L’erasmismo di Guido Paolucci

Ritengo più che legittima questa richiesta, perché non posso pretendere che tutti conoscano l’autore del pur celebre Elogio della follia, un’opera geniale che il nostro ex presidente del Consiglio Berlusconi, per esempio, cita sempre a sproposito, come se Erasmo avesse elogiato la follia in generale, mentre certe follie sono state oggetto del suo dileggio, e talvolta del suo scherno.
Per spiegarmi meglio, scelgo un aspetto fondamentale della personalità di Erasmo: il suo cattolicesimo, che assomiglia molto al sentire cristiano di Guido. L’argomento è assai ricco e complesso, per cui mi conviene limitarmi a trascrivere qui un brano tratto dal Manuale del soldato cristiano, scritto da Erasmo ai primi del Cinquecento. Solo una cosa chiedo al lettore: una lettura molto attenta, che non si lasci sfuggire nessun dettaglio. Il brano è il seguente (Paolo è, naturalmente, San Paolo, che Erasmo cita – spessissimo – senza mai premettere, ch’io sappia, il “San”) : E non venirmi a dire ora che la carità consiste nel frequentare le chiese, prostrarsi davanti alle statue dei santi, accendere candele, ripetere all’infinito delle preghiere. Dio non ha bisogno di alcuna di queste cose. Paolo chiama carità l’edificare il prossimo, il considerare tutti come membra dello stesso corpo, ritenere tutti una sola cosa in Cristo, gioire nel Signore per la felicità degli altri come fosse la tua, consolare le loro pene come fossero tue, correggere con dolcezza chi sbaglia, insegnare agli ignoranti, sollevare chi è caduto, confortare chi è scoraggiato, aiutare chi soffre, soccorrere l’indigente, insomma: rivolgere tutte le tue risorse, tutti i tuoi sforzi generosi, tutte le sollecitudini perché siano utili in Cristo a quanti più è possibile, affinché come Lui non è nato per se stesso, non è vissuto per se stesso, non è morto per se stesso, ma tutto si è donato per le nostre necessità, così anche noi siamo al servizio del bene dei nostri fratelli, non di noi stessi.
Aggiungo soltanto, a beneficio della cultura storica di chi mi legge, che nonostante la sua rottura con Lutero sulla questione del libero arbitrio, Erasmo finì nella prima classe del primo Indice dei libri proibiti, quello istituito da Paolo IV nel 1559, e ancora in quello detto Tridentino del 1564, scomparendo, come ha scritto l’amico mio Adriano Prosperi, “dalle letture degli italiani in un modo che non trova riscontro altrove”: “quello stesso Erasmo che oggi viene salutato come il “precursore” del concilio Vaticano II, fu considerato un pericoloso avversario – forse il più pericoloso – della cultura cattolica nell’età del Concilio.

di Alessandro Roveri Professore di Storia contemporanea all’Università di Ferrara




Rimini 2020, capitale di qualcosa?

– Riuscirà la forte imprenditorialità della provincia di Rimini a tradursi in valore economico, culturale e civile nel 2020? Insomma, ad avere una comunità fatta dalla capacità di produrre ricchezza, di qualità di vita e magari anche di più giustizia sociale?
Non si sa, naturalmente. Chi prevede il futuro, racconta bischerate. C’è una sola bussola, per avanzare ipotesi sul futuro: naso nel passato e nello scacchiere presente. Chi avrebbe scommesso 10 anni fa sulla Cina? E nel dopoguerra sull’Italia? Lo storico inglese Denis Mack Smith ha riscritto la sua storia d’Italia. Nella prima dovette spiegare le ragioni del fascismo; nella seconda il boom industriale dopo la Seconda guerra mondiale e pure la democrazia.
Per alzare gli orizzonti la Confindustria di Rimini ha commissionato una ricerca allo Studio Ambrosetti sulle possibilità che Rimini e provincia hanno di giocare un ruolo di primo piano negli anni a venire.
All’orizzonte della provincia luci e ombre.
Le luci, due flash, che potrebbero dare il senso di brillantezza. Lorenzo Serafini è il responsabile delle menti creative di Roberto Cavalli, forse lo stilista-sarto allo zenit, oggi. E nella provincia di Rimini ci sono aziende del tessile-abbigliamento che battagliano con onore sui mercati mondiali. Alle spalle tante imprese artigiane che forse un giorno saranno marchi famosi. Ad esempio, a Cattolica c’è Oscar, un artigiano capace, vero, che produce prodotti in cuoio e pelli per uno stilista anglo-italiano (un inglese di cultura italiana che vende rigorosamente Made in Italy) che cuce manufatti unici non meno che raffinati; va, d’inverno, ad attingere idee in estremo Oriente. Pensa che siano molto creativi e dettano le tendenze successive.
Sempre per restare nel campo delle individualità, Fabio Casadei è un’altra eccellenza provinciale. E’ tra i maggiori designer di giochi per parchi pubblici in Europa. Passato nelle Industrie Focchi di Rimini, Isia di Firenze (la scuola che sforna i progettisti) alle spalle, lavora per la Tlf, azienda del Casentino (Arezzo), leader in Italia.
E sulla classe creativa, su 103 province italiane, Rimini si posiziona al 12° posto, dice lo Studio Ambrosetti.
Le ombre: la popolazione
Uno dei punti critici di questa crescita economica del territorio, è l’aumento della popolazione, che reca con sé una cementificazione che alcuni definiscono scriteriata quanto inarrestabile e impensabile secondo gli esperti; è un insulto alle intelligenze di questi luoghi. Il sempre maggiore inquinamento. Il traffico eccessivo che ti rende nervoso fino ad annebbiarti la fantasia e fa perdere tempo negli spostamenti. L’aumento vertiginoso della popolazione; le quasi 290.000 unità previste per il 2025, sono già state raggiunte. E se si continua di questo passo tra 20 anni ci saranno almeno 50.000 abitanti in più che renderanno inadeguate le infrastrutture: strade, scuole, impianti sportivi, depuratori, le reti. Nel ’97, la Provincia fece uscire una previsione. Quella più alta, prevedeva per il 2025 circa 287.000 abitanti, un tetto già raggiunto.
Enrico Santini, riminese, tra i migliori vignaioli d’Italia, con azienda a Passano (Coriano), si è sempre battuto per il territorio (salvaguardare il creato ha detto papa Benedetto XVI). Argomenta Santini: “Tengo a sottolineare che il mio non è un attacco politico, ma una riflessione di chi ama il proprio territorio, la propria città. Purtroppo abbiamo un livello culturale basso che non ha nessuna attenzione per l’ambiente. La nostra provincia per amarla va conosciuta e scoperta piano, in bicicletta. La sfida col futuro si vince con la bellezza che non è né di destra, né di sinistra; è semplicemente un imperativo categorico. E’ chiaro che le brutture penalizzeranno il nostro turismo, la crescita economica e non possiamo sperare neppure in una guerra per abbatterle. Vedo costruire su dei crinali che gridano vendetta; zone che sono oggetto di una speculazione forsennata”.
Le risorse della provincia, consiglia Ambrosetti, devono concentrarsi sulle sue cosiddette eccellenze: il turismo (mare, congressi, fiere, parchi, eno-gastronomico (perché no?), culturale, la metalmeccanica (Scm e una miriade di aziende più piccole), il tessile-abbigliamento (almeno cinque aziende che ci sanno fare: Terranova, Aeffe, Gilmar, Fuzzi, Rebecchi). La cantieristica; sede a Cattolica, il Gruppo Ferretti con quasi 650 milioni di fatturato è la prima azienda mondiale. Insomma, non siamo proprio da buttar via.
La provincia grazie al boom dei parchi tematici, si è ritagliata un’altra fetta di attrazione. Fiabilandia pioniere (apre nel ’65), il parco all’avanguardia, innovativo, umili negli atteggiamenti, è Italia in Miniatura. Fondato nel ’70, primo al mondo per presenze, è gestito da 4 fratelli. Vende le miniature ad altri parchi e i tedeschi sono venuti ad attingere al suo know how, dalla a alla zeta, per costruire il “Mondo in miniatura” sul Lago di Costanza (incastonato tra Austria, Svizzera e Germania). E quest’anno, a testimoniare del ruolo, l’associazione mondiale dei parchi in miniatura, si è riunita a Rimini, roba da capitale. Ai Rambaldi è stato affidato il Parco Navi di Cattolica, dopo gli anni di allegra e scombiccherata gestione. Afferma una delle sorelle Rambaldi: “Ad oggi, siamo più 9 per cento rispetto all’anno scorso, grazie ai ponti di primavera e ad un azzeccato spot televisivo, fatto insieme agli altri parchi, Apt (Azienda promozione turistica) e Regione. Si poteva fare meglio, ma il caldo di giugno e i Mondiali ci hanno penalizzato”.
Futuro
Lo studio Ambrosetti traccia le linee sul futuro, sottolineando più lo spirito con cui affrontare l’evoluzione della comunità. Scrive: “…definire idee e azioni efficaci per sviluppare la creatività del territorio e renderlo estremamente competitivo a livello mondiale, attrattore di risorse umane creative e finanziarie. Nessuna strategia può essere efficacia senza la valorizzazione e la partecipazione della società civile”.
Agenda 21: ambiente
Agenda 21 è un gruppo di lavoro della Provincia di Rimini, che fa capo all’Ambiente; è la cosiddetta partecipazione dal basso. In questa assise convergono tutte le associazioni provinciali, da quelle economiche, a quelle culturali, a quelli sociali. Sono stati fondati 4 gruppi di lavoro: economia, sociale e due dell’ambiente: le questioni più sentite. Sono organi consultivi, ma rappresentano un’avanguardia.

di Francesco Toti

CURIOSITA’

Dalla Corea in una piccola azienda per una raffinata tecnologia

Alla Umpi di Cattolica. Attraverso un sistema, le onde convogliate, telecontrolla la rete elettrica con un risparmio energetico minino del 25 per cento. Dice Cecchini, il titolare: “Il sogno è crescere fino ad avere un centro ricerche in Valconca”

– In settembre, due coreani, presidente e direttore generale di un’azienda che produce, installa e importa manufatti e tecnologie legate all’elettricità, sono giunti a Cattolica per visitare una piccola azienda che sfrutta un grande tecnologia: le onde convogliate. Nata nel ’92, la Umpi ha creato un sistema che telecontrolla la rete elettrica (privata, pubblica, comunità), con un risparmio energetico minino del 25 per cento. La tecnologia, in pratica: su ogni palo della luce viene collocato un sensore che attraverso gli stessi fili elettrici invia una serie di dati ad un computer centrale, attraverso il quale si leggono guasti, si modula la potenza, si controllano i tempi di accensione, in base alla luce naturale. Dietro la Umpi, c’è Piero Cecchini, che prima di essere un imprenditore anomalo è un galantuomo. Nel suo pensiero: “Prima di tutto viene l’uomo. L’impresa ha delle responsabilità sociali verso chi vi lavora. Posso anche non farcela, ma le ho tentate tutte”. A chi gli chiede del futuro della sua azienda che ha appena montato il suo sistema in una parte del porto di Amburgo, dice: “Il mio sogno è che l’azienda possa crescere fino ad avere un centro di ricerca avanzato in Valconca, capace di attirare giovani e di collaborare con il Cnr (Centro nazionale di ricerca), le università. Insomma, innovare, partendo già da una base consolidata. Dall’altra parte avere un centro di produzione delle nostre tecnologie”.
E la nostra provincia nel 20020?
Cecchini: “Il suo futuro, oltre che dai cittadini, dipenderà dagli spiriti illuminati o meno che la guideranno. Mi preoccupa l’esagerata espansione urbanistica che è uno sviluppo sbagliato. Se i politici riusciranno a slegarci dal mattone, credo che abbiamo delle grosse opportunità. In caso, contrario la vedo molto più critica. L’economia vera non è fatta dai rampanti, ma da coloro che ne hanno una visione sociale”.

Il boom popolazione. Nel ’97, la provincia prevedeva per il 2025 287.000 abitanti, cifra già raggiunta

Classe creativa, al 12° posto in Italia

Popolazione provinciale: 2005
– Al gennaio 2005, i residenti della provincia erano 286.394, pari a 537,3 abitanti per km/q, settima per densità a livello nazionale. Nel ’97 si contavano 266.266 abitanti.

Popolazione provinciale: 1866
– Nel 1866, gli abitanti del Riminese erano 81.000. In circa 150 anni sono aumentati di 3 volte e mezzo. Un segno di benessere con la capacità di attirare speranze ed energie.

Imprese, sesta in Italia
– Il territorio conta 32.366 imprese (27,6% nel commercio che le vale il 3° posto in Italia), pari a una ogni 11,3 abitanti, che la pongono al sesto posto in Italia.

Tasso di disoccupazione
– Inferiore alla media nazionale, ma superiore a quella regionale. Il tasso di disoccupazione dal ’99 al 2004 è diminuito, passando dal 6,9 al 5,8%.

Pil provinciale: 8 miliardi
– Il Pil (ricchezza prodotta) è di oltre 8 miliardi di euro, pari ad un valore pro-capite di 23.363 euro. Dato che la pone al 21° posto in Italia su 103 province.

Piccole e medie imprese
– Le piccole e medie imprese producono il 17 per cento della ricchezza (un indicatore superiore alla media regionale e nazionale).

Queste quattro attività economiche a livello familiare erano fiorenti anche nell’Ottocento

Storia: turismo, tessile, meccanica e nautica

Sono i quattro cardini attuali della provncia. La loro evoluzione dai primi dell’Ottocento fino ad oggi

– Il turismo, il tessile-abbigliamento, la meccanica e la nautica sono i quattro cardini economici della provincia di Rimini che riescono a competere a livello internazionale e sulle quali la politica deve scommettere.
Turismo
“Il 3 luglio del 1843 Claudio Tintori e i conti Alessandro e Ruggero Baldini aprono lo ‘Stabilimento Privilegiato di Bagni Marittimi di Rimini’ dotato di 6 camerini con 10 addetti e di un servizio di vetture a cavallo dalla città al mare”. E’ la prima pietra del turismo riminese. Da un punto di vista economico fu un disastro. Nel 1845, Tintori, indebitato, lascia ad altri. Un bell’aiuto allo stabilimento arriva nel 1861, con l’inaugurazione della ferrovia. A dar man forte ai privati, giunge il pubblico. Il Comune di Rimini costruisce il Kursaal (1870-1872). Ed è proprio negli anni settanta che la balneazione inizia a muoversi. Dal 1885, il Comune di Rimini cede ai privati, a basso prezzo, la spiaggia acquistata dallo Stato. Nel 1906, un gruppo di investitori milanesi e monzesi costruisce il Grand Hotel. La svolta c’è nel ventennio fascista. Dopo la Seconda guerra mondiale, il boom del turismo di massa che tutti conosciamo.
Tessile
Vecchio come il mondo, intrecciare le pezze di lino, canapa e lane. Attorno al 1880, nella provincia di Rimini erano censiti 4.663 telai per uso domestico. Invece, nelle campagne riminesi era sviluppato l’allevamento dei bachi da seta. Nel 1858, c’era una buona attività con 7 filande seriche. Iniziarono a chiudere con l’Unità d’Italia, non reggendo la concorrenza lombarda.
Industria meccanica
“Nel censimento del 1881 i cittadini di Rimini che dichiarano di appartenere alla categoria della lavorazione dei metalli sono 335, per la quasi totalità produttori di arnesi di metallo, mentre i fabbricatori di macchine e i meccanici sono 20 in tutto. Questo è l’embrione di un crescendo che fa pensare che i riminesi abbiano nel Dna la meccanica e tutti i suoi derivati. Negli anni ’30 del 1900 ci sono già 24 imprese a carattere industriale, che occupano il 60 per cento degli addetti del settore. Nel 1951, le imprese meccaniche censite sono 585, con 1.208 addetti. Da una di queste si sviluppa l’Scm, azienda leader a livello mondiale.
Nautica
Nell’800, nella provincia c’è una vivace attività di pescherecci a Rimini e Cattolica. Numerosi i cantieri di costruzione di barche, soprattutto a Cattolica e Rimini. Molti i maestri d’ascia. Nel 1913, c’erano a Rimini 53 barche e 165 a Cattolica, dove dagli anni Trenta iniziano fabbriche di trasformazione di prodotti ittici. A Cattolica ha sede il Gruppo Ferretti, primo al mondo per i motor yacht con quasi 650 milioni di euro di fatturato. Fondato negli anni Ottanta da una famiglia bolognese, però. Un però che viene dissolto da questa riflessione; le maestranze con le capacità di realizzare un prodotto che intrecciano tecnologie e artigianato raffinato erano nel Riminese.




“La bellezza per raggiungere Dio”

LA RIFLESSIONE

– Senti che in lui c’è qualcosa in più e di diverso: una fede particolare e una fermezza non meno particolare. “Dio ha un altro metro di giustizia”. Così ha rassicurato padre Benito a chi gli chiedeva le ragioni della fede per un mondo dove spesso l’uomo ha dimenticato se stesso, non si trova. Domanda banale: perché Lui non fa nulla? E quando un amico, non proprio credente, gli racconta che si reputa un fortunato, che è contento del sole del mattino, del lavoro, degli alti e bassi della vita, che non si può assolutamente lamentare altrimenti Lui lo sente e lo punisce, la risposta è avvolgente: “Questa è una preghiera”. Parla della madre con tenerezza.
Padre Benito Maria Fusco dagli inizi di ottobre non è più al convento dei Servi di Maria di Misano Adriatico; è ritornato a Ronzano, un convento su una collina bolognese che guarda il santuario di San Luca.
Padre Benito è un personaggio straordinario, allo studio e al raccoglimento nel segreto della sua coscienza, abbina senza impaccio l’impegno e la lotta. Una mattina di due anni fa, prima di Natale, dice messa nella raffinata chiesa del suo convento. Davanti ha gli allievi con i genitori e qualche amico. Messe uniche, profonde, piacevoli, si vorrebbe che non finissero mai, nell’angolo destro, un gruppo di giovani inizia a disturbare. Benito individua il protagonista, si interrompe, e con voce perentoria gli chiede di spostarsi. La celebrazione termina: “Scusami per averti spostato”. Forse, l’episodio non verrà più dimenticato dagli allievi e dai familiari.
Benito ha alle spalle una vita avventurosa. Di cultura cattolica, all’università di Bologna aderisce a Lotta continua, questa avanguardia intellettuale che oggi è classe dirigente nel Paese. La sua è una chiamata tarda e nasce da una tragedia della sua comunità, Casalechio. Prima trova lavora in Regione, diventa assessore all’Ambiente a Casalecchio sul Reno. La svolta arriva, quando un aeroplano si infila in una classe; muoiono una quindicina di studenti. Benito è profondamente colpito; si fa molte domande, tanti perché. Da solo, in treno, parte per un viaggio: Fatima, Santiago di Compostela. E’ la sua chiamata. Diventa frate dei Servi di Maria, Adriano Sofri, uno dei leader di Lotta continua, esclama: “Al nostro movimento mancava solo un religioso”.
Forse nello spirito dell’ordine dei Servi di Maria si può leggere l’animo di Benito: “Dio si raggiunge attraverso la strada della bellezza”; dove il bello si va a sovrapporre all’espressione più alta di Dio: animo, natura, arte. I Servi di Maria furono fondati nel Medio Evo da 7 amici della buona borghesia fiorentina. E quel ceto sociale esprimeva oltre il servire anche un certo stile di vita.
Mani come vita
Padre Benito Maria Fusco ha scritto una riflessione sulla forza delle mani. Eccola. “Colui che ha fatto risplendere la vita e ha dato splendore e bellezza all’esistenza ci ha fatto con le mani del suo cuore affinché frammenti di stelle corressero per le vene del mondo e insegnassero canzoni bellissime al nostro sangue.
Le mani del cuore generano i gesti della vita e trovano nuove mani creatrici di sapienza, di lavoro, di preghiera, di gioia, di dolore, di incanto.
Mani piene di cicatrici e di verginità.
Mani che fanno risplendere la vita quasi seguissero i mormorii di un’arpa e ci indicassero come sciogliere le vele per raggiungere i moli della giustizia e dell’amore, metafora di bellezza e seduzione del cammino dell’uomo nei percorsi di una storia che è fatta di incarnazione e passione per la vita, nella vita.
Mani che guariscono, che cercano, che trovano, che abbracciano, che mangiano, che accarezzano, che proteggono, che lavorano, che soffrono, che liberano e che ci insegnano che la vita non è nelle cose che facciamo, ma nel come le facciamo. Mani tese, protese, attese; mani di guarigione e di servizio; mani che accolgono, che si ribellano, che pregano e danno del tu a Dio, colui che moltiplica il cuore.
Mani umili e sapienti, docili e libere che scrivendo la storia con la scrittura delle ferite raccolgono le lacrime di Dio e dell’umanità, e a volte riempiono di silenzi l’anima. Mani che sciolgono gli ormeggi e salpano verso albe intatte, che varcano notti e solitudini e si immergono verso quei nuovi perimetri di pace che ci affamano di pane, di sogni e di cielo. Mani di pace che si protendono come mendicanti di luce”.




Di Giacomi, il nostro avversario รจ Nando Fabbri

– La denominazione non gli piace ma è così. Giona Di Giacomi, cattolichino, è uno dei leader di Rifondazione comunista di Rimini Sud. Trotzkista (la “Sinistra critica” di Malabarba e Cannavò i punti di riferimento nazionali), a livello provinciale è uno degli avversari del duo riminese Buldrini-Mangianti, usciti sconfitti nelle elezioni comunali di Rimini della scorsa primavera, fino ad essere lasciati fuori dalla giunta dal sindaco Alberto Ravaioli, anche se ora si parla di un loro ingresso, rispettivamente, in giunta e in un ente secondario.
Persona affascinante, perbene, colta, con un’argomentazione raffinata nella dimostrazione delle sue tesi, Di Giacomi non esiterebbe a portare un amico in “giudizio” negli organi preposti del suo partito. E’ un tagliatore di teste. Da Cattolica è salito a Riccione (dove è iscritto) per fare pulizia nel partito.
Quarantacinque anni, sposato, insegna fisica e matematica al Liceo “Volta” di Riccione. Prima ancora ha insegnato nel Modenese. La sua avventura scolastica inizia alla fine degli anni Ottanta; parte per il Camerun come volontario internazionale in servizio civile. Fa il professore di Fisica in un Liceo scientifico. Tra febbre e malarie, si riduce a 50 chili e sempre come volontario dell’Università di Pavia diventa professore universitario, sempre di Fisica, in Ecuador. Per due legislature è stato consigliere comunale a Cattolica.
Perché non si è più ricandidato?
“Nel nostro circolo vale il principio della rotazione, che non vuol dire che uno ricopre un incarico e poi va ad occupare un altro posto, ma semplicemente che dà il proprio apporto al partito in modo diverso. L’altro principio del nostro circolo è che nessuno debba guadagnare qualcosa dalla politica. E’ un’attività volontaria; tolte le spese il resto viene dato al partito. Sto parlando per Rimini Sud e non Rimini. E questo è l’antidoto contro gli arrivisti, i carrieristi, i poltronisti. Chi si schiera con noi, non farà i soldi, non avrà mai un incarico permanente e l’attività la si fa solo per passione”.
Che cosa vuol dire essere trotzkista, oggi?
“Vuol dire essere anticapitalisti. Quindi battersi contro la società di oggi, basata sul mercato, sulle merci e essere anti-burocratici, che sono i tumori delle organizzazione dei movimenti operai. Gli apparati si staccano dalla propria base e diventano autoreferenziali e cominciano a distribuire privilegi e incarichi fino a diventare un’altra cosa. Praticamente, il partito che prima era il mezzo per cambiare la società, poi diventa distributore di privilegi, carriere, mezzi. E si diventa disponibile al fine per salvaguardare il mezzo. Lo stesso Trotzki nella battaglia contro Stalin non era per il potere, ma aveva capito che Stalin si era circondato di un gruppo di potere autoreferenziale, che nel tempo di penuria distribuiva privilegi: negozi speciali, dacie, stipendi. E questo spiega sia la degenerazione dell’Urss, sia del sindacato. Chi diventa dirigente sindacale ha un buon stipendio; pur di non tornare in fabbrica è disposto a firmare contratti contro i lavoratori. Anche nella cooperazione internazionale ho verificato tali logiche”.
Che cosa vi divide dagli esponenti riminesi di Rifondazione?
“Coi compagni ci divide la concezione del rapporto con gli incarichi. Noi viviamo per la politica e non di politica. Per noi uno che guadagna dalla politica 2.500-3.000 euro al mese è impensabile. A livello provinciale avevamo proposto che chiunque non dovesse superare i 1.500 euro al mese, con il resto che doveva essere versato al partito, ma ci è stato bocciato. Questo per legarsi alla base ed evitare il carrierismo all’interno del partito. Nell’ultimo statuto risulta che va versato al partito il 20 per cento degli emolumenti; si spera che lo facciano tutti. La federazione di Bologna e quella nazionale di Roma versano il 50 per cento”.
Quali rapporti ha Rifondazione con la Provincia?
“Il più grosso avversario a livello provinciale è Nando Fabbri. Praticamente sta sottovalutando la salute della gente in nome di un interesse economico. Sto pensando al Piano provinciale dei rifiuti e alla quarta linea a Raibano. Ci deve spiegare perché si spendono soldi pubblici per ammodernare l’inceneritore per avere le stesse emissioni inquinanti di quelli vecchi a livello quantitativo, bruciando più rifiuti e con emissioni più tossiche, come quelle delle nano particelle; sostengo il voto contrario dei due consiglieri di Rifondazione. Spero che sulla questione inceneritore cada la giunta Fabbri”.
Che cosa vi divide dai cugini diessini?
“Oramai la parentela è rotta; non siamo più niente. E’ una sinistra che si mette l’elmetto e va in Libano e Afghanistan, tradendo il voto dei pacifisti, determinante per la vittoria e che a livello economico fa una politica di lacrime e sangue”.
C’è qualcosa che vi accomuna con i cugini diessini?
“Le aspirazioni del nostro elettorato. Essendo una base popolare, ci chiede di difendere i loro interessi anche al governo. C’è chi non lo fa come i Ds e chi tenta di farlo come Rifondazione”.
Qual è il vostro rapporto con l’Arcobaleno di Cattolica?
“E’ in corso una esperienza importante, quello del Comitato per il referendum sulle farmacie comunali. Penso che possa essere una officina comune che può avere prospettive più alte. Credo che solo lavorando insieme si riesca a costruire unità”.
E con i movimenti?
“Un forte legame che si rafforza sempre di più. Tanti giovani. Abbiamo una scuola di formazione a livello provinciale frequentata da 10-15 ragazzi ogni anno”.
Che cos’è la politica?
“Lo strumento per cambiare il mondo”.
Che cosa apprezza di più in una persona?
“La capacità di unire la passione al disinteresse economico”.
A Riccione c’è stato un forte scontro all’interno del partito e ora?
“Abbiamo perso qualche decina di iscritti a scaglioni. Pensavano ad un’altra concezione del partito. Hanno avuto un comportamento poco trasparente nella gestione delle tessere e del finanziamento. La loro uscita è una liberazione; paradossalmente abbiamo perso gli iscritti e guadagnato qualche centinaio di voti. Inoltre, abbiamo recuperato delle personalità come Wilma Del Bianco. Ora iniziano ad entrare i giovani e sta crescendo”.




Fiera del Francobollo, affare da 15.000 presenze

Il primo giorno sono stati addirittura 15.000 gli annulli primo giorno per il francobollo emesso in occasione della Fiera e dedicato al 40° anniversario dell’Usfi (Unione Stampa Filatelica Italiana). Le amministrazioni postali estere hanno registrato, quest’anno, un incasso superiore a quello dell’anno precedente del 20% e le poste della Città del Vaticano, che per la prima volta hanno dedicato un’emissione ad un evento laico come la celebrazione dell’Usfi (un’aerogramma emesso lo scorso 22 giugno), hanno battuto ogni record. Richiestissima la serie di emissioni di Papa Benedetto XVI nonché l’aerogramma dedicato all’Usfi.
Bene anche il minifoglio dell’Italia campione del mondo emesso dalle poste sammarinesi, distribuito dalle poste del Titano in maniera razionata, che a Riccone ha trovato numerosi acquirenti presso i commercianti. Alle manifestazioni collezionistiche di Riccione, che comprendevano anche l’Europa Card Show, l’11° salone europeo di carte, telecarte e moneta elettronica nonché il 22° Salone della cartolina, il giorno di apertura la fila allo stand delle Poste Italiane, per portare a casa l’emissione dedicata a Riccone è iniziata alle sei del mattino (l’apertura era prevista per le nove). A mezzogiorno gli addetti avevano già distribuito 15mila esemplari.
Una conferma che la filatelia si sta confermando come un affare redditizio e per qualcuno anche come bene rifugio. Nonostante le mille impressioni di crisi i numeri emersi dalla 58° Fiera del Francobollo, vero capodanno della stagione per il settore con la presenza di tutti i principali esponenti di amministrazioni postali, commercianti, associazioni, circoli e collezionisti–riuniti per l’occasione alla Conferenza per la filatelia promossa dall’Usfi, sembrano invece parlare di un settore più che fiorente.
Il francobollo emesso ad inizio d’anno per i diciottenni ha tenuto banco sia nelel talvole rotonde degli addetti ai lavori sia nelle transazioni commerciali che hanno accompagnato le tre giornate riccionesi. Molto richiesto dai collezionisti filatelici il folder Juventus in considerazione, anche, delle vicende calcistiche trascorse.

Valerio Benelli




Raibano, che cosa esce dal kamino?

AMBIENTE – La lettera

– Fuoco, fuochino / cosa esce dal kamino? / Fumo, ceneri, diossine, / particelle sopraffine. / Sul combusto dei rifiuti / Arpa ed Hera restan muti. / L’immondizia è un grosso affare / e non voglion riciclare…
E’ l’inizio della “Filastrocca del kamino di Raibano”. Questo mostro si trova sul nostro territorio, vicino alle nostre case, ad un passo da Aquafan e dalle nostre spiagge, dal 1974 e da allora ha scaricato nell’atmosfera milioni di tonnellate di gas velenosi, diossine, furani, ceneri, particolato primario e secondario, per non parlare dei residui di queste combustioni che, essendo altamente tossici, vanno “smaltiti” in discariche per rifiuti speciali. Chi avesse voglia di “appostarsi” nelle vicinanze dell’inceneritore di notte, assisterebbe ad un insolito via vai di camion provenienti da ogni dove, che scaricano tonnellate di immondizia da bruciare.
Il presidente della Provincia di Rimini, Ferdinando Fabbri, nel suo discorso conclusivo al Consiglio provinciale aperto del 3 agosto scorso, ha dichiarato che l’inceneritore ci consente di essere autonomi nello smaltimento dei rifiuti perché è “immorale portare rifiuti a casa degli altri”; invece se sono gli altri a portare i loro rifiuti a casa nostra, non è immorale? E poi, a prescindere da chi è il legittimo proprietario dell’immondizia, la cosa più immorale è mettere la salute in secondo piano, a volte non parlarne neppure, ostinandosi a non voler riconoscere le alternative all’incenerimento che, ci sono e sono validissime. Quando bruciamo qualcosa, non facciamo scomparire, ma la trasformiamo. Un oggetto assolutamente innocuo può, grazie alla combustione, produrre sostanze nocive alla salute.
Il grado di pericolosità degli inquinanti prodotti varia a seconda della natura di quello che si brucia e della sua quantità. Dal camino di un inceneritore esce di tutto e questo dipende da quello che buttiamo dentro a quel forno. Il Dr. Stefano Montanari, direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di S. Vito (MO), ha eseguito delle analisi di polveri e ceneri prelevate all’interno del perimetro dell’inceneritore di Raibano, a distanza di qualche mese l’una dall’altra. Nel primo caso è stata rilevata una grandissima quantità di piombo, molto pericoloso per la salute, forse proveniente dalla combustione di pile scariche e, di seguito, bario, zolfo, alluminio, rame, tantalio, zinco, silicio, ferro e quant’altro ancora.
Un particolare molto preoccupante riguarda anche la facilità con la quale si può accedere all’interno della struttura dell’inceneritore, dove le polveri che fuoriescono da tubi, sportelli di forni e guarnizioni e conteiner pieni di elementi tossici (abbiamo le foto), sono praticamente alla portata di tutti e, comunque, occorre sottolineare che, se anche i cancelli fossero adeguatamente sbarrati, le ceneri e le polveri sono talmente fini che uscirebbero comunque svolazzando da tutte le parti, spinte dal minimo soffio di vento e percorrendo chilometri e chilometri.
Il Dr. Montanari ha detto che sarebbe interessante analizzare la sabbia delle nostre spiagge e noi stiamo facendo il possibile per accontentarlo perché quando la scienza chiama è bene rispondere.
E adesso parliamo di soldi: chi si riempie le tasche col business degli inceneritori? Nel nostro caso provinciale Hera, un’azienda già varie volte causa di malcontenti e disservizi e che ha licenziato, tra l’altro, il 9% dei dipendenti a scapito della qualità e a beneficio dei profitti. Nata dalla fusione di ex municipalizzate, Hera (quotata in borsa) detiene il monopolio dei rifiuti in gran parte della regione, non senza il benestare di vari funzionari statali, provinciali e comunali che invece dovrebbero tutelare la salute del cittadino (Art. 32 della Costituzione). Enormi interessi in ballo, tant’è vero che nemmeno “Striscia la Notizia” si è azzardata a toccare l’argomento nonostante i servizi fossero già bell’è pronti.
A causa dei cosiddetti “certificati verdi”, i famigerati cip6, noi diamo il 7% della nostra bolletta Enel agli inceneritori (che però vengono chiamati termovalorizzatori). Nel 2004, grazie a questo stratagemma, i novanta termovalorizzatori di biomasse e rifiuti attualmente in funzione in Italia, hanno ricevuto incentivi per 144 milioni di euro, pagati letteralmente da tutti noi e sottratti allo sviluppo delle vere fonti energetiche rinnovabili. Non ci credete? Controllate la vostra bolletta Enel alla voce “componente A3”. Quei soldi andrebbero alle fonti pulite ed invece il 92% è andato ad impianti inquinanti.
Vari gruppi nella nostra provincia si stanno impegnando per informare i cittadini dell’ennesima fregatura. Sono state raccolte oltre 6mila firme per accogliere il progetto “Rifiuti Zero”, che prevede la messa in pratica delle quattro R: Riduzione, Riuso, Riciclo, Recupero e dunque l’abbandono della costruzione della quarta linea di inceneritori.
Ma Hera cosa dice? Che la raccolta differenziata sta progredendo, che vogliono arrivare al 35% entro il 2007 e al 50-60% entro il 2013 (in Germania sono già adesso al 70%), ma nel frattempo bisogna bruciare. Peccato che da queste percentuali e dai tempi di costruzione del nuovo forno (circa 8 anni), si calcola che quando il ‘termosprecone’ sarà pronto, neanche servirà più e sapete quanto costa un inceneritore? Circa 250 milioni di euro presi dalle nostre tasche. Quanti impianti ad energia (realmente) rinnovabile ci potremmo comprare? Tanti da alimentare una città come New York per almeno dieci anni. Smettiamola di farci fregare.

Sonia Toni,
Comitato Rifiuti Zero




Danilo, maratoneta a Pechino

– Danilo Biagiotti, con i colori dell’Atletica 75, correrà la maratona di Pechino in calendario il 12 ottobre; partenza da Bologna il 10. Con lui anche altri due iscritti della società cattolichina, i pesaresi Alberto Lupi e la morosa, Ilaria Gentilucci.
Quarantanove anni ben portati, sposato, due figli, Danilo fa frullare le sue gambe in libertà tutte le domeniche dove c’è una gara. D’estate, in luglio e in agosto, consuma le suole tutti i giorni: a piedi (una quindicina di km) o in bici (molti di più).
Vive lo sport intrecciandola ai luoghi, all’arte, alla cucina, all’artigianato. Dice: “Ho la curiosità di andare in giro, per conoscere, per vedere. Ed ho il pallino fisso di gareggiare: la mia scusa per nuove esperienze e a modo mio vere e proprie esplorazioni”.
Iniziato attorno ai 35 anni, Biagiotti finora ha corsa una decina di maratone, soprattutto le eco-maratone lungo i sentieri di montagna e centinaia di podistiche. Il 4 agosto scorso uscita sulle Dolomiti insieme ad altri tre cattolichini. A Scanno (Abruzzo), gara e merletti al tombolo. Prima di innamorarsi dell’atletica aveva praticato una caterva di sport (“quasi tutti”). A Pechino gareggia con una maglia che reca due scritte: www.metalsedie.com e Made in Italy. Insomma, sulle orme di Marco Polo con un po’ di commercio che non guasta mai.




Corrado Piva, le farmacie comunali non vanno vendute

– Corrado venne illustrato in vesti cardinalizie in un ritratto graffiante di Cecco. E del cliché del porporato Piva ne ha il ruolo fisico: alto, calvizie sventolata, occhiali da intellettuale, al quale si aggiunge una elevata eleganza fatta di colori tenui,con una ricercatezza dissimulata. In politica, apparentemente, non pesta i piedi a nessuno, più che attaccare parte da se stesso; si cuce in un ragionamento che diventano staffilate silenziose quanto sanguinolente. E’ uno dei politici forti di Cattolica. I detrattori ne cantano peste e corna; gli estimatori ne lodano l’intelligenza. Il sindaco Gian Franco Micucci, sempre pronto alla battuta a infilare assessori e collaboratori, con Piva non trasbordava.
Sposato, due figli, professione geometra, originario di San Giovanni in Marignano, ha giocato a calcio in tutte le società della città eccetto il Torconca: Cattolica, Superga, Sporting. In un ruolo che ne traccia il carattere: libero (una posizione politica, di mediazione, non meno che durezza anche in campo).
Ha 51 anni, ma è sulla breccia della politica che conta da quando ne avava 25: entra in Consiglio comunale nell’80. Nel 90 è assessore al bilancio con la prima giunta Micucci; vi resta fino al 2004, salvo una interruzione di due anni. Fu strana l’uscita, ma il suo rientro fu un raffinato segno della sua capacità di muoversi.
Nel 2004 tentò di entrare in consiglio provinciale; non fu eletto perché i Ds a Cattolica scesero di 20 punti rispetto alla tornata di cinque anni prima.
Ha mai pensato di vendere le farmacie quando eri assessore?
“Mai”.
Ha sottoscritto il referendum per le farmacie ?
“Sì, perché credo sia giusto difendere gli strumenti democratici conquistati dal movimento democratico ed anche perché questa proposta non era contenuta nel programma elettorale del centrosinistra. L’idea va condivisa con la città. Le farmacie non rappresentano certamente un dogma, la problematica è di tipo economico, mi permetto di dire che le farmacie rappresentano un pezzo impotante del patrimonio della città e quindi la loro eventuale alienazione deve valerne veramente la pena, da un punto di vista economico. Il loro eventuale sacrificio deve coincidere con un momento di crescita della città”.
Si dice che i rapporti tra Piva e i Ds siano tesi, un piede dentro ed uno fuori, come giudica la gestione del partito da parte di Prioli?
“Faccio parte della segreteria provinciale dei Ds, quindi sono con i piedi dentro. Le persone oggi hanno un approccio diverso alla politica che in passato, le relazioni, gli atteggiamenti cambiano con il cambiare degli uomini.
Cattolica è un territorio piccolo che va inserita in un ragionamento più grande, la vallata del Conca, da Montegridolfo-Montefiore al mare, tutto quel lembo di terra contenuto dai fiumi Tavolo-Conca. Cattolica ha avuto una crescita imponente e progressiva negli ultimi 40 anni pensata e progettata. Penso che la realizzazione della darsena rappresenti la fine di questa fase di sviluppo.
Ora va pensato un altro grande progetto da mettere in campo per una nuova fase di sviluppo, non limitata alla nostra città, ma in grado di guardare all’entroterra e al contesto provinciale. Attualmente la città marca una crisi di gruppo dirigente nel suo complesso, c’è bisogno di rilancio nella elaborazione politica per un nuovo processo di sviluppo. Oggi il dibattito è racchiuso nelle quattro mura del consiglio comunale, diventando cosi capzioso, cavilloso, pretestuoso. Serve parlare dei problemi veri della città, dalla qualità dei suoi servizi alla crescita della sua economia per una migliore qualità della vita dei cittadini residenti e ospiti.
Occorre anche rompere questo muro di incomunicabilità politica che si è venuta a creare a Cattolica, fra chi governa e chi non governa, ragionando con tutto il mondo cattolico, con i partiti della sinistra nostri naturali alleati a livello nazionale, regionale e provinciale e con l’imprenditoria”.
Antonio Gabellini, il suo successore al bilancio, parla di conti che fanno acqua da tutte le parti che dice?
“Non so che cosa dica Gabellini, vorrei però precisare che il bilancio non è un assessorato di spesa e comunque questa città è cresciuta perché le amministrazioni hanno investito nel medio e lungo periodo trasformando Cattolica sotto ogni punto di vista. Il ruolo di volano del pubblico ha fatto muovere anche i capitali privati e comunque le somme destinate agli investimenti nel bilancio del comune oggi rappresentano 1/7 dello stesso, quindici anni fa ne rappresentavano 1/3.
Cattolica non è un paese terzo rispetto al quadro nazionale, se andiamo a vedere tutti i parametri previsti dalla legge Cattolica risulta essere un comune virtuoso.
Negli ultimi 40 anni sono state fatte politiche di crescita e sviluppo di elevamento della qualità della vita dei cittadini attraverso un’offerta di servizi sempre più qualificati e rispondenti ai nuovi bisogni che man mano venivano avanti, sono state le prerogative che hanno accompagnato le amministrazioni di Cattolica dal dopoguerra ad oggi. La fine del percorso della giunta Micucci non ha lasciato in rapporto al bilancio più debiti di quanti ce ne fossero quando ha iniziato, portando a termine un percorso di crescita, di sviluppo e qualificazione urbana, con la realizzazione dei teatri, del museo, degli arredi urbani, da ultimo l’ospedale, opera che non si poteva non fare.
Devo anche dire che l’epoca Micucci ha ereditato dalla giunta Mazzocchi progetti e idee di sviluppo della città in parte anche gia iniziati, significando che c’e sempre stata grande continuità di governo a Cattolica”.
In novembre si sceglierà il segretario dei Ds, scende in campo?
“No, bisogna pensare a qualcosa di più grande che possa mettere insieme le ragioni del mondo cattolico e della sinistra”.
Frequenta Pietro Pazzaglini?
“Non ho frequentazioni personali, abbiamo amministrato assieme per 10 anni. Le Navi sono state un momento di sofferenza, ma sono un prodotto importante per la città”.
Chi era Micucci?
“Un grande personaggio, grande comunicatore, con una visione ed una cultura più avanzata della media, con grandi intuizioni di crescita, mettendo anche in campo molta spregiudicatezza, dando a questa città ed ai suoi cittadini orgoglio e senso di appartenenza, amandola profondamente. Con un difetto di fondo, la difficoltà a comprendere la gestione quotidiana. Le aziende prima investono poi si consolidano. Lui saltava l’anello del consolidamento? aveva fretta!
Le manca il potere ?
“Non l’ho mai esercitato, mi sono sempre messo al servizio della città”.
Quali pregi e quali difetti si riconosce ?
“Una dose di equilibrio e l’attenzione alle ragioni altrui. Di difetti ne ho 20.000 in particolare la difficile comunicazione con l’esterno”.

di Giovanni Cioria




Ghigi, da Fabbri il cartellino giallo

– “Il privato deve rispettare gli accordi di programma”. In caso di inadempienze partirà una diffida indirizzata alla Ghigi. Il cartellino giallo lo ha alzato Nando Fabbri, potente e attento presidente della Provincia di Rimini e grande paladino dell’Accordo di programma tra il pubblico e il privato sul futuro del pastificio Ghigi. Fabbri si è incontrato con i rappresentanti dei Comuni di Morciano, San Clemente, la Provincia di Rimini e la Regione Emilia Romagna sulla spinosa questione pastificio Ghigi lo scorso 14 settembre.
Il giorno dopo, 15 settembre, sul sito dei Ds, Riziero Santi, tuonava contro il mancato rispetto del famoso accordo di programma da parte della Ghigi.
Fermi sono anche gli amministratori di San Clemente, capitanati dal sindaco Cristian D’Andrea e l’assessore Corrado Gaia. Hanno detto i due: “Se la Ghigi non ottempererà agli accordi, la loro terrà sarà destinata al verde”. Insomma, nessun cambio di destinazione d’uso e nessuna possibilità che la Ghigi possa fare una semplice operazione finanziaria, cioè l’aver comprato terreno in abbondanza rispetto alle sue esigenze ad un prezzo basso rispetto al mercato.
La posizione della Ghigi è semplice. Si deve trasferire a Sant’Andrea in Casale, dove si è accaparrata circa 12 ettari di terreno, sulla quale avrebbe dovuto tirare su il pastificio (già fatto), il mangimificio e il mulino. Tutta roba prevista dall’Accordo di programma. Sempre nell’Accordo, per “aiutare” l’azienda, il pubblico, opportunamente, ha cambiato la destinazione d’uso della struttura morcianese. Sulle ceneri dell’enorme complesso devono essere costruiti manufatti per il commerciale, uffici e residenziale. Nel complesso, la pubblica amministrazione si è impegnata ad acquisire sale e salette per alcuni milioni di euro. Tra il dare alla comunità, la società che ha fatto l’operazione immobiliare, Rinnovamento Ghigi, ha costruito alla città piazza Angelo e Emilio Ghigi, proprio antistante il vecchio pastificio morcianese.
Insomma, in questi mesi a nulla sono valsi gli incontri tra i dirigenti dell’azienda e i sindaci di Morciano e San Clemente, la Provincia di Rimini e il sindacato per trovare una situazione. Ma è trovabile?
Disse Cristian D’Andrea in un infuocato incontro pubblico al Lavatoio lo scorso 11 febbraio: “Il primo stralcio dell’Accordo prevede la costruzione del pastificio, del mulino e del mangimificio. Il secondo l’ampliamento”. “E’ chiaro – continuò allora – che se l’Accordo non va in porto, il Comune farà una variante allo scadere dei 18 mesi. Che non si pensi ad idee strane e a speculazioni”. Se questa partita non va in porto, a perdere credibilità sarà anche il presidente della provincia Nando Fabbri. E’ sempre stato il grande paladino dell’operazione. Quando la Provincia approvò il Piano, Pino Sanchini, Margherita, allora consigliere provinciale, oggi sindaco di Saludecio, disse che lo votava anche se non lo condivideva. Oggi, da Fabbri, c’è il cartellino giallo. Quello rosso non serve a nessuno, né alla Ghigi, né alla parte pubblica. In mezzo c’è un marchio storico e i salari dei lavoratori.

IL FATTO

Accordo di programma: il nodo

– L’accordo di programma, schematicamente. Il pubblico (Comuni, Provincia e Regione) è intervenuto in aiuto della Ghigi su due fronti: il vecchio pastificio e il nuovo insediamento a Sant’Andrea in Casale. Il pubblico acquisterà una serie di spazi nel complesso Ghigi che sarà trasformato in commerciale, uffici e abitativo. Sempre il pubblico si è molto prodigato per far “acquistare” i terreni di Sant’Andrea in Casale (dove si trasferirà la Ghigi) ad un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato. Da parte sua l’azienda si impegnava a mantenere la forza lavoro e a costruire pastificio, mulino e mangimificio. Invece, sembra che siano saltati sia mulino, sia mangimificio. Ultime novità: dovrebbe diminuire anche la forza lavoro. Beneficio per la comunità: una parte importante di Morciano che diventa più vivibile.

NUMERI

Ghigi, fondata nel 1870

Fondata da Nicola: 1870
Massimo splendore: a cavallo tra gli anni ’50-’60 (competeva con la Barilla)
Ricavi 2005: 18 milioni di euro
Esportazioni: il 50 per cento
Addetti 2005: circa 100
Grandezza: al 20° posto in Italia
Investimento nuovo pastificio: circa 15 milioni di euro
Consiglio di amministrazione: Renato Ascari (presidente), Alessandra Ascari (amministratore delegato); Widmer Bassi, Walter Canali, Ettore Fabbri, Giancarlo Fagioli, Paolo Foschi, Valentino Ciuffoli, Enrico Piccari, Silvano Tomidei, Bruno Benvenuti

IL PUNTO DI VISTA

Riuscirà la Ghigi ad essere vincente?

Se la svolta non è avvenuta prima, perché ora? La proprietà (una cooperativa già legata al Partito repubblicano) è la stessa; cambiati gli uomini, però. La civiltà delle istituzioni

– Non sono i 120.000 metri quadrati di terra (12 ettari) pagata a circa 15 euro al metro quadrato a Sant’Andrea in Casale, contro un prezzo di mercato di circa 50 euro al metro che sborsano gli altri imprenditori, che possano fare la differenza del futuro della Ghigi. Rappresentano una semplice sensibilità, ed un grande aiuto, che i pubblici amministratori (Comuni di Morciano e San Clemente, Provincia di Rimini e Regione) hanno avuto verso un’azienda storica.
Il futuro della Ghigi si gioca sul tavolo della dirigenza e le loro capacità imprenditoriali. Negli ultimi mesi il vertice è cambiato. Da Forlì (sede della Consvagri, la cooperativa proprietaria) sono arrivate a Morciano nuove figure: Alessandra Ascari (amministratore delegato, figlia di Renato, il presidente della Consvagri), hanno appena preso “possesso” delle strategie aziendali; dunque, è ancora presto per dare delle valutazioni. Gli altri dirigenti nuovi: Luca Guerrieri (direttore commerciale), Anna Piccari (direttore amministrativo), Daniele Bianchet (direttore di stabilimento), Paolo Venerandi (controllo di gestione) e Paolo Foschi (relazioni industriali).
Il nuovo vertice sta giocando la propria parte. Sono entrati in rotta di collisione con gli amministratori pubblici e l’accordo di programma che hanno sottoscritto con loro. Tradotto ai minimi termini è questo. L’azienda si era impegnata a mantenere e conservare la forza lavoro, a costruire il nuovo pastificio, il mulino e il mangimificio (che rappredsenta il 25 per cento dei ricavi). Invece, allo stato ha tirato su il pastificio e attende su mulino e mangimificio. E’ un modo gentile ed accorto per dire che non verranno mai costruiti?
Dalla nuova dirigenza ci si aspetterebbe trasparenza con gli amministratori pubblici. Che dicano chiaro e tondo la situazione economica dell’azienda e il futuro. Stare a cavillare sull’accordo di programma è roba d’altri tempi.