Silvano, il migliore in attività

– Silvano Cardellini, giornalista principe della provincia di Rimini, è morto lo scorso 29 luglio dopo una lunga malattia. Talento di livello assoluto, sciveva sul Carlino; negli anni ’90, aveva lavorato al Messaggero nella sua breve stagione riminese. Orginario di Saludecio, era un profondo amante della storia e arte di Rimini.

di Francesco Pagnini

– Di Silvano Cardellini si è scritto ormai tutto dal punto di vista professionale. E’ pleonastico dire che è stato uno dei migliori giornalisti che Rimini abbia prodotto. Di sicuro era il migliore in attività. Oltre alla capacità di scovare notizie e intrattenere rapporti, doti fondamentali per chi fa questo mestiere, era capace di scriverle con una leggerezza impareggiabile. Mai un suo articolo, anche sul tema più tecnico, riusciva pesante. Neanche se era l’ennesimo redatto quel giorno. Una dote, quella della leggerezza, che è la quint’essenza di “Una botta d’orgoglio”, il suo libro su Rimini che si legge tutto d’un fiato.
Tanto si è scritto anche sul carattere di Silvano. Io l’ho conosciuto prima di fama. Quando, nel ’97 ho iniziato a fare il giornalista a tempo pieno, ho incontrato la sua fama. Cardellini: nome temuto e rispettato da colleghi e interlocutori. Poi, tre anni dopo, mi sono trovato a misurarmi con lui, essendo stato destinato dal Corriere di Rimini a seguire (anche) la politica riminese. Quanti buchi mi ha rifilato… Quando glie ne davo (raramente) uno io, me lo segnavo sul calendario. Ma nonostante questo non sono mai riuscito ad avercela con lui (come capitava con altri colleghi-concorrenti). Soprattutto dopo un po’, quando ci siamo conosciuti meglio, Silvano era per me il collega simpatico, oltre che il decano, quello con cui speravi di avere la prima conferenza stampa del lunedì mattina per iniziare meno male la settimana. Quando sono diventato pure corrispondente dell’agenzia di stampa Dire le nostre telefonate si sono moltiplicate. Era, purtroppo, anche il periodo in cui la sua malattia, portata sempre con una dignità esemplare, si aggravava. E di questo aspetto mi è rimasto impresso un episodio. In una di quelle conferenze stampa del lunedì mattina m’è saltato in mente di raccontargli del ristorante dove, il sabato sera prima, ero stato a cena con mia moglie, e lui mi ha detto: “Ah i ristoranti: bei tempi quando potevo andarci…”. Mi sono morso la lingua, ma poi Silvano ha aggiunto: “Raccontami, raccontami cosa avete mangiato”. E mentre io parlavo mi sembrava che assaporasse con le orecchie le vivande che gli descrivevo. Il lunedì dopo ci siamo incontrati di nuovo: io mi ero completamente dimenticato dell’episodio di una settimana prima. E Silvano mi ha chiesto: “Dove sei andato a cena sabato sera? Raccontami i sapori”. Diventò il passatempo del lunedì. Quando non ci vedevamo mi telefonava. E quando gli dicevo che non ero uscito mi sembrava ci restasse male. Così, qualche volta, ho inventato. Silvano aveva una capacità, sul lavoro, di beccare al volo chi provava a dire una bugia. Non so se ha beccato anche me quando gli descrivevo manicaretti che non avevo mangiato, ma non l’ha mai dato a vedere. E quella sua frase, “raccontami i sapori”, è uno dei ricordi più emozionanti che ho di lui. Di un collega che non mi ha mai risparmiato un buco, ma neppure la sua simpatia.




Rotary, Monaco nuovo presidente

Quando nell’87 Manlio Masini, oggi direttore della rivista “Ariminum” gli chiese di entrare nel club, per lui fu un regalo bellissimo; l’occasione giusta per ritornare a Rimini e recuperare i rapporti ed i contatti abbandonati dopo tanti anni di lavoro in varie città d’Italia. Accettò volentieri. Si congedò e, entrando nel Club, portò con sé i venticinque anni vissuti come ufficiale dei carabinieri con incarichi di comando nella lotta al terrorismo.
Nato 66 anni fa a Rimini, laureato in giurisprudenza, Nevio Monaco è il 45° presidente del Rotary, fondato a Rimini il 23 marzo del ’53. Sposato con Luciana, ha un figlio, Giuseppe, anche lui laureato in giurisprudenza che gestisce l’hotel di famiglia.
Ci si incontra al Grand Hotel di Rimini, dove i rotariani ogni settimana si riuniscono.
Presidente, chi sono i soci del Rotary?
“Sono uomini e donne provenienti dal mondo degli affari e delle professioni che collaborano tra di loro per ideare e realizzare progetti in campo assistenziale, umanitario e culturale”.
Che cosa vi tiene untiti?
“Il legame è uno stretto vincolo di amicizia, rispetto, collaborazione”.
Avete un motto?
“Servire al di sopra di ogni interesse personale. Il principio inderogabile per ogni rotariano è agire nel massimo rispetto dell’etica sia a livello professionale che nelle relazioni interpersonali”.
Come si entra a far parte del Club?
“Si viene cooptati. C’è un contatto personale e ci deve essere il consenso di tutti i rotariani”.
Come vi finanziate?
“Attraverso i contributi dei soci, contiamo sulla loro generosità”.
Come è organizzato il Rotary nella Provincia di Rimini?
“Il distretto, formato da Emilia Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino, è retto da un governatore e ogni club ha la sua competenza territoriale e, in autonomia, realizza e gestisce i progetti. A Rimini c’è anche il Rotary Club Rimini Riviera. In totale siamo circa 200 e tutte le decisioni vengono prese in sede di consiglio direttivo.
Il sindaco Alberto Ravaioli è un rotariano, le va di parlare di politica?
“No. Il Rotary è un associazione apolitica e apartitica. Ciò non toglie che si possa collaborare con la pubblica amministrazione. Il Rotary Club Rimini Riviera, ad esempio, in occasione del centenario festeggiato l’anno scorso, ha realizzato la pubblicazione “Da Ariminum a Rimini” distribuita nelle scuole per diffondere la conoscenza della Rimini archeologica”.
Che cosa l’etica per i rotariani?
“L’etica è sinonimo di correttezza, trasparenza, onestà, solidarietà. E’ un grande contenitore, in sintesi è buon comportamento e su questi noi ci ispiriamo”.
Il mondo degli affari rischia di mettere in secondo piano l’etica?
“Quella riminese è una realtà molto operosa, attiva, intraprendente dove c’è molta competitività. Il rischio c’è. Resta in ogni caso il fatto che rimangano i principi morali ad indicare sempre la via dell’operare. In questo i rotariani si devono distinguere, essere d’esempio”.
L’equilibrio tra competitività e rispetto regole, nella nostra realtà, si è rotto?
“No, ritengo che non si sia rotto”.
Qual è uno dei progetti più importanti già realizzati?
“Eliminare il problema della poliomielite dal mondo. Partito nell’85 questo progetto ha coinvolto tutti i rotariani, fino ad oggi è costato 600 milioni di dollari ed è stato realizzato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sono migliaia i medici rotariani presenti nei paesi più poveri del mondo per prestare la loro opera”.
Sogni nel cassetto?
“Molti. Uno potrebbe essere quello di concretizzare una collaborazione con l’università, realizzare dei progetti con associazioni di volontariato riminesi. Potrò essere più preciso subito dopo il prossimo consiglio direttivo,in autunno”.
Il direttivo dell’anno rotariano 2006-2007. Presidente: Nevio Monaco; past president: Paolo Solvetti; vicepresidente: Giancarlo Brioli; segretario: Renzo Ticchi; tesoriere: Paolo Damiani; consigliere: Fabio Bonori, Fabio Scala, Patrizia Ghetti, Luigi Prioli; prefetto: Gianluca Spigolon.

di Domenico Chiericozzi




Nella scuola la pedagogia degli oppressi

– Finita l’estate ecco, di nuovo avvicinarsi l’inizio della stagione scolastica. L’impegno educativo presenterà nuovamente nuovi interrogativi e farà emergere la necessità di ricercare strumenti e comprensioni migliori. L’educazione è un processo mai concluso, ricerca appassionata per una vita umana sempre più piena, come mostra Paulo Freire nel suo ormai famoso saggio “Pedagogia degli oppressi” che, nonostante risalga agli anni 70, è ancora di grande attualità per gli stimoli che ancora sa proporre.
Freire aveva iniziato un percorso educativo che vedeva l’educazione come prassi di liberazione. Negli anni 60, in Brasile, poi come profugo in Cile, aveva avuto modo di verificare concretamente il valore di questo percorso educativo del quale cercherò di mettere in luce alcuni aspetti.
Il normale processo cognitivo mira a far sì che si apprendano più cose possibili intorno all’oggetto in esame. E qui si arresta. Per Paulo Freire invece è fondamentale un secondo aspetto: il dialogo che si istituisce intorno all’oggetto da parte del gruppo di studio, dialogo capace di incidere concretamente sull’ambiente e sugli stessi ricercatori che da fruitori passivi e sterili diventano protagonisti capaci di costruire la propria storia. Facciamo un esempio. Stiamo studiando l’acqua. L’obiettivo finale non sara’ solo il sapere tutto sull’acqua, sulle sue proprietà fisico-chimiche, i processi di evaporazione, solidificazione ecc? ma utilizzare questo argomento perché le persone prendano coscienza delle mille problematiche legate all’acqua (ad es. di quanta acqua potabile disponiamo, chi ne detiene il controllo, come viene utilizzata, quanta parte della popolazione mondiale ne può disporre, cosa comporta per il nostro futuro prossimo la carenza d’acqua che affligge gran parte della terra?ecc). In tal modo l’acqua viene resa concreta (viene storicizzata) e l’esperienza che ciascuno ha viene accolta e ragionata insieme. Attraverso questo processo di presa di coscienza ciascuno conosce e assume personalmente la realta’ (e le sfide e le risorse che in essa scopre). Proprio in quanto il gruppo assume la realta’ puo’ essere in grado di trasformarla.
L’educatore ha la funzione di proporre le problematiche stimolando il dialogo tra le persone. Gli educandi sono coloro che desiderano trasformare le condizioni della loro vita perché vi sia possibilità di un “essere di più'”. Insieme si inizia questo dialogo e si comincia a nominare correttamente le cose, riappropriandosi del potere creativo della parola che è, insieme, ricerca di un significato e di una azione. In questo processo il gruppo ricercatore diventare cosciente della storia nella quale è inserito e se ne prende in prima persona la responsabilità, diventando soggetto attivo e partecipativo.
Con tutta evidenza tale processo educativo ha ricadute politiche, sottraendo il governo della polis ai soli politici di professione coinvolgendo la popolazione nel controllo e nelle proposte. Nel Brasile della dittatura degli anni ’60 tutto questo è costato l’esilio a Paulo Freire e pesanti ritorsioni a chi ne seguiva l’insegnamento.
L’educazione come strumento di liberazione si contrappone all’educazione come strumento di oppressione. Le analisi che oltre a Paulo Freire, anche Marcuse e Illich facevano alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 sono ancora attuali, anche se passate nel dimenticatoio. Questo perché il sistema violento del dominio funziona sempre allo stesso modo. Sarebbe importante riprendere la bella e accurata analisi sul sistema educativo depositario che l’autore propone. Lo illustro a grandi linee. E’ chiamata educazione depositaria quella che vede gli educandi come vasi vuoti da riempire. Il fossato tra educatore ed educando è quasi incolmabile. L’educatore sa e l’educando no. A quest’ultimo è permesso di sapere, ma non di conoscere. Il sapere è un pacchetto già confezionato di verità che giustificano il presente ed è teso al mantenimento dello status quo. L’educazione depositaria è tipica di una società che si nutre di morte e la ama profondamente (necrofila, secondo l’analisi di E. Fromm). Perché? Innanzitutto perché, tendendo a impedire ogni cambiamento, mantiene il privilegio di pochi attraverso la miseria e l’annullamento dei molti, e poi perché vuole che il passato rimanga intatto annullando presente e futuro. I dominatori violentano la vita spegnendo ogni impulso e anelito ad una vita migliore. Essi credono (si autoconvincono) di aver realizzato il miglior mondo possibile (per questo non deve essere cambiato) e si sentono benefattori quando impongono anche ad altri e in altri paesi il loro ” bellissimo mondo”. Il solo fatto di cambiare significherebbe ammettere di non essere riusciti a creare un mondo perfetto, il migliore di tutti i possibili, e prendere coscienza del proprio fallimento. E’ un mondo privo di relazioni e quindi centrato sul singolo, che inietta ogni giorno il veleno della solitudine e dell’isolamento. L’educatore, in questo sistema, non deve pensare a cosa proporre, ma come proporlo. L’educando acquisirà la coscienza di non essere in grado di trasformare la realtà per soddisfare quel desiderio di essere di più che porta dentro. Rimane solo la netta percezione di adattarsi a questa realtà alimentando il senso profondo di impotenza e di passività.
L’educazione come pratica della liberazione, invece, è fondata sul dialogo in vista di una trasformazione e umanizzazione del mondo. E’ un processo collettivo che richiede la responsabilità di ciascuno. E’ fatta con umiltà, partecipazione, speranza, amore per la vita, fiducia nell’uomo e si avvale di una spiritualità che trae le sue origini dal Dio che cammina con l’uomo. E’ una educazione fatta con il popolo e non per il popolo. E in questo con sta tutto l’amore e la speranza di poter abitare cieli nuovi e terre nuove.

di Alessandro Crescentini

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– Una pagina sulla scuola in occasione dell’apertura dell’anno scolastico. Per ridire cose già dette, per riascoltare cose già sentite e rimosse. Chi ricorda i dibattiti e i clamori suscitati da “Lettere a una professoressa” che raccontava l’esperienza educativa della scuola di Barbiana? O la proposta del brasiliano Paulo Freire nella sua “Pedagogia degli oppressi”? Forse non era difficile individuare i punti deboli di tali proposte. E tuttavia la nostra scuola, il nostro metodo educativo appare tuttora monco proprio di quanto queste esperienze cercavano di mettere in luce e che gli articoli di questa pagina cercano di riproporre all’attenzione di insegnanti e studenti.
Il racconto di Maurizio Molinari nasce da un periodo trascorso in Chapas nell’ambito di progetti di Cooperazione con le comunità indigene locali. Analogamente Paulo Freire, come appare dall’articolo di don Sandro, nonostante le difficoltà ha sempre continuato a lavorare fino alla morte per una scuola capace di svegliare le coscienze e mettere ognuno in condizione di portare il proprio contributo alla trasformazione della società.

(Iglis)




La chiesa si spegne quando non può dire la sua

– Carissimo direttore ed amico,
ti scrivo perché provocato dall’articolo di don Piergiorgio e Iglis. Mi ha sempre affascinato l’idea che la chiesa (a catechismo ci insegnavano che è composta da sacerdoti e laici) sia presente nella società in cui vive. In tanti anni di vita nella mia comunità ho visto che la chiesa tende a spegnersi quando non può più dire la sua per riguardo a persone ragguardevoli (non è un gioco di parole purtroppo). Non vado ad infilarmi in considerazioni su legami tra politica e fede perché ritengo che siano veramente pochi i casi in cui c’è un legame non pulito cioè con interessi privati.
Spesso la chiesa dice la sua ma viene tacciata di oscurantismo (vedi “Spigolature” sulla pubblicità riguardo al sindaco di Riccione). Spesso si invoca il dialogo ma lo si esclude quando dovrebbe essere diretto alla chiesa e, cosa molto più grave, non si sa da cosa si parte per dialogare. Molti degli attori di certe farse si vedono in chiesa e nello stesso tempo a dirne male; sono queste divisioni che non aiutano la nostra appartenenza e la nostra dedizione (là dove è il vostro tesoro, sarà il vostro cuore ). Faccio una proposta: andiamo a cercare la chiesa che milita e che ha qualcosa da dire e che dice qualcosa magari non perfettamente ma dice la sua: forse saremo più efficaci. Grazie.

Davide Carroli




Scuola, quando non è noia

Nelle scuole governative, poche, mal attrezzate, con personale spesso impreparato e numericamente scarso l’indio viene trattato paternalisticamente, quando è fortunato, o preso in giro e addirittura picchiato dagli stessi maestri che lo considerano inferiore rispetto al bianco o al meticcio. Gli insegnanti vanno con una certa frequenza a scuola ubriachi, non parlano le lingue dei loro alunni (tzeltal, tzotzil, tojolabal ecc.), e pretendono di imporre lo spagnolo come unico idioma accettabile. D’altronde, oltre che carnefici, i docenti stessi sono spesso vittime di un sistema che negli Stati periferici della repubblica messicana non funziona: mal pagati e per niente incentivati, sono costretti a lavorare in villaggi della Selva Lacandona difficilmente raggiungibili, data l’assenza di un’adeguata rete di trasporti. Infine, come se non bastasse, i programmi federali e statali non tengono conto della cultura e delle lingue indigene, i corsi di formazione per insegnanti sono pochi e mal strutturati, il materiale didattico per lo più inesistente. Uno dei risultati di questa tragica condizione di arretratezza è l’analfabetismo endemico negli strati più poveri della popolazione. Eppure, dopo il “levantamiento” zapatista del 1 gennaio 1994, le stesse comunità hanno cercato di organizzarsi e hanno dato vita a un sistema parallelo di educazione autonoma partecipativa, creata dal basso, includente e non escludente, che tenga conto delle diverse lingue maya e che basi la sua legittimità sulla logica dell’insegnare imparando. Con la costituzione di diverse scuole primarie e di alcune secondarie, ovviamente non riconosciute dallo Stato messicano, si è cercato di ridare centralità al dialogo fra promotores de educación (i maestri) e alunni, di acquisire insieme maggiore coscienza politica e sociale, di ridar peso alla saggezza degli anziani, di rivalutare i metodi tradizionali di trasmissione delle conoscenze comunitarie e di unire l’elaborazione di concetti e di teorie con pratiche quali ballare, cantare, disegnare e coltivare la terra. Da questo continuo sperimentare è nato un modello educativo in cui i partecipanti a ogni livello, siano essi alunni, padri e madri di famiglia, promotori o formatori di promotori, anziani della comunità ecc., hanno
diritto di decidere insieme cosa insegnare e come, dando vita a un confronto aperto e in continua evoluzione, e di stabilire orari delle lezioni che rispecchino le necessità di tutti. Si tenga conto, a tal proposito, che spesso a frequentare la scuola non sono solo bambini e adolescenti, ma anche donne e uomini adulti, con figli e famiglie a cui badare e lavori quotidiani da svolgere. Quest’esperienza, tuttora in via di sviluppo, è rivoluzionaria non tanto per i risultati ottenuti, che in un contesto di continua guerra a bassa intensità e di povertà imperante non possono ovviamente essere di eccellenza, quanto per il processo stesso che ha portato a pensare e progettare tale esperienza: un processo che, come detto, coinvolge tutti gli attori del sistema educativo e che presuppone una relazione non gerarchica e non autoritaria fra educatore ed educando. Visitando le comunità chiapaneche, infatti, ci si rende conto di quanto i promotori non siano che ragazzi e ragazze fra i quindici e i venti anni, con un livello di istruzione generalmente basso, però disposti a mettersi al servizio del villaggio a titolo gratuito camminando insieme ai propri alunni e imparando facendo. Un metodo partecipativo, questo, che si rifà in parte alla pedagogia degli oppressi del brasiliano Paulo Freire, soprattutto nelconsiderare il processo educativo alla stregua di un percorso di emancipazione dall’ignoranza e dall’oppressione. In tempi di riforme educative all’insegna della produttività ad ogni costo edelle migliori sinergie fra mondo della scuola e mondo del lavoro, gli Zapatisti ci insegnano a riscoprire il valore più olistico e sociale, oserei dire più sacro, dell’educazione.

Maurizio Molinari




Spigolature degli Scrondi

… Imola Superman – Le cronache ferragostane riportano che il sindaco Imola e qualche elemento della giunta si sono esibiti nell’arena di Superman, una struttura che grazie ad un potente getto d’aria riproduce l’ebbrezza del volo. Avranno indossato la calzamaglia azzurra e il mantello rosso? Per Riccione accaparrarsi la promozione di quello che si annuncia come il film dell’anno è stato un bel colpo, peccato che la posizione della struttura sul piazzale Roma abbia limitato la serata di Ferragosto ad un concerto dei Discepoli (mitico gruppo riccionese) con il palco rivolto verso la spiaggia. A parte i numerosi e fedelissimi fans del gruppo, i turisti non si sono accorti della serata, se non per i tradizionali fuochi d’artificio. Subito sono partite bordate al sindaco da parte della Margherita con il suo assessore al Turismo, sulla efficacia della promozione turistica e sugli eventi di questa estate; i concerti dei Pooh e dei Nomadi sono stati un buon veicolo promozionale, effettivamente la programmazione ferragostana (non ce ne vogliano i Discepoli) è stata un po’ sotto tono, qualcosa in più si poteva fare, ma il tempo delle vacche grasse è finito.

…Turismo, nessuno protesta – In questi mesi non ci sono state le consuete polemiche sui numeri delle presenze dei turisti; ci si ricorda che gli anni scorsi, albergatori e commercianti facevano a gara per scaricare sulle amministrazioni comunali tutte le loro paranoie (e anche responsabilità), e a volte polemiche anche tra gli operatori stessi. Evidentemente quest’anno erano impegnati a curare i propri interessi, non c’è stato tempo per altro, quindi si potrebbe dedurre che la stagione non dovrebbe essere andata male, senz’altro meglio degli anni scorsi. Questa deduzione è fatta (come si dice) a spanne, ma dovrebbe avere un fondo di verità: vedremo tra qualche settimana i numeri; come diceva Totò è la somma che fa il totale, si tratta solo di aspettare e fare i conti. Polemiche invece con chi si occupa delle previsioni meteo, ma con questo clima impazzito e l’inquinamento dell’atmosfera è ben difficile prevedere cosa farà il tempo. C’è però da segnalare che le giornate di pioggia in agosto sono state circa la metà rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e se si prendono in esame anche giugno e luglio, quest’anno è andata grassa, come si dice. Della serie non siamo mai contenti!

…Nonostante mare di mer.. – Nella sua incursione a Rimini per parlare di rifiuti ed energia, Beppe Grillo ha detto che gli imprenditori della nostra costa sono talmente bravi che riescono a fare turismo balneare senza il mare, visto come è ridotto. Provate a pensare cosa si sarebbe potuto fare con un mare tipo quello del Salento o della Sardegna, altro che Carabi o Maldive. Oppure gli operatori sarebbero stati talmente bravi e oculati al punto di nasconderlo, magari per non rovinarlo!!!




Insieme costruire la memoria

– Jacques Le Goff è un bellissimo e piacevole storico francese; con scritti fondamentali sul Medio Evo. Ama dire che la storia è la bussola per capire chi siamo, da dove veniamo e, soprattutto, dove la comunità voglia andare. E forse anche come ci vuole andare: barbarie, civiltà, una via di mezzo. In carrozza o in automobile.
Fabio Glauco Galli è un giovane studioso riccionese. Da alcuni anni sta ricostruendo i fatti di Riccione durante il passaggio del fronte, estate ’44, e dell’immediato dopoguerra.
Il suo progetto si chiama: “La città invisibile: segni, storie e memorie di pace, pane e guerra”. Il fulcro sono più di venti interviste (centinaia di ore di registrazioni) fatte ad anziani riccionesi. La sua ambizione è trasmettere le testimonianze attraverso più mezzi di comunicazione: editoria, video, web, teatro.
Lo spettacolo della vita è già stato portato in piazza alcune volte e sempre con un successo partecipato non meno che di una riflessione coinvolgente; alla fine pubblico in silenzio: senza la voglia di andarsene.
Così l’ha definito Galli: “La città invisibile è un progetto sociale, culturale e artistico. L’obiettivo è riportare alla luce le testimonianze di un altro tempo, a Riccione e altrove. Lo spettacolo teatrale del 25 aprile 2006 è il primo frutto condiviso di una ricerca iniziata nel 2002, con ricerche d’archivio, lunghe interviste e testi tratti assieme a ciascun testimone”.
E’ già on-line un sito web. Presto lo sarà anche un blog. Ed il progetto entrerà nelle scuole. Nel 2007 verranno presentati un libro, che raccoglierà integralmente ogni intervista, e, se i fondi saranno sufficienti, un documentario filmato.
Tutto questo è possibile grazie alla sensibilità del Comune di Riccione (assessorato alla Cultura e alla Pace), in collaborazione con Maan ricerca e spettacolo Riccione Teatro, l’Istituto per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della provincia di Rimini, Arci Rimini, Iabadabadu – Felice di comunicare (azienda di comunicazione di Fano). E si spera nei cultori dell’identità della propria comunità e non solo. Altrimenti, parte del progetto sarà irrealizzabile.
Sulle testimonianze è stato anche costruito un progetto didattico sulla Memoria riccionese che verrà svolto il prossimo anno in una scuola media, ad opera di un gruppo di docenti (Laura Zaghini, Domenico Patrignani, Antonella Dello Stritto). Questa iniziativa è il frutto del consolidamento del contatto avviato con Lidia Gualtiero, insegnante che, per conto dell’Istituto Storico, già svolge un progetto di questo genere nelle scuole dell’area di Rimini Nord, travasato ora a Riccione, grazie a Galli, a Renzo Bagli e Goffredo Chiaretti.
“Noi sappiamo che le baionette tutto possono, ma su di esse non ci si può sedere. Non rimane dunque che la strada maestra della ragione, costi pure sacrifici, rinunce, perdoni”, Gianni Quondamatteo (Conversazioni radio, 1945).




“Riccione, i giovani nel loro habitat”

– “Riccione, cioè i giovani nel loro habitat”. Con queste ragioni Massimo Borio, responsabile marketing della Citroën Italia, ha spiegato come mai l’azienda automobilistica francese ha scelto Riccione per pubblicizzare una delle sue vetture, la C1.
Il dirigente lo ha raccontato in un’intervista a “Prima comunicazione”, il giornale dei giornalisti, una testata dagli argomenti seri ma raccontati con un italiano a dir poco fregnone quanto divertente.
Chi aveva urlato il canto del cigno di Riccione è stato smentito sul campo e per giunta anche da una grande azienda. La diceria era che la cittadina aveva perso fascino in favore di Milano Marittima. Invece. Si legge nell’articolo: “Quest’anno la Citroën torna sul luogo del successo e replica, con significative varianti la conquista di Riccione”. Grazie alle campagne promozionali, la Citroën va bene sul mercato italiano. Borio ne rimarca 6 ragioni: osservare, le star, la musica, la moda, la comicità. La sesta è Riccione: cioè i giovani nel loro habitat naturale. Per tale campagna pubblicitaria il Comune di Riccione ha incassato 250.000 euro ed anche una viva discussione in città: giusto o non giusto l’abbinamento? Si era parlato di svendita del nome, di affarismo. Ma intanto il Comune incassa danaro pesante e il nome di Riccione viaggia e non solo sulla C1.




Spiagge per gli arabi, “svendita dei valori per danaro e cinismo”

– Feroce Magdi Allam sul Corriere della sera, il più importante quotidiano italiano, lo scorso 2 settembre, pagina 17, con inizio in prima pagina. Origini egiziane, mente forte, sempre lancia in resta senza timori, ficca il naso nell’uscita del sindaco Daniele Imola di riservare spiagge agli arabi. Randella il commentatore del Corrierone con il piglio di un faraone: “Questo sbandamento amministrativo e giuridico trova riscontro anche nelle recenti decisioni dei Comuni di Riccione… Come non rendersi conto che la svendita dei valori per denaro o cinismo ideologico porterà dritto al suicidio della nostra civiltà”. In genere chi viene a Riccione, lo fa per le atmosfere di Riccione: arabi compresi.




Criscione, un misanese a Rimini

– Luigi Criscione: ebanista-scultore. Così si presenta per la mostra riminese. E l’accoppiata è lo specchio con cui si può scrutare lo spirito del misanese. Prima di essere artista, Criscione è un raffinato artigiano, un ebanista: uno che ha le idee e le sa anche concretizzare con le mani. Insomma, sa intrecciare con maestria la forza della mente e la creatività delle mani. Un profondo falegname conoscitore delle caratteristiche naturali della materia prima che è crsciuta grazie ai colori del cielo, la luce del sole, il ticchettio della pioggia, i profumi di madre terra, non meno che grazie gli umori degli uomini. Colori, luci, ticchettii e sapori che poi Criscione riesce ad estrarre.
Il Criscione ebanista ha alle spalle i prestigiosi saperi della falegnameria palermitana. Arriva a Misano nel ’68. Firma lavori di altissima falegnameria. I suoi mobili, grazie alla conoscenza del legno e alle tecniche della lavorazione, hanno la solidità dei metalli più resistenti. Davanti alla sua bella bottega, c’è una scultura in legno che contempla tutto l’ebanista-scultore Criscione. Difficilissimo creare forme simili, una serie di cerchi concentrici che richiamano l’universo, formate da pezzetti di legno incollati. Da anni è sotto le intemperie, ma più il tempo passa, più diventa bella, come una pianta nobile.
Dal legno Criscione ha la capacità di estrarre il senso dell’uomo. Una scultura avvolgente, morbida. Un’eleganza che trasuda delle morbidezze della natura. Opere che si elevano verso il cielo, con una leggerezza intessuta di danzanti venti primaverili. Non indica, ma da artista vero lascia a chi guarda la chiave lettura: la sinuosità delle linee diventano idee, le forme atmosfere, i chiaroscuri pensiero.

“Criscione Luigi: ebanista-scultore” è in mostra a Rimini nella Galleria Ariminum, corso di Augusto 132. Aperta il 16 agosto, chiude il 16 settembre. Orari, lunedì-giovedì dalle 10.30 alle 12.30 e 16.30-19.30. Venerdì e sabato, dalle 10.30 alle 12.30 e 16.30 fino alle 23.