Il salvataggio del Solferino

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– Racconto di Colombo Gaudenzi “Topolino”.
Quel giorno minacciava vento da Est-Nord-Est. E vedevo una barca, il “Solferino” che si avvicinava al campo minato, avverto due dei miei marinai e dico loro: “Guardate quella barca, sta andando sopra le mine! a una distanza da noi di 4/5 chilometri”. Faceva parte del mio equipaggio Giuseppe Badioli, nipote di un marinaio del motopeschereccio “Solferino” “Luranz” e Fabio Pirani che gridano: “Le saltè prèria al Solferino! (é saltato in aria il “Solferino”!). Si alzò una colonna d’acqua alta più di cento metri.
Il capitano Colombo Gaudenzi continua il suo racconto e dice: “abbiamo tagliato i cavi d’acciaio della nostra rete, stavamo pescando e siamo andati anche noi verso il punto dell’esplosione per salvare gli eventuali naufraghi. Dei sette uomini dell’equipaggio del “Solferino” siamo riusciti a portarne a terra soltanto quattro. La mina era di notevole potenza esplosiva con circa un quintale di tritolo e sarebbe riuscita a squarciare anche il fondo di una grossa nave.
Abbiamo salvato il capitano Angelo Boga “Camisòn”, ferito ad una gamba e al torace e Michele Rossi “Picurdèn”, che nel momento in cui la barca è colata a picco ha preso con una tasca del cappotto incerato (indumento da pioggia) la maniglia del freno del vericello, riuscendo quindi poi a liberarsi e a tornare a galla. Nel delirio del tragico momento urlava: “Almènch cu ciavês vist al “Topolino”!” (almeno che ci avesse visto il “Topolino”) – e io gli dicevo: “Ma sono io il “Topolino” non mi vedi?”. Ripetè più volte le stesse parole in stato confusionale e di stordimento dovuto alla forte detonazione.
Un altro marinaio Guido Bartoli “Rebisèn” (il motorista), probabilmente sarebbe andato a terra anche da solo perché, capovolgendosi l’osteriggio del motore, la parte concava rimasta in alto fungeva da zattera che spinta dal vento sarebbe arrivata sulla spiaggia. Fu tratto in salvo anche un quarto giovane marinaio che abitava in via Belvedere, Virgilio Montebelli, che in seguito emigrò in Australia.
Di Lorenzo Badioli, come ho già detto zio di un marinaio del mio equipaggio, non si è trovato più nulla: era un “gigante”, il marinaio più “forte” di Cattolica. Io a bordo non riuscivo più a camminare, nel momento di avvicinarci sul punto della sciagura, alcuni miei marinai volevano tornare indietro presi dalla grande paura, dicevano: “Io non ce la faccio” – “Io non voglio andare!” – Ma io insitevo: “Dobbiamo andare a salvare quanti più marinai possibile, se non ve la sentite andate sotto coperta a poppa e non muovetevi, che noi facciamo anche da soli!”
Un’altra barca che era sul posto della tragedia ha raccolto un’altro marinaio morto, era Angelo Badioli “Panuccia”, fratello di Lorenzo. La stessa sorte capitò a Salvatore Ercoles “Turén”, il quale morì prima di arrivare in porto. Le mine le avevano messe in acqua i tedeschi per ostacolare un eventuale sbarco del nemico lungo la costa. Questi ordigni erano talmente sensibili che basterebbe toccare l’urtante dalla mano di un bambino per provocarne l’esplosione. Nel dopoguerra il nostro Stato ha provveduto a far dragare le mine; i dragamine hanno dei dispositivi che riescono a tagliare il cavo d’acciaio che le fissa sott’acqua e così vengono a galla e poi fatte scoppiare.

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