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Natale: mutui, spread 0,85%

– A Natale un mutuo prima casa con a rata fissa spread dello 0,85. Lo propone la Banca di Credito Cooperativo di Gradara ai clienti. E’ un’occasione vantaggiosa assolutamente da non perdere. Agli sportelli della Bcc troverete altre importanti iniziative: per il pagamento delle tredicesime aziendali, “Conto veramente” (conto corrente a zero spese per i pensionati, ai quali verrà regalato un carrellino portaspesa), “Tempo al futuro” (finanziamento ai progetti dei neolaureati).




Santa Cecilia, la banda festeggia

– Il 22 novembre ricorre la festa di Santa Cecilia, patrona di musici e cantori. Il Comitato direttivo della Banda musicale di Gradara organizza per l’occasione una serie di festeggiamenti che, a causa di precedenti impegni, verranno posticipati al 10 dicembre. Saranno presenti, oltre ai componenti del complesso, personalità ed autorità civili e religiose. Nel corso della funzione che si terrà presso la chiesa di San Giuseppe di Gradara. Si esibirà il “Piccolo Coro”, una vera perla della parrocchia di don Germano. Il gruppo è formato da giovanissimi elementi che vanno dai piccolissimi agli alunni delle scuole elementari e medie, diretti dalla professoressa Francesca Gabrielli. Il gruppo ha al suo attivo numerose importanti partecipazioni, tra cui a Roma presso le basiliche di San Pietro e San Giovanni in Laterano. Per le prossime festività di fine anno sarà a Fabriano con un programma di canti natalizi.
La Banda gradarese affonda le sue origini nel lontano 1887. Sul podio di direttore si sono susseguiti prestigiosi musicisti conquistando al complesso un posto di rilievo tra le bande regionali. Attualmente la direzione è affidata al Maestro Pierino Tresi, diplomato al Conservatorio dell’Aquila. Approda a Gradara dopo aver diretto per 40 anni la celebre Banda di Montelabbate. La sua presenza ha influito fortemente sul bagaglio musicale del gruppo gradarese ed ampliato il repertorio con brani di maggiore impegno. Collabora con lui Aldo Vandi, un appassionato musicista che si occupa anche delle incombenze organizzative.
Probabilmente in questa occasione (10 dicembre) la Banda esibirà una nuova divisa, ispirata al Rinascimento, più in linea col passato storico di Gradara. L’incognita, però è d’obbligo, in quanto si dice che tali divise siano state offerte da un anonimo sponsor attorno al quale regna il silenzio più assoluto. La celebrazione terminerà con un pranzo al Ristorante Hostaria del Castello, il locale che con La Casaccia, venne ideato da Delio Bischi negli anni Cinquanta, decretando di fatto l’inizio dell’attuale vita notturna di Gradara e del suo circondario.

di Sergio Tomassoli




Concerto per la signora Cucchiarini

– “Amarsi per non dimenticarsi: ricordando Liliana Guglielmi”. Nella chiesa dell’Immacolata di Gabicce Mare, è il concerto che alle 18 segue la messa in ricordo di Liliana Guglielmi in Cucchiarini scomparsa prima del tempo lo scorso 2 ottobre. La famiglia la vuole ricordare per ringraziare i parenti, gli amici e conoscenti che con la loro presenza l’hanno onorata. Il concerto è tenuto da cantanti lirici: Antonio Perez (tenore), Lykke Ancolm (soprano), Lia Salemme (mezzosoprano) e Andrea Ruscelli (pianoforte). Introduce i brani: Renata.




Oh! Pép, ai la farin a vnì in tèra?

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“Dovevo imbarcarmi sul motopeschereccio “Risveglio” di Sebastiano Palazzi e Umberto Galeazzi, ma in quel periodo fui chiamato per il servizio militare. Avevo vent’anni, era il 1946, fui mandato a Venezia dove vi erano diversi miei compagni di Cattolica e Gabicce; fui destinato alla conduzione di una motolancia. Durante il servizio di trasporto, alcune volte ho imbarcato il comandante Camillo (che in seguito fu il comandante del porto di Cattolica) con i suoi allievi sottufficiali della scuola Morosini.
Ottenni una licenza di quindici giorni, era l’estate del 1946 o ’47, fu un anno florido per la pesca delle sardine. Era il mese di agosto e chiesi al “paron” Enrico Rondolini se potevo imbarcarmi per una quindicina di giorni, per guadagnare un po’ di soldi: -Si, si -, disse Rondolini, -Ven giù a bordi. – Corsi subito a casa e con quell’entusiasmo che è proprio degli anni giovanili, mi spogliai della divisa e corsi al porto.
Rondolini voleva che restassi a terra perché aveva una rete strappata da sistemare sulla banchina di Gabicce, dove ora c’é il circolo A.N.M.I.. Aveva bisogno di manodopera esperta e quindi rimasi a terra e al ritorno dalla pesca era già pronta per l’uso. Per questo lavoro di rammendo mi dette un buon compenso che a quel tempo erano molti soldi, di cui una parte li diedi a mio padre. Chiesi a Rondolini se una volta congedato mi volesse prendere come marinaio, rispose che sarebbe rimasto a terra per lasciarmi il posto.
Infatti tornato in congedo mi imbarcai con Rondolini, si stava molte ore in mare, (i marinai dicono come i delfini, per intendere che si trascorreva soprattutto la vita in mare). A bordo c’era anche un noto pescatore di Gabicce, Giuseppe Arduini “Pép d’Iust”. La barca aveva un motore di 36 cv. “Deutz” non originale tedesco perché fabbricato in Italia, era dotato di due pompe esterne di alimentazione per il raffreddamento ad acqua e due pistoni. Siamo usciti in mare subito dopo mezzogiorno, le pompe andarono in avaria, rimanendo fermi per circa un’ora. Enrico Rondolini era un marinaio intelligente, con della spranga grossa ha avvolto le pompe che così hanno potuto funzionare.
A questo punto mi sovviene un secondo aneddoto: eravamo in mare a pesca con il motopeschereccio “Aurora”, con un equipaggio composto da Enrico Rondolini, Giuseppe Arduini “Pép d’Iust”, Giovanni Vanzolini “Buson” ed io. Era una giornata di bora, tanto che tre grandi motopescherecci spiaggiarono a Sud del porto di Rimini. Noi invece siamo riusciti a venire in porto a Cattolica perché “Us ved che Crést un sa vlù”.
Era la fine del 1948, alle cinque del pomeriggio eravamo già carichi di pesce, il “paron” Enrico Rondolini era stato in mare con Mario Prioli “Gnèla d’Ghireli” e fu uno dei primi a mettere il motore tra le barche di Cattolica, mentre “Pép d’Iust” era un bravo motorista.
Avevamo pescato in una zona detta “Le lastre” dove sul fondale vi erano degli scogli a forma di scalini, se conoscevi bene il tratto di mare per pescare non subivi danni, altrimenti c’era pericolo di perdere anche la rete. Erano posizionati a diciotto miglia tra Misano e Riccione-Fontanelle, ad una profondità di 25 passi, non si poteva pescare verso Nord per la loro specifica formazione. “Pép d’Iust” era un esperto marinaio e conosceva bene quella zona pescosa, aveva fatto esperienza assieme a Mario Prioli “Gnèla d’Ghireli”. Noi facevamo una pescata verso Nord a 25 passi, ad una distanza di sicurezza dagli scogli di 400/500 metri, la rete un po’ si rovinava ma quando si salpava si tirava su una notevole quantità di pesce: razze, sanpietri, merluzzi… un ben di Dio. La rete era di cotone “Makò”, dopo vuotato il pesce dal sacco, si metteva ad asciugare issandola sull’albero.
Ricordo che c’era con noi Giovanni Vanzolini “Buson” come marinaio, avevamo sistemato tutto il pescato e calato di nuovo la rete, a un certo punto voltando lo sguardo verso “Greco”: “L’era tut ‘na fumera”. Il vento faceva spumeggiare e sollevare l’acqua, allora abbiamo calato la rete messa ad asciugare e l’abbiamo lasciata in coperta, perché era più urgente salpare quella che era in acqua. Per fare questa operazione dovevamo portare i cavi a prua in quanto allora non si salpava a poppa, ed anche volendo tirarla a bordo per la poppa, le carrucole le quali erano a prua, sforzavano eccessivamente e i cavi stessi si rovinavano.
Arrivò anche il vento forte, il quale ci colse all’improvviso con una tale intensità che non riuscivi a stare con il viso scoperto e quando il vento arriva così all’improvviso il mare é ancora calmo. Allora mettemmo in moto il verricello per salpare velocemente. Gianni d’Buson cognato di Enrico Rondolini rivolgendosi a quest’ultimo in tono scherzoso disse: -Stai al motore e olialo bene! – Cercando di sdrammatizzare la situazione di pericolo in cui ci trovavamo.
Io all’epoca avevo circa 25 anni; finiamo di salpare lasciando il sacco come si trovava e abbiamo messo tutto sottocoperta, io e “Pép d’Iust”, così in coperta era tutto libero. “Avimie un pèzz ad carabutèna a prova” (piccolo tavolame a poppa) su cui poggiavamo i calamenti (i due cavi che vengono interposti fra i divergenti e la rete) e li abbiamo poi sistemati a poppa.
Alla distanza di sei miglia dalla costa c’erano delle boe luminose che segnalavano i tratti di mare minati, nel frattempo si era fatto notte, il “paron” “Rico d’Rundlén” era al timone, la randa ancora issata all’albero ci faceva quasi volare sull’acqua. Ricordo Giuseppe Arduini che aveva sempre la sua pipa in bocca e rivolgendomi a lui gli domandai: – Oh! Pép, ai la farin a vnì in tèra? – (oh! Pép, gliela faremo ad andare a terra?). Di notte il suo aspetto di vero marinaio faceva più effetto perché la sua figura veniva illuminata dal riflesso del coronamento di poppa (fanale bianco di poppa).
Il mare cominciava ad agitarsi e quando ci si trovava in un momento di pausa tra un’onda e l’altra (valìa), le onde che successivamente sopraggiungevano sembravano anche più minacciose. La nostra barca “Aurora” era lunga nove metri e sessanta, costruita per portare il motore, con la poppa tonda, con sotto il timone a fior d’acqua (scafo) e con un pescaggio di due metri. Era sicura in mare, costruita dal fratello di Enrico Rondolini, il maestro d’ascia Guido Rondolini. Strutturata di solido legno “indistruttibile” e pesante, fu disegnata dal figlio di Guido, Dino Rondolini, capace di sostenere anche forti marosi.
Vicino a noi c’erano quattro “scafi” dell’armatore di Bologna dott. Rossi tra i quali due grandi il “Sant’Antonio” e il “Paolo”. Di queste quattro barche il giorno successivo due spiaggiarono, non essendo riuscite ad entrare in porto per il violento temporale.
Io dissi a “Pép d’Iust”:
– Oh! Pep, ai la farin a vnì in tèra? – Lui non mi rispose, ripetei quindi la domanda e lui mi disse: -A n’al so! – Nel frattempo mi tolsi le “Papuzie” (specie di stivali di gomma artigianali, molto larghi che permettevano d’infilarsi su calze di lana molto grossa), eravamo tutti bagnati fradici ad una distanza di quattro miglia dal porto, quando il “paron” dice: -Ste pront sa li “sper”! – (ancora frenante la velocità incontrollata della barca, dovuta ai marosi). Questo tipo di ancora era perlopiù fatta da un’insieme di cavi usati per tirare la rete che fungevano da peso, non esisteva ancora il sacco di tela per il frenaggio.
“Pep d’Iust”, disse che se la “Spera” tirava da un lato solo perché non era al centro della poppa, non avrebbe sortito l’effetto. Allora io ho messo una corda per tirarla più al centro possibile “Trinca”. Avevamo anche due gru a bordo che servivano per i cavi d’acciaio dei divergenti, io stavo con un braccio ad una di queste gru e con l’altro sostenevo il rotolo delle corde, aspettando l’ordine del “paron” per gettarlo in mare. Ci trovavamo poco fuori delle “Serre”, in quel momento il “paron” Enrico Rondolini mi diede l’ordine di buttare in mare la “spera” e gridò: – Buta viaa! –
La buttai in mare, ma questa con una grossa ondata ritornò a bordo. Io mi tenevo saldo in ginocchio alla gru, ripresi la “Spera” e la ributtai nuovamente in mare e questa volta andò in forza al centro della poppa. Allora Enrico Rondolini accelerò il motore, perché se vai piano ti vince l’impeto dei marosi, mentre con il freno della “Spera” e aumentando di giri il motore, riesci a dominare le onde. E nonostante la furia del mare riuscimmo ad entrare in porto.
Sul molo c’era molta gente in attesa, attraccammo dove oggi esiste il ristorante “Cambusa”, quello era il nostro posto d’ormeggio.
Tra i presenti sulla banchina c’era anche mio padre, il fratello di Enrico Rondolini e uno dei fratelli Vanzolini, i quali vennero in nostro aiuto facendo con noi la cernita del pesce e poi loro stessi lo andarono a vendere, realizzando un buon prezzo.

(continua)




Gradara, Natale al castello

Alberelli, luminarie, luci dagli effetti speciali, così la cittadella, ma anche i gradaresi nei loro quartieri già da tempo stanno lavorando per partecipare, al Concorso de”L’albero più bello”.
Il 24 e il 26 di dicembre con concerti, danze, musica e le passeggiate nel borgo con l’asinello. L’evento prosegue il 6 e 7 di gennaio con spettacoli di burattini, concerti di cornamuse e l’arrivo trionfale dei Re Magi a cavallo al seguito di un corteo di nobili e dignitari in costume storico che distribuiranno dolci a tutti i bambini.
Per chi invece vuole scoprire la storia e le leggende del Castello, è possibile visitare la Rocca, i musei e i camminamenti di ronda con suggestivi percorsi guidati.




Cattolica – Le feste

– Dicembre è sinonimo di festa, di Natale. Di tempo libero e appuntamenti. Cattolica offre ventitré eventi.
Quattro sono mostre
La prima “In scena”: “100 anni di spiaggia”, al Palazzo Comunale.
“I dolci di Natale”, nelle vetrine dei negozi. Saranno esposti i simboli della pasticceria italiana ed europea.
È in favore di Avsi, “Presepi da tutto il mondo”, è anche mercato. Si svolgerà l’8, 9, e 10 dicembre, all’Hotel Kursaal.
Giorgia Galanti è protagonista dell’inaugurazione di “ore quotidiane”, il 17 dicembre, alle cinque del pomeriggio, nella Galleria Comunale Santa Croce.
Nove gli appuntamenti con la cultura e con il teatro.
Il primo, è interpretato dalla compagnia di Morciano, dal titolo “A so propia un quaion”, di Giordano Leardini. È in favore dell’associazione “Città solidale”, Teatro della Regina, sabato 2 dicembre.
“Angeli”, è il titolo del libro dedicato a Luca e Simona Cenci, la cui presentazione si svolgerà al salone Snaporaz, domenica 10 dicembre, alle cinque del pomeriggio.
Samuele Bersani tornerà e “casa”, con il suo tour “L’aldiqua”. Il concerto è in favore di “Città Solidale”, mercoledì 13 dicembre, alle 21, al Teatro della Regina.
“Da tango a sirtaki” è l’omaggio a Zorba, da Raffaele Paganini. Alle nove e un quarto di sera, venerdì 15 dicembre, Teatro della Regina.
Ricordando la storia del proprio paese, ci sarà la presentazione del libro del prof Guido Paolucci, “C’era una volta un’altra Cattolica”, sabato 16 dicembre, alle quattro del pomeriggio, alla Regina.
Per l’Unicef, l’Atletica ’75 si esibisce con “Il Natale di Jack”, venerdì 22 dicembre, ore 21, alla Regina.
Con un occhio al Capodanno, i musicisti di Cattolica propongono di intrattenere con “Happy New year”. Venerdì 29 dicembre, ore 21, al Teatro della Regina, altra occasione per aderire a “Città Solidale”.
Quattro eventi sono all’acquario “Parco Le Navi”.
A cominciare dalla sua apertura, dalle nove e mezza del mattino, alle quattro e mezza del pomeriggio, ogni domenica e festivi, in dicembre. Dal 26 dicembre al 7 gennaio appuntamento regolare, tutti i giorni.
Come ogni Natale che si rispetti c’è il presepe, che sarà classicamente in terracotta, ma insolitamente si troverà nella vasca degli squali: un tuffo per regalarsi un’emozione.
Consueti e familiari sono altri cinque appuntamenti.
I bambini sono invitati a “Il villaggio incantato della Regina”, nelle vie del centro, l’8, il 9 e nei weekend del 16, 17 e 23, 24.
I bambini potranno vedere le casette di personaggi fiabeschi, come Haensel e Gretel, la Befana e Babbo Natale.
Come ogni anno, il 24 dicembre, a mezzanotte, dopo la Messa di Natale, gli “Auguri sotto l’albero”: la parrocchia di San Pio.
Il saluto al nuovo anno “Benvenuto 2007” , con un brindisi in compagnia, avverrà domenica 31 dicembre, presso il piazzale Roosevelt, portico del Municipio.
La società sportiva Atletica ’75 sarà protagonista il primo gennaio dell’anno nuovo, con il “Bagno di Capodanno”, alle dieci del mattino, in piazza Primo Maggio.
La Befana porterà doni, sabato 6 gennaio, dalle tre del pomeriggio, “Nel villaggio incantato della Regina”.
Le fontane danzeranno per le feste. Tutti i giorni, dal 16 dicembre al 7 gennaio, alle sei del pomeriggio.

Buone Feste




Mofa, pronta per il Natale

UNA STORIA CHE NASCE DA LONTANO

La Mofa di Morciano veleggia verso i quarant’anni con alle spalle una storia di tutto rilievo. Nata nel 1969 dalla geniale intuizione di Luciano Montanari e Gualtiero Fabbri (il marchio riporta, infatti, le iniziali dei due cognomi) forti di un’esperienza maturata fin dagli anni Sessanta, avrebbero portato in breve tempo il marchio MO.FA ad apprezzarsi non solo nella Città Mercato ma ben oltre i suoi confini e quelli provinciali. Del resto non avrebbe potuto essere altrimenti dal momento che il presupposto era costituito dalla serietà, dall’operosità e dal prestigio dei soci fondatori. Montanari e Fabbri, stimati imprenditori della cittadina romagnola, avevano intrapreso l’attività in un segmento di mercato non facile ma, fin da subito, avevano fissato solide basi per il loro commercio: qualità e professionalità, carte vincenti alla luce dei fatti che hanno fatto crescere l’azienda familiare; una metamorfosi nel tempo e col tempo che hanno portato l’Azienda “a conduzione familiare” ad essere un punto di riferimento ormai storico. I decenni passano, il mercato si fa frenetico, il consumismo impera ma?la serietà primeggia sempre e comunque. E la Mofa lo dimostra. Il testimone dell’azienda viene raccolto, negli anni successivi, da Alberto Montanari quello che a Morciano tutti conoscono per l’affabilità che lo contraddistingue e che ne ha fatto il “Bertino”, un personaggio positivo e simpatico ma che sa essere uomo di carattere quando la situazione lo richiede. Non a caso i morcianesi, attorno agli anni Novanta, lo elessero sindaco. Ma il Palazzo, come si dice, non ha mai distolto la vocazione commerciale di Bertino che aveva in pectore l’impegno di mantenere la tradizione familiare arricchendola, anzi, di nuovi spunti ma soprattutto rispondendo alle esigenze di una clientela fidelizzata in costante crescita.
OGGI, NEL TERZO
MILLENNIO
Certo, sono trascorsi quasi otto lustri ma l’entusiasmo, alla Mofa, non sembra essere scemato, tutt’altro. “Ci mancherebbe” osserva Bertino “la voglia di fare sempre più e sempre meglio é?un vizio di famiglia. E lo stimolo ci viene quotidianamente dalla gente, da quella clientela che premia la nostra azienda ininterrottamente. Abbiamo visto diversi cambi generazionali, nascere e crescere interi nuclei che sono diventati i nostri clienti-amici”
-Anche voi siete parte di questo ricambio –
“Come no, da un paio d’anni la quarta generazione Mofa è entrata appieno nell’azienda di famiglia. Dopo mio figlio Francesco che coadiuva con me?aspettiamo sia in età il piccolo Alessandro, mio nipote. Ma si dovrà aspettare un po'” dice in un sorriso nonno Bertino che aggiunge: “Ma se oggi la Mofa è una solida realtà mi lasci dire che il merito va ascritto agli insegnamenti ricevuti da mio padre e da mio zio oltre che alla presenza costante, attiva, partecipe di tutti i collaboratori. Giorgio, Giordano, Mirco, Davide, Lella, Angela, Lidia, Bruna, Derna, Daniela, Veronica e altri ancora contribuiscono non poco alla crescita della Mofa. Il resto, ovviamente, sta nella qualità che rappresentiamo qui, in Piazza Boccioni. In fatto di tendaggi, tessuti, biancheria per la casa, lenzuola, copriletti, intimo e quant’altro offriamo davvero il meglio al minor prezzo”
– Qual è, a suo avviso, il segreto del successo della Mofa che è passata indenne dall’epoca del televisore in bianco e nero a quella del satellite e di internet? –
“Nessun segreto mi creda. E’ tutto, da sempre, alla luce del sole: serietà, correttezza, qualità, professionalità. E un bilancio” dice Bertino allargando le braccia in un guizzo di soddisfazione “ogni anno in attivo, realmente!”.




Magnanelli: riflettere, sorridere…

– Mario Magnanelli, pittore, istrionico, comunicatore ardito, muore il 27 dicembre di due anni fa. Istintivo, ma capace di ritornare sui propri passi, chiedendo scusa. Un bastian contrario profondamente innamorato di San Giovanni.

– Non aveva che 59 anni ed alle spalle una vita da protagonista: fatta di polemiche, battute, bontà, intuizioni, eleganza e pure di piccole e consapevoli cadute di stile. Nei momenti migliori aveva la forza di chiederti scusa.
Le sue cascine, fiori e marine sotto la neve, o nella neve, erano riconoscibilissime e molto amate. Tra i tanti ammiratori-collezionisti: Umberto Paolucci (presidente della Microsoft Europa; grazie a lui i quadri di Magnanelli sono giunti anche a Bill Gates), la famiglia Galanti di Cattolica, la famiglia Pettinari (industrie Fom).
Mario Magnanelli è stato soprattutto un grande personaggio. Abile ed elegante nella sua comunicazione e pure molto pignolo. Capace di accogliere grandi personaggi nel suo studiolo: Dario Fo e Franca Rame, Ornella Muti.
Ha scritto della propria pittura Magnanelli: “…è un linguaggio essenziale quanto ricco di intimità e di immensa commozione: un linguaggio libero da ogni forma di maniera che conserva inalterata nel tempo la sua altissima, intensa espressività”.
Di sé, come uomo, si definiva: “Bello, romantico e senza regole”. Da giovane aveva frequentato Roma: “Pittore randagio in via Margutta”. Di quel periodo scrisse lo scrittore-regista, Cesare Zavattini: “…e mi piacquero subito quando le vidi ad una mostra di via Margutta, quelle magiche, suggestive marine d’inverno”.
La vita di Magnanelli ha una svolta a metà anni ottanta, un brutto incidente prima lo tiene in sospeso tra vita e morte e poi ne lascia i ricordi nel fisico, fino alla fine. Però questi ultimi decenni sono anche ricchi di fare. Apre un ristorante-centro culturale in collina: “La casina del pittore”, che lascia ottimi ricordi.
Agli inizi degli anni novanta, in piazza Silvagni, propone una sua esposizione per un lungo periodo.
Poi il suo rifugio è nella casina davanti al teatro Massari, nel borgo.
La sua mente sforna l’idea della Notte delle Streghe. Idea che viene fatta propria dal Comune che la porta ad uno straordinario successo di pubblico, senza perdere la qualità. E con il suo Comune e con i marignanesi era sempre in lite, arrabbiato. Aveva un rapporto di amore ed odio (il famoso amodio di Fosco Maraini). In Comune ed agli amici spediva lettere-fax non proprio dei fiorellini; sempre molto tollerate. In ogni caso è stato molto generoso con la propria città. In novembre le aveva regalato la sua preziosa raccolta di cartoline. Ed aveva altri regali in mente. Il sindaco Sergio Funelli voleva pubblicare il suo ultimo catalogo, “Mario Magnanelli, 100 opere”; proposta rifiutata con sdegno.
Ma il Magnanelli vero, il suo lato migliore, è la maga Artemisia. Egli l’aveva denominata “buona”. Anche questa era nata dalla sua invenzione, ma con gli anni con chi glielo ricordava si arrabbiava, in tinta col personaggio: “Sarai matto! E’ sempre esistita”.
Nonostante il carattere, Magnanelli aveva tanti amici e molti intellettuali hanno celebrato la sua opera: Piero Meldini, Roberto Pazzi, Ennio Cavalli, Rosita Copioli, Federico Fellini, Teo Bragagna. Ne era molto orgoglioso.
Nei paesaggi delle sue pitture continua a nevicare.




Strada Tavullia, in arrivo due milioni di euro?

Viene dunque premiato il lavoro di costante rapporto e collaborazione instaurati tra la Provincia di Rimini con la Regione Emilia Romagna per dare il via ad una strada di rilevanza regionale.
Dunque, l’opera diventa a breve eseguibile. Ne ha dato notizia alla giunta provinciale l’assessore alla Viabilità, Alberto Rossini.
Nel frattempo, il presidente della Provincia di Rimini, Ferdinando Fabbri, ha scritto al presidente della Regione Marche e a quello della Provincia di Pesaro Urbino, Palmiro Ucchielli, per chiudere la partita del finanziamento perché quell’arteria sarà il collegamento fondamentale con il polo industriale di Tavullia, versante Romagna.
Soddisfatto il consigliere provinciale diessino Sergio Funelli che rileva come passo dopo passo si stiano creando le condizioni per mantenere fede agli impegni che la Provincia di Rimini.
“Questa notizia – dice Funelli – dovrebbe porre fine anche agli ultimi scetticismi che su questa questione erano stati generati dall’iniziale esclusione dell’opera dal piano provinciale dei lavori pubblici del 2006. La fiducia e il credito riservati alla Provincia evidentemente non sono mal riposti”. Continua Funelli: “Doverosa anche la sollecitazione nei confronti dei vicini marchigiani, tra i maggiori percettori dei benefici dell’investimento, ma fino ad oggi praticamente assenti dalla partita”.




Quando il cuore è troppo piccolo per contenere la vita

– Non è mica facile spiegare perché “Il picco dell’aquila” è un libro che riguarda un po’ tutti noi. Non è facile perché in questo personalissimo diario del lento attraversare il dolore, Milena Renzi racconta se stessa, ma ognuno può riscoprire una parte delle proprie sofferenze e soprattutto della propria impotenza di fronte a una malattia invitta e indomabile.
Usa le parole, Milena, per raccontare l’immenso dispiacere per la perdita della madre. La penna la intinge nel suo grande cuore, pieno d’amore per ogni cosa che sappia di vita, ampio abbastanza per contenere il perdono e affogare in un sorriso ogni dispiacere.
Milena è più forte della maggior parte di noi. Sa essere più grande delle sue lacrime, più forte del dolore fisico, più forte del destino. Milena, Mi per gli amici, sa rubare in tutto questo la speranza, distillarne i pochi attimi di gioia e scovare in fondo all’anima la forza e il sacrificio per aiutare gli altri.
Forse tutto questo nel suo libro non c’è. Lì, c’è il dolore immenso della perdita di una persona cara. C’è un po’ di vita e qualche lezione da imparare per tanti. C’è la sua scrittura con qualche bizantinismo e tanta freschezza; con la voglia di vivere e un messaggio concreto d’amore per la vita. E’ così che Mi vince la sua battaglia per la sua anima già tanto forte e per il suo corpo troppo fragile.
“Il picco dell’aquila” è un libro da leggere per scoprire che è una fontanella con tanto anche di nostro. E c’è la forza dell’amore che sa emergere per dare speranza a ognuno di noi! Milena presenterà il libro a San Giovanni, sala consiliare, il pomeriggio alle cinque. Mi sarà presente e saprà raccontarvi e spiegarvi il significato del suo ultimo lavoro.

C.C.