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Mangiate di pesce, insieme sono un romanzo

– “Parliamo sempre di memoria. Bisogna ricordare. E’ giusto”, ha scritto Thomas Otto Zinzi. Una volta nella toppa delle porte c’erano le chiavi; ora ci si difende con antifurti e inferriate. E la parola data era la propria coscienza da onorare. I valori di un tempo andato e vicinissimo, si respirano nelle periodiche tavolate serali che si tengono al “Bar Biliardo” di Misano Cella, una delle frazioni storiche di Misano. Per Luciano Bellettini basta poco per fare allegria: un po’ di sano buon’umore ed una cassettina di sardoncini. Per Nello Casadei, il saggio, è uno dei modi migliori per far trascorrere il tempo. “Dolfo” Fabbri è il cuoco, colui che rende possibili serate speciali, dove il cibo diventa cultura, come un monumento, un paesaggio, un romanzo.
E’ difficile raccontare lo spirito vero della Romagna; spirito che ha fatto di questo territorio uno dei più ricchi d’Europa. Spirito, purtroppo, che sta rapidamente scomparendo. Il senso però si ha a Misano Cella, con le cene, le mangiate, il ritrovarsi.
Tutto il pesce viene preparato con passione e professionalità dalle bravissime commesse Anna Maria Mattioli e Sonia Del Monte della pescheria Mattioli di Misano Mare. Mentre ai fornelli ci si mette la passione di “Dolfo”, da sempre con il pallino della cucina e della pesca, quest’ultima condivisa con un manipolo di amici. Racconta Dolfo: “Dietro una buona cena, c’è una giornata e più di preparazione. Mentre il sugo è sui fornelli, si condisce il pesce. Cerchiamo di portare in tavola quello appena pescato e dopo averlo pulito lo si lava con l’acqua di mare”.




Anarchico alla guida di Azione sociale

– Raccontare Michele Laganà politico è quasi impossibile. L’uomo invece sì: è generoso, buono e capace di farsi voler bene come pochi.
Forse appartiene alla categoria degli anarchici, senza saperlo. Ama vivere ed è difficile inquadrarlo in un partito. In ogni caso, dallo scorso settembre è alla guida regionale di Azione sociale, il partito fondato da Alessandra Mussolini, nipote di Benito, dopo la sua fuoriuscita da Alleanza nazionale. Laganà la racconta così: “Incontrai il babbo dell’Alessandra, Romano, che con i suoi occhi profondi mi disse: ‘Prenditi cura di mia figlia!’. Mi commossi: eccomi qua”.
Cinquantadue anni, tre figli oramai grandi, è residente a Misano (Portoverde, per la precisione) dal ’94, ma la frequenta, insieme ai familiari, da molte decine d’anni. La sua è una delle famiglie più conosciute di Bologna. Sono i pasticcieri della città per antonomasia; producono, con passione, delizie assolute.
Famiglia socialista, la stagione politica di Laganà arriva da molto lontano, dalla sua adolescenza. La prima frequentazione è quella di Potere operaio, con Franco Piro, che sarà parlamentare nonché grosso dirigente socialista dell’era Craxi. Il vento di sinistra dura poco. Nel ’69 approda nell’Msi. Ricorda: “Mi ci portò Giancarlo Zecchini, diventato poi uomo di spicco del Pci. Scelsi la destra per delusione: i miei amici di sinistra dicevano una cosa e facevano l’esatto contrario”. Fino al ’78 fa politica attiva; è uno dei dirigenti della federazione bolognese dell’Msi, con Alessandro Mazzanti e Pietro Cerullo. Segue An, dove resta iscritto fino al 2002. Dice: “Non feci più la tessera in disaccordo con i dirigenti riminesi”. Nel 2004, dopo aver rotto con Rosario Zangari (dirigente di spicco di An misanese), si presenta con una lista civica di destra, la “Tua Misano” come candidato a sindaco; entra in Consiglio comunale. Quest’anno, nelle liste di Forza Italia, è candidato per i consigli comunali di Rimini e Ravenna. Argomenta, con il suo classico sorriso stampigliato: “Non sono un ballerino. In Forza Italia rappresentavamo An; lo abbiamo fatto per contarci dalla Fiamma, che ha ottenuto i suoi voti. Con questa scelta abbiamo ottenuto un consigliere in un quartiere di Ravenna. Da quando sono responsabile io di Azione sociale mi hanno raggiunto tre consiglieri comunali di area culturale di destra”.
A chi gli chiede cosa lo differenzia da An, risponde: “Sono dei fratelli che sbagliano. Hanno tagliato le origini e rinnegato il sociale. La nostra è una destra che va avanti, che è contro ogni dittatura ed è per lo sviluppo. Che non è razzista. Vogliamo che tutti abbiano una casa. Vuol dire battersi per chi ha bisogno, aiutare gli anziani, i disabili, con delle regole, prima gli italiani e poi gli stranieri”.
E Zangari? “Una persona per bene. Voglio sottolineare che a Misano rappresento la lista civica e non Azione sociale, lo dimostro sui giornali e con i fatti”.




Parole da e ‘Fnil’

…Misano sì. Adriatico no – In ottobre una delle discussioni politiche cittadine accese dallo spirito goliardico di Michele Laganà è stato di togliere la denominazione Adriatico dal nome di Misano. Guardando come un maghetto nella sfera del futuro sembrerebbe che tale taglio porterebbe in città frotte di turisti, fino a mandarli via, data la sovrabbondanza. Gli abitanti di Caprese Michelangelo, nonostante “Michelangelo” non hanno raggiunto le altezze dell’avo. Misano Adriatico un tempo si doveva chiamare Vernibella, in onore della famiglia cattolichina proprietaria delle terre dal mare alla Nazionale. Progetto turistico abbandonato per mancanza di fondi. Per Lui Villa Vittoria. Misano Adriatico è solo per differenziarsi da Misano Monte, il vecchio capoluogo. La politica qualche volta non sa cosa fare. Non sapere che cosa dire, ci si permette un suggerimento perché non chiamarla Fienile (in onore del vecchio nome “e Fnil”), almeno avremmo un po’ di radici.

…Giorgio sull’Unità – Giorgio Pizzagalli è una bellissima persona, con un cuore d’oro e una mente sottile. Ha la forza di indignarsi con il candore di un adolescente sulle ingiustizie della vita. Lo scorso 3 novembre l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, gli ha pubblicato una lettera molto civile. Orgogliosi di essere misanesi.




Salvadori, viaggio di beneficenza in Lituania

Giovanni Salvadori da anni effettua viaggi della solidarietà ai quattro punti cardinali del mondo, sempre presso le suore della Carità. Questa volta è riuscito a raccogliere 5.000 euro, giubbotidi lana e materiale per il pronto soccorso. “Devo ringraziare – dice Salvadori – tutti coloro che mi danno una mano. E in particolare la professoressa Arrico di Roma, Carlo Faragona, le sorelle Tardini, le famiglie Fuzzi e De Nardis di Misano Monte e le famiglie Bartolucci, Melucci, Zaghini-Della Rosa di Riccione”.
Durante uno dei suoi primi viaggi in India, poco prima della sua morte, Salvadori conobbe anche madre Teresa.
Tallin (da Taani Linnus, castello danese) è capitale dell’Estonia dal Medio Evo. Nei secoli ha visto il dominio di danesi, tedeschi, svedesi, russi. Ognuno di queste invasioni ha lasciato una forte impronta nella città. Segni che si possono facilmente scoprire girovagando per il centro storico che è patrimonio mondiale Unesco. Conserva le migliori tradizioni: chiese, palazzi, strade acciottolate, le mura difensive, i tipici tetti spioventi ricoperti dalle tegole. Tallin conta un milione di abitanti (un terzo della popolazione complessiva della nazione). Gli abitanti, al 90 per cento si professano atei. Curiosità: a Tallin ci sono 4 sacerdoti cattolici (due polacchi e due italiani. Le suore di madre Teresa sono quattro.




San Martino, castagnata alle Conad Misano e Riccione

L’appuntamento con le caldarroste ed un buon bicchiere di vino, partito dalla galleria Gardenia, davanti all’ingresso, si ripete oramai da molti anni.
Dicono alla Conad: “Con le castagne si va a celebrare un certo modo di fare le cose insieme e segnare la stagionalità: il passaggio da un periodo all’altro. E non è l’unico durante l’anno. Piace ricordare quello natalizio, il più vicino in ordine di tempo”.
Il Conad Rio Agina rappresenta una delle realtà imprenditoriali più importanti di Misano. E’ il capofila anche del Conad Boschetto di Riccione, il Conad alle Cinque Torri (Pesaro) e Dico Discount (Misano). La struttura fa del servizio al cliente ed un’ampia gamma di prodotti freschi la propria bandiera.




Lutto in casa Cucchiarini




Gradara può aiutare gli alberghi

– Il più visitato museo marchigiano si trova in “Romagna”, con benefici reciproci: è il borgo di Gradara; 29° in Italia. Stacca più biglietti del Palazzo Ducale di Urbino. Al 30 settembre, nel castello sono entrati ben 187.000 appassionati. La volontà è di crescere, crescere e crescere. E su tale strada si sta lavorando con un impegno non inferiore alle idee.
L’assessorato al Turismo e allo Sviluppo economico, dallo scorso giugno, è retto da un giovane di certo talento, Andrea De Crescentini, un urbinate che ha vissuto fino a 20 anni in Veneto, a Cittadella: cultura e certosina applicazione austro-ungarica. Trentatré anni, è il responsabile dei Servizi museali del Palazzo Ducale di Urbino e della Rocca di Gradara e fino ad un anno fa di Ravenna, Pomposa e Ferrara. Ed è in tale veste che è giunto a Gradara. Da cosa nasce cosa e si è ritrovato a fare l’assessore. Grazie alla legge di quella bella mente di Alberto Ronchey, ministro del Turismo, in pratica sviluppa una serie di attività legate ai musei: biglietteria, book-shop, ristorazione. Tutta roba che da decenni esiste all’estero; in ogni caso meglio tardi che mai.
Ci si è dato uno slogan: “Gradara capitale del Medio Evo” che va riempito con i contenuti. Dice De Crescentini: “Ci vorremmo legare a tale periodo semplicemente perché è il tempo di massimo splendore del borgo. Vogliamo che Gradara sia la macchina del tempo, guardando ai numeri, senza tralasciare l’aspetto culturale e filologico, altrimenti rischiamo di diventare una Disney e non lo vogliamo. L’obiettivo è cercare di destagionalizzare”.
“Vorremmo fare leva su più livelli. Uno potrebbe essere fare dei piccoli congressi, massimo 100 posti che rappresentano il 62 per cento del settore, in collaborazione con gli albergatori di Gabicce Mare e Cattolica. Su un piano diverso, ma complementare, è che abbiamo avuto richieste dagli albergatori per aprire delle dependance a Gradara per un’offerta turistica diversa”.
“Il secondo punto – continua l’assessore – è presentare durante la stagione mostre di un certo livello. Qualora ci fossero le condizioni, come spazi, abbiamo come ipotesi una antologica su Elio Fiorucci, che celebra i 40 anni di attività. Lo stilista ha legato il proprio nome al fatto che i suoi negozi erano anche punto di incontri culturali e ha affrontato più temi: moda, pittura, cinema, musica (vestito Madonna), pubblicità (disegnato bottiglia della Coca Cola). Un’altra mostra potrebbe riguardare Salvatore Fiume per i 10 anni dalla morte; è siciliano ma ha studiato in Urbino. Altre idee: Picasso, Mirò”.
“Questo – argomenta De Crescentini – creerebbe un indotto di didattica museale e sul merchandesing. Inoltre, va fatto assolutamente girare il nome di Gradara sui mezzi di comunicazione. Una bella mano è giunta da ‘Assedio al castello’ che ha conquistato il Tg5, articoli sulle testate. Gradara fa parte dell’associazione che raccoglie le 181 città fortificate nel mondo. E forse potrebbe nascere qualcosa con il Veneto, che vale il 10 per evento del nostro turismo. Con Verona, si è parlato di un Festival del cinema d’amore”.
Altro progetto per attirare visitatori è creare spettacoli con i falchi in un’arena da 500 posti al Monte delle Bugie, sotto la Rocca ed eventualmente aprire una scuola di falconeria”.
La scorsa estate alcuni eventi di cultura hanno avuto una buona eco. Allestita al piano nobile del castello una mostra sul “Eleonora Duse e Francesca da Rimini”, in collaborazione con la prestigiosa Fondazione Cini di Venezia. E una mostra su Francesco Corni, illustratore di Bell’Italia e Bell’Europa che ha disegnato anche di Gradara. Alcuni suoi scorci del borgo vorrebbero essere replicati in serigrafia e venduti ai turisti. Per restare nell’ambito prezioso della cultura, è stato chiamato a Gradara Massimo Montanari, tra i maggiori storici mondiali dell’alimentazione. Quando l’economia parte dal sapere e dai sapori: il menù medievale.




A casa mi credevano già morto

– Gino Magi detto “Gino d’Sociali”, classe 1926. Un pescatore tra i più stimati della nostra marineria, racconta.
“La mattina seguente uscimmo distanziati, il mare era in burrasca, aveva preso a soffiare una leggera bora e il mare era agitato. Quindi ritornammo in porto più tardi, la bora si era calmata, ma essendo l’ultimo giorno dell’anno le nostre intenzioni erano di non proseguire la navigazione, ma di fare festa. D’accordo con noi erano anche i militari tedeschi che facevano parte dell’equipaggio. Verso le ore 20 notammo due camionette delle S.S. da dove scesero i militari con il mitra spianato al grido di “Raus!”, costringendoci a riprendere il viaggio. Fu in quella occasione che un tedesco imbarcato con noi mi confidò che era stato a Cattolica per la costruzione della ciminiera dell’Arrigoni, (i tedeschi erano molto abili per questo tipo di costruzioni). Fummo costretti quindi a ripartire fortunatamente con tempo buono.
Ricordo alcuni particolari del bastimento su cui ero imbarcato: avevamo un motore tedesco della potenza di 120cv, tenevamo una “lancia” di salvataggio sempre in acqua. Questa barca era un veliero acquistato a Viareggio e portato a Cattolica all’incirca nel 1940. Sullo scalo di Cattolica venne allungato e dalla modifica raggiunse una portata di 260 tn. I vecchi Alberi di quando andava a vela, erano molto alti circa 22 metri e volutamente furono lasciati per volontà dell’armatore. Questo motoveliero era molto bello, raggiungeva una velocità di otto miglia e mezzo a pieno carico. In navigazione, il nostromo che era anche lui di Fano si trovò a fare il turno di guardia al timone ed era in stato di ubriachezza, quindi il capitano mi disse: – Gino, stai tu al timone perché di lui non mi fido; bisogna seguire con attenzione la rotta, anche perché ci sono numerosi tratti di mare minati. – “Alora am met mé mal timon”.
Eravamo ad una distanza di circa un chilometro da una imbarcazione all’altra e navigavamo in fila, noi ci trovavamo al centro della fila con due motovelieri davanti e due dietro. Erano circa le ventiquattro quando ci trovammo a quattro miglia precise al traverso del faro di Pedaso, che dista poco più di quattro miglia da San Benedetto del Tronto. Dovevo dare il cambio di guardia a prua (nel frattempo il fronte era arrivato più a Sud di Pescara), non feci in tempo neanche ad arrivarci quando sopraggiunsero due navi nemiche; queste con i bengala ci illuminarono a giorno e subito partirono dei colpi. In quel frangente noi cercavamo istintivamente la provenienza di questi colpi e vedemmo nel contempo due cacciatorpediniere inglesi, che la sera (questo lo scoprimmo dopo) avevano bombardato la città di Pesaro, colpendo le prigioni. Le stesse navi ci hanno subito localizzato perché avevano anche il radar che noi non avevamo.
Il nostro bastimento era munito di bonpresso da quando andava a vela. Le navi con il primo colpo centrarono il bonpresso facendolo volare in aria. I tedeschi che facevano parte del nostro equipaggio si misero in postazione con la mitraglia per rispondere al fuoco, ma le navi inglesi erano troppo distanti e noi eravamo muniti solo di una mitraglia a quattro canne da trentasei mm. Avevamo indossato il salvagente e di comune accordo abbandonammo la barca.
Nell’eseguire questa operazione, qualcuno di noi andò a tirare il battello sottobordo per salirvi, ma non ci riuscimmo. Il “paron” fece fermare il bastimento, ordinando di mettere la macchina in folle. Aveva girato leggermente il timone a dritta, il bastimento girava così piano piano verso terra. Noi continuammo a cercare di tirare la “lancia” sottobordo, ma non veniva perché si era incastrata la cima nel timone del bastimento, che era ancora quello molto ingombrante di quando andava a vela.
Così ci siamo buttati tutti in acqua, io mi ero già tolto le scarpe, la “lancia” di salvataggio era da noi distante circa venti metri. Nel frattempo arrivò un proiettile che colpì la cabina di comando. Un marinaio andò a disincagliare il timone dove era avvolta la cima della “lancia”, così riuscì a liberarla e noi salimmo a bordo; ma non tardò ad arrivare contro di noi una raffica di mitraglia. Eravamo dodici a bordo di questa scialuppa a remi di sei metri e remavamo verso terra. Le batterie costiere rispondevano al fuoco nemico, quindi noi ci trovavamo tra due fuochi, i proiettili delle batterie costiere avevano una gittata inferiore alla distanza delle navi inglesi.
Noi fummo i primi ad arrivare a terra, erano le tre dopo mezzanotte. Per fortuna era bonaccia e sulla spiaggia si radunò una gran folla di contadini e da uno di questi fummo ospitati in una grande casa colonica la quale si trovava tra la nazionale e la ferrovia. Vi era anche un’ampia stalla con i buoi, mangiammo uova e bevemmo caffé d’orzo, ci diedero delle sigarette, poi tutti a riposare nella stalla. Il sonno fu di breve durata perché mi sentì pizzicare il capo e scoprì che era un grosso topo. Il trambusto fu tale che misi in agitazione anche i miei compagni e così di comune accordo decidemmo di abbandonare l’abitazione per dirigerci verso la spiaggia, che da lì era distante circa trecento metri.
Era già l’alba, quelle albe chiare disturbate solo dal vento di bora, la visibilità era buona a tal punto che vedemmo in lontananza sul litorale dei sacchi di farina. Noi nel bastimento come viveri, oltre alla carne, lo zucchero, la margarina, avevamo anche circa 50 tn. di farina e i sacchi fuoriusciti dalla barca galleggiavano lungo la battigia e già si era formata della gente intenta a raccogliere questi sacchi di farina bianca. Sempre nella mattinata ci dirigemmo sulla strada nazionale, non senza avere ringraziato il mezzadro per l’ospitalità ricevuta.
La strada era frequentata da camion militari tedeschi su uno dei quali salimmo fino ad Ancona, lasciandoci nel rifugio di Porta Pia nei pressi del Mandracchio, un rifugio grandissimo nella montagna che poteva ospitare diecimila persone. Avrebbero dovuto portarci in albergo ma questi erano tutti abbandonati, ed allora fummo costretti a sistemarci in questo rifugio assieme alla popolazione di Ancona e dei paesi vicini, che non aveva possibilità di fare ritorno a casa. Rimanemmo nel rifugio quindici giorni, i nostri familiari (lo sapemmo più tardi) ci ritenevano morti. Terminate quelle due terribili settimane, riuscimmo a tornare a casa con un camion di fortuna. Nel frattempo i tedeschi che facevano parte del nostro equipaggio partirono per conto loro. Noi italiani eravamo due di Fano, due di Cattolica e i rimanenti di Chioggia e Venezia. Il camion era diretto a Mestre ed era tutto scoperto senza alcun riparo, abbiamo avuto un gran freddo, fortuna volle che quel giorno non pioveva!
Era circa le 12.30; ci fermammo davanti la chiesa di Cattolica dove scendemmo, mio padre e mia sorella abitavano in via del Porto. La casa di Gabicce la affittavamo solo d’estate ai villeggianti. Nel venire a piedi verso casa, passando vicino al Municipio mi fermai davanti all’abitazione di Ercole Pericoli “Colino” il quale riconoscendomi mi disse: – Oh!, t’ze té, côm a so cuntènt d’avet vést! -, poi aggiunse: – Al tu ba puret, l’é a chesa cal piegn! – (oh!, sei tu, come sono contento di averti visto. Tuo babbo poveretto, é a casa che piange).
Come ho detto mi credevano morto, allora non c’erano le possibilità di telefonare, si era in piena guerra.
Arrivai a casa e notai mio padre con la fascia nera da lutto al braccio e quando mi vide potete immaginare la gioia, la contentezza che nei momenti più solenni si esprime solo con lo sguardo”.

(continua)




“Ranch”, un dancing di pregevole architettura

– Tutti oggi conoscono e riconoscono, anche a livello internazionale, il valore architettonico de Le Navi, il complesso edilizio inaugurato a Cattolica nel 1934 su progetto dell’architetto ingegnere Clemente Busiri Vici.
Tale riconoscimento non è stato ne’ ovvio ne’ semplice: partendo dall’ostracismo verso tutta l’architettura prodotta in Italia dal 1922 al 1945 – genericamente definita “fascista” – si è progressivamente affermato un senso critico che ha saputo distinguere e analizzare in maniera approfondita il contesto storico e artistico, giungendo attraverso una lunga fase di ricerca – tuttora in corso – ad una inversione di tendenza che ha permesso di riconoscere il loro valore e di avviarne il recupero.
Ciononostante, di tale complesso esiste ancora a Cattolica un’appendice ignota ai più che è sopravvissuta nell’anonimato ed è giunta a noi dimenticata ma in buono stato di conservazione: si tratta del “fabbricato rustico” annesso alla colonia marina, oggi noto come sede dell’ex dancing “Ranch”, localizzato all’incrocio tra via Toscana e la strada litoranea a ridosso della ferrovia, ora in stato di abbandono e parzialmente interrato dal rilevato della sede stradale.
Tale struttura, concepita unitamente all’intero complesso denominato “XXVIII Ottobre” – come si può vedere dai progetti originali dell’epoca – venne terminata nel 1937 con il terzo stralcio di lavori: essa era composta da corpi distinti razionalmente articolati lungo un portico, con al centro la funzione residenziale ed alle estremità il ricovero animali e attrezzi.
La soluzione stilistica adottata si differenzia da quella utilizzata per il villaggio della colonia marina, dimostrando come Busiri Vici agisse non secondo un codice stilistico rigido e ideologico ma si adattasse al contesto ed alla funzione richiesta, pur mantenendo un linguaggio moderno.
L’intero complesso rurale non ha nulla di celebrativo o retorico: le arcate del portico che caratterizzano l’edificio trovano ispirazione nella architettura tradizionale rurale piuttosto che in quella classica “imperiale”, mentre le forme dei corpi laterali obbediscono ad una logica linearmente funzionalista e quasi industriale.
Nel corpo centrale permangono tuttavia dei chiari legami allo stile adottato ne Le Navi, sia nel tipo di copertura adottata sia nella citazione aeronavale – anomala in un edificio rurale – delle finestre di forma circolare.
Busiri Vici, del resto, non era nuovo a questa tipologia di edifici, perchè già nel 1911, un anno prima della laurea presso la Scuola applicazioni Ingegneri a Roma, aveva elaborato un progetto di “casa colonica tipo”.
Tale complesso rurale è interessante anche in quanto segno territoriale dell’utilizzo dell’area di pertinenza della colonia marina – l’intera zona posta tra i fiumi Conca e Ventena, a mare della ferrovia – come campo coltivato con prodotti da consumarsi all’interno della colonia stessa.
Un caso unico nell’intero panorama delle colonie marine italiane ed estere.
Possiamo ipotizzare che tale uso obbedisse a logiche economiche e igienico-sanitarie ma più probabilmente politiche e di propaganda, verosimilmente nel nome di quella autosufficienza economica che il regime tentò di attuare prima con la “battaglia del grano”, avviata nel 1925, poi con l'”autarchia”, dopo le sanzioni inflitte nel 1935 all’Italia fascista dalla Società delle Nazioni a causa dell’aggressione all’Etiopia: non dimentichiamo infatti che la colonia era destinata ai figli degli italiani residenti all’estero, i quali sarebbero tornati in Patria con la memoria di una fantastica Italia aeronavale e “autarchica”…
Tale piccolo gioiello nascosto, che si è miracolosamente conservato sino ad oggi in condizioni accettabili, dovrebbe a buon diritto essere oggetto di tutela in virtù del suo indiscutibile valore storico – essendo parte integrante del complesso Le Navi – per essere successivamente valorizzato, quale che sia il contesto in cui si troverà ad esistere, con un lungimirante intervento di alta qualità architettonica ed altrettanta redditività d’immagine, sull’esempio di quelli eseguiti in complessi contesti storici in tutto il mondo.
L’alternativa sarebbe la seconda puntata delle demolizioni de Le Navi avvenute negli anni ’60, demolizioni che hanno irrimediabilmente intaccato un complesso unico al mondo.

di Maurizio Castelvetro




Quel medico dei bambini

– Ma perché le borse di studio alla memoria di Guido Paolucci? Quali sono le motivazioni? Qual è il rapporto che lo legava alla BCC di Gradara ed alla sua comunità?
La risposta per chi lo conosceva, non è certamente difficile ed il colpo d’occhio di una sala così gremita ne è la dimostrazione.
L’abbiamo dedicata al prof Guido Paolucci perché è stato un personaggio pubblico di valore internazionale, un uomo che ha contribuito nel senso buono a cambiare il mondo; una personalità eccelsa che ha dato lustro alla sua terra ed alla sua città, motivo di orgoglio e di vanto per chi gli è stato vicino.
Le sue scoperte, le sue intuizioni, le sue idee, le sue iniziative in campo medico hanno rivoluzionato un’epoca, hanno demolito vecchie convinzioni, hanno aperto nuove strade, hanno acceso nuove speranze, per molti, per moltissimi, hanno consentito un futuro altrimenti impossibile.
Perché i suoi comportamenti, i suoi insegnamenti, i suoi consigli, restano nitidi nei nostri ricordi, ma soprattutto rappresentano una guida ed un indirizzo sicuro per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di frequentarlo, di ascoltarlo.
Perché l’attività sociale e solidale svolta dal prof Paolucci lo rendono particolarmente vicino alla BCC di Gradara, che fa della mutualità e della solidarietà, elemento essenziale della sua missione.
Guido Paolucci era molto legato ai giovani, a loro ha dedicato gran parte della sua vita, li ha curati, li ha salvati, ha seguito la loro maturazione, è stato un maestro impareggiabile.
Amava stare fra i giovani, parlare dei loro problemi, seguirli nei loro entusiasmi, partecipare ed incoraggiarli nei loro progetti.
E’ sempre stato uno di loro, era giovane nelle idee, nei comportamenti, nella visione del mondo, della società, della vita.
Guido Paolucci era un entusiasta, un ottimista, un uomo concreto nelle sue azioni, seppur grande sognatore, proprio come i suoi giovani allievi, oppure come i suoi giovani pazienti.
Perché Guido Paolucci ha lasciato un vuoto enorme in tutti coloro che lo hanno conosciuto, e con questa iniziativa ci sembra di averlo ancora presente fra noi, e di ricordarlo in un ambito che a lui piaceva tanto, che gli era molto familiare, che è stato tutta la sua vita.
Quando si parlava di cultura, di gioventù, di futuro, di progetti per la sua città, per la sua gente, Guido c’era, partecipava attivamente, ne era protagonista, ci contagiava col suo entusiasmo.
In questo modo, con questa iniziativa, ci sembra di poterlo trattenere ancora con noi.
Dedichiamo questa borsa di studio a Guido perché era un grande, per meriti professionali, per la capacità di relazionarsi agli altri, per la sua cultura, per la simpatia, per la sua grande umanità.
Perché è stato un innovatore, il primo al mondo che creò i presupposti per istituire l’oncologia ematologica infantile.
Il primo ad applicare le risorse informatiche per la gestione dei protocolli di ricerca clinica.
Il primo a comprendere che la sofferenza non si limitava al paziente, ma che colpiva tutta la famiglia dell’assistito, per questo costituì l’Ageop, istituzione nazionale col compito di affiancare i genitori dei bimbi ospedalizzati.
Perché era un medico eccezionale, un maestro di vita, uno scienziato dotato di una straordinaria umanità, un grande senso dell’ironia, e tanta umiltà.
Ai suoi collaboratori era solito dire che “oltre ad imparare a fare, bisognava imparare ad essere”.
Una giornalista locale, Wilma Galluzzi, che saluto con piacere, nel commemorarne la morte, ebbe ad affermare: “Era un grande che sapeva farsi piccolo per essere più vicino a chi gli si accostava”.
Alla base del suo altissimo valore di medico, c’era il principio che oltre a “dare la cura” bisognava “prendersi cura” del paziente.
Semplici frasi che fotografano un grande personaggio, un’infinita saggezza.
Mi piace ricordarlo così, era la sua filosofia, il suo stile, il suo modo di essere.
Riferendoci a Guido Paolucci, è difficile esprimere i propri sentimenti col solo uso delle parole; si è sopraffatti da un insieme di pensieri, di rimpianti, di sensazioni profonde per qualcuno che ci manca.
Ringrazio tutti voi, Ringrazio il consiglio di amministrazione della BCC di Gradara, la direzione, la Civica università, la signora Rosetta Paolucci, e la figlia signora Laura, che abbiamo coinvolto in questa iniziativa.
Ringrazio di nuovo tutta la famiglia del professore e tutti coloro che hanno reso possibile questa manifestazione.
Sono commosso, ma felice per tanta partecipazione; una giornata davvero straordinaria.
Nell’avviarmi alla conclusione, voglio congratularmi con tutti i giovani vincitori di questa borsa di studio, auspicando altri successi nello studio e nella vita.
Vorrei che per loro, Guido Paolucci potesse rappresentare un fulgido esempio da seguire in campo professionale, sociale e culturale, ma soprattutto essere considerato un grande maestro di vita.

di Fausto Caldari Presidente della BCC di Gradara