Legacoop, cresce più del mercato

– “Siamo cresciuti più del mercato”. Giancarlo Ciaroni, presidente provinciale di Legacoop sintetizza così l’anno economico dell’associazione che guida.
Ma andiamoli a vedere questi numeri. Il pianeta è formato da 11 settori per 148 cooperative; nel 2006 hanno totalizzato ricavi per 701 milioni di euro (625 nel 2005). Il comparto più forte è quello dei dettaglianti (Conad come capofila); capace di fatturare 289 milioni di euro, più 24 per cento rispetto all’anno precedente. Segue il consumo (Coop, punta di diamante) con 98 milioni di euro, con un balzo in avanti del 137 per cento rispetto al 2005. Spiega le prestazioni il presidente Ciaroni: “I dati sono influenzati dalla nuova apertura dell’Iper e delle Befane di Rimini e dal cambio di insegne dei 7 punti vendita dei Marr Vip e in parte da nuove attività e dalla crescita diretta, più un per cento. Nell’analisi relativa al consumo e ai dettaglianti, pur rimanendo delle difficoltà, con cali dei consumi nella quarta settimana, la crescita è dovuta anche all’aver sottratto fette di mercato ai concorrenti, seppur rinunciando a margini di profitti”.
Il settore più in crisi è quello alla voce edilizia ed industria. Un rosso da meno 27,7 per cento sul 2005. Infatti, il 2006 si è chiuso con 126 milioni di euro (le associate sono 11), contro i 175.
L’altro segno meno del mondo cooperazione è nel sociale: meno 3,2 sempre sull’anno prima; 37,5 milioni di euro di giro d’affari contro i 38,8.
Una voce che rincuora, e che fa ben sperare anche quella in proiezione, è il turismo. La crescita è stata del 25,8 per cento; da 18,4 a 23,1 milioni di euro.
I trasporti, la pesca e l’agricoltura rappresentano le ombre. Ciaroni: “Hanno una crisi propria, ma è stata aggravata dal prezzo dei combustibili e dal rincaro delle materie prime”.
Passione per l’agricoltura, Ciaroni trascorre buona parte del suo tempo libero attorno al suo vigneto (produce un vino di gran lignaggio) e alle altre colture. Per uno sviluppo economico, chiede efficienza all’amministrazione. Argomenta: “Chi governa il nostro territorio è chiamato a migliorare la capacità amministrativa, a ridurre il peso della burocrazia; soprattutto la comunità ha bisogno di maggiore efficienza. Dall’altra lato bisogna darsi una programmazione per creare una realtà infrastrutturale per sostenere la crescita delle imprese e aumentare la qualità del cittadino. Se non si va in questa direzione si rischia di bloccarsi: ad esempio, per il carico di traffico. E’ vero che i problemi vanno valutati partendo dalla sostenibilità ambientale, ma inquina più la terza corsia o i camion in coda?”.
Se la fotografia economica di Legacoop la si confronta col 2001, si ha che il numero è passato da 130 a 148 e che il fatturato totale è aumentato del 66 per cento: da 420 a 701 milioni di euro.




‘La povertà è una maledizione’

LA RIFLESSIONE

– Fratel Betto, al secolo Carlos Alberto Libanio Christo, è un frate domenicano di 62 anni, che da anni scrive libri e trattati. Amico fraterno di Lula, è entrato anche in politica per sostenerlo nel progetto sociale Fame Zero, che adesso però non segue più direttamente. Con semplicità ci ha spiegato la Teologia della Liberazione, cos’è, cosa ha dato alla gente più povera e miserabile, e perché ancora oggi, dopo quasi 40 anni, continui a sollevare tanti dubbi e preoccupazioni nella Chiesa di Roma.
Cos’è?
“In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Oppure, come sta scritto nella prima pagina della Bibbia, ha creato il mondo in modo che fosse un giardino, un meraviglioso giardino con uccelli, fiori, acqua cristallina? La Teologia della liberazione, non è una teoria, non è un qualcosa nato nelle biblioteche, alle scrivanie, nelle accademie, nelle università religiose? No! E’ la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione”.
Perché stupirsi?
Secondo Frei Betto, in un mondo d’oppressione, in cui vogliamo credere nel Dio della vita – e la vita è il dono maggiore di Dio – la Teologia della liberazione significa coniugare la visione della fede con l’anelito alla liberazione. “Penso che ogni cristiano che viva il mistero della fede con gioia, con senso di liberazione, che vive l’amore, l’impegno per la lotta per la giustizia, pratichi la Teologia della liberazione”, precisa. “Una volta un vescovo mi chiese: “Ma perché cercare un’altra teologia quando c’è già la teologia della Chiesa di Roma?” E io gli risposi: “Nel Vangelo ci sono quattro teologie diverse, quella di Matteo, di Giovanni, di Luca e di Marco. E se ci sono già queste quattro visioni diverse di Gesù, queste quattro diverse visioni della chiesa, perché stupirsi proprio della Teologia della liberazione?”.
La speranza
“Vivere la fede in America Latina è avere la speranza di superare la miseria e la povertà”, continua il domenicano. “La gente incontra nella Bibbia, nella parola di Dio, il proprio alimento per capire meglio se stessi, per capire la lotta che sta vivendo e per trovare soluzioni. Faccio una metafora per spiegare meglio questo concetto. Per molta gente aprire la Bibbia è come aprire una finestra su interessanti fatti del passato. Nelle comunità ecclesiali di base, invece, la gente povera, quando apre la Bibbia, è come se guardasse se stessa in uno specchio, lo fa per riuscire a capirsi meglio, qui e ora”.
I cambiamenti
“Molti qui in Italia mi chiedono cosa sarà della nostra Teologia adesso, con Papa Ratzinger – racconta fratel Betto – Beh, devo dire che questa cosa ogni volta che vengo in Italia mi sconcerta: voi siete molto vicini al Papa, mentre noi in America Latina siamo molto vicini a Dio. Dovete capire, che molto spesso quello che avviene a Roma non ha molto riflesso nella Chiesa dell’America Latina. Anche le nomine di vescovi conservatori molte volte non provocano reazioni, perché c’è così tanto sfruttamento, così tanta sofferenza – tanto per dirne una nel mio Paese c’è ancora il lavoro in schiavitù – che tutto il dolore della gente parla più alto, parla direttamente a Cristo. Per questo la Teologia della liberazione nasce proprio in America Latina. E comunque, io non credo che il rinnovamento della Chiesa venga dall’alto, spero arrivi dal basso. Credo che lo Spirito Santo lavori dal basso. L’unica cosa che so – incalza – è che trent’anni fa era soltanto la Teologia della liberazione che parlava di debito estero, di colonialismo, di neoliberismo, che criticava l’imperialismo, la politica estera degli Stati Uniti. Adesso questi temi appaiono nei documenti finali di Giovanni Paolo II. Eppure era un papa che aveva tollerato la guerra di Bush in Iraq del 1991, e che poi è arrivato a condannare l’invasione dell’Iraq di Bush figlio. Sono solito dire, infatti, che la Teologia della liberazione è arrivata a Roma. Roma può pure non averne coscienza, ma è così. Se si pensa che il Papa ha mobilitato 150mila persone contro il G8 a Genova! E’ esattamente quello che noi della Teologia della liberazione avremmo voluto fare”. Poi conclude, accennando alle tante contraddizioni del Vaticano: “Giovanni Paolo II stesso aveva una contraddizione: era un uomo con la testa di destra e il cuore di sinistra, perché era molto ortodosso nella dottrina, ma molto sensibile ai temi sociali”.
Ortodossia
“Gesù predicava il regno di Dio, ma purtroppo quello che è venuto dopo è la Chiesa”, riprende e, riferendosi all’incontro della Gioventù di Colonia, sottolinea: “Il Papa ha ricordato l’importanza per i giovani di leggere il catechismo della Chiesa, ma io avrei preferito che avesse sottolineato l’importanza di leggere il Vangelo. Dobbiamo ricordare che Dio non ha religione. Non è tanto importante avere fede in Gesù, quanto avere la fede di Gesù. Il messaggio centrale di Gesù è non tanto quello di avere fede quanto quello di mettere in pratica l’amore liberatorio”. Secondo frei Betto se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: ‘Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?’. “Ecco – spiega il frate – mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio, irritato. E ha anche reagito in modo un po’ aggressivo quando un ricco, nel porgli la domanda, lo adula apostrofandolo: ‘Buon maestro’. ‘Io non sono il maestro, il buon maestro è Dio’, gli risponde Gesù. La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.
Tutto sbagliato
Per il teologo brasiliano, tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita. “Dobbiamo riconoscere la presenza di Dio in tutte le tradizioni religiose. Eppure noi cristiani soffriamo del complesso di superiorità che ci fa pensare di essere migliori rispetto a tutte le altre confessioni. Ed è un vero e proprio peccato. I migliori sono coloro che amano come Gesù amava. Migliore era Francesco di Assisi, che si spogliò delle sue ricchezze per andare con i poveri”. E per frei Betto era addirittura migliore Che Guevara, “uomo ricco che si è dedicato ai poveri. E non era un credente”, precisa il frate. Poi aggiunge: “Sicuramente, quando il Che è salito al cielo Gesù gli avrà detto: ‘Sei il benvenuto. Io avevo fame e tu mi hai dato da mangiare, hai lottato per questo’. E lui avrà risposto: ‘Guarda Signore, io non ero credente, e non ti ho mai incontrato perché non ho mai messo piede in una chiesa’. E Gesù gli avrà risposto: ‘Ogni volta che hai lottato per i poveri, hai lottato per me’. L’importante – asserisce – è dunque che ognuno di noi ami per la nostra capacità di amare, solo così ci salveremo. La fede serve solo per capire questa dimensione di amore. Nella prima lettera di Giovanni si dice che Dio era amore. Chi ama conosce Dio. C’è molta gente che va in chiesa e non ama. Mentre chiunque ami conosce Dio, fa esperienza di Dio, perché Dio è amore”.

L’ideale dell’evangelizzazione secondo il teologo della liberazione è quando un giovane di 16/17 anni, davanti alla prima esperienza di amore riconosce che questa è anche esperienza di Dio. Non c’è un amore di Dio e un amore umano, tutte le forme di amore sono divine. “E questo lo sanno ben spiegare i poeti – conclude – Una volta in Nicaragua conobbi il poeta, che è ormai morto, José Coronel Utrecho. Era già molto vecchio, ma era ancora molto innamorato della moglie, Julia, alla quale aveva dedicato tutti i suoi poemi. Ecco, c’è una poesia in cui descrive la loro luna di miele. La prima notte di nozze, in albergo, aveva dato ordine di non essere disturbato per nessun motivo. Una volta pronto per il letto nuziale, una persona ha bruscamente bussato alla porta. Che succede? Si è chiesto. Ci sarà un incendio nell’hotel, eppur sono io quello incendiato. Apre la porta e si trova davanti Dio, che gli chiede: ‘Josè il letto è molto grande?’, ‘Sì Signore venga pure, ci entriamo tutti e tre’. Ma il Dio gli risponde: ‘Josè, tre siamo già noi’ e il poeta ribatte: ‘Signore non c’è problema, venite pure tutti e tre. Qui c’è posto per tutti’. E il poema termina con: ‘E’ stata una notte di una grande orgia spirituale’.”

Stella Spinelli, 30 agosto 2005 Peace Reporter




Credere, obbedire, combattere

– Signor sì! A quanto pare? questa è l’unica risposta che la Cei (Conferenza episcopale italiana)? si aspetta dai fedeli, da coloro che sono e fanno la Ecclesia con i propri “pastori”. Proprio tenendo conto che la Chiesa non è una democrazia, ma? una fraternità è assurdo lanciare dictat e restrizioni alle libere scelte di coscienza: una cosa è un consiglio serio e non costrittivo a riflettere su determinate scelte, vedi? DICO o il testamento biologico, un’altra è condizionare una scelta “obbligata” ai fedeli minacciando un sottinteso anatema.
E’ importante e valido che la CEI esprima liberamente il suo pensiero, ma è altrettanto importante, su temi non dogmatici,? che le persone, i fedeli si sentano liberi nella propria coscienza di scegliere. La? Chiesa del nostro tempo è e deve essere incisiva e punto di riferimento, ma mi chiedo se sa essere in questo profetica e non mediatica, se ha paura del cambiamento che ogni epoca storica in evoluzione comporta in sé (vedi integralismo, neoliberismo, globalizzazione, nuove culture), o invece ha paura di perdere? potere, se cerca veramente di essere l’espressione del Suo Amore illimitato o pone delle condizioni per avere diritto a questo Amore.
Il mondo cammina e i cristiani camminano nel mondo pur tenendo presente che non sono “solo” per questo mondo: ma camminano? con il resto dell’umanità. Conoscere, condividere, confrontarsi, vivere con (vedi matrimoni misti), lavorare con (vedi extracomunitari), affrontare la quotidianità spiccia? ti fa capire che non è così semplice e facile accettare i paletti che la Chiesa istituzionale (con tutto il rispetto per? i sacerdoti impegnati in essa), spesso emette dall’alto, fuori dalla quotidianità vissuta.
I principi irrinunciabili della Chiesa fino a che punto sono irrinunciabili e non “di quel o questo tempo storico”? Pensiamo al passato, ai matrimoni morganatici di sovrani credenti e cristiani, pensiamo agli attuali annullamenti della Sacra Rota… pensiamo… qui l’elenco è lungo, ma cerchiamo di leggere con coerenza e con-passione umana anche il nostro tempo nel rispetto di tanti esseri umani che vivono sulla propria pelle situazioni di emarginazione frutto di un giudizio morale poco intelligente e privo di amore.
I credenti, i fedeli di oggi non si accontentano più, non vogliono essere soggetti passivi della fede, e la Chiesa penso non richieda questo, vogliono sentirsi membra vive e attive del Messaggio evangelico, quindi devono condividerne i percorsi etico-morali insieme ai Pastori della Chiesa, non subirne passivamente gli ordini. La persona non di fede o il fedele occasionale oggigiorno assume l’atteggiamento spesso di menefrego o di ostilità, cosa ancora più grave per un dialogo ed un confronto. La dimensione missionaria della Chiesa, purtroppo non è più chiara nel nostro tempo: missione vuol dire “andare” in vece qui, oggi, vuol dire arroccarsi su posizioni di difesa.
Pensiamo veramente che la crisi della famiglia dipenda dai DICO? Non scherziamo, non mettiamo la testa sotto la sabbia!
Pensiamo veramente che la violenza nelle famiglie dipenda da una crisi economica e dallo stress?
Pensiamo che nelle scuole la mancanza di rispetto per l’altro sia da far risalire ai telefonini e alla crisi dell’istituzione?
Non mettiamo la testa sotto la sabbia!!! Il compito della Chiesa è gravoso e difficile e mi starebbe bene se esprimesse dissenso e condanna decisi non solo su alcuni temi, ma denunciasse come immorali, con tenacia e determinazione, le fiction, i grande fratello, le pubblicità oscene, i programmi-spettacolo televisivi che minano la nostra società e la morale molto più di regole e leggi istituzionali? (forse a volte anche discutibili) sulle quali, perlomeno, uomini da noi eletti hanno discusso e lavorato seriamente (vedi il lavoro istituzionale di Rosi Bindi e Scalfaro).
La distruzione culturale e morale passa più attraverso il Grande Fratello o il triste recriminare della signora Berlusconi verso il marito, che attraverso un patto legale DICO o lo staccare la spina ad un macchinario che tiene in vita una persona prostrata dal dolore con accanimento tecnico-terapeutico.

Magda Gaetani




Guerra: rosario e cannonate

Paolo Massari

E’ nato a Coriano il 25 gennaio 1929.
Cresce a lavora come mezzadro, assieme a tutta la sua famiglia, in un podere sul quale i tedeschi, durante la guerra, piazzano una batteria antiaerea e costruiscono fortini militari.
Sfollati a San Marino, prima a Serravalle poi alla conceria di Acquaviva, al loro ritorno scoprono che tutto è stato minato.
Negli anni Cinquanta una serie di tragedie spinge la sua famiglia ad abbandonare la mezzadria e a dividersi. Dal 1958 vive a Riccione, prima sulla Circonvallazione poi al Villaggio Papini, dove fino alla pensione ha lavorato come elettrauto gestendo una propria officina

LA STORIA

di Fabio Glauco Galli

– Ricordo, l’ultima notte che trascorremmo a Coriano, che anche noi venimmo centrati da una granata. Fu quella dei primi grandi bombardamenti sul paese, quelli che fecero la prima vittima: una donna (era la sera del 30 agosto 1944 e la donna si chiamava Eleonora Serafini Barbanti, ndr).
Nel campo trebbiato, mio padre e mio zio, come entrambi avevano imparato con le trincee della grande guerra del ’15-’18, avevano scavato un rifugio nella terra, a forma di ferro di cavallo, sopra vi avevano nascosto un cassone con dieci quintali di grano e più su ancora il mucchio della paglia. Quando arrivò il colpo a noi non accadde nulla, ma tutto il grano e la paglia si sparpagliarono e andarono persi. E quello fu il meno, perché tutt’attorno sparavano a rotta di collo e non si poteva più vivere così, allora mio nonno disse a mio babbo: “I bambini, tu li devi portar via!” (quella volta si chiamavano bambini anche i ragazzi di quindici anni come me), mentre lui, mio zio e sua moglie si ostinarono a restare lì, a tenere a bada i buoi e le altre bestie.
La mia famiglia quindi partì in fretta e furia, a piedi, verso Serravalle, ciascuno di noi sei (padre, madre e i quattro figli) con gli abiti addosso, un cappotto e il proprio fardello di roba da mangiare. Io ricordo di aver portato sulla schiena quattro chili di farina per tutto il viaggio. E di qui iniziarono i veri guai, i giorni che ricordo come i più terribili.
Ci orientammo in quella direzione, perché mia mamma aveva una parente sposata a Serravalle, ma mio babbo non era tipo da voler pesare su qualcuno, così, quando per la strada ci consigliarono di dirigerci verso le gallerie del treno perché erano il luogo più sicuro, puntammo verso la prima sul nostro cammino, la Fiorina, sempre a Serravalle.
Quando arrivammo, ricordo che all’ingresso c’erano come due portoni, due barriere tra le quali si zigzagava per consentire alle persone di entrare e, allo stesso tempo, fermare le schegge di ogni bomba che fosse scoppiata nei paraggi. Alla galleria Fiorina passammo però una sola notte. Lunga almeno trecento metri, era piena di riminesi già da diversi giorni. Si sentivano continuamente i pianti dei bambini, i lamenti delle persone (“Oddio, oddio, oddio”) e una puzza indescrivibile, costretti com’erano tutti a fare i propri bisogni all’interno. Mi sembrava di soffocare.
All’indomani decidemmo così di dirigerci verso la parente di mia mamma, erano figlie di cugine, a nemmeno trecento metri da lì, anche se nessuno di noi, a parte lei, in realtà la conosceva. Ci ospitarono in un capanno, una quindicina di persone in tutto, ma le granate dei combattimenti arrivavano anche alla periferia di San Marino e non ci sentivamo sicuri. Da un’altura si vedevano gli aerei bombardare Rimini, ma soprattutto era la notte che sentivamo il cielo echeggiare di continuo coi tuoni dei colpi di artiglieria pesante. Verso Pesaro e anche più vicino. Era terribile. Una sera, mentre le donne recitavano il rosario, due-tre di questi colpi li sentimmo come se fossero dietro la porta. E poi continuava ad esserci il pericolo dei tedeschi, che, finchè sono rimasti lì, proseguivano nel rastrellare a caso gli adulti secondo il loro bisogno. In uno di quei giorni entrarono addirittura nell’aia alla ricerca di uomini e io e mio padre (gli unici tra vecchi, donne e bambini) ci nascondemmo, seminudi, tra due cataste di fascine di biancospino tagliate per l’inverno.
Dopo quell’episodio, eravamo lì da otto giorni, decidemmo di spostarci anche da lì.
Ci muovemmo verso la conceria di Acquaviva, sull’altro lato di San Marino, a nord-ovest, vicino al ponte sul Marecchia. Era un capannone immenso, ma senza porte e finestre perché non era ancora finito. C’erano solo le vasche in cui, prima che arrivasse il fronte, si tenevano, per scolarle, le pelli col sale. E si dormiva lì sopra, nonostante anche qui un puzzo tremendo. Non c’era altra via.
Le granate continuavano ad arrivare, ma meno. Ricordo che verso le dieci di sera i tedeschi si avvicinavano con un cannone enorme: avrà avuto una canna lunga dieci-dodici metri, di quelli che potevano essere spostati come trattori da un punto all’altro e tiravano proiettili grandi come un barile di birra. Si fermavano vicino alle mura del cimitero di Acquaviva, orientando il cannone verso il mare, sparavano tre-quattro colpi e poi, così come erano venuti, se ne andavano. E la mattina dopo, poi, verso quello stesso punto, gli alleati rispondevano al fuoco arrivando coi caccia. Questa storia sarà andata avanti, sempre la stessa, almeno cinque giorni.
La conceria era pienissima di gente, saremo state quasi tremila persone e di fuori gli animali, quasi un centinaio. E lassù venimmo raggiunti anche da mio nonno, mio zio e mia zia, che erano saliti col carro, due buoi, due vacche, dei panni e due quintali di farina che avevamo macinato a luglio per l’inverno, assieme a una famiglia di nostri vicini di casa e quella di un loro fratello. Tra tutti loro e noi, messi assieme, eravamo diciotto. E così ci siamo arrangiati per un po’, mangiando la piada che riuscivamo a cuocere sul fuoco all’aperto (perché dentro la conceria non si poteva) e mai di sera (per non farsi vedere).
Gli animali invece li avevamo nascosti, guai se qualcuno te li vedeva, e li avevamo legati alle piante sul greto di un ruscelletto, vicino al cimitero, dove avevano la possibilità almeno di bere.
Il problema più grande in quel momento, oltre a restare in vita, era come riuscire a farle mangiare, le bestie, perché nessun contadino ti dava il foraggio, neanche a pagarglielo. Mio zio ci raccontò poi che quello con cui avevano a che fare si mise addirittura a dormire sul pagliaio, pur di non darglielo. E allora lui e il suo amico (che avevano fatto i soldati assieme) lo alzarono di forza e il fieno se lo presero da soli. Perché, a veder morire gli animali, si diventava anche cattivi.
Pure gli uomini, però, hanno fame. Ad un certo punto, alla conceria, uno di Ospedaletto iniziò a macellare le bestie. Diceva che così non era più possibile andare avanti. Una ogni due giorni, poi si vendeva la carne a chi poteva comprarne. E mio zio qualche soldo se l’era portato dietro, così anche noi riuscimmo a mangiarne qualche pezzo.
Poi si venne a sapere che gli alleati erano arrivati a Coriano, ma noi preferimmo attendere ancora un po’, perché sulla strada, sul lato di Acquaviva che mi dicevano fosse già Italia, c’era un ragazzetto, un tedesco, che se ne stava nascosto e sparava come un dannato alla gente, un cecchino insomma. Al mattino seguente di lui non si seppe più nulla e, pronti per metterci in marcia, ci dissero che per la strada avrebbero fatto passare solo quelli che si muovevano a piedi, mentre quelli con gli animali e con i carri li avrebbero fermati.
Allora trascorremmo lì ancora un’altra notte, mentre fuori si scatenava un acquazzone terribile. L’indomani presto arrivarono i canadesi e così, assieme a loro, riprendemmo la strada per tornarcene a casa, a Coriano: la mia famiglia, con i carri e con gli animali, nostri e dei nostri vicini, ed io col mio cappotto.
Alla conceria di Acquaviva eravamo rimasti undici giorni e alla fine di tutto questo eravamo ancora vivi, noi e i nostri pidocchi.




“Poveracce e dialetto”

– “Puracia”, “poveraccia”, vongola, venus galina, alzi la mano chi non le ha mai mangiate? e gustate! Ebbene, Riccione, città che può ancora vantare l’essere la ” capitale delle poveracce”, ha avuto la sua “serata di gala” lo scorso 16 febbraio al ristorante Ranch Saloon di con la sesta edizione di “Purace, guazèt e giugh in dialèt”, serata organizzata da Famija Arciunesa che ha portato a tavola i fanatici del gustoso mollusco, ne ha precettati 16 (8 signore e 8 signori ), facendoli giocare col dialetto tra un piatto e l’altro, ha raccolto fondi per aiutare le famiglie bisognose di Riccione.
I partecipanti alla cena hanno assaporato la “puracia” cucinata in varie maniere: dalla classica “alla marinara” a quella con la polenta, per proseguire con la prelibatezza dei “quadritèin in brud ad purace e pumidurèin ” (da leccarsi i baffi ) e finire con spaghetti, risotto, spiedini di gamberi e calamari, fritto.
Negli intervalli mangerecci il torneo per eleggere l’Arzdora e l’Arzdor 2007. Hanno lanciato la sfida ai campioni uscenti Angela Montebelli e Lele Montanari (presenti ed agguerriti): per il gentil sesso, Maria Paola Casali, Gabriella Gessaroli, Patrizia Fabbri, Marisa Morri, Maria Frisoni, Anna Masini, Gina Codevilli; per il sesso forte, Galliano Rossi, Marino Pronti, Cecco Dovuti, Aldo Maioli, Giorgio Ticchi, Renzo Del Bianco, Ernesto Righetti. Col sistema del tabellone tennistico si è giunti alle finali . Erano ammessi tifo da stadio e suggerimenti ai propri beniamini, cosicché dall’accalorarsi delle eliminatorie alla bolgia dantesca per le ultime domande il passo è stato breve.
L’hanno spuntata Patrizia Fabbri su Gina Codevilli e Aldo Maioli su Lele Montanari, non senza fatica mnemonica in quanto la giuria proponeva anche termini desueti o specifici di attività lavorative in dialetto. A tutti coppa ricordo e libri di dialetto; all’Arzdora e all’Arzdor corona e “zinaloun” decorato (e offerto) da Ricami Veronica di Silvano Bernabè.




Fabbri: la speranza Libia, la guerra, i sacrifici

– Mi chiamo Franco Fabbri e sono nato nella frazione di Ca’ Rastelli il 28 dicembre del 1926 in una casa di contadini. Il babbo Giovanni e la mamma, Teresina Tentoni, nel 1936 furono costretti a lasciare il podere perché il raccolto era insufficiente, causa l’aumento del nucleo familiare.
Eravamo sei fratelli, il primo nasce nel ’21 (Fernando), il secondo nel ’23 (Ferruccio), il terzo nel ’25 (Flavia), poi io, il quinto nel ’29 (Faustina) e l’ultimo nel ’35 (Francolina). Lasciato il podere misanese, ci trasferiamo a Sant’Andrea in Casale (San Clemente), in via Ponte Conca, in una casa con poco terreno vicino al fiume. Anche qui il raccolto era scarso e così lo Stato dava la possibilità, ai più poveri, di andare nelle colonie italiane in Africa a fare gli agricoltori.
Nel ’37, il babbo Giovanni accetta e così all’inizio del ’38 partimmo con trasporto militare per il porto di Genova, dove ci imbarchiamo su una nave da trasporto chiamata Augustus. Ci aspettarono 12 giorni di mare prima di giungere al porto di Bengasi (provincia di Barce, Comune di Gabriele D’Annunzio) in Libia. Scesi dalla nave, al mattino presto salimmo su mezzi militari per giungere al villaggio la sera. Ci aspettava il capo-zona, con una pattuglia di carabinieri italiani ed africani. Ci condussero in una casa colonica di 52 metri quadrati, con un terreno di 90 ettari. Le chiavi di casa ci vennero consegnate da un guardiano di colore. Costui ci diede anche i viveri, una stalla con due buoi, una cavalla, quattro pecore e quattro galline. La casa era l’ultima della zona ed il terreno era tutto coperto da piante che superavano l’altezza della casa stessa. La famiglia era stipendiata e tutto il raccolto doveva essere consegnato allo Stato.
Il 10 giugno del ’40, alle 22, scoppia la guerra proprio in Africa.
Mussolini ordina che i bambini di età compresa tra i 3 e i 14 anni devono essere portati nelle colonie in Italia. Così io, Faustina e Francolina, lasciamo la famiglia e partiamo per l’Italia, senza sapere però dove. Ci vennero a trovare dei parenti e ci diedero tutte le informazioni: la colonia era la 10^ Legione di Bologna, che ci avrebbe mandato a Miramare di Rimini, poco distante dal paese natio. Il babbo era già stato chiamato alle armi come volontario. Il destino volle che al porto di Bengasi, dove ci dovevamo imbarcare, la nave San Giorgio rimase bloccata fuori dal porto per la bassa marea. Così tutti i bambini vennero trasportati sulla nave al largo da barche militari. Tra costoro c’era mio babbo; vi lascio immaginare l’emozione quando ci abbracciammo.
Io ero il più grande dei fratelli; avevo 14 anni; mentre una sorella ne aveva 11 e l’altra soltanto 5. Ci salutammo con tante lacrime, prima al villaggio con la mamma e le altre due sorelle e il fratello e poi al porto di Bengasi col babbo. Per le difficoltà postali rimanemmo senza notizie del babbo in guerra e per più di 12 mesi non ricevemmo neppure notizie dalla mamma. Dopo tantissime lettere, un giorno finalmente giunse una risposta: tutti stavano bene, col babbo che si trovava ancora al porto di Bengasi.
Poi un avviso a tutte le famiglie che si trovavano in Africa: “Visto l’aggravarsi della situzione chi vuole ritornare in italia, può farlo in aereo fino a Napoli”.
Nel ’42, tutta la famiglia riuscì a partire, portando con sé solo i vestiti addosso. Tutte le spese riguardanti il viaggio in aereo, il trasporto in treno, l’affitto della casa e tutto il necessasrio erano a carico del Comune. Roma autorizzò i Comuni a dare un lavoro a tutti gli sfollati rientrati in Italia dall’Africa. Rientrò anche il babbo, congedato per invalidità e subito si impegnò a riportare a casa i tre figli che si trovavano nella colonia di Bologna. La famiglia si riunì e andò ad abitare in un appartamento del Comune, a Scacciano. Due-tre volte la settimana i carabinieri venivano a farci visita per sapere se avevamo bisogno di qualcosa.
Poi un giorno mi chiesero che tipo di lavoro, mi sarebbe piaciuto fare ed io risposi il meccanico. Mi dissero di stare tranquillo e che ne avrebbero parlato con il comandante della caserma di Riccione. Alla visita seguente mi dissero di presentarmi in caserma e da lì con la loro auto mi portarono all’Officina Fiat Papini, che si trovava sul porto di Riccione.
Mi assunsero anche se non avevo ancora raggiunto l’età. Per andare al lavoro da casa mia all’inizio lo facevo a piedi. Poi un signore fortunatamente mi regalò una bicicletta da uomo in pessime condizioni, ma funzionate.
Nel ’43 ci fu lo sbarco alleato in Sicilia; la crisi era generale e io non riuscii più a trovare i copertoni per la bicicletta; li sostituì con due tubi di gomma. Nel frattempo ci trasferimmo a Misano Monte, di fronte alla chiesa in un vecchio appartamento.
Intanto il fronte si stava avvicinando e coloro che avevano macchine in stato buono cercavano di nascondele nei negozi o nei box. I tedeschi portavano via tutto: automobile, bestiame. Una mattina molto presto arrivò una pattuglia di tedeschi; io e mio fratello eravamo a letto. La mamma aprì la porta e loro invadono la casa, controllando il nucleo familiare. Mio fratello venne portato via per lavorare sulla Linea Gotica. Insieme a tre amici in un momento in cui la pattuglia allentò la sorveglianza, riusciriono a fuggire.
Nel ’43, dovetti lasciare la Fiat; i tedeschi mi presero e mi condussero alla colonia Bertazzoni di Riccione, dove c’era la loro mensa e quella fascista. Mi facevano pelare le patate e tener pulita la cucina. Un giorno mi mettono le manette e mi rinchiudono in un fortino sul mare, accusandomi di aver rubato delle coperte e di averle passate ai partigiani. In cucina eravamo in tre e tutti venimmo puniti; io ero il più piccolo. Riuscì a convincerli della mia innocenza; degli altri due non seppi più nulla.
Il fronte passò e per fortuna non subimmo danni. Si riprese a lavorare e io tornai alla Fiat del signor Papini. Riaprirono anche le sale da ballo. Non ero un ballerino, ma mi piaceva la musica e la compagnia; il mio ballo preferito era il tango. Fra tutte le ragazzine che incontrai, m’innamorai subito di una, non solo per il suo modo di essere, ma anche per il suo bel seno. Poi divenne mia moglie. Durante il fidanzamento rimase incinta. Lei proveniva da una famiglia di contadini; per il mangiare non c’erano problemi, per i soldi sì. Nonostante la miseria, grazie all’amore che ci univa, decidemmo di sposarci. Io non avevo che un vestito usato, una camera usata, una tavola e i componenti della cucina. Lei invece possedeva un vestito e la biancheria che le avevano comperato a rate. Prima di sposarci, 1947, le morì la madre. Il padrone del podere disse al padre che per un anno potevamo restare lì. Andammo dal parroco a fissare il giorno del matrimonio; era di 5 mesi e minorenne. Il padre firmò e il don per via del pancione e della vergogna, ci sposò la domenica mattina alle 6. Era il 20 novembre del ’49. Vennero solo i familiari; il padrone dove lavoravo mi prestò la Fiat 500. Il viaggio di nozze fu a Loreto. Mangiammo in un ristorante senza pretese un pasto normale. Poi partimmo per la nostra provvisoria abitazione, senza immaginare quello che ci aspettava: tantissimi sacrifici. Il 3 marzo del ’50 nacque Bianca e ringraziammo il Padreterno che ci diede la salute per lavorare e tirare avanti.
Alla Fiat mi volevano bene; passai prima operaio di fiducia e poi capofficina. Nel ’51 lasciammo la casa colonica per trasferirci in un appartamento senza servizi poco distante. Nel ’53, il 26 febbraio, viene alla luce Bruna. Lavoravo e pensavo ad una nuova sistemazione, ad un appartamento con servizi e che si trovasse più vicino alla Fiat. Fatalità volle, che parlando con un signore mi disse che aveva un lotto a Misano Mare e che lo vendeva. Voleva 10.000 lire di caparra; non avendo tutti i soldi informai mio fratello, che lo comprò con me. Con tanti sacrifici, mio fratello muratore e io manovale, costruimmo una casetta con quattro camere ed un bagno con doccia. Il 10 settembre del ’53, mio fratello Ferruccio, ancora scapolo, mi diede il permesso di andarci ad abitare con mia moglie e le due bambine.
In officina feci amicizia con alcuni clienti che venivano a riparere le automobili; mi consigliarono di aprire una bottega a Misano Mare, sprovvista di meccanico. Dissero: “Sei bravo! Avrai fortuna!”. Un giorno mi ferma un tassista che mi dice che sta cercando un posto per riparare le auto. Mi propose di fare una società: lui avrebbe fatto l’elettrauto, io il meccanico”.




Parole da e ‘Fnil’

…Quando si smette di – Due amici misanesi sessantenni si incontrano in pieno centro: col gusto del caffè, la passeggiata, due chiacchiere. Entrambi con i capelli bianchi, distinti e anche con un certo fascino, impreziosito dalla brizzolatura. I saluti. Chiede uno: “Ehi, che cosa fai di bello!?!”. Risponde l’altro: “Lavoro, sport e volontariato per Misano”. L’amico replica: “Ad una certa età, quando si smette di… ci si dedica ad altro”. Due belle risate sane.

…Multe per San Biagio – Sarebbe d’accordo San Biagio? Lo scorso 3 febbraio, sabato, si è celebrato il poco sentito patrono di Misano. C’è un’ordinanza comunale che impone la chiusura delle attività artigianali. Ma alcune botteghe sono rimaste aperte. I vigili sono passati e hanno elevato la classica multa. E’ scoppiato il finimondo; san Biagio sorride.




Cinema d’autore

Le pellicole.

Martedì 6 marzo – “Il grande capo” di Lars Von Trier – con Jens Albinus, Peter Ganztler, Fridrik Thor Fridriksson 99′- Danimarca Svezia, 2006

Martedì 13 – “Cuori” di Alan Resnais – con Laura Morante, Pierre Arditi, Lambert Wilson – 125′ – Francia, Italia, 2006

Martedì 20 – “Il mio migliore amico” di Patrice Leconte – con Daniel Auteul, Dany Boon, Julie Gayet – 95′ – Francia, 2006

Martedì 27 – “L’aria salata” di Alessandro Angelini – con Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michele Cescon – 85” – Italia, 2006

Martedì 3 aprile – “L’arte del sogno” di Michel Gondry – con Gael Garcia Bernal, Charlotte Gainsburg, Alain Chabat – 105′ – Francia, 2006
Cinema Astra – Via d’Annunzio 20.

Proiezione unica ore 21,15 – Ingresso ? 5.

Per maggiori informazioni:0541.618424.




Donne, la Sgrena in conferenza

Il 29 marzo, al Centro sociale Del Bianco, inizio alle 21, Sgrena sarà a Misano a presentare il libro che racconta la sua prigionia: “Fuoco amico”. E’ stata invitata dalla commissione comunale Pari opportunità nell’ambito della ricorrenza dell’8 marzo. Giornata nella quale, sempre al Del Bianco è stato proiettato un filmato sulla donna, con gli interventi di Marina Cecchini (presidente della commissione), Leonina Grossi e del sindaco Antonio Magnani.
La commissione: Cecchini Marina (presidente), Giuseppina Ferri, Marianna Russi, Adelina Valenti, Marina Bertuccini, Katia Coccia, Silvia Morotti, Jessica Moroncelli, Paola Ottaviani, Marica Dominici, Rosita Bertuccioli, Adriana Guagneli, Annamaria Pisi, Maria Barbiani.




“No al Centro commerciale di via Puglia”

POLITICA E ECONOMIA

– Secco. Pungente. Senza tante parole a giro. “I segretari dei partiti misanesi, Democratici di sinistra, Margherita, Partito dei Comunisti italiani, Socialisti per Misano e Verdi, comunicano alla cittadinanza, la loro ferma opposizione all’ubicazione del nuovo Iper da via Berlinguer a via Puglia”. Continua la fermezza: “Le ragioni della nostra contrarietà allo spostamento sono: commerciali, di viabilità e sicurezza stradale. Essendo la nuova struttura ubicata in una zona confinante con il Comune di Misano, riteniamo corretto che la Provincia prima di accettare la richiesta di spostamento e di attuare il nuovo Ptcp (Piano territoruiale di coordinamente provinciale) apra un tavolo di discussione con i Comuni direttamente interessati e coinvolti dalla costruzione del nuovo centro commerciale”.
La posizione del problema. Da anni la Coop detiene la licenza per aprire un supermercato a Riccione, in via Berlinguer (zona casello autostradale), su un terreno acquistato dai supermercati Angelini. Qui poteva aprire una struttura di 2.500 metri quadrati, più dei negozi. Ma per una serie di interessi, negozianti riccionesi in testa, l’apertura del centro commerciale non è mai avvenuta. Ora, il Comune di Riccione nel suo Piano strutturale comunale (la propria legge sullo sviluppo del territorio) ha previsto la possibilità che alle Fontanelle (su via Puglie) e il Villaggio Argentina (territorio di Misano) è possibile insediare un iper da 10.000 metri quadrati: quasi la metà (4.500 metri ad alimentare), il resto a negozi e a servizi. Mentre nell’area di via Berlinguer si possono tirar su appartamenti.
La struttura alle Fontanelle va a pesare sugli equilibri viari e commerciali di Misano e della Valconca; tra questi il supermercato Conad di Misano. Il Conad misanese è una struttura eonomica matura. Ha un giro di 40 milioni di ricavi, 150 addetti e 6 punti vendita (due dei quali a Pesaro). Giorgio Cecchini, ne è il direttore. Mente lucida, intelligente, afferma: “Non si cambiano in questo modo le carte in tavola. Il Piano commerciale provinciale del commercio è stato firmato da tutti i sindaci della provincia e tutti i sindaci dovrebbero votare il nuovo piano. Con quest’operazione, il Comune di Riccione si tiene tutti gli introiti, mentre i disagi e i problemi vengono scaricati sui territori confinanti. E’ giusto? Quello riccionese la trovo un atto dissennato che ha cambiato le carte in tavola”.

INTERVENTI

La Valconca dice no

– La Valconca dice no all’Ipercoop alle Fontanelle. I Comuni di Morciano e San Clemente hanno preso posizioni ufficiali. Morciano ha portato lo spostamento in Consiglio comunale con uno specifica discussione.
Si legge nella delibera morcianese: “La giunta comunale a farsi portavoce in tutte le sedi del grave disagio che la struttura spostata in viale Puglia creerebbe al nostro territorio in termini di viabilità e attività commerciali, e di adoperarsi in ogni sede amministrativa per evitare che lo spostamento avvenga”.