Parlare la lingua dell’altro

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Ma a parte la ridondanza stilistica, di cui mi scuso, cosa significa parlare la lingua dell’altro?
Già nella conversazione intralinguistica, quella cioè che avviene tra persone che appartengono alla medesima comunità linguistica, la comunicazione non avviene in maniera sempre fluida per una serie di motivi più o meno profondi, tra cui l’effettiva capacità espressiva e l’eterogeneità di esperienze. Ad esempio, se un tornitore mi spiega il suo lavoro, posso comprendere linguisticamente ciò che mi sta dicendo, a parte probabilmente alcuni termini tecnici che un dizionario potrà chiarire, ma non condividendone l’esperienza materiale, mi manca la conoscenza operativa delle cose di cui mi parla, e dunque faccio fatica a ricostruire un senso.
Analogamente, nella comunicazione interlinguistica, quella che avviene, cioè, tra parlanti appartenenti a comunità linguistiche diverse, sorgono problemi simili sul piano concettuale e culturale, legati a problemi manifesti come la diversità linguistica che costituisce una oggettiva barriera allo scambio. Nel mondo della traduzione, quell’arte o disciplina che si occupa di trasporre un testo nato in una determinata cultura e contesto storico in un’altra cultura e un’altra lingua, c’è un forte dibattito su come facilitare la comprensione dell’Altro, su come tradurre l’Altro. Si sono fatti strada nel tempo due principali approcci: uno che tende ad avvicinare a chi legge il testo tradotto la diversità di partenza, adeguandosi il più possibile al suo contesto culturale, per cui, ad esempio si tradurrebbe siesta con “riposino pomeridiano”, sacrificando tutte quelle suggestioni che la parola siesta ha nell’immaginario di chi conosce l’esperienza ispanica, e l’altro che tende, invece, ad avvicinare il lettore del testo tradotto all’estraneità ed esotismo del mondo di partenza, per cui siesta rimarrebbe siesta.
Anche per l’interpretazione, ovvero la traduzione orale che consente a due persone di lingua diversa di comunicare in tempo reale, la questione è sostanzialmente la stessa: trovare l’equilibrio tra estraneità e omogeneità, attraverso la mediazione linguistica accorciare le distanze culturali in senso lato che renderebbero difficile il dialogo. In realtà, per poter comunicare con l’Altro, con lo straniero, non basta conoscerne la lingua con il massimo controllo possibile dei suoi aspetti formali (grammatica, ecc.), ma bisogna entrare in sintonia con l’Altro e poter parlare così la lingua che lui parla ed è in grado di comprendere, significa scegliere le parole che facciano parte del suo mondo, le parole che facilitino l’apertura e non feriscano. La parola come dono che si scambia, attraversando le diversità.

Mariachiara Russo

Estate, tempo di vacanze di viaggi di incontri. Comunque lo si intenda e al di là delle intenzioni o della consapevolezza di chi lo intraprende, il viaggio è metafora della vita. E’ spostamento in avanti, verso l’ignoto anche se si programma tutto nei minimi particolari, con la pretesa di non lasciar niente all’imprevisto. Ma questo è nelle cose. Siamo comunque costretti a incontrare qualcuno, a intessere relazioni, a conoscere costumi e luoghi diversi da quelli a noi abituali, a entrare in altre storie. Potremo erigere barriere difensive, cercare di non esporci troppo, evitare di lasciarci catturare da un luogo, da un profumo, da una memoria della storia. Oppure lasciarci andare alla curiosità, alla voglia di conoscenza. L’articolo di Maria Chiara Russo evidenzia la necessità di una fatica da fare per poter uscire da noi stessi e metterci in relazione con l’altro anche se l’altro parla la nostra lingua e appartiene al nostro mondo. Mentre don Sandro ci aiuta a cercare di capire chi siamo: viaggiatori, turisti o pellegrini?

(Iglis)

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