Città Invisibile, progetto della memoria

– La Piazza collabora al progetto “La Città Invisibile – Segni Storie e Memorie di Pace Pane e Guerra”, pubblicando dallo scorso novembre, ogni mese, un estratto delle testimonianze raccolte dall’autore Fabio Glauco Galli e redatte assieme a ogni intervistato.
Questo racconto, come i precedenti, può essere ascoltato direttamente dalla voce del suo narratore, grazie a Internet, all’indirizzo www.dallacittainvisibile.it.
Il progetto, fondato su due anni di interviste, ha prodotto anche l’omonimo spettacolo teatrale che, dopo le repliche del 2006, verrà di nuovo rappresentato il prossimo 21 aprile al Teatro del Mare di Riccione, per gli studenti delle scuole della provincia di Rimini, e la sera del 25 aprile al Teatro degli Atti di Rimini (ingresso gratuito, ore 21).
La mattina del 25 aprile, al Teatro del Mare di Riccione, verrà presentato il libro che include ogni racconto e le immagini con le quali ogni testimone ha scelto di raccontarsi.
Il progetto è stato avviato con il contributo del Comune di Riccione, con il patrocinio dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e della Provincia di Rimini, in collaborazione con l’Istituto di Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della Provincia di Rimini, con l’Associazione Riccione Teatro e con il Laboratorio Maan Ricerca e Spettacolo.
Hanno inoltre scelto di sostenere il progetto anche Geat SpA, Iabadabadu Piacere di comunicare, la Piazza della Provincia e Arci Rimini.




Sulle strade budella sparse

– Io non sono mai stato tipo da aver paura, neanche se avessi incontrato il diavolo. Non avevo paura nemmeno degli apparecchi, perché non ci potevo far nulla, neppure quando a Rimini portavo i viveri a Venturi e mi capitava di imbattermi in un bombardamento. Le fortezze volanti venivano quasi tutti i giorni e le bombe cadevano a caso, poi per strada trovavi sparse le budella della povera gente. Se mi fosse cascata una bomba addosso, era destino. Sarei morto e zitti. L’unico pensiero era la convinzione che, per l’opera che stavo compiendo, almeno sarei andato in paradiso.
Fu però in questo secondo rifugio a Serravalle, con Max, che me la passai brutta come mai fino a quel momento. Fu quella la vera paura.
Ricordo che eravamo tutti prostrati dalla stanchezza. Il giorno che mio babbo seppe dei tre impiccati a Rimini, portandogli da mangiare ne parlò a Max, ma, in quel poco che potevano capire l’uno dell’altro, l’americano comprese che io fossi uno dei tre morti e si mise a dire che era meglio che smettessero di aiutarlo, perché, se io ero morto, allora anche lui si sarebbe ammazzato con un colpo di pistola. Per Max continuava ad essere sempre più difficile, così costretto com’era a non uscire mai dal rifugio in cui lo tenevamo nascosto. Mio babbo allora cercò di fargli coraggio e quando ci videro, a me e a Mario Ricci, comparire da lontano, Max corse fuori dal rifugio per raggiungerci e mi abbracciò stringendomi forte, con le lacrime agli occhi, per una decina di minuti.
Sempre qui, pochi giorni dopo, ce la passammo brutta come mai prima d’allora. Era mezzogiorno ed eravamo entrambi proprio all’imbocco della grotta: in quell’istante lui era appena entrato ed io quasi. Mezzo minuto prima eravamo a parti invertite: lui fuori ed io dentro, stavamo scavando nella terra con un pugnale. Mentre cercavo nella giacca il fazzoletto per asciugarmi la fronte dal sudore, dall’alto del dirupo sotto al quale eravamo comparvero improvvisamente due ufficiali tedeschi, urlandomi: “Cosa fare lì?” Se avessero scoperto anche Max, ci avrebbero fatto fuori tutti e due. E per terra, in vista, c’erano due pistole e due bombe a mano.
Io rimasi di sasso, non sapevo cosa rispondere, un pò mugolavo e un pò gesticolavo, come un infelice, mostrando la lunga ferita che avevo sulla coscia. E fu solo per pura fortuna, senza che neanche me ne accorgessi, che la giacca, cadendomi dalle mani, andò a coprire le armi. Poi, mentre i due tedeschi scendevano verso di noi, presi il mio bastone e zoppicando andai loro incontro. Loro annuirono, “Ja! Ja!”, come se, messo come ero messo, non fossi più degno della loro attenzione e poi comparve anche il resto dei soldati, saranno stati una cinquantina, che si misero tutti ad abbeverare i loro muli nel laghetto proprio di fianco all’ingresso della grotta. Allora nascosi le armi in una buca e, per tenerlo nascosto, feci scivolare Max nello stesso laghetto in cui bivaccavano i muli, ma sul lato opposto, quello coperto dai rovi in cui era più difficile accorgersi della sua presenza. Poi, in qualche modo, sempre zoppicando col mio bastone, assieme ai soldati mi misi a mangiare l’uva matura di una pergola lì vicino.
Ad un certo momento mi feci da parte e chiesi alla contadina della pergola, di lì a qualche ora, di scendere verso il laghetto come se niente fosse, a raccogliere i radicchi, e di chiamare Max, facendo attenzione che nessuno fosse vicino, ma proprio nessuno. Lei lo fece, una prima volta, senza avere alcuna risposta. Allora le chiesi di tornare una seconda volta, ma di riprovare tra le viti, sperando che Max potesse essersi rifugiato lì nel frattempo, e poi una terza volta ancora più in alto, tra le querce, temendo che i tedeschi ne avessero scelta una per impiccarlo. Anche qui nessuno rispose.
Fu solo quando potei scendere io, alle quattro del pomeriggio, dopo che i tedeschi se ne erano andati, che Max emerse fradicio dai rovi del laghetto e mi strinse forte, piangendo, ed io con lui che mi diceva di non lasciarlo mai più, fermi e appesi l’uno all’altro quasi mezz’ora.
Allora partimmo per un altro rifugio, verso la Torraccia, in un’altra parte del territorio di San Marino, dove già era nascosta la mia famiglia. Il fronte si faceva sempre più vicino e noi, lì, gli ci facevamo ancora più vicini. Ricordo che con noi avevamo un tino pieno di vino. Pesava così tanto che lo reggevamo in due, da un lato e dall’altro, ma, quando arrivammo sul lato della conca su cui era più facile che cadessero le granate, allora lo abbandonammo per affrettarci. Ero convinto che l’indomani sarei tornato a riprenderlo.
Alla Torraccia c’era un capannone di legno in cui erano custoditi tanti cavalli tedeschi, uno più bello dell’altro. E ci eravamo appena fermati lì, per una sosta, quando cominciò un bombardamento terribile. Come se all’improvviso fosse arrivato un fiume di granate. C’erano tuoni e sibili, di continuo. Cercammo quindi di affrettarci ancora più veloci verso il nostro rifugio. Era sull’altro lato della conca, verso le linee da cui sparavano gli alleati. E per la strada incrociavamo i soldati tedeschi in ritirata. Indietreggiavano, urlando, tutti insanguinati. Per loro era come se noi, vestiti da civili, non esistessimo. Finché arrivammo al rifugio: io ero con la mia famiglia, Max in un altro quaranta metri più in là. Entrambi venivamo sorvolati dal tiro dei cannoni alleati, che partiva dalla sommità della collina ed arrivava a segno davanti ai nostri occhi sull’altra collina. E qui restammo una decina di giorni, in mezzo al fronte, proprio nella terra di nessuno, e davanti a noi vedevamo tutti i combattimenti. Era una carneficina. Da un lato salivano una quindicina di soldati alleati (quasi tutti dalla pelle bruna, color creta), stringendo la bandiera inglese che io vedevo per la prima volta nella mia vita, e i tedeschi con la mitragliatrice li falciavano sul posto. Poi di seguito arrivavano due soldati con le barelle, con la croce rossa avanti e dietro sulla divisa, a raccogliere quei poveretti tutti sbudellati. E questa scena si ripeteva continuamente: davanti ai nostri occhi vedevamo che, gruppetto dopo gruppetto, li mandavano tutti a morire. Una cosa orribile, da assassini. E, a seconda di dove partivano le pallottole tedesche, gli inglesi orientavano il tiro dei loro cannoni e le schegge delle loro granate facevano il resto, schizzando come coltelli in tutte le direzioni. Si vedevano morti ovunque e tutto veniva spianato dai colpi.
Quando la battaglia terminò, io mi presentai assieme a Max alle truppe inglesi. Un ufficiale gli chiese con sarcasmo se tutto quel tempo era stato bene coi partigiani, al riparo dalle battaglie (anche perché tra inglesi e americani non correva buon sangue), ma Max fece un ghigno e ci passò sopra. Era troppo commosso per darci peso, era salvo. Poi ci portarono entrambi in una cantina a Vallecchio. A dormire lì, dopo tutti quei giorni sottoterra, mi sembrava di essere sul più soffice dei materassi. Gli inglesi volevano che all’indomani avanzassi con loro, a scoprire dove fosse l’artiglieria tedesca, ma io volevo tornare dalla mia famiglia e a casa, così accompagnai Max fino alle forze a Morciano e quindi ci separammo definitivamente.
Fu l’ultima volta che ci vedemmo, ma non perdemmo i contatti. Dopo la guerra, la prima cosa che mi spedì dall’America furono due chili di sale. Era un modo per non dimenticarsi di tutte le volte in cui avevamo preso la carne dalle bestie uccise dalle granate, provando poi invano ad ammorbidirla nell’acqua. Era immangiabile, serviva il sale che non avevamo, ma la mangiavamo ugualmente, perché serviva comunque a toglierci la fame.
Poi, per diversi anni, continuai a ricevere lettere e foto da Indianapolis, in cui mi raccontava della sua vita: lui, sua moglie, suo figlio, i suoi genitori, quello a cui era riuscito a tornare.

[b]Olmeda -[/b]
[i] E’ nato a Spontricciolo, quando era ancora comune di Rimini, il 7 maggio 1922.
Figlio e nipote di fabbri, cresce tra la bottega e le colonie dove vende souvenir a bambini e soldati in convalescenza.
Di fede comunista, come tutta la sua famiglia, durante la guerra svolge attività di propaganda contro il regime fascista e partecipa a numerose azioni partigiane. Inoltre, per 125 giorni nasconde e protegge Max Johnston, un aviere di Indianapolis, precipitato con i suoi compagni nella zona di Mulazzano. Nel dopoguerra, riprende su più larga scala la sua attività precedente e riesce a costruire un proprio albergo, tuttora gestito dalla figlia.[/i]




Con allegria ma non troppo – Spigolature degli scrondi

[b]…Che buffonata![/b]
– Dopo che l’assessore Mario Galasso ha dichiarato che il ministero dell’Ambiente sta verificando le compensazioni ambientali relative al progetto della terza corsia dell’autostrada, si è scatenata una bagarre tra le forze politiche, fino ad arrivare alla presentazione di due ordini del giorno in Consiglio comunale praticamente simili, uno proposto da Forza Italia, l’altro dalla maggioranza; entrambi richiedevano che le procedure fossero snelle e tempi di realizzazione certi e possibilmente veloci. Di fronte alla richiesta del capogruppo dei Ds Angelini di convogliare i due testi in un unico ordine del giorno, spogliati entrambi da valutazioni politiche, incentrato esclusivamente sul problema della realizzazione della terza corsia, c’è stato il rifiuto di Forza Italia. Risultato: bocciata la proposta di Forza Italia, approvata la proposta della maggioranza. Sorprende come sempre la Margherita: si astiene sulla proposta di Forza Italia, forse per dare una bacchettata sulle dita all’assessore Galasso, accusato dal segretario Giuseppe Savoretti di lavorare per bloccare il progetto.

[b]Ville, scontro in casa Ds![/b]
– E’ esplosa una curiosa polemica sulla possibilità che l’amministrazione riconsideri i vincoli urbanistici sui villini e giardini, situati soprattutto nella zona dell’Abissinia, via Trento Trieste e dintorni. Non sono dei vincoli posti dalla Sovrintendenza alle Belle Arti, ma posti nei primi anni ’90 dall’allora giunta con sindaco Massimo Masini, per evitare che in una fase di grande speculazione immobiliare, piccoli edifici potessero diventare dei veri e propri condomini, a discapito dei giardini che circondano queste abitazioni costruite dagli anni ’30 agli anni ’50. Colpisce che la vera polemica sia stata tutta interna alla maggioranza e soprattutto in casa Ds; il gruppo di lavoro del partito a conclusione di un accurato lavoro ha dichiarato che quei vincoli vanno mantenuti, anzi come richiede l’università di Firenze che ha riesaminato la situazione, andrebbero salvaguardate altri edifici e giardini, al contrario del sindaco Imola che è più possibilista: della serie continua la battaglia tra i giovani leoni che rivendicano spazio (e il nuovo sindaco) e la vecchia guardia che difende posizioni e poltrone.




Fuzzi, un bagnino che ha fatto storia

– La prima volta che ho incontrato Nino Fuzzi è stato, circa tre anni fa, in occasione di un service del Lions Club Cattolica sull’erosione marina. Ricordo che nell’occasione è intervenuto nel dibattito con un’educazione ed una timidezza che si scontravano con l’immagine del “padre padrone” della Cooperativa bagnini che molti, ingiustamente, gli avevano attribuito. La seconda volta l’ho incontrato nel periodo pre-elettorale quando Forza Italia propose la mia candidatura a sindaco di Riccione e Nino Fuzzi accettò di far parte della mia lista.
A dire il vero la scelta che fece non fu improvvisa ma a lungo meditata e soprattutto fu preceduta da serrati confronti con le persone a lui più care fra le quali l’avvocato Luciano Manzi, di cui aveva stima e fiducia, che non riuscendo a farlo desistere lasciò intuire un debole assenso. Ciò fu sufficiente perché Nino si gettasse subito nella mischia senza risparmiarsi, anche fisicamente, con la spalla lussata a causa di una sciocca caduta conducendo una campagna elettorale tutta sull’arenile, bagnino per bagnino. La cosa straordinaria, per me che l’accompagnavo, fu che di ognuno conosceva la storia familiare che immediatamente mi rappresentava: ecco i Corazza, i Pronti, i Casadei, i Mulazzani, Cis-Bròsch (credo si scriva così), Speranzino, ecc.
Entrato in consiglio comunale si è immediatamente distinto per lo straordinario interesse sul piano spiaggia, sullo stato di salute del mare, sull’erosione, oppure ancora sulla darsena di Cattolica futura minaccia per la spiaggia della sua amata Riccione, ma di questo parlano già gli atti comunali per cui non voglio soffermarmi. Ciò che mi piace ricordare sono, invece, le molte ore della notte trascorse, dopo il Consiglio, sul marciapiede del comune, quando accompagnati dalla luna e dalle stelle e dal silenzio, mi faceva vivere, attraverso i suoi racconti, la vita marina e marinara del dopoguerra, del boom economico, degli anni ’70, di quando la spiaggia era fatta di dune (perché i Verdi ancora non c’erano!), del contrabbando di sigarette e delle lotte per la vita della Cooperativa.
I suoi aneddoti mi regalavano momenti di straordinaria allegria.
Credo e spero di aver ricambiato quei momenti, facendo felice Nino due volte: la prima quando gli regalai la foto che ci ritraeva con Romano Mussolini sulla terrazza di Villa Mussolini in occasione dell’inaugurazione (quel giorno di luglio ebbi la fortuna di assistere al loro dialogo, era il dialogo di due nonni che evocavano i giorni della loro infanzia dei loro giochi e delle loro interminabili partite a tennis interrotte dal richiamo per la cena di Donna Rachele).
La seconda volta, invece, fu quando gli regalai un libercolo sul socialismo riminese contenente la foto che lo ritraeva, insieme ad altri compagni socialisti (fra i quali si riconosceva il dott. Vincenzo Di Falco con il figlio, vestito coi pantaloni corti, sulle ginocchia) all’inaugurazione della sede del partito socialista di Riccione. Potrei continuare col ricordare anche un altro Nino: quello offeso dall’arroganza e dalle ingiuste minacce di qualche avversario politico, quello offeso per il comportamento di alcuni suoi amici e soci della Cooperativa, ma non lo faccio perché sicuramente lui non vorrebbe ed allora rinuncio per ricordarlo come uomo mite, onesto, volenteroso, amante del “suo” mare, della “sua” spiaggia e soprattutto innamorato dei suoi figli di cui era orgoglioso. Ancora un uomo che, nell’ultimo istante della sua vita, ha voluto pensare agli altri chiedendo scusa per le sue mancanze e regalando a tutti nel momento del cordoglio un momento di serenità.
Per questo mi rimarrà negli occhi e nel cuore l’immagine dell’ultima mia visita al suo capezzale quando allontanandomi, benché fosse già privo di forze, mi ha serenamente sorriso e fatto ciao con la sua mano sinistra che fino a qualche istante prima aveva stretto la mia.
Ciao Nino, grazie e che i gabbiani ti accompagnino in cielo.

di Marzio Pecci




Il libro: Nuova California

– “Nuova California” – romanzo noir sul ’77 e la fine della politica -, edito da Stampa Alternativa, è l’ultimo lavoro di Pietro Angelini. 47 anni, riminese, studioso di culture orientali, Angelini vive e lavora tra Rimini, Mosca, Mumbai, Pechino. Sempre per Stampa Alternativa ha già curato tre volumi di Fiabe tibetane e la Cerimonia del tè. “Nuova California” è il suo primo romanzo.
“La comparsa del cadavere d’uno sconosciuto gettato dal mare sulla spiaggia, dà l’avvio a una serie di vicende con al centro una Rimini notturna e invernale: livida, claustrofobica, percorsa da pericolose ombre nomadi e avvolta in un’estricabile trama nera. Il crudo memoriale d’un reduce del movimento del Settantasette perseguitato da cricche criminali e dalla polizia come dalle proprie nevrosi e dai ricordi d’un fallimentare passato politico…”.
Andrea G. Pinketts nella sua prefazione scieve: “Questo romanzo è un breve ‘lungo addio’ chendleriano…”.




Vichi: ‘Un partito contendibile’

– Ermanno Vichi, la vecchia volpe della politica riminese, nel corso del congresso provinciale dei diellini che si è svolto domenica 11 marzo ha detto che “la Margherita deve diventare un partito contendibile”. Parola difficile “contendibile”, ma che forse più di ogni altra rende il senso di quale destino intenda costruirsi quel pezzo di centro.
Partito contendibile, nelle parole di Vichi, sta a significare uno di quei partiti non grandi ma che, schierandosi, fa la differenza. Fa sì, cioè, che una coalizione vinca o perda le elezioni. Vichi lo ha detto chiaramente: “Noi possiamo illuderci di essere un partito grande. In realtà siamo un grande partito di medie dimensioni. Ma siamo un partito contendibile, e dovremo esserlo sempre di più”.
Un messaggio che Vichi ha mandato, con estrema chiarezza, anche ai Ds assieme ai quali, tra breve, si andrà a creare il nuovo Partito democratico. All’interno di quella nuova aggregazione gli uomini che ora sono della Margherita, ha fatto capire Vichi, dovranno continuare a contare, con un peso che non necessariamente deve rispecchiare pedissequamente il peso elettorale, proprio perché se la Margherita non ci sta rischiano di saltare tutti i progetti.
E forse non è un caso che lo stesso ragionamento l’abbia fatto anche Mauro Ioli, il nemico storico di Vichi. “Ora la Margherita ha molti suoi uomini in ruoli di responsabilità e di potere. Quando saremo nel Partito Democratico dovremo continuare ad avere ancora molti uomini in ruoli di potere”. Discorso che qualcuno ha interpretato come un “raddoppio” di cariche: tra il 2009 e il 2011 la Margherita potrebbe avere sia il sindaco di Rimini (Ravaioli) sia il presidente della Provincia (il candidato naturale è Maurizio Taormina).
Vale la pena ricordare che, proprio in vista di quello che sarà, quasi sicuramente, l’ultimo congresso Dl, Ioli e Vichi abbiano fatto (anche se obtorto collo) la pace, dando vita ad un’alleanza che ha portato a congressi unitari, con conseguenti acclamazioni dei segretari di Rimini (Enzo Fabbri) e della Provincia (il giovane Gigi Bonadonna).
Insomma la Margherita non ha nessuna intenzione, neppure a Rimini, di disperdersi dentro il Partito Democratico. Vichi, Ioli, ma anche Fabio Zavatta, il sindaco Alberto Ravaioli, lo stesso Bonadonna, tutti coloro che sono intervenuti, hanno fatto capire che i princìpi, i valori, le idee storiche del partito cattolico, erede della Dc, non andranno persi.
Ma proprio qui sta il punto: tutti gli intervenuti al congresso della Margherita hanno posto l’accento, direttamente o indirettamente, sulle poltrone e sui valori (sì alla famiglia tradizionale, no ai Dico, no alla fecondazione assistita, non all’eutanasia?), mentre molto meno si è discusso, ad esempio, di urbanistica. Segno che conta di meno, o piuttosto che su quella, sul mattone, che simboleggia quelle politiche che portano soldi e di conseguenza consenso, tutti si è d’accordo.
I pochi accenti posti sull’urbanistica sono arrivati, tra i big della Margherita, da Zavatta e da Raffaella Guidetti al congresso comunale. Entrambi hanno giudicato indispensabile la fine di politiche quantitative, sul fronte urbanistico, in favore di politiche qualitative. Ma i loro interventi sono parsi di più un modo per mettere in difficoltà il sindaco di Rimini Alberto Ravaioli in virtù di schermaglie tutte politiche e legate a futuri organigrammi, piuttosto che ad preciso e forte impegno sullo sviluppo sostenibile.
E il timore che può venir spontaneo ad un elettore, che magari si aspetta un po’ di cambiamento dal Partito Democratico, è che l’unico cambiamento stia nel nome. Mentre le politiche, quelle che davvero contano, quelle urbanistiche ed economiche, continuino a farsi col vecchio metodo. Nascoste, magari, da un bellissimo dibattito etico-morale sui Dico.

di Francesco Pagnini




Carim, annata da utili record

– Conferenza stampa telegrafica quella di mercoledì 28 marzo al secondo piano di Piazza Ferrari. Il presidente della Cassa di Risparmio di Rimini Fernando Maria Pelliccioni e il direttore generale Alberto Martini arrivano pochi minuti l’uno dall’altro. Il dato è record ma i nuovi principi contabili (Ias) calano l’entusiasmo.
Dunque attenzione ai numeri, specialmente nei confronti con il passato. La banca leader della provincia di Rimini, con 710 dipendenti e 110 filiali, realizza nel 2006 un utile pari a 19,9 milioni di euro, 5 milioni in più rispetto ai 14,06 del 2005.
“L’utile di esercizio 2006 però – dice il direttore generale – si presenta in leggero calo. Questo perché riditerminando il bilancio del 2005 in base agli Ias, l’utile 2005 sarebbe stato pari a 23,8 milioni di euro contro i 19,9 del 2006”. Dunque in calo del 16,38 per cento secondo i principi contabili internazionali, in crescita del 35,7 per cento come puro dato.
Passando in rassegna tutti gli altri principali dati di bilancio, le crescite sono importanti. Un andamento che testimonia da una parte l’apprezzamento che la clientela riserva all’istituto, dall’altra l’ottima remunerazione dell’attività di intermediazione creditizia e del collocamento di servizi bancari.
L’istituto, che dal 2002 al 2004 ha investito 160 milioni di euro acquisendo 27 sportelli dal Gruppo Capitalia e l’intero pacchetto azionario dell’Istituto Bancario Sanmarinese, ha realizzato una raccolta complessiva pari a 5,39 miliardi di euro (+9,15%). Quella diretta ha toccato i 2,92 miliardi di euro (+12,5%), l’indiretta i 2,47 miliardi di euro (+5,43%). Sul versante degli impieghi la Cassa raggiunge 2,71 miliardi di euro (+8,14) portando il rapporto impieghi-raccolta diretta al 92,68%. In pratica la Banca, ogni 100 euro di raccolta, concede finanziamenti per 92,68 euro. Significativo anche l’aumento dei finanziamenti a medio e lungo termine.
Nel 2006 registrano una crescita del 9,84% raggiungendo 1,8 miliardi di euro. I prestiti concessi hanno interessato tutti i vari settori del mondo produttivo con una particolare attenzione alle aree di operatività storica della banca. Ottimo il rapporto sofferenze ed impieghi: 1,01 per cento contro 3 del dato nazionale. Passando ai dati di bilancio relativi all’attività di intermediazione creditizia, il margine di interesse è pari a 89,64 milioni di euro (+11,46%), il margine di intermediazione sale a 136 milioni di euro (+9,93%). Molto forte la crescita del margine operativo lordo; si posiziona a 67,60 milioni di euro (+20,18%).
Sempre consistente il patrimonio; al netto dell’utile di esercizio è pari a 364,19 milioni di euro (+4,22%). Top secret l’entità del dividendo che – assicurano i vertici – sarà senz’altro superiore al 2005.




E ora puntare ad uno sviluppo di qualità

– Adriano Aureli, presidente Confindustria della provincia di Rimini: “In questi anni le imprese si sono trasformate lavorando sodo ed oggi stanno raccogliendo i frutti.
La crescita rilevata dalla congiuntura è una chiara dimostrazione che le aziende hanno saputo innovarsi ed internazionalizzarsi. Un impegno che ha permesso alla realtà imprenditoriale della provincia di superare la crisi, stare al passo con la domanda, raggiungere obiettivi importanti giocando da protagonisti sul mercato globale.
Affinché l’innovazione delle aziende si traduca in innovazione del territorio è necessario, come abbiamo fatto emergere con il Progetto Rimini e i Creativi, pensare alla Rimini del futuro. Dobbiamo cogliere la ricchezza di tutto il territorio per condividere un piano strategico che ci porti a disegnare come saremo da qui a 20 anni.
Non possiamo però dimenticare i problemi di oggi. A partire dalle infrastrutture e dalla mobilità. Colgo anche l’occasione per riportare l’attenzione sull’annoso problema delle aree industriali. Ci auguriamo che presto vengano create le condizioni affinché le industrie sul territorio possano vedere soddisfatte le loro esigenze. Inoltre, non dobbiamo dimenticare i giovani. Dobbiamo lasciare loro molto spazio”.

Giancarlo Ciaroni, presidente Legacoop provinciale: “Nei dati convivono molte complessità; ci sono attività dinamiche e altre no. E’ evidente che il turismo è andato bene, ma non siamo al pre-’89, come valore globale. E poi vanno aggiunti due milioni del congressuale che una volta non c’erano Buono il dato del lavoro: più crescita e meno disoccupazione. E’ indubbio che il nostro futuro passa per la strada della qualità: difendere la qualità del mare, dell’accoglienza e delle infrastrutture”.

Mauro Gardenghi, segretario della Confartigianato: “La nostra lettura dei dati è in controtendenza; il nostro è un cauto ottimismo. La lettura di maniera non ci interessa. I dati 2006 sono migliori del 2005 perché fu un anno negativo. I problemi ci sono ancora tutti. E’ aumentata solo l’edilizia e sono piccole imprese gestite dagli extracomunitari. Non esiste il distretto della moda e non è nato quello della natica. Nell’occupazione, nel Pil siamo gli ultimi della regione. Nel turismo le presenze dicono poco, contano i volumi d’affari”.

Enrico Santini, presidente Unione agricoltori: “L’economia, a Rimini, va bene se va bene il turismo. Altrimenti è un falso sviluppo. E il turismo va bene se il territorio resta vivibile. Se il paesaggio resta accattivante. Se Valconca e Valmarecchia verranno valorizzate per le loro bellezze e non lottizzate per speculare “continuando con questa economia di rapina. Non dimentichiamoci che in dieci anni, i questa provincia, ci siamo mangiati, costruendo, un territorio pari a quello del comune di Verucchio. Abbiamo fatto una vera economia di rapina sul nostro territorio. Altro che felicità per qualche ‘più’ sui dati. Si parla tanto del ‘sistema Rimini’, ma se questa è la nostri visione, direi che è solo miope e corta, altro che ‘sistema'”.

Roberto Brolli, presidente provinciale Confcooperative: “Come cooperazione c’è un certo ottimismo; il nostro modello risponde all’economia locale soprattutto nei servizi e nel sociale. Il futuro non può che essere legato alla qualità del prodotto e del servizio e deve coinvolgere tutti i settori. E soprattutto la piccola impresa che ha un rapporto diretto con il cliente finale. Quanto ai dati annuali della Camera di Commercio hanno sempre avuto peso poi nell’ambito delle scelte strategiche del territorio”.

Alberto Brighi, presidente di Api (Associazione piccole e media industria della provincia di Rimini), è appena tornato dalla Cina. Argomenta: “In Cina abbiamo ottenuto incontri positivi, ma vanno sfruttate, ma senza il rischio di autocompiacersi. Abbiamo la capacità di fare i prodotti, la capacità creativa, la capacità di proporre e vendere i manufatti, ma ci vuole la capacità di fare sistema che ci manca. Siamo in grande ritardo sulle infrastrutture e sulle aree industriali, con i tempi lunghi che vanno a penalizzare le imprese. Insomma, se ci culliamo, andiamo a prendere delle legnate. Il punto forte della nostra economia è il mix tra turismo e attività produttive”.




Economia, burro o cannoni? Perché non un po’ e un po’?

– Il cancelliere tedesco Bismarck (il loro Cavour per sagacia e capacità), al quale si deve l’unificazione della Germania nella seconda metà dell’800, aveva uscite fulminanti. In una di queste disse che con la ricchezza lo Stato poteva scegliere se fare tutto cannoni (e carne da macello), oppure tutto burro per i cittadini. Forse la risposta giusta sarebbe un po’ e un po’; mentre i guerrafondai direbbero solo armi e i pacifisti ad oltranza (come non essere d’accordo in via di principio) soltanto burro.
Gli economisti moderni usano sintetizzare quest’uscita pittoresca in Benessere economico netto (Ben), cioè la qualità della vita. Negli Usa c’era più qualità di vita nel dopoguerra che oggi, con la loro ricchezza triplicata. Una società nella fase dello sviluppo punta sulla quantità, sulle grandezze. Insomma, all’accumulo. Mentre con la pancia piena, col benessere, con la cultura, con le buone maniere, si vorrebbe la cosiddetta qualità della vita. Uno sviluppo che tenga conto dei più deboli, dei valori veri dell’uomo: libertà, uguaglianza, giustizia. Di uno sviluppo urbano civile: case giuste, il verde, ambiente sano. Utopia? Non luogo? Da noi purtroppo sì; altrove, con comunità più evolute, ci sono riusciti: nelle piccole (come abitanti) Danimarca, Svezia, ma anche l’affollata Germania. Siccome, le menti italiane sul lavoro poi così arretrate non sono, si ha bisogno soltanto di un po’ di coraggio. Di pensare ad uno sviluppo meno arrembante, meno caotico, più condiviso. Ci vuole molto più civiltà di quella che serviva a don Abbondio per sposare Renzo e Lucia, i personaggi-non personaggi dei Promessi sposi del Manzoni. In più, lei, Lucia, non era neppure carina.
La svolta dovrebbe arrivare dalla politica, se il cittadino fosse meno arrembante, più controllore, meno furbetto.




Economia, si riprende ad esportare

Artigianato in crescita. Manifatturiero stabile. Commercio fermo. Edilizia va forte. Viva, vegeta e con la voglia, lo sbuzzo di crescere. Ma puntare assolutamente alla qualità dello sviluppo e non soltanto alla quantità. Così si può sintetizzare il 2006 economico della provincia di Rimini e il suo sguardo sul futuro, illustrato lo scorso 22 marzo, durante la presentazione del rapporto annuale economico. Da alcuni anni lo pubblica la Camera di Commercio in tandem con la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. Si è tenuto nell’aula magna dell’Università. Iniziato alle 17.30, c’era davvero una sala da re. Tutta la classe dirigente provinciale, economica e politica insieme per riflettere, discutere, dibattere e cercare di ripartire.
Luciano Chicchi
Lucido, fuori dal coro, la riflessione di Luciano Chicchi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini e padrone di casa. Il suo spunto, con un tono di voce calmo e leggero, ma in grado di abbattere un bisonte e della durata di pochi minuti: “Il rapporto permette una riflessione reale, per incidere poi sul territorio. C’è un punto critico, Rimini non ha individuato le scelte strategiche del futuro. La società civile è ricca di fermenti e frammentata. Abbiamo un tessuto forte, di oltre 33.000 imprese. Il mercato è diventato molto competitivo, complesso. Negli ultimi anni sono sorti numerosi consorzi, sono queste le risposte? Ci si pone altre domande: come intervenire con nuove infrastrutture, come affrontare l’ampliamento delle aree industriali per non fare emigrare altrove le nostre aziende. Vanno date delle risposte che possano diventare una risorsa. Si ha bisogno di un progetto di città, affinché l’edilizia possa essere un valore positivo per lo sviluppo del territorio. La sensazione è che ci si è mossi senza progetti, in modo disorganico. Il territorio ha le necessità di ripartire dalle basi, di rimettere l’uomo al centro dello sviluppo della città, con le sue esigenze; scuole, asili, piazze, parchi. Non si può semplicemente costruire un agglomerato di case, altrimenti si fanno crescere enormi periferie anonime e senza anima. Il problema non è essere a favore di un’opera, ma come risponde alle esigenze dei cittadini; senza essere contro o a favore dei costruttori. Occorre che ci sia un disegno, difeso e realizzato da chi è preposto a tale compito. Il nuovo Prg (Piano regolatore comunale, quello che oggi si chiama Piano strutturale, ndr) va dibattuto e approfondito, con un superamento dell’uso indiscriminato del motore immobiliare”. Applauso, dalla platea.
Manlio Maggioli
Di taglio diverso invece l’intervento di Manlio Maggioli, presidente della Camera di Commercio e l’altro padrone di casa. Ha dato la propria chiave di lettura alla selva di numeri della pubblicazione. “Un elemento che ci rallegra – ha detto Maggioli, elegante come sempre – è l’andamento del mercato del lavoro, due punti in più, il calo della disoccupazione. Altra curiosità il 20 per cento dei nuovi assunti sono stranieri. Abbiamo delle lacune, l’export è il più basso della regione. I nostri impianti sono utilizzati al 75 per cento. Con l’informatica e le telecomunicazioni hanno avuto un importante impulso sul nostro territorio; dal 2001 al 2006. C’è stato un incremento del 34%. Questo è un segmento considerato importante e denota un’apertura e offre alle aziende servizi e supporti importanti per lo sviluppo. Sul fronte del turismo, abbiamo avuto un incremento sia sugli arrivi, sia sulle presenze. L’edilizia è un settore importante e segna un rinnovamento; se serve ben venga. Si dice che la città sia bella, competitiva, accogliente, ma è davvero così? C’è da dubitare; attorno a noi ci sono cittadine molto accoglienti. Dobbiamo fare di via Principe Amedeo un grande viale e della città un grande appeal, dal porto fino a piazzale Tripoli”.
Massimo Guagnini
Dopo i padroni di casa Chicchi, Maggioli, è intervenuto Massimo Guagnini, responsabile area economie locali Prometeia. Lo studioso più la propria chiave di lettura delle 260 pagine zeppe di dati tutti da interpretare, ha usate queste per alzare gli orizzonti sul futuro. “Gli aspetti forti dell’economia provinciale sono il manifatturiero e il turismo: entrambi dinamici. Credo che ci dobbiamo aspettare il consolidamento dei risultati, anche se il futuro è incerto. Tra il 2006 e il 2009, si proietta una crescita superiore alla media regionale e al nazionale. Con un forte incremento dell’occupazione”.
Guido Caselli
Come ogni anno, viene chiamato sul palco riminese un intellettuale con lo scopo di offrire vedute e spiragli diversi. Questa volta, è toccato a Guido Caselli, responsabile dell’Ufficio studi Unioncamere dell’Emilia Romagna. Ha trattato lo sviluppo economico in chiave culturale, cercando di dare risposte alla domanda: ma come nasce lo spirito imprenditoriale di una comunità? Per lo studioso, cinque i capitali fondamentali: il naturale (ricchezza del territorio e dell’ambiente), l’umano (la formazione), il tecnico (struttura produttiva), il sociale e il simbolico, cioè il senso di appartenenza. I cinque capitali, da un punto di vista scientifico, vengono sintetizzati nel capitale complessivo. E su questo la provincia di Rimini è al 24° posto in Italia, ma all’undicesimo per lo sviluppo. C’è una graduatoria anche per gli altri cinque fattori di sviluppo. Natura: 58; tecnico: 30; umano: 18, sociale: 18; simbolico: 10.
Non meno interessante si è presentato il dibattito successivo, seppur meno con meno interventi rispetto agli anni addietro.
Il ghiaccio lo ha rotto Giorgio Forlani, uno tra i maggiori impresari edilizi, nonché dal ’96 presidente del Collegio Costruttori provinciali. Ha detto: “Oggi, l’edilizia è nell’occhio del ciclone, che sfocia in una caccia alle sterghe. E’ un settore delicato per molti aspetti. Ma credo che la comunità abbia bisogno di domande alle quali dare delle risposte, tipo cosa vogliamo nei prossimi 20 anni? Se uno ha a cuore la città con un occhio lungo si chiede che cosa succede? Oggi, si costruisce quello che al ‘95% è previsto nel Prg (Piano regolatore generale). Chi urla ora, dov’era quando è stato approvato? Affinché una città sia bella occorre una visione di lungo periodo, come Barcellona, Valencia. Manca una visione che vada a valorizzare le risorse che abbiamo e di vedere che è in grado di farlo. Si dice che i cementificatori distruggano tutto; nei futuri Prg si deve tener conto delle preoccupazioni dei cittadini. Lo stadio lo ha voluto il Comune e non gli imprenditori; è stato fatto un bando. In cambio c’è lo stadio e altri servizi alla città, ma su terreni dove era tutto già previsto”.
Nando Fabbri
Poi è toccato a Nando Fabbri, il presidente della Provincia. Piglio sicuro, senza dubbi, ma con delle perplessità rispetto ai bigolini degli anni addietro quando la sua sicurezza urtava le tante intelligenze presenti. Secco e affabulatore: “Il dato generale è la vivacità sociale che si afferma anche in economia. Uno sviluppo che abbiamo definito negli anni addietro: la Rimini del futuro sarà la città dei servizi. Il punto non è la visione, abbastanza chiara, ma attraversiamo una fase di passaggio delicata: la mobilità, la viabilità, il paesaggio, l’Università. Se falliamo su questi fronti, rischiamo di perdere la sfida competitiva. Essere l’economia dell’intangibile, dei servizi, significa chiudere sui punti lasciati aperti. Tutto è legato alla qualità dell’insieme; ci sono i presupposti per essere ottimisti nei prossimi anni”.
Maurizio Melucci
Se Fabbri è stato breve, Maurizio Melucci, potentissimo vice-sindaco di Rimini, il suo intervento lo ha risolto in 11 minuti, con molto rispetto per la platea. La sua argomentazione, dalla voce tonante: “Il quadro d’insieme è una realtà in buona salute, in controtendenza rispetto al passato. Haatto bene Maggioli a sottolineare le cose che non vanno, ma la sua analisi va fatta in maniera tonda. Non siamo lontani dalla condivisione del progetto di città. Il sistema pubblico-privato ha fatto sforzi consistenti: la Fiera, il Palas, il Centro agro-alimentare. Se il pubblico non mette in campo altre iniziative con il privato non è in grado di effettuare investimenti. E non è fare uno sforzo sugli arredi urbani, ma su cose ben più importanti: mobilità, politiche ambientali, il mare. Ma dobbiamo aprire anche una fase nuova, dopo quella delle infrastrutture: la riqualificazione e il riuso. Stiamo lavorando su due tasti: il Piano strategico della città di Rimini e sulla condivisione dei valori, della nostra identità”.
Alessandro Rapone
Poi è toccato a Alessandro Rapone, direttore di Api Rimini (Associazione della piccola e media industria): “Sono convinto che la nostra provincia stia vivendo una transizione importante, dove posiamo fare un salto di qualità, senza guardarci troppo allo specchio e dire che siamo belli. Malgrado i colli di bottiglia, le imprese stanno dando risultati. La provincia ha un deficit di governo. Credo che il professor Stefano Zamagni abbia ragione quando dice che bisognerebbe costituire una Fondazione dello sviluppo, senza che sia vista in competizione però con le altre istituzioni”.
Moderato da Giorgio Costa, giornalista del Sole-24Ore, hanno chiuso il lungo pomeriggio Primo Silvestri, Maurizio Ermeti e un signore anziano (albergatore e non solo) che interviene tutti gli anni; lo fa sempre con toni ruspanti e molto riminesi rivolto alla politica, della serie: lasciateci fare, che ci pensiamo a tutto noi. Questo senso dello Stato che latita fa molta tristezza. Senza il suo supporto, la nazione economica fa molta fatica e forse sul medio e lungo periodo non ti porta da nessuna parte.

di Francesco Toti