Filosofia, serate che aiutano a comportarsi meglio

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– Quale polo di maggior consuetudine culturale della nostra zona, si è aperta anche in questo autunno 2006, la interessante rassegna di incontri filosofici cui la maestria e la bravura di Gustavo Cecchini ha messo in cantiere per la Biblioteca Comunale di Misano Adriatico.
Nel dare il dovuto plauso alla amministrazione comunale per il fruttuoso mecenatismo e la lodevole presenza agli incontri negli accoglienti locali dell’Istituto San Pellegrino, preme fermare un attimo il pensiero sulla figura di padre Benito Fusco il cui trasferimento non viene da alcuno percepito come una scelta, ma come una sofferta imposizione che lascia l’amaro in bocca e il cuore triste. Valente personaggio nel mondo della cultura e della fede, tuttavia appare forse scomodo alle alte sfere e le soluzioni adottate allo scopo sono quelle che vediamo.
Tant’è!! Noi non abbiamo il potere di intervenire, si può solo esprimere, in casi come questo, la solidarietà alle vittime.
La serie delle conferenze che ha per tema “Le vie della sapienza”, in otto incontri con nove relatori, e che a tutt’oggi hanno visto la luce le prime quattro nei capaci locali dell’Istituto misanese, sono iniziate il 5 ottobre e, per la serata inaugurale, abbiamo avuto come relatore il prof Umberto Galimberti con il tema: “Conosci te stesso”, imperniato sulla cultura Greca e sulla sua connotazione in evidente contraddizione rispetto alla cultura Giudaico-Cristiana.
Penso che, parlando di Galimberti, non sia necessaria la presentazione di questo filosofo ai nostri lettori; d’altronde la folla presente nella serata testimonia di per se una perfetta conoscenza di questo personaggio di punta della cultura italiana.
Il relatore, con una mirabile lezione filosofica esposta in maniera sublime di fronte ad un pubblico attento, avvinto, pigiato e stipato in due sale e nei corridoi, con il supporto di un maxischermo nella seconda sala, ha esposto con sapienza e competenza la evidente ed inconciliabile differenza abissale che esiste tra la grecità, nel mondo antico ed il giudaico-cristianesimo.
Sono due concezioni della vita in aperta antitesi e noi, anche tra i più evoluti, i più laici e i meno condizionati di noi, nel mondo occidentale, siamo tuttavia il risultato di una cultura millenaria che pesa come cappa di piombo anche sulla possibilità di ragione e di svincolo dai condizionamenti religiosi nonostante il grande evento dell’Illuminismo, come ha voluto sottolineare il relatore.
Galimberti ha dimostrato come nella allora concezione greca della vita si inquadri il mondo di natura, quella “Natura che nessun Dio e nessun Uomo fece”, quella “Natura che non promette, ma fa accadere”, quella natura che è caratteristica di temporalità e che è legata al concetto di Ordine Naturale, cioè il Cosmos, che per il mondo greco è fonte di sapere e di regolarità che farà nascere il “Sapere Scientifico” con la geometria, la matematica, l’architettura, la medicina, la fisica, la bellezza nella forma dell’arte e la consapevolezza che l’uomo è mortale così come lo sono gli animali, le piante e tutti gli esseri viventi nell’arco della loro vita che, è unica e che è solo quella che ci è dato di vivere ed una sola volta e ciò in aperta antitesi al mondo giudaico-cristiano che non produsse alcun sapere ma solo l’illusione di far vivere l’uomo oltre la morte in una ipotetica vita ultraterrena regolata dalla dannazione o dalla salvezza con la intermediazione sacerdotale tra la divinità e l’uomo con tutte le conseguenze immaginabili sul possibile esercizio del potere.
Il 13 ottobre ha avuto per relatore il prof Carlo Sini il quale, nel quadro delle “Vie Sapienziali”, ha indagato sulla gestualità dell’uomo che, fin dagli albori della civiltà, ha fatto ricorso per intendersi con i suoi simili prima di acquisire la capacità del linguaggio. Nell’attuale modernità didattica per i non udenti, l’attività dei gesti viene ampiamente utilizzata per il loro inserimento culturale.
Il relatore ha fatto riferimento ad un volume di Oliver Sachs, che è un neurologo, più specificatamente uno psichiatra-neurologo che, nel suo scritto “Vedere voci”… “un viaggio nel mondo dei sordi” del ’89-’90, ha indagato su di un aspetto esistenziale sconosciuto che è quello dei sordi. Nessuno si avvide mai che i non udenti, in passato, tentavano di darsi un linguaggio attraverso i segni.
Noi che sentiamo è chiaro che identifichiamo il linguaggio con la voce e soltanto con la voce. Invece il linguaggio, ci si è accorti, che può essere espresso anche con i segni.
Noi saremmo convinti che “pensare equivalga a parlare e che quindi parlare equivalga ad avere un linguaggio e quindi escludiamo dalla zona della possibile intelligenza e del possibile linguaggio, qualsiasi altra manifestazione che non sia quella della voce. Ma non è così”.
Nel corso dei secoli passati, purtroppo, la menomazione dell’udito significò una presunta menomazione dell’intelligenza con il che i sordi, con il loro conseguente comportamento, venivano considerati poco intelligenti o per nulla intelligenti.
Lo stupore di chi ha avuto il merito di indagare a fondo in questo campo fu quello di venire a conoscenza di un altro mondo, il mondo degli altri, un mondo cioè che, per comunicare, adopera un linguaggio che può fare a meno della voce. E dalla storia dei sordi e dalle loro straordinarie sfide linguistiche che devono affrontare ne è nata una entusiasmante e lodevole ricerca sul piano scientifico ed umano.
Terza serata, il 20 ottobre, protagonista Quirino Principe, docente di fama internazionale, musicologo, scrittore, poeta, conoscitore delle lingue e fine traduttore dal tedesco delle opere dei maggiori scrittori e musicisti, pensatore controcorrente, personaggio dalle attività poliedriche che spazia in ogni campo del sapere ed anche in quello del teatro come interprete e regista, personaggio che io già conoscevo ma solo attraverso le letture e che ho avuto invece, nella serata, il piacere di congratularmi personalmente e scoprire anche, se mi è consentito, che è un mio preciso coetaneo.
Il tema e filo conduttore è stato: “Vivere senza Dio” il che potrebbe sembrare presuntuoso alla mente dei più, ma nella sua esposizione finemente condotta senza alcuna supponenza pur nel livello alto dell’argomento trattato, si è colto un evidente invito all’uso della ragione e del raziocinio intellettuale, nel compito di pensare mentre si indaga l’universo; tutto l’universo inteso come megarappresentazione dell’intero Cosmo a ciò che è, e che è mirabilmente costruito con le sue leggi di natura che rilevano una intelligenza matematica cui l’uomo ha fatto ricorso per cominciare a capirlo (vedi Galileo nel Saggiatore n.d.r.).
Il maestro e guida spirituale del relatore è Ernst Junger, scrittore e filosofo tedesco morto nel ’98 all’età di 103 anni, sulla cui vita e le cui opere Quirino Principe ha attinto ampiamente e lo stesso suo brano “La cava di ghiaia”, letto e spiegato nella serata e tradotto da lui nella lingua italiana nell’86 nel volume “Il cuore avventuroso”, è una dimostrazione di come l’uomo, lo spirito intellettuale dell’uomo, tenderà sempre ad avvicinarsi alla soluzione del suo problema esistenziale in un punto all’infinito cui ci si può avvicinare indefinitivamente come un asintoto in un discorso iperbolico, ma che non arriverà mai. Noi non lo toccheremo mai quel punto all’infinito.
Il relatore ha dimostrato come sia insensato pensare e voler convincere che la costruzione di tutto questo mega universo che c’è e c’è sempre stato come frutto di una lenta evoluzione, almeno a partire dal supposto Big Bang di miliardi di anni fa, sia stato costruito e concepito, da un afflatto divino, il tutto per far nascere una specie intelligente sul nostro minuscolo pianetino di un oscuro sistema solare situato in una infinitesima parte dell’intero universo posto in una oscura porzione di dimensione infinitesimale e forse appartata dell’intero insieme; e che non sia invece più plausibile che, quello che noi chiamiamo intelligenza, sia semplicemente l’adeguarsi della nostra mente intelligente alla comprensione di ciò che è; cioè dell’esistente, quella cosa che è, cioè l’essere, con il rigore delle leggi di natura che sono leggi matematiche.
Ha illustrato l’importanza dell’amore e del sesso nella vita dell’umanità e come ciò sia mirabile, nobile e sublime e non disgiungibile ed, allo scopo, ha puntualmente criticato ciò che la Chiesa ancora sostiene con formule che sono lì ancora scritte e che nessuno di buon senso assume e cioè la deleteria pretesa della separazione tra l’Amore e il Sesso e che lo scopo del rapporto sessuale, nel matrimonio, debba essere la procreazione e lo sfogo della libido dell’uomo con la moglie; con il che la donna viene ad assumere la umiliante funzione della prostituta in casa.
Si osservi come tutto ciò sia ancora scritto e gli scritti della chiesa restano come pietre e si osservi quanto ciò sia umiliante sia per l’uomo che per la donna come aveva già indagato Nietzsche nella “Morte di Dio”.
Quarta serata, 27 ottobre, protagonista la scrittrice e giornalista Lidia Ravera, prolifico personaggio nel mondo della letteratura, impegnata a dare degli scossoni alla dormiente società moderata fin dagli anni ’70 con la sua pubblicazione di “Porci con le ali” assieme a Marco Lombardo Radice.
L’autrice ha riportato, con la lettura e il contenuto di brani delle sue opere, lo spirito dei personaggi femminili che sono le eroine dei suoi scritti e la riconsiderazione allo sguardo di oggi tra quelli dell’attualità e quelli di venti-trenta anni fa.
Nel suo ultimo romanzo uscito in questo ottobre dal titolo “Eterna ragazza”, si coglie l’inquietudine dell’autrice che non riesce ad astrarsi dai personaggi, con le loro storie e le loro trame e che lei parrebbe volerli estranei ed al di fuori di se stessa, in quegli intrighi di amori tormentati dai profili gialli che poi altro non sono se non una commedia di costume, nella cui psicologia del personaggio l’autrice, suo malgrado, va a riflettersi.

di Silvio Di Giovanni

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