Rimini elezioni, la sinistra perde consensi

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– Sinistra in difficoltà, per vari motivi, dopo le ultime elezioni amministrative. Quello di Rifondazione Comunista è il caso più eclatante, ma anche dentro i Ds qualche problemino non manca, anzi. Insomma, non proprio sempre la vittoria (in questo caso elettorale) unisce.
Più semplice da analizzare il caso del Prc. I rifondaroli riminesi, infatti, hanno perso parecchi voti alle ultime comunali di Rimini, dovendo dunque rinunciare ad un consigliere comunale. E questa cosa ha scompaginato tutti i giochi, a riprova, triste dirlo ma vero, di come a volte gli equilibri interni di un partito si giochino essenzialmente sulla spartizione delle poltrone. Facendo un passo indietro, le questioni erano praticamente già risolte prima del voto. Rifondazione avrebbe dovuto eleggere (appunto) Savio Galvani e Cesare Mangianti, entrambi membri della stessa mozione, quella dei grassiani, che a Rimini è di maggioranza. Mangianti sarebbe stato riconfermato presidente del consiglio comunale, mentre Vittorio Buldrini sarebbe a sua volta tornato ad essere assessore alla Casa, in rappresentanza della componente bertinottiana, che ha perso però l’ultimo congresso.
Mentre presidente del Quartiere Sei sarebbe stato a sua volta riconfermato Nevio Gaudi, a sua volta dei grassiani. Se il partito fosse andato bene in palio ci sarebbe stata anche la presidenza dell’Acer. Ma le cose sono andate diversamente. Tanto per cominciare Mangianti s’è trovato solo in Consiglio, ma non per questo avrebbe rinunciato alla presidenza. Ma il sindaco Alberto Ravaioli, reso risoluto dalla vittoria al primo turno, ha fatto capire chiaramente che presidenza del Consiglio, del quartiere, e assessorato, non si sarebbero potuti avere tutti. E qui si è aperta una lotta letteralmente al coltello all’interno del partito, che probabilmente si concluderà con un congresso straordinario.
La mozione dei grassiani è stata, tra l’altro, lasciata da Gaudi e dai suoi, sicché gli esiti sono tutt’altro che certi. I bertinottiani sostengono che per rilanciare il partito a Rimini bisognerebbe liberarlo della figura di padre-padrone rappresentata, ormai da anni, da Mangianti. Ambigua, in questa fase, la figura del segretario Paolo Gambuti, forse un po’ troppo nascosto nell’ombra di Mangianti. A livello di numeri, vista la situazione di sostanziale stallo, potrebbero tornare assai buoni i voti della mozione Malabarba, quella dei trotzkisti, i quali però hanno già fatto sapere che non si identificano né con gli uni né con gli altri: tutti troppo attaccati alla poltrona, hanno fatto sapere.
Un po’ diversa la situazione dei Ds che, a onor del vero, vengono spesso tacciati di essere attaccati alla poltrona anche se in realtà non lo sono poi così tanto. E anche queste ultime elezioni l’hanno dimostrato. Va bene che Ds e Margherita hanno corso insieme con un unico simbolo, e che creeranno un unico gruppo, ma il fatto che Dl, oltre al sindaco, abbia sempre rivendicato 4 assessori, a fronte dei 4 assessori (e senza sindaco) dei Ds, a qualcuno è parso davvero troppo. Alla fine i Ds di assessori ne hanno avuti 5, ma hanno dovuto lottare per avere il presidente del Consiglio (carica che comunque potrebbero dover cedere presto), pur a fronte del fatto che il capogruppo unico ulivista sarà diellino. Insomma un complesso d’inferiorità da parte della Quercia nei confronti della Margherita, che qualcuno legge come una mancanza di forza conseguente alla mancanza di una guida forte.
Il presidente della Provincia Nando Fabbri, in una riunione del partito, ha chiesto di rinnovare la leadership. E segnali, in questo senso, sono stati lanciati anche dall’immarcescibile Maurizio Melucci, in una lunga intervista rilasciata al Corriere di Rimini, in cui auspica che si crei una vera classe dirigente di giovani diessini. Va anche detto che, a parte i due sopracitati e pochi altri, nel dopo Chicchi poco c’è stato di forte sotto i rami della Quercia. Il professore può essere accusato di molte cose (un po’ egoista, non simpaticissimo se non lo si sa prendere) ma è una testa politica tra le più lucide del territorio (e non solo) ed è persona completa oltre che capace.
Il problema è che lui e quelli come lui (basti pensare anche a Gambini) non si stanno letteralmente ammazzando per il partito. E un po’ di vuoto di potere si nota. Adesso, poi, c’è la questione del Partito Democratico. Tutti stanno dicendo che non può essere la mera somma di Ds e Margherita, e che bisogna rilanciare il partito tra la gente. Il punto è: quale classe dirigente emergerà da questo nuovo progetto politico: una nuova (e capace) o la mera somma di quelle dei due partiti iniziali? E quale identità continueranno ad avere i Ds, proprio rispetto alla loro base, ai militanti, e a chi li dovrà votare? Domande cui solo una classe dirigente forte può rispondere in modo soddisfacente. Ergo, se ci siete, battete un colpo.

di Francesco Pagnini

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