primariato la dottoressa Montanari ha svolto buona parte degli interventi della mammella. L’Ausl di Rimini ha poi deciso di realizzare proprio a Santarcangelo il polo aziendale di chirurgia senologica, ed ha individuato nel dottor Massimo Montesi, per le sue doti organizzative e curricolari, il nuovo primario del reparto di Chirurgia generale (che comprende anche la chirurgia senologica). Il relativo progetto prevede anche il concentramento a Santarcangelo di tutti i chirurghi dell’Ausl che abbiano maturato esperienza nella chirurgia oncologica della mammella, vale a dire il dottor Antonio Manzo e il dottor Domenico Samorani, da affiancare all’équipe esistente che comprendeva anche la dottoressa Montanari. Ma è esattamente a questo punto che il meccanismo si inceppa.
La dottoressa Montanari si sente “svalutata” dal nuovo primario. Dal maggio 2006, poi, manca dal lavoro per continui periodi di malattia che, con brevi eccezioni, si susseguono fino al momento attuale. Subito dopo parte una raccolta di firme in suo favore da parte di sue pazienti. Ma la vicenda assume ben presto anche risvolti politici, nonostante sia la dottoressa Montanari, sia il dottor Montesi, appartengano alla stessa area. Il consigliere regionale di An Gioenzo Renzi rivolge due interrogazioni all’assessore per le Politiche alla salute dell’Emilia Romagna, Giovanni Bissoni in cui chiede, in sintesi, con quali criteri l’Ausl abbia scelto Montesi come primario, perché non sia stata (invece) valorizzata la Montanari, e se la sua assenza dal lavoro abbia provocato una “fuga” di pazienti verso altre strutture fuori Ausl. Renzi parla anche di demansionamento e mobbing, anche se in tal senso non risultano provvedimenti o cause aperte. E conduce questa battaglia senza l’appoggio del circolo e dei consiglieri comunali di An di Santarcangelo; il numero due del partito Claudio Di Lorenzo al congresso provinciale del partito ha attaccato, su questo, il presidente di An Renzi.
L’Ausl, che per lungo tempo ha preferito mantenere il silenzio sulla vicenda, è stata poi costretta ad intervenire pubblicamente e ha ribadito che la dottoressa Montanari non ha subito mobbing o demansionamenti, che potrà riprendere l’attività lavorativa quando riterrà, non appena le sue condizioni di salute glielo consentiranno, e che non vi è stata per fortuna nessuna fuga di pazienti, anzi il servizio per le donne affette da tumore al seno è stato potenziato con il rinnovo completo delle sale operatorie di Santarcangelo, con l’acquisizione del mammotome (apparecchio che facilita l’identificazione di neoplasie mammarie), con fisioterapia e chirurgia plastico-ricostruttiva in favore delle donne mastectomizzate, il tutto in stretta collaborazione con la Crisalide, associazione che raggruppa queste ultime.
Nonostante ciò la bagarre continua, e a questo punto è difficile capirne il motivo. Ciò che invece appare evidente è il rischio che in una situazione simile la Regione, che aveva deciso di attribuire a Santarcangelo un’importante e innovativa apparecchiatura per la radioterapia intraoperatoria potrebbe ripensarci e magari darla a qualche altra Ausl che attende alla finestra. Di chi sarebbe la responsabilità in questo caso?




Comeca, estero e nuovi prodotti

FARE IMPRESA

– La Comeca è, a suo modo, un’azienda fortunata. Di quella fortuna che poggia sulle capacità. Un anno fa, ad una fiera di settore tenuta a Bologna, hanno incontrato una famiglia di imprenditori di Malta, i Gauci. Là hanno forti interessi. Sette fratelli fanno i costruttori; due nipoti, fratelli, sono i proprietari di due punti vendita di accessori per la casa di livello medio alto, “Krea”. La prima grossa consegna fu l’anno scorso: 1.200 porte. Quest’anno hanno loro venduto 2.000 porte; soprattutto hanno messo in piedi una relazione che va oltre il semplice rapporto commerciale.
Tra le prime dieci aziende italiane per la produzione di porte e finestre, 22 milioni di euro di fatturato nel 2006, 150 addetti diretti (altrettanto nell’indotto), la Comeca è al centro di un processo innovativo su due fronti: la produzione e la ricerca di nuovi mercati, soprattutto all’estero.
Agostino Prediletto, alla guida da anni, ne è il presidente. Dice: “Ci stiamo adeguando al mercato. Cerchiamo di tenere il passo dei nostri competitori, facendo bene le cose”.
L’estero oggi vale il 20 per cento, nonostante il calo del mercato giapponese, un tempo fiore all’occhiello dell’azienda riminese. Ci sono due persone che solcano i cieli dell’Europa per concretizzare i contatti e coordinare i clienti. Alessandro passa all’estero 140 giorni l’anno. “Grazie al nostro aeroporto, è davvero poco faticoso e comodo”.
La Comeca effettua un ottimo lavoro in Grecia, Spagna, Gran Bretagna, ed è appena entrata in Croazia, con prestigio: 200 porte per un importante albergo nella zona di Spalato.
Da anni la Comeca porta il gusto del Made in Italy in Giappone. Con l’imprenditore Yamada, Prediletto è legato da vera amicizia. E’ stato alle nozze dei suoi figli e viceversa. Grazie ai giapponesi ha apportato accorgimenti tecnici alle porte e alle finestre, come ad esempio la guarnizione con le alette, che attutisce i rumori e nasconde le viti di supporto.
Nuovi mercati, ma anche nuovi prodotti. Dallo scorso gennaio è nata Comeca Group, che non è solo bel suono, ma anche contenuti. Al suo interno ci sono tre divisioni.
La prima, è Comeca e significa porte e finestre. La seconda, si chiama Sekurline, chiusure di sicurezza (blindati, portoni e non solo). La grande novità tecnologica è Exè. Il nuovo marchio significa porte in alluminio e vetro e finestre legno-alluminio.




Profondi frammenti di memoria

LA STORIA

Edito da Famija Arciunesa. Alla prsentazione presenti ben tre sindaci: Terzo Pierani, Massimo Masini e Daniele Imola. Quel giovane-vecchio di Lucio Berardi. Quelle strade polverose simbolo di miseria e pulizia

– “C’era una strada, polverosa e delimitata ai lati da due fossi nascosti dall’erba (nei quali tuttavia scorreva acqua limpida) che si chiamava via Raibano. Andava dall’attuale corso Fratelli Cervi, sul lato Rimini dell’Ospedale Ceccarini, fino più o meno all’incrocio di via Livorno, che allora non esisteva come non esisteva l’attuale circonvallazione (parliamo degli anni ’40-’50 il cui tracciato taglia…”.
Della strada poi vengono raccontate tutte le famiglie di allora, con i cognomi (Rinaldi, Fabbri, Tonti, Siboni, Abati, Pesaresi…) e i soprannomi (Lòss, Prinoun, Cruìn, Barboun, Gavagna, Magàra…).
Tutto questo ben di dio si deve alla ferma memoria e alla curiosità di Edmo Vandi. Ha raccontato la Riccione prima, durante e dopo la guerra in un libro, “L’andare del tempo” (edito dalla Famija Arciunesa). Sottotitolo, “Racconti di vita e poesie dialettali, reca la prefazione della bellissima mente di Rosita Copioli e le illustrazioni di Enzo Maneglia.
I suoi racconti sono una specie di soffitta della nonna che schizza affettuosi frammenti color pastello della riccionesità. Dove si rinviene di tutto e di più. Edmo è molto benevolo; più un testimone di vita che uno storico severo.
Nella sua speciale soffitta trovano posto persone famose e non, ma a modo loro. Personaggi che hanno avuto ruoli nella città: dai birri, ai sindaci di Riccione (da Biagio Cenni a Daniele Imola, passando per Terzo Pierani e Massimo Masini, ai tanti nomi che ne hanno solcato i viali (che poi sarebbero viuzze): Pelè, Renato Zero, Gianni Morandi, Vasco Rossi.
Per 36 anni impiegato comunale (ufficio stampa), animatore dei locali notturni, Vandi parla bene il tedesco; lingua che gli ha permesso molti ricordi intimi. Mai troppi, come ama ribadire.
Il suo vaso dei ricordi è stato presentato lo scorso 24 maggio al Palazzo del Turismo. Accanto a lui, Giuseppe Lo Magro (presidente di Famija Arciunesa), Lucio Berardi (assessore al Turismo) e ben tre sindaci: Pierani, Masini e Imola. Un platea anche Attilio Cenni, figlio di Biagio e numerosi amici e estimatori.
Insipide, melense, senza emozioni di solito sono le conferenze stampa, questa invece è scivolata via scintillante. Chi è intervenuto ha tirato fuori intelligenza.
Imola: “Racconti che sono lezioni di vita. Ci si trova gran parte delle basi culturali di Riccione, con leggerezza e profondità”.
Masini: “Edmo è l’uomo delle tre ‘C’ e della quarta ‘I’. E’ chiaro, è competente (anche se dà l’impressione che non ne voglia) ed è curioso. Lui è anche inossidabile; c’è da una vita e sembra che ci sarà per altre vite”.
Rosita Copioli: “Con Edmo vengono fuori gli antenati, le famiglie, la sostanza dei rapporti con gli stranieri che abbiamo già sperimentato. Edmo ha mantenuto quella freschezza che stenta a riproporsi nei giovani. Gli siamo grati per la varietà dei suoi sguardi. Nel libro si specchia la spettacolarità futura di Riccione”.
Il libro è scritto con un italiano semplice, piacevole ed elegante. Dove i vizi, uniti al sorriso, alla voglia di fare di una comunità, diventano punti di forza, capaci di costruire una delle capitali europee del turismo. Ora, c’è da scrivere un’altra pagina: quella della qualità, senza dimenticare lo spirito narrata da quel monello di Vandi. Il tempo del moscato di San Marino è nelle soffitte. E non c’è nulla di cui vantarsi.




Leggere il mondo con la storia di Riccione

– Prendere spunto dalla storia di Riccione per osservare quella del mondo. Da alcuni anni gli allievi dell’Istituto d’arte Fellini di Riccione partono da questo concetto e raccontano attraverso le loro arti: grafica, moda e filmica.
Quest’anno, dal 26 maggio al primo giugno, a villa Mussolini, hanno allestito “Margherita Sarfatti e Novecento”. Donna colta, affascinante, critico d’arte, fluente in quattro lingue, la Sarfatti fu amante del Duce. E attraverso la sua figura, ben guidati dagli insegnanti, i ragazzi hanno raccontato la storia dell’Italia, e non solo, di quegli anni, attraverso la pittura, i vestiti e i film (dipinti, abiti e cortometraggi fatti da loro). Parallela alla mostra, hanno messo in cartellone anche cinque conferenze, dal 28 maggio al primo giugno. Insomma, l’intelligenza ha partorito un percorso con la chiave per leggere quel particolare momento del Paese. La qualità messa in campo dai giovani fa dormire tranquilli sul futuro. Non solo di Riccione.




Masini: “Pierani non può essere la sinistra antagonista”

Tra Pierani e Masini c’è stato un siparietto in punta di fioretto, ma ficcante. Masini: “Terzo era un liberale, oggi sta dall’alta parte. Fa la sinistra antagonista che sta al di là del potere. Qualcuno ci crede?”.
La replica di Pierani: “Masini ancora non ha imparato”.
Terzo Pierani non ha aderito alla nascita del Partito democratico. Sta con Mussi. Dice: “Mai con i democristiani”.




Famiglia, in crisi per altri motivi

La ragione dell’aumento delle convivenze va ricercata in un concorso di fattori diversi, che meriterebbero una grande attenzione e che vanno ricondotti alle profonde e rapide trasformazioni strutturali e culturali che hanno caratterizzato la società in cui viviamo

“Il pregiudizio verso l’omosessualità è ancora molto forte, e non solo nella Chiesa. Pur essendovi stato, anche in documenti ufficiali del Magistero, il riconoscimento che esiste un’omosessualità permanente, dunque in qualche misura strutturale”

– I Dico non demoliscono la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio – che è in crisi per altri motivi – ma tentano di garantire i diritti e di far assumere maggiori responsabilità alle persone, sia eterosessuali che omosessuali, che scelgono la convivenza.
Intervista di Adista a Giannino Piana, teologo, esperto di bioetica, insegnante all’Istituto di Scienze Religiose di Urbino.
Secondo lei i Dico sono realmente una minaccia per la famiglia tradizionale?
“Non credo. I Dico rappresentano semplicemente il tentativo di garantire diritti e di far assumere doveri a soggetti che hanno scelto di vivere in “unioni civili”. Il moltiplicarsi, negli ultimi decenni, di tali scelte rivela senza dubbio uno stato di crisi della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio; crisi le cui cause vanno ricercate in ben altre direzioni. I Dico sono semmai la conseguenza di questa situazione di disagio”.
Il vescovo di Pavia, Giovanni Giudici, ritiene che la crescita delle convivenze – prima o a prescindere dal matrimonio – sia dovuta soprattutto all’aumento della precarietà che colpisce soprattutto i giovani, sempre più in difficoltà a trovare un lavoro stabile e una casa in cui vivere. Lei come si spiega l’aumento delle convivenze e come valuta questo aspetto?
“La ragione dell’aumento delle convivenze va ricercata in un concorso di fattori diversi, che meriterebbero una grande attenzione e che vanno ricondotti alle profonde e rapide trasformazioni strutturali e culturali che hanno caratterizzato la società in cui viviamo. Quanto afferma mons. Giudici è, al riguardo, pienamente condivisibile. Aggiungerei che ad alimentare il senso dell’insicurezza e della fragilità che conduce molti a privilegiare la convivenza vi è, da un lato, la complessità sociale, che allarga enormemente l’area delle conoscenze e delle relazioni – quanto più si estende le possibilità di scelta tanto più diventa difficile scegliere – e, dall’altro, fenomeni come l’individualismo e la cultura consumista, che attentano alla continuità delle relazioni rendendole sempre più precarie”.
Il disegno di legge del governo equipara la convivenza eterosessuale a quella omosessuale. Questo passaggio è indigesto a quella parte di cattolici che si oppone al provvedimento. Perché gran parte del mondo cattolico, sostenuto in questo dal Magistero, non incoraggia ancora le unioni stabili fra persone dello stesso sesso quando è la stessa vita quotidiana ad offrirci non pochi casi di coppie omosessuali ben più unite e leali di tante eterosessuali?
“Il pregiudizio verso l’omosessualità è ancora molto forte, e non solo nella Chiesa. Pur essendovi stato, anche in documenti ufficiali del Magistero, il riconoscimento che esiste un’omosessualità permanente, dunque in qualche misura strutturale, cioè contrassegnata da un vero e proprio modo di essere al mondo, sussiste tuttora una grande resistenza psicologica a riconoscere che l’omosessualità possa dare luogo a scelte di coppia e soprattutto che sia possibile, all’interno di tali coppie, vivere un rapporto affettivo vero e intenso. Il criterio che viene invocato non è quello della verifica della qualità della relazione, della sua autenticità e profondità; è un criterio estrinseco che tende a penalizzare, oggettivamente e in partenza, lo stato omosessuale”.
La senatrice della Margherita Paola Binetti, durante un programma televisivo, ha definito esplicitamente l’omosessualità una devianza. È deviata una persona omosessuale o l’omosessualità è una condizione normale al pari di quella eterosessuale?
“In questo la senatrice Binetti non è sola. Sono ancora molti a pensare l’omosessualità come una devianza o diversamente a ritenerla una malattia di tipo psicologico o fisico, che va come tale curata e dalla quale si può guarire. La vecchia interpretazione positivista che riconduceva l’omosessualità alla matrice biologica, insistendo soprattutto sulla presenza di disfunzioni ormonali, sembra ricuperare oggi terreno, sia pure in una prospettiva diversa, facendo cioè riferimento a motivazioni di carattere genetico. Si stenta a considerare l’omosessualità come una condizione normale, perché ci si accosta ad essa con categorie pregiudiziali, come quella di “natura” (e viene allora ritenuta innaturale o “contro natura”), ma soprattutto perché si guarda in astratto al fenomeno omosessuale, quasi fosse del tutto oggettivabile, e si dimentica che in realtà non abbiamo tanto a che fare con la condizione omosessuale ma con persone omosessuali i cui vissuti sono sempre estremamente differenziati e complessi e la cui realtà più profonda rimane, in ogni caso, avvolta (come del resto per le persone eterosessuali) nel mistero”.
In Italia sono ormai più di 25 i gruppi di credenti omosessuali che, in alcuni casi, sono seguiti da sacerdoti o addirittura da vescovi ausiliari. Che cosa ne pensa?
“Conosco personalmente alcuni di questi gruppi e ho partecipato con una certa frequenza ai loro incontri, ricavandone sempre una grande impressione. Si tratta di persone molto serie che vivono sulla loro pelle, spesso con gravi lacerazioni interiori, la difficoltà di far coincidere identità omosessuale e fede ma soprattutto – perché qui si annidano i maggiori conflitti – identità omosessuale e appartenenza ecclesiale. L’ostinazione con cui, nonostante la rigidità delle posizioni ufficiali della Chiesa, proseguono nel loro cammino è ammirevole e commovente; denuncia, in modo particolare, la grande serietà della loro ricerca e l’autenticità della loro adesione religiosa. Fortunatamente non mancano nella Chiesa sacerdoti, e persino qualche vescovo, che non esitano ad aprire loro le porte, ad ascoltarli e a seguirli. Tuttavia la severità con cui la dottrina della Chiesa continua a condannare il comportamento omosessuale genera ferite insanabili, che spesso acuiscono il senso di colpa con pesanti conseguenze sulla stessa integrità psicologica della persona”.
Purtroppo, salvo rare eccezioni, i gruppi di credenti omosessuali operano nella più totale clandestinità. Una clandestinità alle volte addirittura autoimposta per paura di essere discriminati o fatti oggetto di violenza in un contesto sociale sostanzialmente ancora ostile. Non ritiene che, se queste esperienze uscissero davvero allo scoperto, potrebbero svilupparsi una conoscenza ed un confronto più sereno sul tema dell’omosessualità a tutti i livelli della vita ecclesiale e sociale, andando così oltre pregiudizi e paure?
R: La risposta è già implicita nella domanda. È davvero auspicabile che si apra un confronto sereno, sia all’interno della Chiesa che nella società, tra eterosessuali ed omosessuali, perché si creerebbero in tal modo le condizioni per sdrammatizzare il problema, ma anche (e soprattutto) perché la reciproca conoscenza favorirebbe la possibilità del rispetto vicendevole e potrebbe dare la spinta a un vicendevole aiuto. Purtroppo siamo ancora lontani da questo traguardo e, nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi decenni, il cammino si presenta tuttora pieno di ostacoli non facilmente superabili in tempi brevi. La questione di fondo è culturale: si tratta di creare una mentalità nuova, di dare vita, in una parola, a un vero e proprio salto di civiltà.

Fonte Adista n.29, anno 2007




Romero, messa ancora da finire

– Padre Turoldo ricorda monsignor Romero: “Nessuno è andato a terminare quella messa”.

“Amico, qui ti devi fermare. E medita. E rileggi. E cerca; anzi, cerchiamo di capire: perché siamo tutti coinvolti. È intervenuto Dio, ed è intervenuto direttamente, intenzionalmente. Qui non è stato un incidente sul lavoro, come non è stato un incidente sul lavoro la condanna a morte di Cristo. Qui c’è tutto un progetto che continua. È Dio che vuol farsi capire.
Non lo ha colto (parlo naturalmente del vescovo Oscar Romero) per una strada; si potrebbe dire: non fosse passato per quella strada! Non lo ha colto in un salotto; uno potrebbe dire: non fosse andato in quel salotto! Dio non lo ha colto mentre teneva una conferenza: poteva non accettare, oppure trattare un tema asettico.
Invece l’ha colto mentre celebrava. E non poteva non celebrare. E celebrava in un ospedale. E stava con il calice in mano. E aveva appena detto che in quel calice c’era del vino in attesa di farsi sangue. Non sapeva neppure di essere un profeta così incombente. Perché, a finire la consacrazione questa volta, più che le sue parole, sono state le pallottole di altri cristiani, di poveri killers, come nel Getzemani o nel Litostrato. Sempre così: poveri soldati che non sanno quello che fanno. Mentre lo sanno i capi, i capi, sì lo sanno! E per essi sono di difficile applicazione le stesse parole di Cristo: “Padre, perdona perché non sanno…”. No, i capi lo sanno, lo sapevano, e lo sapranno: la storia lo conferma.
Invece non so se tutta la cristianità lo sappia, cioè abbia capito che qui è intervenuto Dio stesso. Perché non si è mosso nessuno: eccetto, naturalmente, i poveri. È stata stroncata una messa, e nessuno è andato a terminarla. Pure in mezzo a tanti viaggi! E non occorreva neppure fare discorsi: bastava appunto andare. Dire solo: un fratello nell’episcopato è stato ucciso mentre celebrava, perciò noi andiamo a terminare la messa. Bastava solo questo. Forse il mondo avrebbe cambiato faccia. O almeno certo i poveri non si sarebbero sentiti così soli. Perché poi, non si trattava neppure di un assassinio sacrilego, infatti non era ucciso un vescovo perché vescovo, ma è stato ucciso un vescovo perché “si è fatto popolo”. Suor Teresa dice che i poveri non hanno voce: Romero era diventato la voce dei poveri. (…)
E così, per me, dopo Papa Giovanni, dopo il concilio, la morte di Romero è il più purpureo e squillante segno dei tempi: Dio è intervenuto a tempo giusto, sull’uomo giusto, nel momento più santo, quando si consumava sul mondo la passione di suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore, Amen. Ed è certo un segno ancora più grande dei precedenti. Ma come ricordiamo che non si è avuto il coraggio, a concilio aperto, di proclamare santo il confessore di Cristo Giovanni, mentre il popolo continua a venerarlo e a crederlo santo in virtù di nessuna organizzazione; così oggi non si ha il coraggio di proclamare santo il vescovo Romero ucciso con il calice in mano, in quanto, si dice a Roma, non è morto per la fede. Quasi che morire per la giustizia non sia un morire per le opere della fede: quasi che, infatti, senza le opere della giustizia e della pace e dell’amore possa dirsi viva una fede! Cioè, non ci siamo accorti che, proprio questo è il segno che una chiesa è vera e vive: se c’è qualcuno che dà il sangue per il povero, per il popolo di Dio. E, dunque, non è questa la fede? Romero, santo vescovo della chiesa di Dio, prega per noi: perché si capisca”.

(da Adista nn. 2018-2019-2020 del 16 marzo 1981)




Parole da e ‘Fnil’

…Povere palme – Si sa, e lo dicevano pure gli antichi attraverso un adagio, all’errore non c’è mai fine e se errare è umano, perseverare quantomeno è diabolico e pure un po’ triste. Il 7 maggio, partendo dalla foce del Rio Agina verso Portoverde, hanno sostituire le rinsecchite palme di Costantinopoli con altre varietà di palme. Le prime sono state tagliate e dissotterrate. Non potevano essere piantate da qualche altra parte, oppure regalate a qualche Comitato cittadino, o a qualche misanese? Purtroppo le piante del lungomare, costate centinaia di milioni, patiscono il luogo: i venti, la salsedine, la sabbia. E sono sempre striminzite. Al momento della presentazione del progetto del nuovo lungomare, qualcuno fece notare all’amministrazione comunale che il verde non si sposava col luogo. La risposta fu che ne avrebbero tenuto conto e avrebbero provveduto… oltre che per il verde anche per le panchine (ottime per l’ingobbimento). Le piante seguono un altro adagio: terra e buoi dei paesi tuoi. Ma c’è qualcuno che la preferisce di paesi lontani. Che fare per le piante giuste? Afferma Luciano Leoni, con la sua solita verve: “E’ semplice: chiedere ad un vecchio bagnino. I giovani preferiscono l’esotico”.

…Milan vs Juve – Luciano è juventino convinto, con un senso dell’autoironia di stampo inglese, dove l’intelligenza conta più di ogni altro fattore. Tifo compreso. Nello invece è un milanista con la giusta dose di focosità e senza tentennamenti. I due hanno fatto una speciale scommessa: in caso di sconfitta milanista, Nello avrebbe fatto sfoggio dei colori bianconeri in ogni dove per un giorno intero. La sorte ha baciato Luciano che il 25 maggio, San Beda, ha portato a zonzo la maglia rossonera con l’orgoglio dello sconfitto: riso amaro. Aspettano l’anno prossimo.




“Abusivismo, Moto Gp e viabilità”

– Il mondiale di Moto Gp in settembre che richiede il lavoro di un centinaio di vigili. Lotta all’abusivismo in tandem con i colleghi di Riccione. Viabilità. Così si preannuncia l’estate del corpo vigili di Misano, forte di 15 unità d’inverno e di una trentina d’estate. Da dieci anni sono guidati da Giorgio Lauteri. Cinquantasette anni, sposato, due figlie, misanese, la sua carriera è iniziata a ventitré anni proprio a Misano. Poi, per quindici anni, è stato vice-comandante a Misano; dieci anni come responsabile a Coriano. Da dieci anni il ritorno a casa. L’anno passato, il corpo misanese ha effettuato settemila accertamenti, tra codice della strada e non, per un importo di 400.000 euro, rispettando le previsioni di bilancio.
Quale tipo di impegno rappresenterà il mondiale Moto Gp del prossimo settembre?
“E’ un evento di forte impatto per la città e la provincia, ma anche per noi. Da quattro mesi stiamo facendo riunioni con i Comuni limitrofi, la Polizia, Questura e Prefettura per organizzare la macchina a supporto dell’evento: i percorsi preferenziali, gli alternativi, i dedicati (per il soccorso, l’ordine). Sarà un weekend a prova, perché alla gara (per la domenica previste 70.000 presenze), si aggiungono vacanzieri abituali. Da un calcolo sommario, fatto da qualcuno, si avanzava la necessità di 150 agenti per turno. Dunque: 300 al giorno. Più ragionevolmente, al nostro organico, va aggiunto un congruo aiuto. Importante, sarà avere una regia unica, capace di non disperdere energie”.
Uno dei compiti è l’abusivismo commerciale, come vi muoverete?
“Nella zona di confine con Riccione, lo faremo insieme fino a piazzale Venezia. Con i colleghi di Riccione c’è sempre stato un bel rapporto di collaborazione. Fare insieme il servizio significa avere il doppio delle forze, quattro-sei agenti, con evidenti risultati. Quando non si collaborava, l’abusivo passava il confine e ci beffava. Oggi, abbiamo una maggiore forza deterrente. Negli ultimi anni l’abusivismo siamo riusciti a contenerlo, benché siano arrivare anche nuove nazionalità, come i cinesi, arrivati tre-quattro anni fa”.
Il Piano del traffico?
“Su richiesta degli albergatori, dei ristoratori, dei commercianti, il senso di marcia sul lungomare è stato invertito. Oggi, è in direzione nord-sud, da dove giungono i turisti a Misano. Vedremo se le nostre attività economiche riceveranno i benefici sperati”.
Spesso siete accusati di essere poco disposti a tollerare una certa leggerezza dei turisti nei sensi unici, che dice?
“Sulla segnaletica estiva non partiamo mai a testa bassa, cioè multe a volontà. Lasciamo sempre del tempo per assorbire il cambio di segnaletica dall’inverno all’estate. Tendenzialmente siamo portati ad essere pigri, sbadati e anche un po’ leggeri quando lasciamo l’automobile. Da parte nostra c’è un atteggiamento di buon senso. Le lamentele qualche volta sono più ad arte che reali; in altre realtà è peggio”.
Quali sono i peccati più frequenti?
“La sosta in divieto e il disco orario. Infrazioni antipatiche e odiate dai cittadini. Un tempo c’era anche la velocità, ma i dossi hanno quasi eliminato l’infrazione”.
Che cosa dice ai suoi collaboratori quando escono?
“Buon lavoro! Si danno delle indicazioni sugli interventi non abituali; l’ordinario, invece, lo conoscono già. Ho il piacere di collaborare con ragazzi validi, che lavorano con impegno e risultati. Senza il loro contributo non si corrisponde alle esigenze e aspettative dei cittadini e agli obiettivi della pubblica amministrazione. Insomma, siamo al servizio della gente”.