I libri delle banche

CASSA DI RISPARMIO DI CESENA – GRUPPO UNIBANCA

Viaggio nel cuore della Romagna

– La strenna natalizia della Cassa di Risparmio di Cesena (Gruppo Unibanca), si è avvalsa della prestigiosa collaborazione del Touring Club Italiano, che ha pubblicato una bella guida dal titolo: “La provincia di Forlì-Cesena – Viaggio nel cuore della Romagna”.
136 pagine ricche di informazioni, itinerari, fotografie, cultura e storia.
“Forlì e Cesena, allineate lungo la Via Emilia e divise da soli 19 chilometri, parteciparono in ogni tempo e con ruoli non secondari alle turbolente vicissitudini dell’inquieta terra romagnola. Il cospicuo patrimonio monumentale e storico-culturale di cui esse si fregiano e le forti tradizioni culturali e civili che ne improntano l’assetto sociale dimostrano come l’intraprendenza e il senso di identità non siano mai venuti meno in ambedue le comunità. Questa eredità, insieme alla vitalità in campo economico, che trova efficace riscontro nelle continue iniziative culturali e nella valorizzazione costante delle risorse relative al turismo, fanno di Forlì e Cesena due importanti realtà, da visitare e conoscere in modo approfondito. E’ l’obiettivo di questa guida, che ne propone visite articolate, mentre il resto del territorio, con l’operosa pianura romagnola e le valli appenniniche più intatte e tutelate, viene esplorato attraverso originali itinerari automobilistici”.

BANCA CARIM – CASSA DI RISPARMIO DI RIMINI

Novecento Riminese

– “Novecento riminese – Opere d’arte della Cassa di Risparmio di Rimini” (Panozzo Editore), a cura di Pier Giorgio Pasini e schede di Michela Cesarini, è il bel volume-strenna della Banca Carim.
“Benché si sia formata in maniera discontinua ed occasionale, – scrive il presidente Fernando Maria Pelliccioni – la collezione d’arte novecentesca di Banca Carim – Cassa di Risparmio di Rimini, per ricchezza e varietà ha finito per essere una raccolta cospicua e significativa. Una riprova se ne è avuta una decina di anni fa, fra il 1996 e il 1997, allorquando la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini ha promosso due mostre (una monografica su Gino Ravaioli e una antologica sul Novecento riminese) nelle quali moltissime sono state le opere esposte provenienti dai nostri uffici”.
Il volume contiene 39 schede di artisti corredate da decine di fotografie.
Scrive Pier Giorgio Pasini: “Per essere illustrate nel presente volume sono state scelte soprattutto opere di artisti riminesi o operanti a Rimini nel Novecento, che compongono un quadro abbastanza completo (anche se privo, con ben poche eccezioni, di tutte le esperienze d’avanguardia) delle vicende artistiche locali”.

BANCA MARCHE

Le Marche e il XX secolo

– “Le Marche e il XX secolo – Atlante degli artisti”, volume di 400 pagine a cura di Armando Ginesi e testi di Mariano Apa, Giancarlo Bassotti, Lucio Del Gobbo, Annalisa Filonzi, Armando Ginesi, Gabriele Tinti.
“Le Marche – scrive Lauro Costa, il presidente – godono, oggi, di una vita culturale e artistica di grande prestigio non solo in campo nazionale, nonostante la nostra naturale ritrosia abbia spesso spinto noi marchigiani a disdegnare numerosi riconoscimenti, seppur meritati. E’ solo grazie a critici illustri o intenditori di rango che sono usciti dai nostri confini maestri che poi, hanno segnato la storia dell’arte, delineando spesso limiti e stili. …Un volume che siamo sicuri segnerà un punto fermo sull’arte e sulla situazione artistica di questa nostra terra, ricca di storia e di fermenti culturali”.
Armando Ginesi: “… Lo scopo era quello – ovviamente mai tralasciando le personalità più significative – di delineare uno status dell’arte marchigiana del XX secolo evidenziandone le direttrici connotative. Abbiamo perciò anche affrontato il tema del perché e del percome si possa parlare di una ‘identità marchigiana’, di un ethos che, al di là delle inevitabili differenze, evidenzi però un modus vivendi, cogitandi e operandi, sotteso al fare artistico di ognuno”.

CASSA DEI RISPARMI DI FORLI’

La tradizione rinnovata

– “La tradizione rinnovata – Il Palazzo di Residenza della Cassa dei Risparmi di Forlì”, è il titolo del volume curato da Ulisse Tramonti arricchito dai testi di Roberto Balzani, Maria Giulia Benini, Michela Cesarini, Giordano Viroli, Andrea Donati, Luciana Prati, Roberto Gherardi, Ulisse Tramonti.
Scrivono Pier Giuseppe Dolcini (presidente della Fondazione) e Sergio Mazzi (presidente della Cassa dei Risparmi di Forlì): “… Uno sviluppo volto in entrambi i casi a coniugare tradizione e innovazione, cioè a comprendere la storia di Forlì e del suo comprensorio e a farne le basi per favorire di queste realtà la crescita culturale ed economica. … Di questa modalità operativa il Palazzo che ci ha ospitato sinora, con il rigore del suo stile e l’eleganza delle sue forme, è stato certamente un discreto, ma fermo suggeritore”.
Il volume, 351 pagine, è corredato da diverse decine di belle immagini. Sicuramente più suggestiva è la parte dedicata alla collezione delle opere d’arte, dal 1400 al 1900. Spiccano dipinti di Ludovico Carracci, Antonio Gianola, Jusepe De Ribera, Carlo e Felice Cignani, Mauro Gandolfi, Gaetano Previati, Pietro Annigoni, Ettore Nadiani, Ugo Nespolo, Biagio, D’Antonio Nucci, Marco Palmezzano, Guido Cagnacci, Luigi Bertelli, Eugenio Barbieri, ecc.




Giardini, progettare col cittadino

ARCHITETTURA

di Marialuisa Cipriani e Claudia Morri Architetti del paesaggio

– Nell’ambito di progetti di pubblico interesse sempre più spesso le pubbliche amministrazioni si mostrano interessate nei confronti di forme di progettazione partecipata, che prevedono il coinvolgimento della popolazione locale nelle decisioni riguardanti gli spazi pubblici e la condivisione delle scelte, delle modalità e delle attività da svolgere.
Quando svolta con serietà ed impegno, la partecipazione, il coinvolgimento dei diversi attori locali, non si riduce ad un aspetto decorativo della progettazione, ma rappresenta un metodo ed un processo per il raggiungimento di un livello qualitativo e funzionale più elevato dell’oggetto progettato e contemporaneamente per la creazione del senso di appartenenza verso uno spazio in corso di progettazione, che in questo modo assume significato ed identità.
Dal novembre 2005 con un gruppo di colleghi formato dagli architetti Bernhard Neulichedl, Lucia Raffaelli, dal dottor Antonio Maturo e dal professore Fabio Salbitano abbiamo partecipato alla terza edizione del concorso nazionale di progettazione partecipata e comunicativa promossa da INU – WWF – ANCI – ANCI EMILIA ROMAGNA in collaborazione con UPI, risultando vincitori del concorso per la realizzazione del parco urbano per il quartiere di Valle Ferrovia a Savignano sul Rubicone.
Il processo partecipativo si è svolto durante i mesi di febbraio, marzo e aprile 2006, coinvolgendo periodicamente i cittadini di Savignano interessati a questo processo, l’amministrazione comunale, i bambini di una scuola elementare e gli altri due studi di professionisti concorrenti, confrontandoci su varie tematiche.
Abbiamo affrontato argomenti di carattere generale, come i desideri, le problematiche e le necessità degli abitanti del quartiere di Valle Ferrovia, abbiamo raccolto le diverse immagini del parco proposte dai futuri fruitori, ma anche argomenti di carattere più specifico, come alcune richieste e problematiche particolari, i possibili materiali e tipologie di vegetazione da adottare nella progettazione del parco.
L’opportunità di incontrare direttamente i futuri fruitori del parco ci ha permesso di realizzare una proposta progettuale che risponde in maniera adeguata alle aspettative della comunità, che in questo modo vedrà nascere, crescere e svilupparsi un parco che essa stessa ha contribuito a definire.
Il processo partecipativo ovviamente non si è fermato, ma seguirà passo a passo le fasi successive della progettazione e della realizzazione del parco, esplorando altre modalità di coinvolgimento della popolazione, nella fase di definizione delle caratteristiche dell’oggetto, nella fase di realizzazione (immaginando per esempio che i cittadini possano piantare direttamente la vegetazione del parco con le loro mani), ma anche nelle fasi di gestione e manutenzione, realizzando insieme una sorta di regolamento che permetta alla comunità di effettuare direttamente alcune semplici operazioni di manutenzione, attraverso le quali rafforzare quel senso di appartenenza nei confronti del parco che ne garantirà il successo e la frequentazione.




Marziani, fenomeno dell’enogastronomia

– Il riminese Michele Marziani ha scritto insieme al fotografo Davide Dutto “Il Gambero Nero”. Libro sulla cucina in carcere (edito da DeriveApprodi), ha vinto la X edizione del premio Libri da Gustare.
Giornalista e scrittore, Marziani ha iniziato la sua carriera nella carta stampata nell’83. Alle spalle un curriculum che impressiona per intensità e varietà, 44 anni, cresciuto a San Leo e San Giuliano, poi trasferitosi in Piemonte, è un instancabile esploratore del cambiamento. Vive tra Rimini e Milano. Curioso, amante del cinema, della radio ed esperto di enogastronomia, scrive, racconta, ma svolge anche attività di consulente editoriale e organizza le redazione di diversi periodici a livello nazionale.
Con la sua ultima “idea”, è nato il mensile “Funghi &Tartufi” (Edizioni La Traccia, 120 pagine a colori, euro 5,90) che va a ruba nelle edicole su tutto il territorio nazionale.
Recensito un po’ ovunque, ha scritto nel 2005 “La cucina riminese tra terra e mare” (Panozzo Editore) con Piero Meldini. Nel 2006 pubblica “Sangiovese” con Roberta Sapio e corona l’anno con il suo primo romanzo, “La trota ai tempi di Zorro” (Derive Approdi Editore).
“Sono diventato giornalista professionista per caso – racconta -. Credo di saper fare molte cose se non
altro perché ho attraversato il mondo dei media trasversalmente, dalla carta stampata a Internet, passando per radio e televisione. Inoltre, per una certa pignoleria, entro nelle situazioni a pie’ pari, voglio sapere tutto delle situazioni di cui mi occupo”.
“Ho trascorso gran parte degli anni ottanta – continua – presso la redazione del settimanale Il Ponte che ho lasciato nel ’90. La carta stampata di allora era rappresentata da Il Ponte e Il Resto del Carlino. Redazioni, ma allo tesso tempo scuole. Devo molto della mia preparazione a un intellettuale cattolico riminese, Piergiorgio Terenzi, un grande direttore. Sull’informazione locale odierna dico solo che contenuti a basso costo non possono esserci”.
Michele Marziani, che ha sempre mantenuto lo stile di cronista d’opposizione e un impegno antagonista, ama Internet come incredibile strumento per creare
relazioni, la geografia per conoscere luoghi e persone. Intende, con il suo lavoro, dare una risposta alla globalizzazione delle idee e dei
comportamenti e non ama la televisione, un mondo troppo veloce che non gli consente di pensare.
“In politica – argomenta – amo la sinistra più per quello che pensa che per quello che fa. Voto malvolentieri, ma voto. Tutti siamo un po’ animali politici. Credo anche all’estetica della politica”.
Parliamo di Rimini. “È una città di gente che si lamenta. Se ci stai troppo dentro sembra che non vada bene niente ma non è vero. Si vive bene. Ha una rete di servizi sociali forti anche se l’ho trovata peggiorata da un punto di vista urbanistico. Un territorio creativo ma con poca volontà di confrontarsi con gli altri, che non ha nobiltà di imparare”.
Si mangia bene nei nostri
ristoranti? “Il settore è terribilmente in crisi, ha bisogno di trovare delle vie di uscita con qualcosa di nuovo, o meglio con qualcosa di vecchio come ad esempio andare a fare la spesa, ricercare la qualità della materia prima. Per esempio conosco un cuoco che, ogni mattina, va a fare la spesa al mercato coperto. Considero il suo ristorante di pesce il migliore in città”.




Rossi Dimension, la ‘sartoria’ al bar

– Uno degli ultimi locali realizzati dalla Rossi Dimension di Tavullia (Rio Salso) è l’ Illy Caffè all’interno dell Hotel Ivanohe di Roma. Lo hanno firmato tre progettisti di prestigio: Luca Prazzi Trazzi, Claudio Silvestrin (noto designer dei corner Illy) e Paola Navone. Azienda leader in Italia per i banchi bar locali Beverage & Food, la sua forza è tipica dei pregi del made in Italy: artigianalità, gusto, rigore. Fin dalla sua nascita ha puntato sulla produzione su misura “chiavi in mano”. Insomma, sono una specie di sarti. Arrivano le coordinate e loro, quelli nell'”atelier” della Rossi Dimension, pensano, tagliano e cuciono. Finora hanno firmato oltre 12.000 locali nei luoghi più disparati d’Italia e del mondo. Nella nostra zona uno dei fiori all’occhiello è la pasticceria Staccoli di Cattolica, diventata un posto di meta, vero e proprio tempio del dolce e della cioccolateria. E una piccola parte del successo è dovuto anche alle linee dell’architetto Raffaella Morosini dello studio Opus di San Marino, concretizzate dalle abili mani della Rossi.
Ottanta dipendenti diretti, 40 esterni, 13 milioni di euro di fatturato (il 30 per cento all’estero), quattro unità produttive, la società viene fondata nel ’64, da due fratelli: Ersilio e Marino, tecnici capaci, con una forte passione per il legno e le cose difficili. Spirito e capacità vengono immediatamente premiate dal mercato. Lo sviluppo è rapido e come spesso capita neppure previsto dai protagonisti.
Una data importante della storia aziendale è il ’73, le loro “forbici” vengono ampliate in quella che viene denominata Dimensione Home (allestimenti, sempre su misura, sempre chiavi in mano, di farmacie, tabaccherie, banche). Nel ’90, dall’unione degli arredi per pubblici esercizi, banchi refrigerati e no-food, nasce Rossi Dimension. Il successo porta una nuova e moderna sede. Gli orizzonti alti, di chi lavora in provincia ma riesce ad essere protagonista nel mondo con la propria personalità, lo si legge nella nuova sede. La progettano gli architetti Watanabe e Domeneque; viene inaugurata nel ’96. Chi attraversa Rio Salso, l’ammira e capisce che è un edificio con un’anima, che racconta, che comunica. Un altro passo forte, verso l’internazionalizzazione, risale al ’97, l’azienda si certifica con le Iso 9001, garantendo formalmente al cliente la qualità in ogni passaggio della filiera produttiva. L’ultima svolta è recente. Nel 2003, Rossi Dimension e Ifi Industrie (marchio di Tavullia) leader europeo nei banchi bar modulari) creano una nuova società, la Ird, con lo scopo di cogliere tutte le opportunità di sviluppo nei vari scenari mondiali. La forza dell’Ifi è l’avere serializzato l’artigianalità, nella Una tecnologia del freddo di livello assoluto, che si sposa alla perfezione con il know how di Rossi Dimension. Nello stesso anno la Ird, ovvero Rossi Dimension, acquisisce la Lai, un marchio sinonimo di innovazione, design e qualità nella produzione di sistemi d’arredo componibili per il beverage & food. Nata nel ’55, ad Ovada (Alessandria), la Lai ha una presenza storica forte in Nord’Italia e in Francia (negli anni Ottanta fatturava 25 miliardi). Il marchio viene riportato sul mercato nel 2005.
I quarantadue anni di storia di Rossi Dimension sono fatti di progetti unici, lavoro e capacità di gruppo, il piacere di interpretare la qualità ad un altissimo livello. Il logo di Tavullia campeggia in centri di rango: dall’aeroporto di Tel Aviv (Israele), all’Australia, passando per Londra e finire all’Hilton di Milano.
Gli sforzi di oggi proseguono quelli di ieri: portare nel mondo esperienze e capacità. Ifi Industrie e Rossi Dimension insieme significano sinergie, maggiori capacità di competere in contesti sempre più difficili e agguerriti. Dal nuovo partner sono giunti alle sapienze artigianali della Rossi tecnologie innovative e all’avanguardia. Un esempio è la gelatiera Tonda. Ideata dal designer italo-giapponese Makio Hasuike, è uno dei 135 oggetti selezionati dal Compasso d’oro, il Nobel del design.




Rimini Fiera, à la guerre comme à la guerre

Ricavi a 57,3 milioni di euro (più 6,7% sul 2004. Il gruppo sale a 87,9 milioni di euro (più 28,4% sul 2004). Debiti: 51 milioni di euro (saranno estinti nel 2009)

– Futuro di Rimini Fiera: sarà una disputa durissima e dagli esiti incerti, nonostante i buoni risultati raggiunti. Ci sarà da affilare le intelligenze con Milano, Bologna, Roma, l’estero. La sua ricaduta economica sul territorio provinciale è notevole: circa 500 milioni di euro.
Con il 37-38 per cento, Rimini Fiera è prima in Italia per Margine operativo lordo (Mol), ovvero gli utili prima di aver pagato gli ammortamenti, gli interessi passivi e le tasse. Nel 2007: quattro nuovi appuntamenti fieristici e l’acquisizione di due manifestazioni; una verrà portata a Rimini, l’altra invece resterà dov’è.
Questo in sintesi il 2006 e il 2007 di Rimini Fiera. Terza in Italia per fatturato (dopo Milano e Bologna), il gioiello economico riminese nel 2006 ha avuto ricavi per 57,3 milioni di euro (più 6,7 per cento sul 2004, anno di comparazione utile per la presenza delle manifestazioni a cadenza biennale). L’indicatore Mol invece è stato di 21,2 milioni di euro (2,4 per cento in più). Nel 2006, tutte le attività del gruppo hanno fatto un balzo in avanti del 28,4 per cento, (sempre rispetto al 2004), raggiungendo gli 87,9 milioni di fatturato.
Il sipario 2006 di Rimini Fiera è stato caratterizzato per il non aver avuto il Festival del Fitness. Manifestazione privata, è stata portata a Firenze non senza una caterva di polemiche. Tale appuntamento nel 2005 fece segnare 375.000 presenze (quasi il 35 per cento dei visitatori totali). Rimini Fiera, nel 2006, è corsa ai ripari con RiminiWellness che ha richiamato 71.482 appassionati. Non male, ma c’è da lavorare. Insomma, nulla di facile a questo mondo.
Gli altri numeri 2006. Gli espositori sono stati 12.032 (9.300 nel 2004); 1.198.756 i visitatori (1.074.254 nel 2004) e 1.126.164 i metri quadrati venduti (814.610 nel 2004).
Rimini Fiera ha debiti per 51 milioni di euro; che diventeranno 46 nel 2007; con l’ambizione di saldarli entro il 2009.
Quest’anno, altra tappa importante della struttura è stato l’ampliamento, l’ultimo, il definitivo: lo scorso settembre inaugurati due nuovi padiglioni (portando a 170.000 i metri quadrati totali, 110.000 gli espositivi).
“I numeri – ha sottolineato Lorenzo Cagnoni, il presidente in quota Ds – parlano il linguaggio della crescita. E nel 2007 avremo nuove manifestazioni, alcune a Rimini e altre fuori dal nostro quartiere. Poi ci saranno, e lo dico con i verbi all’indicativo, due acquisizioni per le quali a bilancio ci sono già le risorse. L’obiettivo è di crescere sia per linee interne, sia per linee esterne”.
Se le linee esterne sono le acquisizioni, quelle interne sono nuovi appuntamenti: ben quattro nel 2007. La prima è in gennaio (dal 12 al 14). Si chiama First Alternative (moda), un settore ben presidiato da Milano. Cagnoni: “Una novità a cui cercheremo di dare importanza; se faremo bingo, avremo altre possibilità”. Le altre: Globe (turismo, a Roma), Key Energy (dentro Ecomondo, Rimini) e Design Show (del Gruppo Maggioli).
Un altro fronte di espansione di Rimini Fiera è l’internazionalizzazione. Ci sarà un workshop a Dubai di SiaGuest, con la speranza che possa diventare una vera e proprio manifestazione espositiva.
Rimini Fiera è dentro un sistema competitivo nazionale (Milano, Bologna e non solo) e internazionale in cui occorrono le qualità di Cagnoni: rigore e dinamismo. E la fortuna, molto amata da Napoleone.

GLI UOMINI

Consiglio, presiede Cagnoni

– Rimini Fiera è un’azienda pubblica, il cui capitale è saldanmente tenuto nelle mani della Camera di Commercio, Provincia di Rimini e Comune di Rimini. Il consiglio di amministrazione è composto da 12 persone:
Lorenzo Cagnoni (presidente), Stefano Venturini e Alfredo Cazzola (vice-presidenti), Marco Borroni, Salvatore Bugli, Maurizio Ermeti, Mauro Gardenghi, Claudio Marches, Franco Paesani, Mirco Pari, Gian Luigi Piacenti, Silvano Piccorossi.




Guerra, in bici giù dalla Siligata

“Essendo nella casa del podestà, Matteo Ghigi, che continuava a vivere sopra di noi, godevamo della sua copertura. Fu davvero una bravissima persona. Quella trasmittente partigiana di Cervellieri. Portavo le borse di mia madre ad un uomo che mi dava la schiena. Avevo un’incoscienza quella sì che faceva paura. Mio babbo radunò le bestie dei contadini. A Santarcangelo scappò”

– Anche mio padre venne chiamato alle armi, nel corso della guerra, ma, avendo la fortuna di conoscere il ministro della cultura Bagli (che aveva una villa a Morciano e a cui andava ad accudire il giardino), riuscì ad evitare il servizio militare al fronte (russo) e ad essere destinato, comunque nell’esercito, come guardia costiera a Casteldimezzo, nel pesarese. Ricordo benissimo quel che accadde l’8 settembre, all’armistizio con gli alleati. Eravamo con mio padre a Casteldimezzo. I suoi comandanti, all’infuori di un tenente, erano già scappati tutti. E ci disse “Andate giù, tornate a casa, devo sistemare delle cose, poi vi raggiungo”, così io e mia madre scendemmo in bicicletta per la Siligata. In realtà mio padre tardò perché il tenente gli aveva chiesto di raccogliere le armi e andare con lui in montagna dai partigiani, ma lui, sentendo dal rombo che i carri armati tedeschi erano già sulla Siligata, preferì prima accertarsi che noi stessimo bene e dunque si diresse verso Morciano. Ricordo benissimo che io e mia madre eravamo in una lunga colonna di persone, tutti in fila indiana sulla strada, e dalle torrette dei panzer che ci passavano accanto i tedeschi ci urlavano con rabbia “Vigliacchi italiani! Traditori!” in italiano. E mia madre mi diceva “Sta zitto! Non parlare! Guarda avanti!”. Poi, quasi giunti a Morciano dopo essere stati caricati su un carretto, vedemmo arrivare dietro a noi un uomo in bicicletta vestito di nero: era mio padre. Il prete di Casteldimezzo lo aveva convinto ad indossare un suo abito per evitare di essere preso dai tedeschi. E poi, lui che non aveva molto in simpatia i preti, ci raccontò di come il sacerdote avesse insistito “Prendilo! Prendilo! Se vuoi salvar la pelle!”. Successivamente, quando iniziarono davvero ad organizzarsi le formazioni partigiane, nel quarantaquattro, allora il viavai di persone dentro casa mia si fece molto più intenso. E ricordo che una volta chiesi, inconsapevole, a mia madre di perché fosse scappata via in fretta con delle cose sotto braccio. Nei fatti, dietro a casa mia c’era una trasmittente partigiana di un certo Cervellieri e mia madre aveva appena sentito dire dal podestà (quello che ci abitava vicino, a venti passi) che, avendo saputo di quella trasmittente, stavano per mettersi a cercarla. Mia mamma così corse a nasconderla da un’altra parte, in un pagliaio (dal quale Cervellieri tornò a prenderla una decina di giorni dopo). E forse lo stesso podestà, parlando a voce alta col messo comunale, a finestra aperta, aveva fatto in modo che lo sentissero affinché potessero metterla al riparo.
Quando i tedeschi si sparsero per la zona, ricordo un fatto preciso che avvenne vicino casa mia. Accanto a un albero molto grande, i tedeschi avevano mimetizzato un camion logistico, pieno di trasmittenti ed apparecchiature radio. Io ero assieme a un amico, anche noi sulla strada. Sentimmo il rumore di un aereo in picchiata ed io iniziai a correre, mentre dietro di me sentivo lo strepitio dei proiettili della mitraglia sulla strada. Poi scartai verso la mia casa e mi rifugiai dentro, dove mia madre barricò subito la porta con un materasso. Sulla strada rimasero il camion distrutto ed il mio amico colpito a un piede. Se non avessi virato all’improvviso anch’io sarei rimasto ferito. O peggio. Poi mio padre costruì un rifugio per il nostro gruppo di case. Scavato nella terra, su una collina sopra Morciano. Era un rifugio enorme, coperto da altra terra, con due ingressi. Io dormivo sul telaio di un pullmann appeso col filo di ferro. E, quando cadevano le bombe, dondolavo. Il brutto fu quando i tedeschi ci intimarono di uscire. Arrivarono coi mitra all’improvviso, urlando “Schnell! Schnell!”, per farne un loro appostamento armato. Lì è stato un momento di grande paura. Così ci rifugiammo proprio nello scantinato della casa del podestà. Una villa antichissima, molto bella, con muri larghi un metro e mezzo (c’è ancora, è stata appena ristrutturata, in via Roma, sulla sinistra). Eravamo una trentina. E lì abbiamo vissuto per qualche mese, fino all’arrivo del fronte.Sotto nello scantinato si scendeva quando arrivavano i pericoli, i bombardamenti. E ricordo che mio padre e mio zio, assieme agli altri uomini, per evitare il bando di reclutamento della Repubblica Sociale, in un gran canneto lì vicino avevano realizzato delle buche in cui restavano nascosti. Ed io andavo a portar loro da mangiare.In ogni caso, essendo nella casa del podestà, Matteo Ghigi, che continuava a vivere sopra di noi, godevamo della sua copertura. Fu davvero una bravissima persona, che, senza esporsi direttamente, sapeva benissimo di quel che accadeva nello scantinato. A mia madre diceva “Lucia, state (perché le dava del voi, ndr) più attenti”, lei “Ma di cosa?” e lui di rimando “State più attenti”. Ma non ricevemmo mai visite indesiderate. Ricordo poi che mia madre mi passava due borse (delle quali non ho mai saputo cosa contenessero) e mi indicava precisamente cosa farne: attraversare la campagna (passando accanto al nostro precedente rifugio), salire per la collina del cimitero vecchio e poi, lassù, trovavo un uomo di schiena (che non ho mai saputo chi fosse), dovevo appoggiare per terra le due borse e venirmene via. Tutto questo accadeva ogni cinque-sei giorni, in pieno giorno, sicché sarà successo più di una decina di volte, e l’ordine di mia madre era che, se incontravo i tedeschi, dovevo mollare tutto e scappar via. Le notti erano molto silenziose. Non c’era un fruscio. Si era smesso anche di parlare tra noi. Mi ero accorto che erano finiti i tempi in cui si dialogava tranquillamente di quel che stava accadendo. Era subentrata la riservatezza, la paura che qualcosa detto inopportunamente potesse diventare un pericolo. Per sé e per gli altri. Io, in realtà, in quei momenti non ho mai avuto paura. Ero incosciente. Avevo un’incoscienza che, quella sì, faceva paura. Ma di paura attorno a me ne ho vista eccome. Ad esempio, c’era con noi un signore che veniva da Genova, sfollato (e con lui di sfollati ce ne erano tanti) con moglie e figli. Era terrorizzato, tremava. Raccontava che era stato in guerra e che aveva visto la morte in faccia e non riusciva a scordarsela.Una volta però, tornando da scuola con la mia cartella di cartone, vidi mio padre messo in mezzo tra un tedesco e un fascista. Allora io corsi e mi attaccai alle sue gambe. Il tedesco con un ceffone me ne staccò e se lo portarono via. Serviva loro per radunare le bestie dei contadini e portarle al nord. Arrivarono fino a Santarcangelo, dove poi però non venne rimandato a casa, ma caricato su un vagone blindato. Assieme ad altri quindici, erano nel penultimo di una lunga fila diretta verso la Germania (da Santarcangelo il treno si sarebbe diretto al campo di raccolta di Fossoli, vicino Carpi, e poi oltre le Alpi, ndr). E ad un certo punto videro che i tedeschi armeggiavano sui primi con la fiamma ossidrica, per saldare le porte e chiudere i vagoni dall’esterno. Allora ci fu un concitato confabulare tra loro (“Burdel, qui è meglio che andiamo via sennò non torniamo a casa più!”), riuscirono ad aprire la porta e, tra i colpi di mitra dei tedeschi, a scappare per un campo arato (mio padre raccontò poi che, dalla paura che avevano, per loro correre su quella terra mossa e bruciata dal sole era come “correre sul velluto”). Così salvarono la pelle, per quanto poi attesero diversi giorni prima di tornarsene a casa per il timore che li ricercassero, ma le sbarre dei vagoni bestiame su cui li avevano caricati gli restarono impresse per sempre.
Ricordo una notte di capodanno che, appena una quindicina di anni fa, lui passò ricoverato in ospedale mentre noi stavamo festeggiando in casa. Mi chiamarono per raggiungerlo urgentemente. Aveva perso la ragione, perché gli avevano appoggiato due sbarre ai lati del letto affinché non cadesse. Urlava “Io non voglio essere in prigione!” Come quando era su quel carro bestiame. Un episodio di cui ci aveva parlato, sì, ma del quale non avevamo mai percepito l’intensità del ricordo. E, appena tolte le sbarre, si calmò. Sembra assurdo, eppure lui aveva rivissuto davvero quel terrore.




Sei ancora sicuro di essere innamorato della tua banana?

– “Ciao, so che tu mi desideri e stravedi per me, per il mio sapore e per la consistenza e il profumo della mia polpa. Un po’ mi dispiace deluderti, ma credo che sia importante che tu mi conosca più a fondo, anche se sono consapevole che quello che sto per raccontarti potrà porre fine al nostro rapporto.
Ti confesso che sono molto diversa da come mi immagini: cioè buona, nutriente ed economica.
Ti voglio raccontare tutta la mia vita, per me è molto doloroso, ma è importante farlo ora prima che sia troppo tardi.
La mia vita è stata molto dura. Appena nata ero debole e per farmi sopravvivere hanno cominciato a farmi trattamenti periodici con prodotti chimici. Devi sapere che le piantagioni vengono regolarmente irrorate da piccoli aeroplani che spargono disinfestanti. Questo è molto dannoso per la salute dei lavoratori che passano la giornata nelle piantagioni. Alcuni di loro non sanno della loro pericolosità e quelli che ne sono a conoscenza, non dicono niente per paura di essere licenziati. Pensa che i prodotti che usavano, nel tuo paese sono vietati perché sono definiti pericolosi. Ero molto affezionata ai coltivatori della piantagione, sono molto poveri perché vengono sottopagati, lavorano a giornata, senza contratto, senza assicurazione per malattia e infortunio, senza ferie né diritti pensionistici. Lavorano mediamente 10 ore al giorno con pause brevissime.
Ora mi sento in colpa: è tutta colpa mia se sono così infelici e se la loro vita è un inferno. Se non ci fossi stata io forse avrebbero avuto una vita diversa.
Ma torniamo alla mia storia. Quando ero ancora piccola e verde, mi hanno staccato dalla pianta e mi hanno messo con le mie sorelle in un sacco di plastica impregnato di pesticida e lì sono cresciuta e maturata. Come potrai capire non sono una banana felice e quindi non ti posso dare felicità
Perché mi hai scelto?
Perché proprio io?
No, non dire che tu sei stato libero di scegliermi e se lo hai fatto è perché hai trovato in me qualcosa di bello. Non fare l’ingenuo. Sai benissimo che non sei libero di scegliere. Tre multinazionali: Chiquita, Del Monte e Dole detengono il 75% del mercato. Quindi mi hai scelto perché non hai avuto alternativa.
Ok diciamo la verità mi hai scelto solo perché sono conveniente. Ma ti sei chiesto come faccio a costare poco se vengo dall’altra parte del continente?
Insomma ma devo dirti tutto io? E’ possibile che non avevi ancora capito che non ne valeva la pena di innamorati di me?
Sono causa di ingiustizia, non sono sana, ti faccio male, non ti rendo felice e alla fine non costo neanche tanto poco.
Come vedi sono diversa da come tu mi immaginavi. Perdonami per averti ingannato. Addio”.
Adesso, se vuoi ancora mangiare la tua banana smetti pure di leggere e fallo.
Se invece vuoi lasciarla e cambiare vita prosegui nella lettura.
Mi dispiace, ma credo che tu debba prendere una decisione, non può continuare così e penso che il vostro rapporto non abbia futuro. Ti ha deluso lo so. Ti devi fare forza. Non ti abbattere, in giro sicuramente c’è un’altra banana in cerca di te. Anzi ne conosco una che è proprio il tuo tipo: è la banana del COMMERCIO EQUO E SOLIDALE.
Ne ho incontrata una l’altro giorno che sicuramente sarebbe contenta di conoscerti. Pensa che è biologica! Viene dall’Ecuador e mi raccontava che è stata coltivata da persone organizzate in piccole cooperative dove i diritti dei lavoratori sono rispettati. Forse esteticamente non è cosi bella come la tua ex ma ti assicuro che è bella dentro e soprattutto è buona e sana. La sua caratteristica speciale è che è una banana trasparente ? ma cos’hai capito? Non è che puoi vederci attraverso è che il suo prezzo è trasparente. Pensa che il cartone di banane dove era la tua ex è stato pagato 3 dollari contro i 9 dollari della banana equa e solidale. Ti garantisco che questa non comincerà come l’altra con i soliti discorsi e sensi di colpa, ansie e turbamenti.
Questa è una banana giusta e felice che ti aiuterà ad essere più sereno e apposto con la coscienza.
So che hai gia perso la testa per lei!
Anche se stai pensando ?ma quanto mi costerà?
Non ti preoccupare non spenderai molto di più e anche se il prezzo fosse un po’ più alto credo che ne valga la pena.
Se proprio non riesci a resistere la puoi trovare nelle botteghe del Commercio Equo e Solidale: Rimini Via Cairoli, 81; Riccione Viale Dante, 93; Cattolica, via Bovio.

Gibo ( gibo.michi@lillinet.org )




Dio ci liberi dagli spiriti senza la carne della vita

Se non rifletti tanto, se vivi pensando ed incentrando il tuo pensiero e amore solo su te stesso o pochi altri, non senti il dolore del mondo e non ne cogli le ingiustizie. Questo non vuol dire che i giovani siano dei superficiali, anzi, ma forse la giovanile incoscienza è una difesa logica e naturale del nostro essere e crescere.
La vita e l’esperienza che si accumula invece ci portano ad essere sempre più attenti e sensibili al mondo che ci circonda, sia il più prossimo che il più lontano. Un tempo questo maturare e crescere era chiamato “saggezza” ed i saggi erano quegli uomini e donne che sapevano vivere nel loro tempo e “compatirlo”, ossia soffrire con? Ora il saggio non va più di moda, spesso dà fastidio ed è diventato “colui che grida nel deserto”.Per questo, come vorrei non invecchiare!! Per questo, come vorrei essere più disattenta, come non vorrei vedere e sentire:così come fa gran parte del nostro mondo alienato.
Quotidianamente giungono messaggi per me dolorosi e preoccupanti.
? La morte di Welby e il suo “negato funerale religioso”. Subito mi è venuta in mente la canzone di Fabrizio de Andrè su Tenco “venite in Paradiso, laddove vado anch’io, perché non c’è l’Inferno nel Regno del Buon Dio”. Probabilmente l’Inferno esiste “per chi ne ha paura” o per i bravi cristiani della famosa barzelletta! Dio, che ci ama tutti come figli, non penso che abbia un bidone dell’immondizia per buttarci quelli che gli sono venuti male! Senza voler giudicare in merito all’eutanasia, problema grave e difficile, giudico invece grave il non permettere il funerale religioso a quest’uomo che l’aveva chiesto, mentre lo si concede a dittatori e a responsabili di eccidi e pluri uccisioni, quali mafiosi etc?..
E io, e noi cosa facciamo di fronte a questo?
– L’Africa prima o poi scoppierà in una guerra tremenda dovuta alle tensioni politico-economiche sempre più gravi. Tutti gli economisti interpellati esprimono giudizi molto severi e preoccupanti riguardo al tipo di finanza neoglobalizzatrice in atto nei Paesi più poveri. Il bello è che queste indagini sono promosse proprio da coloro che stanno strozzando i poveri con il loro mercato! ma tutto procede ugualmente, non ci sono ripensamenti?che cavolo le fanno a fare queste ricerche? Forse per far sapere che i poveri sono poveri, danno fastidio se non si lasciano sfruttare e quindi?.”i à da murì”!
E io, e noi cosa facciamo di fronte a questo?
– Nella mia città il sindaco e gli assessori hanno fatto il pranzo solidale nel periodo natalizio con i poveri “ma selezionati”, improvvisandosi per un giorno camerieri e facendo i buoni samaritani per un giorno, vedendo di farlo ben sapere alla stampa. Che vergogna: ancora usare (forse inconsapevolmente?) coloro che “non hanno, non sanno, non possono” sottrarsi a questa propaganda natalizia di buonismo. “Dio ci liberi dagli spiriti senza la carne della vita” (P. Casaldaliga) Presuntuoso ed interessato questo tentativo di far passare un simile gesto come espressione di una Cattolica solidale. Solidale con i poveri ” selezionati”? per un giorno all’anno o poco più?
E io, e noi cosa facciamo di fronte a questo?
Cambiamo prospettiva, facciamoci prossimi ai fratelli in difficoltà, a questi uomini e donne stranieri o estranei vicini a noi, senza pubblicità, senza gli esempi di “coloro che contano”, ma umanamente attenti e cristianamente responsabili.
– Ultimamente sono aumentati i morti ammazzati in famiglia. Dolori nascosti, rancori maturati in sordina, incomprensioni, fatica di vivere al ritmo dispendioso-consumistico dei nostri giorni, superficialità di rapporti, mancanza di valori?.tante le cause, ma tutte riconducibili in una mancanza di amore ed attenzione all’altro. Ognuno è incentrato su se stesso e sul suo esclusivo egoistico interesse. DEVO lavorare, DEVO divertirmi, DEVO studiare, DEVO viaggiare NON HO TEMPO PER TE e così via!Non riusciamo a metterci nei panni dell’altro: Signore ho da fare non posso venire; Signore mi sposo non posso venire; Signore ho paura non posso seguirti.
Dice una canzone che molti conoscono, che suona così: “fratello, sorella, non ho tempo né voglia di spendermi con te e per te”. Tuttavia ci sarà sempre un qualcuno che saprà rispondere diversamente: un bambino, un cieco, uno zoppo, un saggio che Lo seguiranno e sapranno aiutare, lottare, giudicare, dare la propria vita e salvare questo nostro mondo! Per questo voglio essere giovane!

di Magda Gaetani




Ci sarà la guerra per l’acqua?

LA RIFLESSIONE

– A occhio nudo non si vede. Per scoprirlo, più o meno a fondo, non è servito un rabdomante, ma sono state utilizzate le migliori tecnologie a disposizione (anche se gli antichi indios della regione già lo conoscevano da diverse centinaia di anni). Si tratta di un vero e proprio mare sotterraneo, tanto grande da non saperne ben definire le dimensioni. E’ il ‘bacino acquifero Guaranì’, attualmente conosciuto come la terza maggiore riserva sotterranea di acqua dolce del mondo. Questo bacino potrebbe tranquillamente soddisfare le esigenze di, più o meno, 720 milioni di persone, con una quantità personale giornaliera di circa 300 litri di acqua. E per questo fa gola a molti.
Gli interessi. Chi può avere interesse a controllare questa regione tanto ricca di risorse? Beh, un po’ tutti. Le grandi multinazionali dell’acqua ad esempio, in massima parte europee, che avevano già messo gli occhi addosso alle riserve acquifere e degli idrocarburi presenti in Bolivia, e che adesso farebbero lo stesso con quelle del Paraguay, del Brasile e dell’Argentina. Ma anche gli Stati Uniti che da qualche tempo hanno preso possesso di una base nel nord del Paraguay, ma comunque vicino alla Tripla Frontera, non lontana dalle riserve boliviane d’idrocarburi. Lo scopo ufficiale è quello di controllare meglio i movimenti dei gruppi libanesi (gli Hezbollah) e palestinesi (Hamas) presenti da oltre quarant’anni nella regione e che secondo l’amministrazione statunitense potrebbero organizzare campi di addestramento militare nella zona. La presenza di terroristi, di formazioni pronte a colpire con attentati è però sempre stata smentita dalle autorità e dai servizi segreti paraguayani. Ma non sarebbe la prima volta che gli Stati Uniti, per la lotta al terrorismo, costruiscono basi militari in aree calde del mondo. Considerando che la regione è molto calda dal punto di vista del fermento e delle proteste popolari (vedi le manifestazioni continue in Bolivia, i movimenti popolari dei lavoratori in Brasile e la situazione economica in Argentina), e considerata anche la presenza di enormi giacimenti, di tutti i tipi, dal gas naturale all’acqua al petrolio, che si trovano in questa regione dell’America Latina, questo giustificherebbe la necessità Usa di difendere le operazioni militari nella regione.
I numeri dell’interesse. Il bacino acquifero Guaranì ha una superficie di circa un milione e duecentomila chilometri quadrati. Il 70 percento di questo mare sotterraneo appartiene al Brasile, il 19 percento all’Argentina e il 5 percento rispettivamente a Paraguay e Uruguay. Fino ad oggi però non si conosce la sua grandezza totale tanto che si ignora quali siano i suoi limiti nella parte occidentale, quella che corrisponde al Paraguay. Alcuni studiosi ritengono questo bacino tanto grande che la sua estensione arrivi fino ai grandi laghi della cordigliera andina in Argentina.
Un impero “imbottigliato”. L’industria dell’acqua muove circa 8 miliardi di dollari all’anno pur controllando solamente il 5 percento dell’acqua dolce del mondo. L’industria dell’imbottigliamento dell’acqua supera in fatturato quella dell’industria farmaceutica. Negli Stati Uniti paradossalmente un gallone d’acqua imbottigliata costa molto di più di un gallone di petrolio, e questo è indicativo dell’interesse dell’amministrazione Bush verso le grandi riserve di acqua presenti soprattutto in America Latina. Il commercio dell’acqua ha avuto il suo boom negli ultimi dieci anni. All’inizio degli anni Novanta erano solo 50 milioni le persone che pagavano per comprare acqua, oggi sono più di 300 milioni. Ma il dato più grave è che su 6 miliardi di abitanti del mondo, più di un miliardo non ha accesso all’acqua e più del doppio vive in condizioni sanitarie precarie.

Alessandro Grandi
(Fonte Peace Reporter)




“Fare di Misano una città verde”

– “Voglio vedere se avete il coraggio di intervistarmi”. L’uscita è di Doriano Camiolo (padre siciliano e madre di Imola), uno dei barbieri storici di Misano. La sua bottega, con tanto di tricolore in un angolo, è battuta da numerosi politici misanesi, dalle casacche diverse: Angelo Ciaroni (Margherita), Adriano Torsani (Socialisti), Stefano Giannini (Margherita), Sandro Pizzagalli (Rifondazione comunista), Nino Guerra (ex Pri), Silvio Montico (Socialisti), Rosario Zangari (An). E naturalmente si discute forte di cose politiche; contrapposizioni toste. Già socialista (famiglia del Garofano), Camiolo nel 2005 ha preso la tessera di Rifondazione, per non rinnovarla nel 2006.
Questi sono alcuni punti fermi del Camiolo pensiero. “Sono e sarò sempre socialista”, rimarca con forza. “La mia fu una forma di protesta. Misano va cambiata non con le tessere ma con le persone. Misano Mare va bene così com’è, con il suo grano che giunge fino al mare. Eventualmente andrebbe sostituito dal verde; buttare su altro cemento non serve a nessuno. Non credo che ci sia tutta questa necessità di appartamenti e alberghi. Al Brasile alberghi e appartamenti, ma a chi servono?, dato che nessuno ci viene ad abitare. Davanti alla vecchia Conad alberghi e appartamenti, ma perché? Alla Cella abbiamo fatto un ghetto e ancora non è finita, perché?”. “E’ bellissimo il lungomare – continua Camiolo -, solo che ha distrutto il commercio di Misano. Il turista si fa due ore e mezzo di passeggiata e poi se ne ritorna in albergo. Via Repubblica è uno schifo, buia. Qualcuno ci dovrà pur mettere mano, o no? Adesso ci mettono anche la filodiffusione. Credo che le feste a stragrande maggioranza vadano fatte in piazza Repubblica per rianimarne il centro. Perché al Brasile le fanno in un solo posto e a Misano Mare no?”.
Con chi litiga di politica nella sua bottega?
“Con nessuno,. Da me si discute. Ognuno ha le proprie idee ma da me non si litiga, all’ordne del giorno sono le battute, anche quando Zangari si incontra con Benito”.
Pentito di aver lasciato i Socialisti?
“No, perché sono sempre un socialista”.
Come giudica il lavoro dell’asssesore socialista Adriano Torsani?
“E’ una persona squisita, integerrima che fa il suo dovere e lo fa al meglio possibile. E’ uno che mette i puntini sulle ‘i’ e molti non gradiscono”.
E Pizzagalli di Rifondazione?
“E’ il più forte. Sempre consapevole delle sue azioni; sa a che cosa va incontro e affronta le situazioni?”.
Qual è il suo giudizio sul sindaco Antonio Magnani?
“Non so dire niente. Una persona perbene, ma come politico non ho mai avuto nulla a che fare”.
Due o tre idee per la Misano del futuro?
“Non esistono. Vanno create giorno per giorno, ma senza cemento. Fare alcune strutture nuove. Ci vuole la riqualificazione; va buttato giù qualche albergo e farne uno di 300 camere. Se è vero che lo spot di Misano è mare e sport, ci aggiungerei verde. Qualche consigliere comunale ha detto che costa nella manutenzione. Se questo è il livello! Io noto che i turisti sono sorpresi dai grandi spazi in riva al mare”.