Oh! Pép, ai la farin a vnì in tèra?

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“Dovevo imbarcarmi sul motopeschereccio “Risveglio” di Sebastiano Palazzi e Umberto Galeazzi, ma in quel periodo fui chiamato per il servizio militare. Avevo vent’anni, era il 1946, fui mandato a Venezia dove vi erano diversi miei compagni di Cattolica e Gabicce; fui destinato alla conduzione di una motolancia. Durante il servizio di trasporto, alcune volte ho imbarcato il comandante Camillo (che in seguito fu il comandante del porto di Cattolica) con i suoi allievi sottufficiali della scuola Morosini.
Ottenni una licenza di quindici giorni, era l’estate del 1946 o ’47, fu un anno florido per la pesca delle sardine. Era il mese di agosto e chiesi al “paron” Enrico Rondolini se potevo imbarcarmi per una quindicina di giorni, per guadagnare un po’ di soldi: -Si, si -, disse Rondolini, -Ven giù a bordi. – Corsi subito a casa e con quell’entusiasmo che è proprio degli anni giovanili, mi spogliai della divisa e corsi al porto.
Rondolini voleva che restassi a terra perché aveva una rete strappata da sistemare sulla banchina di Gabicce, dove ora c’é il circolo A.N.M.I.. Aveva bisogno di manodopera esperta e quindi rimasi a terra e al ritorno dalla pesca era già pronta per l’uso. Per questo lavoro di rammendo mi dette un buon compenso che a quel tempo erano molti soldi, di cui una parte li diedi a mio padre. Chiesi a Rondolini se una volta congedato mi volesse prendere come marinaio, rispose che sarebbe rimasto a terra per lasciarmi il posto.
Infatti tornato in congedo mi imbarcai con Rondolini, si stava molte ore in mare, (i marinai dicono come i delfini, per intendere che si trascorreva soprattutto la vita in mare). A bordo c’era anche un noto pescatore di Gabicce, Giuseppe Arduini “Pép d’Iust”. La barca aveva un motore di 36 cv. “Deutz” non originale tedesco perché fabbricato in Italia, era dotato di due pompe esterne di alimentazione per il raffreddamento ad acqua e due pistoni. Siamo usciti in mare subito dopo mezzogiorno, le pompe andarono in avaria, rimanendo fermi per circa un’ora. Enrico Rondolini era un marinaio intelligente, con della spranga grossa ha avvolto le pompe che così hanno potuto funzionare.
A questo punto mi sovviene un secondo aneddoto: eravamo in mare a pesca con il motopeschereccio “Aurora”, con un equipaggio composto da Enrico Rondolini, Giuseppe Arduini “Pép d’Iust”, Giovanni Vanzolini “Buson” ed io. Era una giornata di bora, tanto che tre grandi motopescherecci spiaggiarono a Sud del porto di Rimini. Noi invece siamo riusciti a venire in porto a Cattolica perché “Us ved che Crést un sa vlù”.
Era la fine del 1948, alle cinque del pomeriggio eravamo già carichi di pesce, il “paron” Enrico Rondolini era stato in mare con Mario Prioli “Gnèla d’Ghireli” e fu uno dei primi a mettere il motore tra le barche di Cattolica, mentre “Pép d’Iust” era un bravo motorista.
Avevamo pescato in una zona detta “Le lastre” dove sul fondale vi erano degli scogli a forma di scalini, se conoscevi bene il tratto di mare per pescare non subivi danni, altrimenti c’era pericolo di perdere anche la rete. Erano posizionati a diciotto miglia tra Misano e Riccione-Fontanelle, ad una profondità di 25 passi, non si poteva pescare verso Nord per la loro specifica formazione. “Pép d’Iust” era un esperto marinaio e conosceva bene quella zona pescosa, aveva fatto esperienza assieme a Mario Prioli “Gnèla d’Ghireli”. Noi facevamo una pescata verso Nord a 25 passi, ad una distanza di sicurezza dagli scogli di 400/500 metri, la rete un po’ si rovinava ma quando si salpava si tirava su una notevole quantità di pesce: razze, sanpietri, merluzzi… un ben di Dio. La rete era di cotone “Makò”, dopo vuotato il pesce dal sacco, si metteva ad asciugare issandola sull’albero.
Ricordo che c’era con noi Giovanni Vanzolini “Buson” come marinaio, avevamo sistemato tutto il pescato e calato di nuovo la rete, a un certo punto voltando lo sguardo verso “Greco”: “L’era tut ‘na fumera”. Il vento faceva spumeggiare e sollevare l’acqua, allora abbiamo calato la rete messa ad asciugare e l’abbiamo lasciata in coperta, perché era più urgente salpare quella che era in acqua. Per fare questa operazione dovevamo portare i cavi a prua in quanto allora non si salpava a poppa, ed anche volendo tirarla a bordo per la poppa, le carrucole le quali erano a prua, sforzavano eccessivamente e i cavi stessi si rovinavano.
Arrivò anche il vento forte, il quale ci colse all’improvviso con una tale intensità che non riuscivi a stare con il viso scoperto e quando il vento arriva così all’improvviso il mare é ancora calmo. Allora mettemmo in moto il verricello per salpare velocemente. Gianni d’Buson cognato di Enrico Rondolini rivolgendosi a quest’ultimo in tono scherzoso disse: -Stai al motore e olialo bene! – Cercando di sdrammatizzare la situazione di pericolo in cui ci trovavamo.
Io all’epoca avevo circa 25 anni; finiamo di salpare lasciando il sacco come si trovava e abbiamo messo tutto sottocoperta, io e “Pép d’Iust”, così in coperta era tutto libero. “Avimie un pèzz ad carabutèna a prova” (piccolo tavolame a poppa) su cui poggiavamo i calamenti (i due cavi che vengono interposti fra i divergenti e la rete) e li abbiamo poi sistemati a poppa.
Alla distanza di sei miglia dalla costa c’erano delle boe luminose che segnalavano i tratti di mare minati, nel frattempo si era fatto notte, il “paron” “Rico d’Rundlén” era al timone, la randa ancora issata all’albero ci faceva quasi volare sull’acqua. Ricordo Giuseppe Arduini che aveva sempre la sua pipa in bocca e rivolgendomi a lui gli domandai: – Oh! Pép, ai la farin a vnì in tèra? – (oh! Pép, gliela faremo ad andare a terra?). Di notte il suo aspetto di vero marinaio faceva più effetto perché la sua figura veniva illuminata dal riflesso del coronamento di poppa (fanale bianco di poppa).
Il mare cominciava ad agitarsi e quando ci si trovava in un momento di pausa tra un’onda e l’altra (valìa), le onde che successivamente sopraggiungevano sembravano anche più minacciose. La nostra barca “Aurora” era lunga nove metri e sessanta, costruita per portare il motore, con la poppa tonda, con sotto il timone a fior d’acqua (scafo) e con un pescaggio di due metri. Era sicura in mare, costruita dal fratello di Enrico Rondolini, il maestro d’ascia Guido Rondolini. Strutturata di solido legno “indistruttibile” e pesante, fu disegnata dal figlio di Guido, Dino Rondolini, capace di sostenere anche forti marosi.
Vicino a noi c’erano quattro “scafi” dell’armatore di Bologna dott. Rossi tra i quali due grandi il “Sant’Antonio” e il “Paolo”. Di queste quattro barche il giorno successivo due spiaggiarono, non essendo riuscite ad entrare in porto per il violento temporale.
Io dissi a “Pép d’Iust”:
– Oh! Pep, ai la farin a vnì in tèra? – Lui non mi rispose, ripetei quindi la domanda e lui mi disse: -A n’al so! – Nel frattempo mi tolsi le “Papuzie” (specie di stivali di gomma artigianali, molto larghi che permettevano d’infilarsi su calze di lana molto grossa), eravamo tutti bagnati fradici ad una distanza di quattro miglia dal porto, quando il “paron” dice: -Ste pront sa li “sper”! – (ancora frenante la velocità incontrollata della barca, dovuta ai marosi). Questo tipo di ancora era perlopiù fatta da un’insieme di cavi usati per tirare la rete che fungevano da peso, non esisteva ancora il sacco di tela per il frenaggio.
“Pep d’Iust”, disse che se la “Spera” tirava da un lato solo perché non era al centro della poppa, non avrebbe sortito l’effetto. Allora io ho messo una corda per tirarla più al centro possibile “Trinca”. Avevamo anche due gru a bordo che servivano per i cavi d’acciaio dei divergenti, io stavo con un braccio ad una di queste gru e con l’altro sostenevo il rotolo delle corde, aspettando l’ordine del “paron” per gettarlo in mare. Ci trovavamo poco fuori delle “Serre”, in quel momento il “paron” Enrico Rondolini mi diede l’ordine di buttare in mare la “spera” e gridò: – Buta viaa! –
La buttai in mare, ma questa con una grossa ondata ritornò a bordo. Io mi tenevo saldo in ginocchio alla gru, ripresi la “Spera” e la ributtai nuovamente in mare e questa volta andò in forza al centro della poppa. Allora Enrico Rondolini accelerò il motore, perché se vai piano ti vince l’impeto dei marosi, mentre con il freno della “Spera” e aumentando di giri il motore, riesci a dominare le onde. E nonostante la furia del mare riuscimmo ad entrare in porto.
Sul molo c’era molta gente in attesa, attraccammo dove oggi esiste il ristorante “Cambusa”, quello era il nostro posto d’ormeggio.
Tra i presenti sulla banchina c’era anche mio padre, il fratello di Enrico Rondolini e uno dei fratelli Vanzolini, i quali vennero in nostro aiuto facendo con noi la cernita del pesce e poi loro stessi lo andarono a vendere, realizzando un buon prezzo.

(continua)

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