Congresso Ds, con Gnassi la svolta?

– La segreteria provinciale dei Ds torna a un riminese. Dopo gli anni del misanese Sergio Morotti e del riccionese Riziero Santi. E il fatto che Andrea Gnassi sia nato a Borgo Mazzini è argomento assai più politico di quanto si possa pensare. L’unico monito che gli viene fatto, all’interno del coro di apprezzamenti per la sua candidatura, è proprio questo: si ricordi che il partito dei Ds è, dovrà restare, e anzi sempre più diventare, una federazione territoriale che non dimentichi le caratteristiche di ognuno. Ulteriormente tradotto, significa che Gnassi dovrà staccarsi, e anche in tempi brevi, da coloro che l’hanno candidato. E trovare una sua strada che lo renda autonomo dalle orbite dei soliti potenti del partito.
Sarà questa la sfida che lo attenderà dopo un’elezione quasi scontata, salvo capire poi con quale percentuale, particolare questo non indifferente perché da esso emergerà quale sia la vera forza, a Rimini, della mozione Mussi che ha candidato Vera Bessone. E se la popolare giornalista potrà fare “campagna elettorale” tra le donne della Quercia, i giovani saranno di sicuro un bacino in cui cercherà di “pescare” Giovanni Benaglia, candidato della mozione Angius.
E’ stato detto chiaramente, con una lettera aperta, dal gruppo composto da Fabio Pazzaglia, Marco Polazzi, Mattia Morolli, Simona Mazzotti e Davide Vittori, che si firma in rappresentanza del “gruppo trasversale alle mozioni che sostiene l’autocandidatura di Giovanni Benaglia”.
Ai giovani non è piaciuto il modo in cui Gnassi è stato candidato, e temono, nella sostanza, che tale candidatura “sia frutto di vecchie pratiche che purtroppo tengono banco ancor oggi. Si ha come l’impressione di essere di fronte alla prima parte di un organigramma disegnato da un ristretto gruppo di notabili. Vogliamo però evitare di cadere nell’errore di esprimere giudizi solo su impressioni che, conoscendoti, siamo sicuri verranno smentite dai fatti. Il congresso è un fatto e noi lo utilizzeremo per cercare di aprire un confronto su temi squisitamente politici”.
Di certo la candidatura di Gnassi, oltre ad essere unitaria, gode della benedizione di tutte le anime del partito (o meglio, della mozione Fassino). L’onorevole Giuseppe Chicchi osserva che “Gnassi è il segno del cambiamento: finalmente c’è un giovane che si mette in campo per fare un lavoro politico, anche in vista della nascita del Partito Democratico”.
Maurizio Melucci, vice sindaco di Rimini e uomo forte del partito, parla di “candidatura unitaria: un’ottima scelta per fare un buon lavoro all’interno del partito in questo momento”.
Tra l’altro la dottrina, cui anche i giovani diessini hanno fatto riferimento, è tra l’altro quella secondo cui la candidatura di Gnassi sia stata espressa, a sorpresa, proprio da Melucci anche per render la pariglia al presidente della Provincia Nando Fabbri (altro uomo forte del partito) rispetto a quella di Massimo Pironi a consigliere regionale, nel 2005.
E sempre tra le fronde della Quercia vola già la voce secondo cui il futuro segretario verrà marcato stretto dai “giovani della zona nord” legati a Fabbri: il santarcangiolese Mauro Morri e la bellariese Marcella Bondoni.
Morri comunque lancia segnali di fumo più che distensivi, giocando il suo commento su Gnassi su tre parole: forte, autorevole, d’esperienza. “E quando un candidato è forte, autorevole e ha esperienza, direi che ci sono tutti gli elementi per fare un buon lavoro”.
Sollecitato rispetto agli equilibri territoriali, spiega che “come Santi, riccionese, è stato il rappresentante di tutti, ugualmente farà Gnassi che è di Rimini. E credo che una forte rappresentanza territoriale dovrà esserci all’interno della sua segreteria, che comunque dovrebbe rimanere snella e agile”.
Ma se la zona nord si prepara la zona sud non sta a guardare. Fabio Galli, già segretario comunale a Riccione, esordisce: “Non posso che essere favorevole a questa candidatura unitaria della mozione Fassino”.
E subito ci tiene a sottolineare che “quello che serve al partito è un progetto di federazione forte sul territorio. Anche in vista del futuro Partito Democratico, che non può che partire dal basso. Sono convinto che ci sarà la massima attenzione su questo”.
Si dice comunque fiducioso, sul tema territoriale, Melucci: “Non vedo particolari controindicazioni, neppure su questo punto, rispetto alla candidatura di Andrea. Il suo essere riminese in questo senso è un ragionamento marginale: troverà il giusto sostegno in tutto il territorio della federazione”.
Di sicuro un sostegno forte (che comunque difficilmente prescinderà da qualche aspettativa) Gnassi lo riscuote da due uomini della base, che per di più rappresentano anch’essi due aree particolari, stavolta della città di Rimini: Roberto Biagini da Viserba e Alberto Astolfi da Ghetto Turco.
Il primo ha ereditato il ruolo di “ras diessino della zona nord” dopo l’allontanamento di Massimo Lugaresi. Spiega che “la base non è attenta tanto ai nomi quanto ai progetti politici, e da questo punto di vista è in fermento: attende con interesse il prossimo congresso perché sarà il ‘congresso ponte’ verso il Partito Democratico”.
Insomma “di qui in poi servirà un grande lavoro dentro il partito. Io credo che Andrea Gnassi sia al persona giusta per accollarsi e svolgere questo lavoro. Credo che i giovani lo sosterranno e lui avrà la possibilità, dopo aver fatto molto e bene in campo amministrativo, di dimostrare quanto vale anche in un ambito più squisitamente politico”.
Astolfi, invece, è da sempre il paladino della zona sud di Rimini, e la sua mano è tesa e aperta verso Gnassi. “Sono un suo sostenitore convinto – assicura – perché è persona seria e impegnata. Per di più – precisa – io sono fermamente legato alla mozione Fassino, e in una mozione, come in un partito, o ci si sta o non ci si sta”.
La voce più formale del partito viene esplicitata sul sito (www.ds.rimini.it), dove nei giorni scorsi è emerso un giudizio sui documenti legati alle tre candidature. Parlando dei quali si dice che “in estrema sintesi vi abbiamo trovato un Gnassi che definiremmo ‘inclusivo’, una Bessone ‘ortodossa’ e un Benaglia ‘movimentista'”. Vengono anche ripresi alcuni passaggi di quei documenti: “Andrea Gnassi, l’inclusivo: “… Ci sentiamo addosso la responsabilità della storia da cui veniamo per questo vogliamo un confronto vivo che sappia includere nel nuovo partito le diverse espressioni della società civile perché il nostro percorso non riguarda solo gli iscritti e gli elettori Ds…”.
Vera Bessone, l’ortodossa: “… Gli organismi che il nostro partito si è dato, dai direttivi di sezione agli attivi di partito, dalle direzioni comunali a quella provinciale, devono tornare ad avere un ruolo decisionale prioritario…”.
Giovanni Benaglia, il movimentista: “… Voglio un partito che non sia il cane da guardia delle amministrazioni che ratifica in maniera acritica le decisioni. Basta con il partito-caserma. Bisogna investire sulle nuove forme di comunicazione come forum, blog, chat…”. Diremmo quindi che si tratta di tre diverse personalità che costituiscono, ognuno di loro e insieme, una ricchezza di questo nostro partito e del futuro Partito Democratico”. Fin qui il sito che, fino ad ora, ha rappresentato coerentemente la voce del segretario Riziero Santi, il quale su Gnassi si è affrettato ad assicurare che è la persona giusta per raccogliere il suo testimone, insieme però all’elenco delle cose da lui fatte nelle sue segreterie. Come dire, un po’ di continuità?

di Francesco Pagnini

Chicchi: “Gnassi è il segno del cambiamento: finalmente c’è un giovane che si mette in campo per fare un lavoro politico, anche in vista della nascita del Partito Democratico”

Melucci: “Gnassi, candidatura unitaria: un’ottima scelta per fare un buon lavoro all’interno del nostro partito”

Morri: “…quando un candidato è forte, autorevole e ha esperienza, direi che ci sono tutti gli elementi per fare un buon lavoro”

Fabio Galli, “Non posso che essere favorevole a questa candidatura unitaria della mozione Fassino”. ”

L’INTERVISTA

“Aveva tante anime e un dibattito acceso”

Daniele Montebelli, 55, riccionese, una delle menti più belle che abbia avuto il Pci negli anni ’70. Ha lasciato la politica attiva nel ’90 per stanchezza

– “La partecipazione era l’elemento fondante del consenso del Pci”. Daniele Montebelli è una delle teste eccelse che scelse prima la Fgci (giovani comunisti) e poi il Pci. Vi era entrato nel ’71. dal ’72 al ’76 è segretario della Fgci (con lui amici di belle speranze: Massimo Spaggiari, Ezio Venturi, Renzo Bagli). E’ componente della segreteria ristretta del Pci riccionese con Arnaldo Cesarini (il segretario) e il povero Marino Imola. Responsabile della biblioteca di Riccione, ingraiano dal ’90 ha abbandonato la politica; ha cinquantacinque anni (il babbo era stato segretario della mitica sezione “Torri” di Riccione Paese).
Com’è avvenuto il suo incontro con la politica?
“A scuola. Si pensava che attraverso il Pci si potessero cambiare le condizioni sociali e culturali in un momento di discreto benessere. Tutto nasce dalla mia curiosità per la politica, nonostante le contraddizioni, la percepivo come il fine di una ricerca. Il Pci ai miei occhi aveva due caratteristiche: la stabilizzazione e lo sviluppo della democrazia. Era lo strumento per portare avanti idee e programmi, con la dimensione giusta, con la sua tradizione e la sua prospettiva. Portavoce dell’uguaglianza sociale, dei diritti civili. Non era un movimento, ma ti dava il senso della concretezza. Ricordo che il Pci aveva tante anime e un dibattito acceso”.
Il Pci in quegli anni, le ragioni del consenso?
“A Riccione aveva più del 50 per cento e non credo che sia stato per un errore storico. Il suo consenso era dovuto a molteplici fattori. Uno era il cemento ideologico (la Resistenza, l’antifascismo, la speranza di una società diversa). Sapeva mediare, sapeva costruire un colloquio con i cittadini. Un altro piano era la sua ideologia e la capacità programmatica. La chiave del successo è stato allargare la dimensione e la partecipzione. Si può discutere se questa fosse vera, finta, monca, ma c’era: la partecipazione era l’elemento fondante del consenso. E nei dirigenti c’era lo sforzo di allargare le decisioni e non il fatto compiuto. Sulle scelte si discuteva in modo acceso e con scontri forti: la questione di metodo era anche sostanza. Ricordo il dibattito su tenere separato i due momenti della politica: l’amministrazione, dall’attività di partito. L’accusa nostra era che il partito rappresentava tutto. Altra questione: c’erano troppi dipendenti comunali negli organismi di partito”.
Perché è uscito?
“Per sfiducia, per stanchezza nel ’90. Per il fatto che le istanze di cui ho parlato non avevano più speranze. Se pur il rinnovamento fosse la strada giusta, le scelte di fondo non mi convincevano: l’elezione diretta del sindaco, il ruolo dei consiglieri e degli assessori. Credo che con la fine della Prima repubblica si sia buttato via l’acqua sporca con il bambino. La giunta assomiglia ad un consiglio d’amministrazione di un’azienda, in cui il sindaco è l’amministratore delegato. Credo che i partiti siano diventati dei semplici comitati elettorali. Inoltre, c’è poca partecipazione, le forze politiche non mediano più le istanze dei cittadini. Cittadini che si organizzano attraverso piccole e grandi lobby. Mentre ai miei tempi si cercava la gradualità degli interessi. Il Pci aveva riferimenti ideali e culturali per trasformare la società, ora non mi sembra che ce ne siano i presupposti”.
Nostalgia?
“Non era tutto oro quello che brillava, ma era di più di quello che oggi viene dipinto. Ognuno era soggetto ad esami e valutazioni. Invece, oggi tolto il cappello del partito, ognuno fa il principe. Non è nostalgia, ma guardare il passato in modo disincantato: il partito rappresentava una carica e una valenza superiore. Non sono né un pentito, né un nostalgico, forse sbagliando valuto le diverse realtà: allora e oggi”.

Il partito avrebbe bisogno di accendere la discussione sulla qualità della vita dei cittadini

ALEGRO MA NON TROPPO

Pci, quel partito bacchettone

La beretta rivoluzionaria, troppi voti, spezzettamento del podere, da dove arriva
l’appartamento?

– E se il Pci (Partito comunista italiano) prendeva i voti perché bacchettone, perché serio, perché aveva delle idee, perché le discuteva le idee e anche gli uomini? Era talmente serio, fino a cadere, con gli occhiali di oggi, nel ridicolo e nel moralismo. Ti facevano un processo per un “nulla”, per fatti apparentemente di poco conto: non sopportava i capelli lunghi, ma neppure mettere le corna ai relativi consorti. Era tagliato a immagine e mente di Palmiro Togliatti, il capo indiscusso dal dopoguerra fino alla morte (anni ’60) A chi gli dava del tu diceva il Migliore: “Compagno sì, ma diamoci del lei”. E pretendeva dai dirigenti giacca e cravatta: “Di sinistra ma mica straccioni”. Ecco alcuni fatti allegri ma neppure troppo, direbbe l’economista Carlo Maria Cipolla. Risalgono agli anni ’60 e ’70, non proprio secoli fa.
Beretta rivoluzionaria
Tre giovani comunisti, iscritti e dirigenti, vanno ad ascoltare un compagno graduato. Uno affronta l’incontro con vestiti volutamente trasandati e una beretta in testa troppo “rivoluzionaria” per i costumi del Pci. Alcuni compagni ebbero da ridire. Qualcuno sorrise.
Troppi voti
Anni Settanta, prima delle elezioni amministrative giungono nelle sezioni dei questionari dove dovevano essere indicati le possibili persone da mettere in lista. Il segretario di quella sezione non proprio piccola, a differenza di tutte le altre della propria città, ebbe una caterva di indicazioni. Troppe. Il partito lo mise al muro; non venne neppure messo in lista.
Troppi lotti
Anni Sessanta. Un assessore sveglio e con lo sbuzzo per gli affari, acquista un podere. Lo fraziona e vende i lotti. Rassegnò le “dimissioni” dalla giunta, dal Consiglio comunale e “restituì” la tessera.
Appartamento fuori
Giungono voci che un dirigente ha acquistato un appartamento fuori comune. Nasce il dibattito; si vuole sapere come abbia fatto tanta fortuna. E se era vero o no. Era una calunnia.

Cattolica, voltare pagina si deve

LA LETTERA

– Nel confronto quotidiano sui problemi della città mi capita di ritrovarmi con amici e cittadini e discutere di politica. Spessissimo mi accorgo che la maggioranza delle persone dell’area della sinistra vive con imbarazzo le divisioni che si sono verificate a Cattolica già all’epoca delle ultime amministrative. Moltissimi (ed un’attenta lettura del voto lo ha messo chiaramente in evidenza) votarono al primo turno per la Lista Arcobaleno nella quale avevano ritrovato l’entusiasmo per i loro tradizionali ideali, poi al ballottaggio Pazzaglini per respingere le velleità della lista di destra. Quella indicazione elettorale scaturita dal malcontento della gente di sinistra che non si riconosceva più nel gruppo dirigente dei “Democratici di sinistra” della città, ma che aveva comunque scelto di rimanere nell’area di centro sinistra. Oggi a due anni dal voto la situazione è divisa su tutti i fronti Arcobaleno e Amministrazione comunale a guardarsi in cagnesco dimenticando i primi di aver votato per Pazzaglini e lo stesso sindaco di essere stato eletto con i voti dell’Arcobaleno. E proprio di questi giorni un manifesto dei partiti che sostengono l’Amministrazione comunale dal titolo “Per favore per il bene di Cattolica voltiamo pagina”, sembrerebbe un invito reciproco a rivedere le linee politiche, in primis di chi promuove l’iniziativa. L’Arcobaleno ha evidenziato nella sua replica quanto sia fondamentale la trasparenza nella gestione della cosa pubblica. E’ opportuno che si apra un confronto serio sui temi locali di grande attualità: la vendita delle farmacie comunali, la gestione dei parcheggi, il misterioso dissesto del parco “Le Navi” e non ultimo l’affrettata volontà di dedicare un luogo pubblico al precedente sindaco. Questi sono solo alcuni dei temi riguardo i quali gli elettori di centro sinistra pretendono che si superino le divisioni e che si gettino le basi per il futuro Partito democratico.

Franco Tura




Millenaria Fiera di San Gregorio

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1909: il manifesto che pubblicizzava la manifestazione. Si citava anche lo scalo ferroviario, segno della sua importanza

A Morciano dal 10 al 18 marzo si rinnova l’appuntamento. Uno tra i più sentiti in Romagna ed Alte Marche. Attese almeno 150-200 mila persone. Quella che era la fiera del bestiame, è diventata la vetrina delle aziende artigianali della Valconca. Mostra degli animali: bovini, equini. Piante da giardino, fiori.
E ancora spettacoli, concerti, rappresentazioni.
Al taglio del nastro Flavio Delbono, vicepresidente della Regione Emilia Romagna e Mauro Del Bue, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti

Cartellone spettacoli

SABATO 10 MARZO

Ore 15 – Padiglione fieristico – Inaugurazione con la Banda Musicale di Morciano

Ore 11 – Inaugurazione. Presenti: Mauro Del Bue, sottosegretario alle Infrastrutture Trasporti e Flavio Delbono (vicepresidente Regione Emilia-Romagna)

Ore 21 – Teatro Tenda – Concerto con Antonella Ruggiero (ex Mattia Bazar)

DOMENICA 11 MARZO

Dalle 9 alle 18 – Gara di bocce
Sala Lavatoio – ore 16.30 – Conferenza: “Castelnuovo di Auditore: immagini di un borgo dimenticato”, a cura di Alessandro Giovanardi e Mirko Traversari

Ore 17 – Teatro Tenda – “Danzara con l’anima” a cura del Centro danza “Blue Line”

Dalle 9 – Rassegna degli animali: pony. Nel pomeriggio salto ostacoli

Ore 21 – Commedia dialettale: “Come e pèss te paièr” dai “Volontari di turno”

LUNEDI’ 12 MARZO

Ore 20,30 – Teatro Tenda – Sfilata di moda
Dalla Mattina – XV Mostra mercato del cavallo e VI mostra dei bovini di razza romagnola e esposizione di ovini

Dalle 15 alle 18 – Annullo postale che reca il simbolo degli Olivetani

MARTEDI’ 13 MARZO

Ore 21 – Teatro Tenda – “La Plume” – saggio di danza classica e moderna

– Fabio Pecci dirige concerto di voci bianche
Ore 21 – Orchestra Bagutti Live Show

MERCOLEDI’ 14 MARZO

Ore 21 – Teatro Tenda – ‘Lui e gli amici del re” (canzoni di Celentano) e le poesie di Giuseppe Gacobazzi che ironizza sui luoghi comuni

GIOVEDI’ 15 MARZO

Ore 21 – Teatro Tenda – Gene Gnocchi

VENERDI’ 16 MARZO

Ore 21 – Teatro Tenda – “La Plume”, saggio-spettacolo di danza classica e moderna

SABATO 17 MARZO

Ore 21 – Teatro Tenda: Paolo Cevoli
Ore 9 – Lancia in mostra

DOMENICA 18 MARZO

Dalle 15 – Teatro Tenda – Match dell’Accademia Pugilistica Valconca

Ore 9 – Lancia in mostra

Ore 21 – Commedia in pesarese: “Pòch da vèda tutt d’arvèda’

Valconca, il suo spirito in sei libri di Emilio Cavalli

Personaggi, luoghi, avvenimenti, raccontati con un linguaggio piacevole, veloce e preciso

LA CULTURA

– Emilio Cavalli sa parlare ai cuori. E’ l’Edgard Lee Masters della Valconca. Ha raccontata quella del dopoguerra in sei libri che si possono trovare nelle edicole e librerie della vallata. I titoli: “La cometa variopinta”, “Pane, vino e mortadella”, “Girasoli: una vita col sorriso”, “Fiume Conca: quando era magico”, “Lanterne e preghiere della Valconca” e ” Esodi contro esodi”. Riportiamo un suo racconto.

– Emotivamente parlando, la passione, la temerarietà e l’imprevedibilità sono atteggiamenti che non vanno per niente d’accordo con la più attenta e cauta Prudenza.
Nel caso della nubil-donna morcianese, Prudenza Palazzi, invece tali doti si sono rivelate una miscela vulcanica che ha caratterizzato l’intera esistenza terrena di questa energica donna, molto intraprendente ed irripetibile, della quale si è perso il calco. La sua innata virtù di grande organizzatrice e la sua virtù dell’arrangiarsi erano talmente abbondanti che trasudavano dal suo Dna.
Prudenza Palazzi è stata una delle figure femminili più conosciute e discusse di Morciano e della Valconca.
Nella Valle del Conca era davvero diventata una personalità di spicco per quanto riusciva a fare. Tranne le feste dichiaratamente di partito, qualsiasi cosa accadesse in paese era sempre in prima linea per organizzare, consigliare, spostare, urlare al microfono, nonché guidare il trattore con sopra la statua di un santo o della Madonna: felice matrimonio di santità e meccanica.
La piccola donna riusciva sempre a trovare molto tempo libero per dedicarsi a tutte le feste.
Mentre la sorella Vittoria mandava avanti la piccola caffetteria di famiglia in via Ronci, dove si preparavano deliziose colazioni a base di caffellatte con ciambella e biscotti fatti in casa, la Prudenza organizzava viaggi ovunque: Loreto, Padova, Assisi, San Giovanni Rotondo, Città del Vaticano; fino a raggiungere località molto più lontane come il santuario di Fatima (Portogallo), Lourdes (Francia) e addirittura in Terra Santa.
Fu la prima donna della Valconca ad organizzare i voli in aereo con destinazione Gerusalemme. Si racconta che tutti i sindaci che si sono succeduti dal 1959 fino al 1980 non le facessero neppure un baffo, compresi quelli di sinistra.
Tutto quello che si metteva in testa di fare, le riusciva alla perfezione; era nata per organizzare, i suoi pullman era no sempre pieni di fedeli e non. Il suo proverbiale dinamismo e la sua testardaggine riuscivano sempre a convincere le autorità comunali ed ecclesiastiche, vescovo compreso, che doveva procurarle le udienze presso il Santo Padre.
La Prudenza non aveva peli sulla lingua. Era schietta e dava del tu a tutti. Mentre parlava non stava ferma un secondo; camminava avanti ed indietro dondolando come un’altalena fino a quando non otteneva tutto ciò che aveva energicamente richiesto la sua fiumana di parole non si placava.
Su di lei ci sono una caterva di aneddoti, ma uno dei ricordi più tangibili quanto divertenti, significante, che ha lasciato riguarda sicuramente la sua ultima attività professionale: benzinaia con distributore in piazza del Popolo, di fronte al palazzo comunale.
Negli anni cinquanta quando il caffellatte passò di moda per lasciare via libera al più moderno cappuccino e cornetto, la Prudenza decise di cambiare mestiere.
Lei e le sorelle ci sapevano fare, ma forse due non le bastavano più tanto è vero che si alleò con la grande sorella della conchiglia chiamata Shell che distribuiva oro giallo liquido in cambio di denaro altrettanto liquido agli automobilisti.
Tra le sette grandi sorelle del petrolio scelse, forse per devozione, la conchiglia per lo stemma che lo contraddistingueva, cioè lo stesso simbolo che portava sul mantello il suo veneratissimo beato Amato Ronconi di Saludecio; conchiglie che testimoniavano del viaggio, allora a piedi, fino al santuario di Santiago di Compostela sull’Oceano Atlantico in Spagna.
Lo stesso simbolo che indossava anche la Prudenza sul berrettino e sul taschino del suo spolverino da lavoro mentre riempiva i serbatoi degli automezzi con l’olio di Pietro (come lei chiamava scherzosamente il petrolio). In via Mazzini il suo distributore a due pompe era situato nel punto più strategico di Morciano, proprio di fronte al palazzo comunale, dal quale vedeva entrare ed uscire il primo cittadino.
Nonostante il nuovo lavoro la impegnasse a tempo pieno, la Prudenza aveva escogitato un sistema efficace per avvicinare ancora di più i suoi acquirenti alla chiesa; forse meglio di quanto facesse prima con i viaggi religiosi, e con meno dispendio di energie.
La Prudenza, che conosceva il Vangelo a memoria, un bel giorno ebbe una straordinaria intuizione che le fece inventare per prima la benzina con le rose. Mentre nessuna compagnia petrolifera aveva ancora pensato di regalare i punti, i gadget, o il gratta e vinci alla sua affezionata clientela. La Prudenza ordinò un esagerato quantitativo di coroncine di plastica color rosa: da regalare a tutti i clienti.
Nei primi tempi, la notizia fece molto scalpore, poi quando tutte le automobili della Valconca giravano con la coroncina del rosario avvinghiata allo specchietto retrovisore anche i più scettici si arresero alla sua volontà ed accettarono di circolare con la benzina alle rose della Prudenza.
Molto più tardi, le sette sorelle multinazionali del petrolio la imitarono promettendo oltre ai propri lauti guadagni, viaggi immaginari esotici, dove purtroppo non serviva più la coroncina rosa benedetta dalla nobildonna morcianese.
Un fatto clamoroso che fa ancora tanto parlare riguarda la sua ultima visita all’attuale papa, Giovanni Paolo II. Intrufolandosi tra i fedeli con una scatolina di plastica nelle sue mani, la Prudenza riuscì ad avvicinarsi al Santo Padre, dicendogli: “Santità tenga è un rosario; lo metta nella sua automobile”. Il papa le appoggiò una mano sulla fronte, impartendole una speciale benedizione, mentre nell’altra mano teneva ben stretta il regalo della Prudenza: una coroncina da 50 lire! Ma il cuore non è acqua…

“La Fiera della civiltà contadina”

Si veniva a scambiare e comprare il bestiame prima dell’inizio della stagione agricola

San Gregorio: degustarela Spianata Sfogliata

– La Spianata Sfogliata è una delle specialità della Fiera di San Gregorio: assolutamente assaggiare. Tempo fa mi misi alla ricerca di colui che realizzò questa fantastica focaccia. La ricetta giunse a me attraverso la famiglia Giannini, che a sua volta la ricevette dalla famosa signora Malvina negli anni Sessanta. Le tracce poi retrocedono all’inizio del ‘900. Da qui, a ritroso, un largo buco ci porta agli antichi scritti dei monaci benedettini dell’abbazia di San Gregorio a Morciano di Romagna.
E’ con orgoglio e passione che custodisco quest’antica ricetta, conservando modi e tempi di una lunga lavorazione manuale seguita da mani sapienti, senza tralasciare la bontà degli ingredienti. Essi sono legati alla tradizione della nostra terra, come la farina proveniente dal solo grano romagnolo, nonché lo strutto della famosa razza suina Mora Romagnola e dal Sale di Cervia.
Dopo questa lunga lavorazione, si arriva nella salumeria gastronomia “Il Custode degli Antichi Sapori”. Nel tempo questa salumeria non era più sufficiente per rispondere ala grandissima richiesta nella settimana della Fiera di San Gregorio, quindi dal 2000 ci troviamo in strada con uno stand sul fronte del negozio con la fatidica mortadella Igp Bologna; anche questo merita una parola: una ricetta tramandata nel tempo e conservata gelosamente nelle mani del Norcino. Siamo arrivati a quintali e quintali di mortadella degustata e ogni anno si supera l’apprezzamento degli anni precedenti.

Paolo Comanducci

Morciano una grande capitale

Durante le giornate passano circa 150-200.000 persone

San Gargor e i fig

Ste fat per capil ben
l’è facil, ec la maniera,
se us va fina Murcen
per San Gargor i fa la fera
cu jé da i fig fina e trator.

E fig l’è una gren roba,
l’è dolc c’un sni pò più,
senza fé tenta boba
us pò magné in dù
te fes una careza.

A es pù sora la pienta,
magnel fresc, matur,
la gioja la è tenta
c’us ved enché te scur
se uj si met la tenereza.

Vocia l’è la tradizion,
fors og dé tent lan funziona
mo l’era questa un’ucasion
per tanté indulcì una dona,
presentes ben mes, tut lecc.

Dep intent cus pasigeva
per Murcen ti dé dla mimosa,
ragaze e giuvne is aduceva
per tantè fes la murosa,
ben gradid l’era i fig sec.

Rigales un pac ad fig
l’era quasi una pruposta
che us puteva dvanté amig
se la dona la era disposta
ad acité sta cortesia.

Cum ho det e fig da fresc
l’è dolc tent coile sora
mo stefat l’ha de fiabesc,
apasid l’è mej ancora
se e Su Dolc un è andè via.

Un gné età per vles ben,
i fig jauta, una maniera
che da tent a Murcen
i la ha capì e ij fa la fera.
Cu gl’ava det San Gargor?

Questo fatto per caprilo bene
è facile, ecco la maniera,
se si va fino a Morciano
per San Gregorio fanno una fiera
che c’è da i fichi fino al trattore.

Il fico è una gran cosa,
è dolce che non se ne può più,
senza fare tanta confusione
si può mangiare in due
nel farsi una carezza.

essere poi sopra la pianta,
mangiarlo fresco, maturo,
la gioia è tanta
che si vede anche nel buio
se ci si mette la tenerezza.

Vecchia è la tradizione,
forse oggidì tanto non funziona
ma era questa un’occasione
per tentare di addolcier una donna,
presentarsi ben messi, luccicanti.

Dopo intanto che si passeggiava
per Morciano nei giorni della mimosa, ragazze e giovani si adocchiavano
per tentare tentare di farsi la morosa,
ben graditi erano i fichi secchi

Regalarsi un pacco di fichi
era quasi una proposta
che si poteva diventare amici
se la donna era disposta
ad accettare questa cortesia.

Come ho detto il fico da fresco
è dolce tanto coglierlo sopra
ma questo fatto ha del fiabesco,
appassito è meglio ancora
se il Suo Dolce non è andato via.

Non c’è età per volersi bene,
i fichi aiutano, una maniera
che da tanto a Morciano
l’hanno capita e ci fanno la fiera.
Che glielo abbia detto S. Gregorio?

di Mario Tonini

Nato a Misano Adriatico ( frazione Casacce), da 55 anni vive a Riccione. Ha scritto oltre 750 poesie in dialetto

Fichi, se ne acquistano 300 quintali

– Il fico secco è (soprattutto era) una delle caratteristiche della tradizione della Fiera di SanGregorio, detta anche Fiera dei Fichi. Un tempo tutti i visitatori li acquistavano; oggi la stragrande maggioranza degli avventori ne mangia almeno uno ed una confezione la porta a casa.Durante la fiera se ne vendono circa 300 quintali. Una cifra che potrebbe sembrare alta, in realtà negli anni addietro se ne consumavano oltre 500 quintali.
Originario dell’Asia Minore, Persia, il fico fu introdotto in Italia in tempi remoti; è ampiamente coltivato ma cresce anche spontaneamente sulle rupi e sui muri nelle zone calde. E’ un arbusto con la corteccia liscia di colore cenerino e contiene un latice bianco acre, amaro, bruciante e irritante che imbeve tronco, rami, foglie e persino il peduncolo dei frutti. Il lattice ha azione vermifuga e purgativa molto violenta e pericolosa. Esternamente invece è adoperato per far sparire le verruche e i porri. Le foglie di forma ovale cuoriforme hanno un lungo picciolo e sono divise in lobi con il margine dentato. Ottimo lassativo e digestivo.

S. Gregorio: spettacoli, cultura, sport

Gene Gnochi, Paolo Cevoli e Antonella Ruggiero i nomi di richiamo

Kermesse di Lancia d’epoca grazie a Roberto Tordi. Presentazione del libro della Sinatti: “Il mistero del silenzio” (Raffaelli editore). Nella boxe debutta Matteo Bonetti, un avvocato con una caterva di interessi: dall’orto al canto lirico

APPUNTAMENTI

– Gene Gnocchi. Antonella Ruggiero. Paolo Cevoli. Le Lancia d’epoca. La boxe. Il karate. Le commedie dialettali. La razza romagnola. I cavalli. Gli ovini. Musica. Sfilate di moda. La cultura. Il cartellone degli intrattenimenti è un grande contenitore con di tutto e anche di più. Con lo scopo di attirare e divertire più persone possibile nella capitale della Valconca.

La cultura
Se Gene Gnocchi e Antonella Ruggiero (già voce dei Mattia Bazar) sono i nomoni da richiamo, il momento culturale clou è la presentazione del libro “Il mistero del silenzio: il ritorno del re longobardo” (Raffaelli editore) di Franca D’Amico Sinatti. L’assessore alla Cultura di Morciano, Maria Rosa Gostoli, ha chiamato a presentarlo Alessandro Cilla e Maria Lucia De Nicolò. Si tiene il 14 marzo, alle 16.30 al Lavatoio.

La boxe
Sempre molto seguita, grazie al calore e alla bravura di Rico Maestri, il factotum della Pugilistica Valconca di Montecolombo, che è solito dire: “Sul ring i pugili non fanno a botte; si ammira, tecnica, passi di danza”.
Si combatte il 18 marzo, con inizio alle 15, Teatro Tenda. Per i morcianesi sarà un pomeriggio da mandare a memoria, perché si esibisce Matteo Bonetti, peso medio. Avvocato, dirigente in una primaria azienda di San Marino, Bonetti appartiene ad una bella covata di morcianesi che ballano con intelligenza sui trent’anni. Ha una caterva di passioni e tutte richiedono lavoro, impegno e pure molto estro. Se in palestra gli piace incrociare i guantoni con i più bravi (si veda Gianfranco Viola, altro morcianese di talento in palestra e nella vita), fuori prende lezioni di canto lirico. Fa l’orto, cucina (dicono, bene). Va in bicicletta. Vivi da solo e verso gli amici ha perso qualche punto da quando hanno saputo che il suo appartamento è tirato a lucido e le camicie sono stirate da una giovane signora, anche attraente. Con l’amico Stefano si sbizzarriscono con lo spirito degli adolescenti.
Per gli allenamenti arriva in giacca e cravatta, si mette la canotta e via. La prima volta, gli amici di pugni gli diedero un mese; invece è ancora lì ad imparare i movimenti della nobile arte. Maestri, uno da idee, nel manifesto promozionale con i suoi ragazzi in posa, ha rotto l’equilibrio lasciando Bonetti incravattato ma con guantoni.

La moda
In questa edizione della Fiera, nel Teatro Tenda, c’è spazio anche per la moda e per il ballo: domenica 11 marzo (ore 17.00) con lo spettacolo “Danzare con l’anima” a cura del Centro danza Blue, lunedì 12 (20.30) con la sfilata di moda a cura di Art’arte 3000, venerdì 16 (ore 21.00) con il centro danza “La Plume” che si esibisce in un saggio – spettacolo di danza classica e moderna.

Gli animali
Il Foro Boario è la zona dedicata agli animali: bovini romagnoli (ottimi da tiro e carne pregiate). Il battesimo del pony, domenica 11 marzo (dalle ore 9) apre la rassegna che vede gli animali protagonisti in primo piano. Nel pomeriggio sono sempre di scena i cavalli che fieri si esibiscono nel concorso di salto ad ostacoli. Lunedì 12 marzo si entra nel vivo dello spirito commerciale della fiera di San Gregorio con la quindicesima mostra mercato di cavalli e la sesta mostra provinciale di bovini di razza romagnola; uno spazio è dedicato anche all’esposizione di ovini.

Motori
Per gli appassionati di rally, infine, ben due appuntamenti, sabato 17 e domenica 18, a partire dalle 9, dove sono di scena i più belli esemplari di Lancia, grazie a Roberto Tordi, ex corridore di rally.

“Nella natura i misteri della terra”

Questa pagina ricorda la figura di Tullio Becci scomparso nel dicembre 2004 causa un incidente

– Tullio Becci è morto il 24 dicembre del 2004 per le conseguenze di un incidente stradale. Aveva 80 anni. Cantante (faceva parte del Coro Città di Morciano), poeta, persona buona, da anni per la Fiera di San Gregorio era solito regalare ai lettori della Piazza una delle sue poesie che affrescono la natura con i colori della natura: semplici, avvolgenti, dirompenti. Capisci che le devi stare dentro assecondandone l’inclinazione. Per onorare la figura di Tullio Becci pubblicheremo una delle sue gemme per San Gregorio. Quest’anno riproponiamo l’articolo con il quale Carla Chiara presentava il libro di Becci appena uscito nel febbraio 2004.

IN RICORDO

– I colori sono pastello, il tratto gentile. Un’attenzione genuina e rispettosa alla vita con parole per le storie, i sentimenti, le cose. Due “dee”: flora e fauna. Il ritmo interiore è offerto con semplicità affettuosa. Come a dire:- Non ho nulla da insegnare se non la bellezza dell'”accorgersi”.
L’invito è generoso: a non distrarsi, a rileggere quel che succede, perché ci sono particolari che sfuggono, o sembrano irrilevanti, e invece valgono la pena di essere sottolineati.
Pagina novantasei: “Le mani” – Pietra su pietra i versi “ri-costruiscono” le sette meraviglie del mondo antico come conforto e testimonianza dell’incessante lavorare dell’uomo.
Pagina ventotto: “Lo scricciolo” Malizioso e curioso nel suo coraggio di “volare alto”, più alto dell’aquila: in vedetta, acquattato sulla schiena dell’ardito rapace.
Pagina ventidue: il martello pneumatico e il Picchio! Una identica ostinazione sonora. Nella simile reciproca fatica sta l’orgoglio di iniziare tutto dalle fondamenta.Così, è abbastanza chiaro, che non avrà mai le ali chi dimentica le radici.
Le radici, per Tullio Becci, sono nella Madre Terra – violentata, prosciugata, certamente, ma che sa esprimere ancora tutta la sua solennità religiosa
Il passato porta al futuro: siamo in un laboratorio dove le generazioni, come i mesi dell’anno, possono e devono impegnarsi ad offrire autentici frutti di stagione. L’occhio, che sa vedere il quotidiano, avrà sempre l’orizzonte più vasto, nel quale, anziché perdersi, cercherà l’infinito del piccolo. Il libro ha il profumo d’inchiostro del quaderno di “bella copia” e in calligrafia…
Angelo Leoni lo propone e lo illustra nella gradevolezza di disegni e foto.

di Carla Chiara

LA POESIA

La civetta

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E’ un rapace notturno. Molti superstiziosi dicono che il suo canto porti sfortuna. Stiamo invece molto attenti ad altre civette!…
L’illustrazione di Angelo Leoni è tratta dal libro
“Natura e amore” di Tullio Becci

Ascolto la tua voce al chiar di luna,
bella civetta che di notte voli.
Dicono tutti che porti sfortuna,
ma sentirti cantare mi consoli.
Non fu così quella bambina bruna
che cantava di giorno, quanto duoli
mi procurava e al cor mi diè una stretta!
Canta pure per me, bella civetta.

Okinawa karate club, dal 1973

Per San Gregorio classico meeting di karate tra gli appuntamenti sportivi

– L’Okinawa Karate Club è una delle istituzioni sportive di Morciano e della Valconca. Venne fondato nel lontano ’73.
La sua attività poggia su due aspetti principali.
Il primo. E’ il settore agonistico, dove bambini e ragazzi partecipano attivamente a gare di livello locale, provinciale e interprovinciale con discreti risultati.
In questa fase evolutiva è bene non esasperare l’agonismo, ma piuttosto stimolare la partecipazione a eventi a fini educativi, come la socializzazione, il rispetto delle regole, degli avversari, degli arbitri, ricordando che la parola “panchina” nel karate non esiste e che quindi tutti possono gareggiare ai propri livelli.
Il secondo livello. E’ prioritario, per la società sportiva morcianese, la partecipazione a tutti gli eventi e manifestazioni per divulgare e far conoscere questa arte marziale.
Sono stati presenti anche a manifestazioni di un certo livello, come la Fiera Nazionale del Fitness di Rimini ed altre similari in molte citta’ italiane.
Ivano Montebelli, il maestro, è particolarmente orgogliosi di aver partecipato sin dalla prima edizione alla Fiera Provinciale dello Sport, splendidamente organizzata dal Coni di Rimini, dove per una volta all’anno tutte le Federazioni sono presenti e i visitatori possono provare tutte le discipline sportive.
Dice Montebelli: “Sperando di avere chiarito alcuni aspetti di questa splendida disciplina e invitando bambini e adulti a praticarla, come li invitiamo a praticare qualsiasi sport”.
Il karate è una delle 10 discipline sportive più praticate al mondo con oltre 20 milioni di appassionati in tutti i continenti.
Purtroppo attende ancora il riconoscimento olimpico sia a causa del Cio (Comitato olimpico internazionale) che tende a snellire la partecipazione olimpica sia a colpa di divisioni a carattere internazionale del karate stesso.
L’Italia è ai massimi livelli internazionali nelle due specialità agonistiche che sono il kumite (combattimento) e il kata (gara tecnica).
A conferma di quanto detto si porta a conoscenza di tutti che l’Italia a Tampere (Finlandia) dal 12 al 15 ottobre scorso è arrivata prima nel medagliere dei campionati del .ondo davanti ai maestri giapponesi.
Kumite. E’ il combattimento controllato peculiare del karate. E’ una disciplina altamente specializzata dove i colpi di pugno, calcio e proiezione vengono portati con velocità e potenza eccezionali, ma con controllo assoluto al viso e contatto limitato al tronco.
Il controllo dei colpi viene instillato nelle menti di adulti e bambini fin dalle prime lezioni e questo porta a un vero e proprio controllo della mente e del corpo.
Milioni di pugni e calci “controllati” portano un esperto a decidere la portata dell’affondo, che sara’ totale nel sacco o colpitore,robusto con un pari livello ed inesistente con un principiante o un bambino.
Per rendersene conto, basta vedere un combattimento fra cinture nere, in quanto le stesse non solo allenano il controllo, ma anche l’aggressività e la precisione dei colpi che devono arrivare in punti del corpo che non danneggiano il compagno.
Questa precisione può chiaramente essere indirizzata, in caso di necessità estrema, verso i cosiddetti punti vitali che possono bloccare o frenare un eventuale aggressore.
Kata. E’ la gara di forma tecnica ed è un po’ l’essenza del karate inteso come arte marziale.
Ben 26 kata sono annoverati nella Scuola Shotokan (stile di karate fondato dal maestro Funakoshi ) la cui provenienza viene da molte regioni asiatiche, tra cui India, Cina, Okinawa (isola giapponese dove è nato il karate ) e Giappone.
Vera enciclopedia di questa arte di combattimento, il kata contiene tutte le tecniche ispirate dai combattimenti degli animali, esercizi per la respirazione, equilibrio, agilità, acrobazie, salute, concentrazione mentale.




LA CULTURA

– Domenica 11 marzo – Francisco Jaruta, “Dietro le maschere de Les demoiselles d’Avignon”

Domenica 18 marzo – Mario Botta, “Architettura e città. Riflessioni sull’estetica contemporanea”

Domenica 25 marzo Casimiro Porro, “Sul mercato dell’arte”

Domenica 1 aprile – Renato Barilli, “Le arti prossime venture”.

Le conferenze si tengono al Teatro degli Atti, con inizio alle 5 del pomeriggio.

Per maggiori informazioni: biblioteca civica Gambalunga (tel. 0541/704486).

Il ciclo è riconosciuto dall’autorità scolastica come attività di aggiornamento.




SAN MARINO – Cacciari

L’iniziativa è organizzata dalla Fondazione “Monte Titano” (Fondazione per la solidarietà e libertà dell’uomo).




Meditazioni riminesi, è tempo di “Estetica contemporanea”

– Con questo titolo si sta svolgendo a Rimini il ciclo delle otto conferenze domenicali nel Teatro degli Atti in Via Cairoli, nell’arco delle “Meditazioni Riminesi”, giunto alla nona edizione, promosso dalla Civica Bibblioteca Gambalunga ad opera della maestria e capacità del suo direttore e dirigente del Settore Cultura del Comune di Rimini, dottor Marcello Di Bella, con il patrocinio dell’ “Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”.
Hanno avuto luogo già i primi quattro incontri negli altrettanti pomeriggi di domenica, dall’11 febbraio al 4 marzo, con quattro filosofi di alta levatura che, nel campo delle arti figurative, della letteratura, del cinema e della musica, hanno espresso il loro pertinente pensiero non privo di una critica serrata ed anche posizioni di dissenso rispetto all’insieme della voluminosa e corposa quantità di opere sfornate sul mercato.

– La prima domenica ha aperto la serie il prof. Paolo Fabbri, riminese e docente di Semiotica dell’arte alla facoltà di Lettere e Filosofia dell”Ateneo felsineo.
Il relatore ha titolato la sua conferenza con la “Estetica del disgusto”. L’argomento è intrigante e lo stacco iniziale con la proiezione fotografica di tre fantocci impiccati portanti figure di tre bambini, appese provocatoriamente nei giardini pubblici di Milano, destando scalpore e proteste, è servito al filosofo per introdurre l’arduo concetto di limite della decenza e della trasgressione nell’arte, giacchè nessuno avrebbe mai pensato di impiccare dei bambini. In verità poi, non è così, in quanto è storicamente provato che i cattolici nella Linguadòca, tra la Garonna e il Rodano, durante la distruzione della città di Albi, ad opera della nefasta crociata contro gli Albigesi, (perchè non pagavano le tasse alla Chiesa di Roma) promossa dal papa Innocenzo III nel 1208, diedero luogo, durante lo sterminio di tutta la popolazione con i massacri e gli incendi, anche ad impiccagioni collettive di uomini, donne e bambini.

– La seconda domenica, del 18 febbraio, ha avuto come relatore il prof. Ermanno Cavazzoni, insegnante di Estetica nell’Università di Bologna con il titolo: “La grande sacrosanta pattumiera dell’artistico”, ha evidenziato e dimostrato il limite e talvolta l’inconsistenza del substrato portante di certune ed a volte anche tante, composizioni letterarie.
Il concetto di Estetica, che dal greco si traduce anche come “sensazione”, già presente nella “Critica della ragion pura” di Kant, nel XVIII secolo e che, nell’accezione corrente indica la dottrina intorno al bello ed alla sua distinzione dal brutto (espressa in tutti i sensi dell’arte), ha avuto come primo filosofo, adottante questo concetto, il berlinese Alexander Baumgarten, per il quale il bello consiste nella “perfezione del significato cognitivo” (nel passaggio da quello primitivo a quello moderno).
Benedetto Croce vede l’estetica come disciplina autonoma in un sistema che si configura solo in età moderna e come “scienza mondana”, cioè resa possibile dalla vocazione che è propria dei tempi moderni verso tutto ciò che è profano ed umano, al di fuori di esigenze morali e religiose.

– Nella terza domenica del 25 febbraio, il prof. Umberto Curi, ordinario di Storia della Filosofia e preside del corso di Laurea in Filosofia dell’Università di Padova, con il titolo: “un filosofo al cinema” ha dimostrato, con una analitica e competente dissertazione, che l’apparente dicotomia tra cinema e filosofia è un luogo comune da sfatare perchè in pratica non esiste, giacchè il cinema altro non è che la narrazione fotografica, pratica e piacevole dell’apprendere ciò che, spiegato solo dalla filosofia, potrebbe risultare astruso e difficile da assorbire.
Non ha mancato, durante la sua eloquente dimostrazione sul piacere dell’apprendimento attraverso il cinema, di esporre di volta in volta, con brevi flash, alcune opere cinematografiche portatrici di indicazioni morali e valori di vita. Queste infatti, trasmesse soltanto con un discorso filosofico potrebbero riuscire apatiche = A – Pathos, cioè senza la capacità di raggiungere il pathos, che è potenza, passione, emozione estetica ed esposizione visiva di un avvenimento o di un dramma.

– Nella quarta domenica, del 4 marzo, il prof. Massimo Donà, filosofo veneto, già titolare di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, ora della Cattedra di Ontologia Fondamentale presso la Facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano, musicista e conoscitore dell’arte musicale, ha trattato il rapporto tra musica e filosofia esordendo che quest’ultima nasce nell’antichità confusa con la prima. Analizza allo scopo il mito greco di Orfeo ed Euridice esaltando la figura di Orfeo, ovvero la potenza incantatrice del suo canto, della sua musica che ammansiva gli animali e le piante e tutti gli esseri, viventi e non, e che non perde mai la sua facoltà primaria, nemmeno quando uscendo dall’Ade, voltandosi e perdendo quindi per sempre la sua amata Euridice, diventerà misogeno e per questo sarà fatto a pezzi dalle menadi infuriate, la sua testa, galleggiando sull’acqua del mare, continuerà a cantare.
Prima di chiudere, spiegando il passaggio tra la musica classica ed il jazz, ha pure spaziato nel concetto di musica e ritmo come rapporto matematico e nel rapporto tra musica Dionisiaca ed Apollonea, cioè nella differenza tra la divinità inquietante e trasgressiva e quella di Apollo capace di perdonare la devianza di Ermes pur di avere il segreto della beltà del suo canto.
Il relatore si è poi profuso in un corposo trattato del rapporto tra la natura, il cosmos, il nomos e la struttura inudibile della musica cosmica che qui a me, purtroppo, non è dato lo spazio per riportare e trattare.
Queste proficue domeniche con il teatro pieno di attento pubblico, partecipante e preparato, che non disdegna di esporre alla fine di ogni conferenza (o interessante Lezione che dir si voglia), il proprio pensiero con interventi esplicativi e con puntuali domande che coinvolgono il relatore in un analitico sviluppo del corpus del suo discorso iniziale, sono il frutto di una passione cittadina nella quale ha attecchito la trentennale esperienza della istituzione napoletana, cui la grande passione e dedizione dell’avvocato Umanista Gerardo Marotta ha dedicato alla fondazione e formazione dell’ “ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI” che appunto ha sede nella città partenopea.
Questa altissima istituzione alla quale hanno aderito personaggi della cultura di livello mondiale come: Georg Gadamer, Ilya Prigogine, Jaques Derrida, Paul Ricoeur, Gianni Vattimo, Massimo Cacciarri, Remo Bodei e tanti tanti altri ancora, ha grandi meriti nazionali ed internazionali, ha ricevuto nel 1993 un altissimo riconoscimento dall’UNESCO, ha il merito di consentire, attraverso il conferimento di Borse di Studio a molti giovani laureati, di partecipare ad attività di ricerca in tutto il mondo. Ha da tempo messo in cantiere attività di seminari e convegni scientifici con la presenza dei più grandi pensatori del nostro tempo. Ha dato luogo alla ripubblicazioni di eccellenti colonne editoriali critiche di volumi filosofici fondamentali come i testi della “Scuola di Epicuro”, delle opere di Giordano Bruno, di Tommaso Campanella, di Cesare Beccaria e di tante e tante altre iniziative per legare il campo degli studi umanistici e filosofici a quello della ricerca scientifica con lo scopo di rigenerare un robusto spirito civico che miri alla formazione delle nuove menti capaci di esercitarsi contemporaneamente nelle sorti della filosofia, della cultura umanistica e scientifica come in una palestra di intelligenza che apra la mente e lo spirito ad un uomo nuovo e più completo.
Ebbene, a fronte di tutto ciò; a fronte del grande sforzo che questo Istituto Filosofico ha compiuto e compie in tutta Europa ed in Italia: da Firenze a Roma, da Asti a Cuneo, da Cattolica a Teramo, da Genova a Venezia, da Napoli a Palermo;
a fronte di tutto ciò, dicevo, si vedono tagliati i fondi per la ricerca e la formazione.
E’ veramente sconsolante dover constatare che, con la scusante dei tempi di “magra” si pensi che le spese per la cultura siano quelle che si possono tagliare perche forse servono meno allo sviluppo.
Io non sono di questo parere e mal sopporto che ciò venga fatto ancor oggi perchè sono dell’idea che le iniziative nel campo della cultura non siano da considerare come marginali ed ornamentali da parte dello Stato, ma importanti e di primo piano “se si vuole che il rinnovamento della nostra società non sia solo un’espressione retorica” (come ebbe a dire Gianni Vattimo).

di Silvio Di Giovanni




“La vera porchetta è romagnola”

– I libri di Panozzo contengono una certezza: sono intelligenti e fatti con sobria eleganza. Una volta letti, ti lasciano un segno addosso. In questo filone si inserisce “Porcus Troianus” (232 pagine, euro 13). E’ la storia della porchetta in un trattato dell’Ottocento, scritto da Luigi Nardi (1777-1837), un prete colto vissuto a Rimini a gomito a gomito col vescovo. Il lavoro del prelato, nasce come una cicalata, cioè discorsi sopra temi curiosi trattati con leggerezza e ironia.
Panozzo ripropone “Porcus Troianus o sia la Porchetta” nella seconda edizione della tipografia Nobili di Bologna. La prima invece risale al 1813. Lo spunto lo diede il matrimonio tra Carlo Ridolfi (veronese e nipote del vescovo di Rimini) e Rosa Spina (della nobile casata riminese). A tavola c’erano 22 persone e nulla si sa delle portate.
A parere del Nardi “la sola, vera porchetta di eroiche origini è quella che si conserva nell’uso romagnolo che nulla ha in comune con la porchetta napoletana o bolognese”.
Per dare valore a tale affermazione, il volume reca un’appassionata e accorta riflessione di Luisa Bartolotti. Scrive la studiosa: “Certamente lusinga essere depositari di tal nobile origine, ma l’eccellenza del profumo e del sapore di questa gustosissima vivanda basta da sola a legarla inscindibilmente al nostro territorio e ad elevare la fama dello squisito prodotto gastronomico locale che ha caratteristiche del tutto proprie”.
E i riminesi possono essere orgogliosi perché “per i romagnoli la tipica porchetta è quella preparata nella zona di Morciano, presente in tutte le manifestazioni collettive di ogni paese e città della Romagna, che sconfinando dalla Valconca arriva nel Montefeltro”.




Scuola, a lezione di leggerezza e spirito di intraprendenza

EDUCAZIONE E ECONOMIA

– Fare incontrare ai giovani prestigiosi personaggi per attingere sugerimenti e futuro alle loro personali esperienze. Sotto il titolo “Verso la società della conoscenza’, l’assessorato provinciale alla Scuola e Università ha portato nelle scuole del Riminese 5 importanti protagonisti: Umberto Paolucci (presidente di Microsoft Europa e presidente dell’Enit, l’Ente italiano per il turismo), Vito Di Bari (esperto di innovazione e professore alla Bocconi e Politecnico di Milano), Fabrizio Valletti (gesuita a Napoli), Salvatore Rossi (direttore cel Centro Studi della Banca d’Italia). Quest’ultimo sarà a Rimini il 13 aprile, 9.30-13, nella sala del Consiglio provinciale. Data da definire con Anna Serafini, senatrice.
“Quando la tecnologia è in letargo va pianificato l’allineamento con lo sviluppo economico. Un sistema formativo efficace doveva dare un’occhiata alla telefonia mobile negli anni ’80, dato che la tecnologia risale al 1947. La prima rete è della Motorola ed è del ’73. Le altre tappe sono nel ’90, quando c’erano un milione di cellulari; oggi nel mondo sono un miliardo e mezzo gli apparecchi. Se si orienta la formazione rispetto alla tecnologia presente si è tagliati fuori perché il fenomeno si è già esaurito.
Insomma, si è già in ritardo. Invece, bisogna agire nel momento della pausa tecnologica; quando c’è l’invenzione, ma non il suo utilizzo commerciale”. E’ la sintesi della conferenza che Vito Di Bari, prestigioso docente di Progettazione dell’innovazione tecnologica al Politecnico e Bocconi di Milano, ha tenuto nell’aula magna del Liceo Einstein di Rimini il 23 febbraio. E’ considerato un vero e proprio guru a livello mondiale; tra i primi tre.
Piacevole, divertente, linguaggio elegante, ha tenuto legato alle sedie circa 150 studenti e decine di insegnanti in rappresentanza oltre che dell’Einstein, del Serpieri e del Leonardo da Vinci (l’Iti). L’appuntamento si inseriva nel ciclo di conferenze dal titolo “Verso la società della conoscenza”, organizzate dall’assessorato alla Scuola e Università, Formazione, Lavoro della Provincia di Rimini.
Affabulatore il professor Di Bari, 15 anni all’estero come professore e come funzionario dell’Unesco. Ha sottolineato che il momento esatto in cui i giovani si formano l’idea del proprio futuro è tra i 15 e i 19 anni, quello delle scuole superiori. Ed è in questa fase che dovrebbe avvenire il lavoro con le capacità occupazionali del sistema paese. Ed è in questi anni che hanno investito forte i cinesi, gli indiani e gli americani. Ma più che il cosa, Di Bari ha messo ha fuoco come tutto questo deve avvenire.
Ha argomentato: “Il sistema educativo si deve sintonizzare con la formazione tecnologica, l’innovazione, la ricerca. Queste sono il triangolo delle Bermude dello sviluppo. Perché per evolvere ci vuole la conoscenza ed è attorno alla formazione che risiede la capacità di essere competitivi come nazione. E i punti su cui la scuola dovrebbe soffermarsi sono cinque: microcomputer, nanotecnologie, connessione totale, ipergeografia e applicazioni biometriche”.
Dopo la brillante dissertazione, il dibattito è stato animato dai ragazzi, dai professori e da Giuseppe Prosperi, il preside del Serpieri. “Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo – commenta Maurizio Taormina, assessore provinciale alla Scuola -: stimolare intellettualmente i ragazzi. Insomma, abbiamo messo a dimora una pianticella che dovrebbe dare i frutti tra qualche anno”.




Spigolature degli Scrondi

…Liceo, la più carina – I ragazzi del Liceo Volta di Riccione sfornano un giornalino che potrebbe essere un modello per le testate blasonate. Utilizzano un fraseggio veloce, allegro, pungente: con cui vorresti uscire insieme. Vanno subito al nocciolo senza tanti giri di parole e meno ancora di interessi. Sarebbe fantastico se questa futura classe dirigente (tra vent’anni) si conservasse così, anche se non ce l’hanno fatta i padri che da giovani avrebbero voluto cambiare il mondo e forse qualcuno non è riuscito a cambiare neppure se stesso.
Nell’ultimo numero del delizioso foglio il pezzo più importante era l’intervista parallela a Giona Di Giacomi, professore di fisica e mangiapreti e all’insegnante di religione, un gran fisico. Dato che sono adolescenti, ci mettono una sana goliardia e hanno anche intervistato la ragazza più carina dell’istituto; una che frequenta la quarta. E dato che sono ragazzi hanno imitato l’intervista che le Iene fecero ai nostri parlamentari, mettendo a nudo la loro pochezza intellettuale e l’amara impotenza di chi li ha eletti. Alla fanciulla sono state poste sei-domande-sei. Ha risposta solo alla prima: la scoperta dell’America (1492). Per rigoroso dovere di cronaca, la liceale ha fatto cilecca sulla capitale dell’Islanda (Reykjavik), sullo scoppio della Rivoluzone francese (1789), sul nostro ministro dell’Estero mica del Burundi (Massimo D’Alema), su Guantanamo (luogo cubano dove gli americani tengono prigionieri “terroristi” iracheni e non solo). Commento dei liceali: brava come i nostri parlamentari, ma più simpatica.




Verdi: Galasso presidente provinciale

– Combattere le nuove povertà che non ti fanno arrivare a fine mese. La viabilità. Grande attenzione per il mare. Il tutto con trasparenza e senza timori. Con questi temi si presenta Mario Galasso, dallo scorso 28 gennaio presidente provinciale dei Verdi eletto per pochi voti. Era in competizione con Gianfranco Giovagnoli (sostenuto da Cesarino Romani, Sauro Pari) e Francesco Castellani (appoggiato da Antonio Brandi). Con Galasso il gruppo riccionese dei Verdi (Stefano Albani e Antonio Cianciosi), i cattolichini e parte dei riminesi.
Assessore all’Ambiente del Comune di Riccione, sposato, due figli, Galasso proviene dalla cultura cattolica. Lavora in una cooperativa.
Dice: “E’ stato un bel congresso provinciale. Per la prima volta per i Verdi si è iniziato a dire chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Per quel che mi riguarda, ritengo fondamentale la trasparenza. Nel primo incontro provinciale è stato introdotto il quaderno dei verbali e la prima nota, con le nostre entrate e le nostre uscite. Sono del parere che la trasparenza interna sia il primo passo per una politica seria. L’altro passo è non portare all’esterno le polemiche interne. Cioè dobbiamo dirci tutto durante i nostri incontri, senza le uscite ad effetto sui giornali, come accaduto nel passato. Insomma, le energie vanno utilizzate con gli alleati e non disperse nel nostro interno. Il rischio che corriamo come forza politica piccola è inseguire le priorità dei nostri partiti alleati grandi, cercando di arginare alla meno peggio quanto ci troviamo sul tavolo. Spesso succede che partecipiamo in modo minore nel definire l’agenda politica”.
Voi siete piccoli, quanto potete incidere nelle decisioni?
“Credo che sia possibile uno sviluppo rispettoso del futuro. Se da un punto di vista culturale tutti si definiscono ambientalisti, a livello operativo sono piccoli. Le scelte richiedono investimenti, sacrifici da parte delle persone. Questa è la pagina da girare. In modo serio e professionale vogliamo partecipare ai tavoli dove vengono decise le priorità del territorio. E’ chiaro che per avanzare tale priorità, dobbiamo dimostrare la serietà. Se oltre a litigare sui giornali si è anche piccoli, perché gli alleati grandi ti dovrebbero dare credito? Al centro ci sia il nostro partito e non le singole persone. All’interno dell’esecutivo non è importante tener conto delle singole mozioni, ma che si abbia voglia di lavorare e che si voglia essere nel rinnovamento dei Verdi. Con particolare attenzione vanno coinvolti i nostri tesserati e non; vanno attivati gruppi di lavoro sui grossi temi e un laboratorio culturale da presentare ai nostri alleati. Altro passo, è lavorare dove i Verdi in maniera ufficiale non sono presenti”.
Quali sono le tre priorità della provincia di Rimini?
“Sicuramente la viabilità. Si va al raddoppio dell’autostrada, della Strada Statale 16, della metropolitana di costa. Il trasporto è fonte di inquinamento reale.
Il secondo tema è l’uso e il consumo del territorio, massacrato dal motore immobiliare. Un tema difficile, tuttavia va affrontato. E nel territorio ci metterei anche l’inquinamento del mare. E’ la nostra industria, con grossi problemi di salute che non possono essere aggirati con le piscine. L’Adriatico ha la necessità di essere portato su tavoli molto alti.
Il terzo punto fermo sono le nuove povertà; coloro che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Pensare come intervenire non è semplice, ma va creato un gruppo di lavoro tecnico, serio, oggettivo, strutturale. Forse va anche inventato il percorso, ma i beni primari devono essere garantiti a tutti”.
Quanto incide un piccolo partito sul governo della nostra comunità?
“Credo che piccoli abbiamo poco senso di esistere; si rischia di incidere poco sui sistemi forti. Per cui l’idea è di pensare, da noi, ad un soggetto politico come l’Arcobaleno, per essere la seconda gamba sulla quale la sinistra possa camminare. Deve mettere al suo centro l’identità etica, spesso passata in secondo piano. Capisco che è un percorso non facile, perché vanno condivise cose, rinunciando a pezzi di sé. Perché non far nascere un laboratorio a livello regionale e nazionale?”.




TEATRO DELLA REGINA

– 16: “Menopause” (Comico) – di J. Linders – regia di Manuela Metri – adattamento: Paola Tiziana Cruciani, Antonella Laganà con Maurisa Laurito, Fioretta Mari.

– 30-31: “L’uomo, la bestia e la virtù” (Prosa) – di Luigi Pirandello – regia di Fabio Grosso – con Leo Gullotta, Carlo Velli, Antonella Attili – Teatro Eliseo.

Teatro della Regina.

Inizio spettacoli ore 21,15.

Info: Tel. 0541-968214.