Gino ‘Sociali’, una vita da marinaio

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Gino Magi (Sociali) a bordo della lancia “Ombrina” – pesca da posta costiera. (Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)

– Gino Magi detto “Gino d’Sociali”, classe 1926. Un pescatore tra i più stimati della nostra marineria. Questo esperto pescatore ha praticato nella sua lunga carriera marinara ogni tipo di pesca, conclusa qualche anno fa con la sua lancia, sulla quale esercitava la pesca da posta (reti d’imbrocco) divenendo uno specialista in questo campo. Qui di seguito ci racconta la sua esperienza marinara, che é stata la sua scelta di vita, tramandata dal nonno e dal padre Pasquale.
Mio nonno Sante Magi – racconta Gino – partì per l’Australia nel 1910, tornò in Italia nel 1913 con centocinquanta sterline d’oro frutto dei suoi risparmi. Lo ricordo come un uomo agile, intelligente e di grande esperienza. Era anche molto generoso, familiarmente lo chiamavamo “Fuzzi” perché rispecchiava in queste doti il vecchio Fuzzi di Cattolica, noto commerciante di frutta.
Da giovane partecipava anche a gare sportive con i calessi e ha vinto anche qualche gara. Apparteneva genealogicamente a una famiglia numerosa detta i “Masun” e nella sua giovinezza abitavano tutti insieme. Gli avi erano contadini e vivevano tutti in una casa colonica a Cattolica, in via A. Costa (dove ora sorge il bar Pace), tanto che alcuni dormivano nella stalla.
Mio nonno venne soprannominato “Sociali” per il seguente motivo: Mussolini veniva spesso a Cattolica a tenere comizi sul piazzale del Municipio, all’epoca in cui era socialista e direttore dell’Avanti! (quotidiano socialista). Dove oggi ha sede la Banca Popolare Valconca vi era un’asta per bandiera, alta circa quindici metri e prima del comizio si alzava la bandiera del partito socialista, la quale mio nonno si offerse di portare in cima all’asta, essendo di robusta costituzione. Dopo il comizio, mio nonno prestò due lire a Mussolini per andare a mangiare al ristorante “Moro” e così fu soprannominato “Santèn al Socialesta”, che poi nel gergo marinaro diventò “Sociali”.
La mia infanzia fu molto dura, da piccolo alla sera quando era buio, nonostante avessi paura, andavo allo squero a Cattolica (nei pressi della passerella in legno detta “Pidagna”, l’area intorno era tutto bosco) a togliere la corteccia ai tronchi d’albero già tagliati per preparare i madieri (fasciame delle barche costruite in legno) e con questa corteccia facevamo il fuoco in casa al camino per scaldarci. Prima di coricarmi assieme ai miei fratelli, spesso piangevo per lo stato di povertà in cui ci trovavamo.
Ho cominciato ad andare in mare nel 1939 all’età di dodici anni compiuti (l’anno precedente riuscii ad andare a scuola e in un’anno ho fatto la prima, la seconda e la terza elementare). Fu gravosa la mia prima esperienza in mare, feci il muré con il “paron” Zelindo Della Biancia e non avevo nessuna pratica del mestiere di pescatore, soffrivo per giunta anche il mal di mare. Nell’estate di quell’anno andai a sarda (pesca delle sardine) e l’inverno successivo a strascico per circa cinque mesi con la barca dei fratelli Trebbi di Gabicce Mare.
Nel 1941 all’età di quattordici anni rimasi a terra. In quel periodo la fabbrica conserviera Arrigoni era quasi ultimata (fu costruita da un’impresa edile di Cesena), ricordo che già si lavorava all’interno ma le mura di recinzione ancora non c’erano.
Mio padre una sera mi disse: “Bsogna che té dmèn tvènga sa mé a sass perché a i’ho da fnì cal lavor dla mura dl’Arigoni (bisogna che vieni con me domani a caricare i sassi con la barca perché devo finire quel lavoro della mura dell’Arrigoni). Mio padre andava a raccogliere i sassi sotto il monte di Gabicce con il vecchio Turrini “Pulon”, ma quest’ultimo non aveva la forza necessaria nelle mani per il trasporto delle barelle che venivano riempite con i sassi, le quali puntualmente si inclinavano vuotandosi, lungo il tragitto dalla spiaggia alla barca.
Al proposito mio padre mi disse: “La barèla a la ciap più sota mé”. Invece di prenderla in cima, lui veniva più sotto, così il peso del carico con questo accorgimento diminuiva, anche se nonostante la giovane età, ero un ragazzo forte e ben sviluppato. Aveva una lancia di otto metri con una portata di tre metri cubi di materiale (questi tipi di battelli a quel tempo erano numerosi). Vi erano molti grossi sassi sulla spiaggia (che poi squadrati venivano chiamati “cogle”) nei pressi della Vallugola e si effettuavano anche due viaggi al giorno. Alla sera ero sfinito, mi addormentavo senza aver finito di mangiare.
Un giorno di marzo era una giornata terminale del bel tempo, con maretta di greco “risentita” in gergo marinaro e vento alla valle; di comune accordo abbiamo deciso nonostante il mare leggermente mosso di fare un viaggio di trasporto con la barca. Si navigava a vela e con l’aiuto dei remi in caso di necessità, avevamo quasi terminato di caricare, uno davanti la barella e uno dietro e mentre camminavo sul ponte sono caduto in acqua che era molto fredda (allora non usava calzare gli stivali), mio padre rimasto sul ponte mi disse: “Va a chesa, vat a cambié ad cursa e dop ven sla cima dla paleda che a fèn l’arzena”. (vai a casa, vatti a cambiare di corsa e dopo vieni in cima al molo per tirare dalla banchina la barca con la corda).
Sono corso a casa a Gabicce che ero tutto bagnato, tremavo dal freddo, a casa c’erano le mie sorelle che mi hanno aiutato a cambiarmi, poi sono subito corso in cima al molo, mentre mio padre con la brezza di terra (sal vent drenta) stava arrivando. Più tardi seppi che aveva già caricato la barca, aiutandosi con i secchi fino al segno di galleggiamento che era determinato da un chiodo e quello era il massimo livello per non affondare: “cherga a la broca”, un termine usato tra i sassaioli.
Questo prelievo di sassi avveniva alla presenza di un guardiano addetto al controllo della “broca”. Noi ci mettevamo con la poppa verso la banchina quando scaricavamo in porto e gettavamo l’ancora a prua dalla parte di Gabicce con il battello di traverso, il ponte andava dalla poppa della barca alla banchina, e così avveniva l’operazione di scarico.
Mio padre mi diceva: “Va a prova anche té sa lô”. E mi sentivo rispondere: “Oh purén, andè mo i là vô!” – (vai a prua anche te con lui (il marinaio) e mi sentivo rispondere: oh poverino, andate là voi!). (Continua)

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