Sinistra radicale, ritardi culturali e ingenuità

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Il suo antiamericanismo è dogmatico e rigido: sembra la continuazione di quello in uso da parte della defunta Unione Sovietica ai tempi della divisione del mondo in due blocchi militari contrapposti. E non sa trarre i frutti della grave crisi nella quale è entrata, a causa della situazione irachena, la politica dei neocon: la cosiddetta esportazione della democrazia con le armi, tanto cara al Berlusconi che mandava i soldati italiani in missione “di pace”.
Forte del grido di dolore di quel sant’uomo di Gino Strada, oggi la sinistra radicale minaccia di far cadere il governo Prodi a causa del rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan sotto l’egida dell’Onu. Ciò negli stessi giorni in cui Bush, allontanandosi dall’arroganza di Richard Perle, dell’American Enterprise Institute e degli altri neocon, torna alla vecchia politica della diplomazia e arriva a dire a Prodi a San Pietroburgo di “comprendere la decisione di ritirare le truppe italiane dall’ Iraq”!
La sinistra radicale pretende “discontinuità” (che bel politichese!) rispetto a Berlusconi, ma intanto mette sullo stesso piano Berlusconi e Prodi. Lo fece anche Bertinotti nel 1998, quando a causa del suo massimalismo cadde il governo di centro-sinistra eletto nel 1996, con il risultato che si è visto in campo economico-sociale, giudiziario, culturale e morale nel disgustoso quinquennio 2001-2006, risultato del quale lo stesso Bertinotti si è reso perfettamente conto.
Con la sinistra radicale siamo sempre allo stesso punto: la pur nobilissima etica della convinzione in luogo dell’etica della responsabilità. Ma la storia ci insegna che la politica è prima di tutto etica della responsabilità, tanto più vincente quanta più etica della convinzione essa conterrà.
Chi non si commuove alla vista dei bambini palestinesi uccisi o feriti dai missili israeliani? Eppure, anche in quel caso, occorre evitare posizioni manichee e lavorare per una soluzione negoziata che garantisca sia la creazione di uno Stato palestinese sia il diritto di Israele all’esistenza. Perché la sinistra radicale se la prende sempre con Israele e non insorge contro il presidente iraniano che Israele lo vuole cancellare dalla carta geografica? Una politica della responsabilità, ossia un’opzione che non sia né antisemita né antisionista, non contiene forse quel piccolo, trascurabile fattore rappresentato dai sei milioni e mezzo di ebrei finiti nelle camere a gas di una grande potenza europea?

di Alessandro Roveri Professore di Storia contemporanea all’Università di Ferrara

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