D’Andrea: “Ghigi, modifica degli accordi”

– Apprendiamo dai vari organi di stampa le risultanze dell’incontro tenutosi fra Provincia di Rimini, Comune di Morciano di Romagna azienda Con.Sv.agri e Sindacati in merito al tavolo di concertazione convocato per martedì 25 luglio alle ore 16 presso la sede della Provincia di Rimini.
L’amministrazione comunale di San Clemente ha richiesto, cinque giorni prima dell’incontro in oggetto, di potere avere i documenti necessari alla fattiva partecipazione al tavolo valutato che l’ordine del giorno prestabilito fissava materie puramente tecnico-aziendale sul quale la presenza delle Amministrazioni Comunali appare del tutto superflua e non produttiva, se non con un esame preventivo degli argomenti in discussione.
L’azienda ha risposto alla nostra nota di richiesta documenti dicendo che erano ancora in corso di valutazione e che sarebbero stati presentati nell’ambito della riunione prefissata.
A seguito delle ultime valutazioni del tavolo si è invece ben capito perché nessuno dei soggetti sopra-citati si è attivato in merito, in particolar modo la società, in quanto il nuovo piano industriale della Ghigi prevede “per il mantenimento dei livelli occupazionali” diversificazioni delle produzioni aziendali, cosi come riportato dagli organi di stampa (e di futura verifica nella riunione di fine agosto) e, di conseguenza, una modifica sostanziale dell’accordo di programma il quale, contrariamente, prevede la realizzazione di linee di produzione inerenti al pastificio, mangimificio e mulino.
Risulta ben chiaro a tutti che, nel caso non si trattasse più di una delocalizzazione di ciò che è attualmente in essere nello stabilimento di Morciano di Romagna (pastificio, mulino e mangimificio) si tratterebbe di una cosa profondamente diversa di quella preventivata e che quindi necessita molto di più di un “tavolo di concertazione di crisi aziendale” ma occorrerebbe la revisione degli accordi di programma negli appositi tavoli già previsti.
A nostro avviso il tavolo presieduto dal Vice-Presidente della Provincia ha il solo ed esclusivo compito di valutare le possibilità di rispettare gli accordi sottoscritti. Tutto ciò che, anche implicitamente, richiede una modifica degli accordi di programma (ed in particolare tutto ciò che riguarda la delocalizzazione del pastificio Ghigi) deve essere trattato nei tavoli opportuni e previsti, ed in ogni caso con l’accordo preventivo dei soggetti interessati.
Ci rammarica notevolmente il fatto che il tema del “mantenimento dei livelli occupazionali” sia utilizzato per offrire alla società ulteriori spazi di manovra per non rispettare gli accordi sottoscritti.
E’ nota da tempo la nostra posizione sull’utilizzo dell’area eccedente al pastificio. Qualora alla società “Ghigi” non serva, la stessa porzione di terreno tornerà al Comune di San Clemente, il quale adotterà gli strumenti urbanistici necessari.
Nel verbale stilato dalla Provincia del tavolo di concertazione del 13 giugno 2006 si riporta infatti quanto segue:
“La dotortessa Ascari Raccagni in rappresentanza della proprietà, ringrazia i referenti istituzionali presenti. Comunica che ?. Inoltre evidenzia la volontà di Con. Sv. Agri di raggiungere gli obiettivi dei soci, per lo sviluppo anche di altre attività quali lo stoccaggio di cereali, o unità di trasformazione di prodotti agricoli. Sottolinea che si sta lavorando con i soci marchigiani e di Forlì-Cesena, per rilanciare il grano locale. Immagina di poter sviluppare a S. clemente un polo di sviluppo agricolo, anche con altre aziende del settore.
Il sindaco di San Clemente Cristian D’Andrea sottolinea che ha rapporti con la proprietà per la collocazione del Pastificio, del locale “sfarinati”, per il quale è stato chiesto apposito DIA e per un ipotesi di collocazione del Mulino.
Tuttavia è perplesso a fronte dell’affermazione della dottoressa Ascari Raccagni, circa la possibilità di collocare altre attività in quel comparto, che ha goduto di particolari agevolazioni nell’ambito dell’accordo per lo spostamento nell’area artigianale di San Clemente. Caso mai, dice, dovrebbe essere il Comune e non la proprietà a ragionare di sviluppo del comparto, unitamente alle aziende eventualmente interessate.
E’ quindi ben nota a tutti i soggetti firmatari dell’accordo e non, la posizione del comune di San Clemente su questi temi. Teniamo, per una maggiore comprensione, ribadire che:
– chiediamo il rispetto degli accordi di programma;
– che le proposte aziendali che riguardano un diverso utilizzo dell’area siano valutate “preventivamente” con l’unico soggetto titolato a decidere su questo tema, e cioè il Comune.

di Cristian D’Andrea Sindaco di San Clemente




In scena i Pagliacci

– “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo vengono rappresentati a Montefiore in Piazza della Libertà, ore 21.30, il 10 agosto. Ha organizzato l’associazione Musicale Praeludium con il patrocinio del Comune di Montefiore Conca presenta all’interno del cartellone “Montefiore all’opera”.

Interpreti: Mauro Pagano (Canio), Simona Baldolini (Nedda), Alfio Grasso (Tonio), Stefano Consolini (Peppe), Maurizio Leoni (Silvio). Ensamble Strumentale dell’Associazione Filarmonica Genovese diretta da Fabrizio Callai; coro lirico Praelidium.

Ingresso unico euro 10.

Informazioni e prenotazioni 0541 980340.




Montescudo, una nidiata di giovani bravi e terribili

– Bravi. Terribili. Vincenti. Montescudo ha sfornato una covata di giovani che si divertono e vincono: Stefany Baker ha vinto una delle selezioni di Miss Mondo, Marco Triviglini ha vinto la terza edizione del Montescudo Live Festival che si è tenuto lo scorso 14 e 15 luglio a Montescudo. Diciasette anni, quarta superiore, enfant du pays (profeta in patria), ha vinto la sezione delle edite con “Perdere l’amore di Massimo Ranieri (tra le inedite podio più alto per Marco Grilli).
Quattro familiari batteristi, il giovane Marco è un talentato. Gli dai uno strumento nelle mani ed è capace di tirane fuori la magia delle armonie. Ha iniziato con la batteria a 6 anni, ma strimpella tutti gli strumenti. Il suo cantante preferito è Renato Zero; ne conosce a memoria tutte le canzoni. E lo scorso dicembre ha interpretato 30 suoi brani per una serata di beneficenza a favore dello Ior (Istituto oncologico romagnolo) al Teatro Rosaspina di Montescudo. Si diverte a partecipare a concorsi per voci nuove. Lo scorso giugno è salito a Castrocaro ma senza fortuna. Che gli ha arriso in Abruzzo: un terzo posto (Pescara) e un primo (Lanciano). Domenica 6 agosto tiene un concerto di beneficenza, sempre a Montescudo, in piazza, per raccogliere fondi per la scuola materna. E in settembre ha in programma il Festival di Solarolo, organizzato dal babbo della Pausini. Nonostante la giovane età, ha le idee chiare. Nel suo futuro: o il musicista, o il carabiniere, come il babbo che gli sarebbe piaciuto o il sax o il flauto traverso.
Sulla ribalta della vita anche Stefany Baker. Babbo inglese, madre italiana, 15 anni, è una bellezza mediterranea. Va a cavallo, suona il pianoforte, si è qualificata per le finali regionali di Miss Mondo, vincendo la fascia a Marina di Ravenna lo scorso luglio.
Annamaria De Matteis, 17 anni, passione per la pallavolo (gioca a Morciano) ha sfilato per Miss Mondo, con meno fortuna.
Buona strada.




Rifiuto risorsa e raccolta differenziata

Il progetto è stato presentato ai cittadini di Coriano capoluogo, Sant’Andrea in Besanigo e Cerasolo alla fine di luglio. Si è spiegato che la raccolta differenziata possa essere una risorsa per se stessi e per tutta la comunità. Gli incontri sono stati organizzati dal Comune e da Hera con lo scopo di sensibilizzare i cittadini ad un’azione attiva sul fronte dei rifiuti, che è una delle emergenze ambientali più opprimenti.
Durante la serata sarà esposto il progetto di potenziamento del servizio di raccolta differenziata riguardante il posizionamento nel territorio comunale corianese di 210 nuovi cassonetti distinti per colore: verdi per il vetro, gialli per gli imballaggi leggeri (alluminio, plastica e acciaio) e blu per la carta e il cartone.
Si spiegherà, inoltre, come sia fondamentale la raccolta differenziata per recuperare il rifiuto e trasformarlo in materia prima ed energia.




Le sere del villaggio

dove si potranno acquistare, scambiare e mostrare: cartoline, francobolli, monete, santini, vetrerie, quadri, pezzi di antiquariato, pizzi,? ricami, ecc. Inoltre, revival delle più belle musiche, canzoni e balli degli anni ’60, una nostalgica serata stellare per ricordare e rivivere la musica del passato con l’orchestra Leardi & Simo. Bella serata, con ingresso gratuito.




Vecchi merletti in mostra

Li hanno fatti nove allieve del corso di ricamo riservato ai residenti nei 9 comuni dell’Unione Valconca. L’esposizione è stata inaugurata il 2 agosto e chiude il 13 agosto. Con il corso ci si è riappropriati dell’antica arte del ricamo, per consegnare il sapere alle generazioni future. Magari qualcuna di loro apre un laboratorio e ne fa un mestiere.




Valliano, Festa del Santuario

– L’occasione per visitare una delle chiese più belle del Riminese potrebbe essere la Festa del Santuario, che come tradizione vuole si celebra il 15 agosto. Durante la festa la Madonna viene portata in processione. Poi segue il momento folcloristico chiuso dai fuochi d’artificio. Non meno di valore è il paesaggio.
Invece da una quindicina d’anni, un gruppo di affezionati alla cucina di qualità partecipa alla serata del 14 agosto, proprio davanti al santuario, all’aperto, in un’atmosfera d’altri tempi si assaporano i menù a base di erbe che prepara quel talentato di Ennio Lazzarini. E’ denominato “Verde a Tavola”.
Semplice, in mattoni, quanto elegante. E’ la chiesa del santuario di Valliano dedicata a Santa Maria del Soccorso. Comune di Montescudo, si trova in una natura quasi intatta, fatta di campi, filari, ulivi, gelsi. Un’attento restauro iniziato nel ’93, è stato firmato dall’architetto Piefrancesco Gasperi. L’edificio religioso conserva affreschi di pregio del Quattrocento attribuiti a Pelegrino, allievo e collaboratore di Raffaello.
Inoltre, a poche centinaia di metri si trova una trattoria tipica romagnola: “Zì Teresa”. La gestiscono due giovani sorelle, una in cucina, l’altra in sala.




Sinistra radicale, ritardi culturali e ingenuità

Il suo antiamericanismo è dogmatico e rigido: sembra la continuazione di quello in uso da parte della defunta Unione Sovietica ai tempi della divisione del mondo in due blocchi militari contrapposti. E non sa trarre i frutti della grave crisi nella quale è entrata, a causa della situazione irachena, la politica dei neocon: la cosiddetta esportazione della democrazia con le armi, tanto cara al Berlusconi che mandava i soldati italiani in missione “di pace”.
Forte del grido di dolore di quel sant’uomo di Gino Strada, oggi la sinistra radicale minaccia di far cadere il governo Prodi a causa del rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan sotto l’egida dell’Onu. Ciò negli stessi giorni in cui Bush, allontanandosi dall’arroganza di Richard Perle, dell’American Enterprise Institute e degli altri neocon, torna alla vecchia politica della diplomazia e arriva a dire a Prodi a San Pietroburgo di “comprendere la decisione di ritirare le truppe italiane dall’ Iraq”!
La sinistra radicale pretende “discontinuità” (che bel politichese!) rispetto a Berlusconi, ma intanto mette sullo stesso piano Berlusconi e Prodi. Lo fece anche Bertinotti nel 1998, quando a causa del suo massimalismo cadde il governo di centro-sinistra eletto nel 1996, con il risultato che si è visto in campo economico-sociale, giudiziario, culturale e morale nel disgustoso quinquennio 2001-2006, risultato del quale lo stesso Bertinotti si è reso perfettamente conto.
Con la sinistra radicale siamo sempre allo stesso punto: la pur nobilissima etica della convinzione in luogo dell’etica della responsabilità. Ma la storia ci insegna che la politica è prima di tutto etica della responsabilità, tanto più vincente quanta più etica della convinzione essa conterrà.
Chi non si commuove alla vista dei bambini palestinesi uccisi o feriti dai missili israeliani? Eppure, anche in quel caso, occorre evitare posizioni manichee e lavorare per una soluzione negoziata che garantisca sia la creazione di uno Stato palestinese sia il diritto di Israele all’esistenza. Perché la sinistra radicale se la prende sempre con Israele e non insorge contro il presidente iraniano che Israele lo vuole cancellare dalla carta geografica? Una politica della responsabilità, ossia un’opzione che non sia né antisemita né antisionista, non contiene forse quel piccolo, trascurabile fattore rappresentato dai sei milioni e mezzo di ebrei finiti nelle camere a gas di una grande potenza europea?

di Alessandro Roveri Professore di Storia contemporanea all’Università di Ferrara




Indulto, una legge scellerata

Il centrosinistra si macchia, come primo atto di governo, con una legge vergogna. Tra inciuci, ricatti e accordi al limite del losco, è stato consumato un atto da peggiore “Repubblica delle banane”. Parafrasando il Manifesto di Marx, oggi la sinistra potrebbe vantarsi di questo motto: “Corrotti e delinquenti di tutto il mondo unitevi”. Non sono bastate le proteste, anche interne al governo (vedi Di Pietro – che ha definito i fautori di questo indulto allargato, compresa l’Unione, “Banda Bassotti” -, Gerardo D’Ambrosio, l’astensione dei Comunisti italiani…), niente! Il patto scellerato doveva consumarsi come un promesso e lauto banchetto. Non è servito a niente il sondaggio che vede contrari il 96% degli italiani.
L’Unione (che io ho votato) pagherà un alto prezzo politico. Una scivolata ignobile sul “problema dei problemi” (la questione morale), dopo cinque anni di attacchi, ironie e manifestazioni contro la “degenerazione istituzionale e democratica del governo Berlusconi”. Ma allora ci avete preso per il sedere? Si è parlato di clemenza e di poveri cristi in carcere che vivono condizioni incivili… (che vigliaccheria!). Ma qui di clemente c’è solo Mastella e di “bella” politica c’è solo quella del patto “oscuro” tra Brutti (Ds) e Pecorella (Fi).
Ha centrato in pieno il problema Barbara Spinelli: “La legge sull’indulto è molto di più di un errore. Nasce da una profonda, radicata indifferenza alla cultura della legalità e al rapporto sano fra Stato di diritto ed economia”.
Giancarlo Caselli: “Nella pretesa di estendere l’indulto ai reati finanziari e di corruzione, si può vedere il tentativo di strumentalizzare la sofferenza di migliaia di detenuti per ottenere benefici per i colletti bianchi”. Francesco Pardi: “Non avevamo votato centrosinistra per avere leggi di centrodestra. Si era pronti ad ingoiare rospi, non a bere veleno”. Nando Della Chiesa: “E’ stato il trenino dell’impunità. Dal punto di vista della giustizia, va detto, è stato un mercimonio”.
Massimo Fini: “Ingiustizia è fatta. E’ uno schiaffo in faccia non solo alla giustizia italiana ma a tutti quei cittadini che ancora si ostinano (non so per quanto) a rispettare le leggi. In uno Stato che voglia dirsi civile le pene non devono essere né necessariamente severe né tantomeno, ‘esemplari’. Devono essere certe”.
Gerardo D’Ambrosio: “E’ una follia, usciranno decine di migliaia. Ci sono rischi per l’ordine pubblico. Voto no! Oggi non farei più il senatore (eletto Ds). Per anni i magistrati lavoreranno a processi che finiranno nel nulla”. La suora di San Vittore: “Un atto che serve più ai politici che ai poveri”. Virginio Rognoni: “Criticare questa legge non è giustizialismo. Sbagliato includere i reati finanziari. Sono rimasto colpito dai giudizi sul livello persistente di corruzione che c’è nel Paese e di cui il ceto politico non è immune”. E poi ancora: Eugenio Scalfari, Marco Travaglio, Giorgio Bocca…
Leggiamo alcuni titoli delle tante lettere di protesta che hanno invaso le redazioni dei giornali: “Deluso dell’Unione. E’ peggio della Cdl” – “Questa ‘clemenza’ è una legge scellerata” – “Ladri scarcerati, Prodi che vergogna!” – “Fuori i corrotti, beffa per gli onesti” – “Dell’indulto e dell’ipocrisia” – “Io, segretario di sezione Ds vi dico: no agli inciuci” – “La Cgil: raccolta di firme per escludere i reati contro il lavoro”… e via incazzandosi.
Fa tristezza la pochezza delle argomentazioni (in sintonia) degli esponenti dell’Unione, di Fi e Udc. I “nostri” hanno imparato subito: sembravano tanti Schifani, Vito e Fede. Non è solo questione di stanchezza la mancanza di mobilitazioni (come accadeva con Berlusconi) in difesa della giustizia e del valore della Pace. Incombe la paura/omertà di criticare il governo amico. Allora c’è il rischio di sostituire un “regime” con un altro, magari meno volgare. La miglior difesa della democrazia (e della sinistra) è la critica. Dunque, non chiudiamola, come al solito, a tarallucci e vino.

di Enzo Cecchini




Cemento, tanto e brutto

di Francesco Toti

– Il troppo e brutto cemento sparso nei 20 comuni della provincia di Rimini negli ultimi 20 anni sono una delle civiltà che lasceremo in eredità. Sull’argomento è scesa in campo anche la curia riminese, con sonore bordate contro le scelte della politica. La portata di tanto grigiume la si può ammirare dall’alto; senza contare tutte le implicazioni sociali (il posto brutto abbruttisce la mente) ed economiche (il costruito è nelle solide mani della cosiddetta speculazione) che fa lievitare i prezzi costringendo il cittadino a lasciare in eredità al figlio oltre alle quattro mura anche il relativo mutuo. Si pone la domanda: di chi la colpa? Si è chiesto ad alcuni prestigiosi architetti della provincia come mai si costruisce tanto e brutto. Che cosa fare per limare questo motivo di fondo di questo particolare periodo della storia locale.
Nello speciale forum: Maurizio Castelvetro (Cattolica), Augusto Bacchiani (Riccione), Davide Uva (Morciano), Gianfranco Giovagnoli (Rimini), Euro Maioli (Misano), Giovanna Mulazzani (Gabicce Mare).
Giovanna Mulazzani, architetto in Gabicce Mare: “Amplierei il concetto ad una realtà sovra localistica in quanto del bel ‘costruire’ si sono perse le tracce anche nel resto del nostro territorio e sempre di più le esperienze di edifici, piani urbanistici e particolareggiati che caratterizzano il paesaggio per la loro qualità, sono esempi unici che il più delle volte non riescono a fare scuola.
Diventano parti di città o di quartiere anomale rispetto alla bassa qualità dilagante. Esempi da pubblicare su Casabella!
Da noi, nella nostra provincia, il regime dei suoli è governato principalmente dalla rendita che si trasforma poi in principio generatore di moltissimi progetti o parti di città e questa non è quasi mai compatibile con la qualità del progetto.
La cultura progettuale è cambiata da quando alcuni imprenditori hanno visto che l’investimernto immobiliare è di facile e veloce guadagno; che la richiesta di alloggi è da anni la forma di investimento principale dei risparmi.
Ma come ho specificato all’inizio questo non è un problema solo nostro.
Da noi però, essendo le rendite di posizione molto elevate, gli interessi in ballo sono proporzionali e quindi il fenomeno è molto evidente.
Quali conseguenze sulla nostra vita?
Credo conseguenze importanti soprattutto per i lavoratori del settore come i professionisti che devono rispondere ad esigenze lontane dalla qualità del progetto.
Una nuova cultura dovrebbe essere quella della ecosostenibilità di cui tanto si parla ma poco si applica; cultura che considera il paesaggio come patrimonio collettivo che può produrre ricchezza (penso a certe esperienze della Toscana) senza il massimo sfruttamento.
Un concetto che vorrei qui sottolineare a cui penso sempre di più nello svolgimento della mia professione, è quello della ‘voglia di lentezza’.
Nelle lezioni americane Calvino ha introdotto questo concetto come non più appartenente alla cultura moderna e di cui però sentiamo la necessità.
La lentezza dei ritmi comporta soprattutto la possibilità di soffermarsi a pensare e anche, perché no, a modificare un progetto che non ci piace.
Significa poter indugiare sulle immagini che possono essere trasferite nel progetto mediante un processo di confronto con la committenza con la speranza che una nuova cultura si ingeneri.
Ma questo è un lusso che non è oggi consentito a nessuno, mentre io credo che questa sarebbe la vera rivoluzione”.
Franco Vico, architetto in Cattolica: “Non credo che si stia costruendo troppo e male, credo invece che troppo spesso le nuove costruzioni siano carenti di una reale qualità; le città della nostra costa, ad esclusione di Rimini, godono ancora di un’età relativamente giovane: non hanno subito quel lento processo di aggregazione e stratificazione per giungere sino a noi, né hanno una tradizione culturale del costruire legata al luogo che avrebbe potuto indicare una strada compositiva.
Le responsabilità
Vorrei sottolineare come alla definizione dello spazio di una città concorrano tanto i pieni dei fabbricati quanto i vuoti urbani, e che nella formazione e percezione dello spazio urbano assumono notevole importanze anche gli arredi, gli spazi pubblicitari, l’illuminazione pubblica, il verde ecc..
Questo significa che le responsabilità vanno suddivise.
Da una parte la politica: l’errore probabilmente è stato quello di normare, attraverso i vari strumenti urbanistici, una continua estensione della ‘periferia’ che si è allargata senza soluzione di continuità lungo tutta la costa e all’interno, senza ipotizzare punti di aggregazione in cui ricreare nuovi effetti di centralità urbana; è come se le pubbliche amministrazioni avessero abbassato la guardia nel perseguire la più desiderabile qualità della città e degli interessi collettivi. Si è persa insomma, da parte politica, ‘l’arte del costruire la città’.
Dall’altra parte la sfera tecnica: sono indubbie le responsabilità di noi progettisti (tutti inclusi), del decadimento della qualità dovuta alla propensione alla routine e soprattutto alla ricerca empatica del consenso di una committenza che, d’altra parte, rimane sempre più votata al massimo profitto – preferendo stilemi e progetti per i quali l’obiettivo primario sia il raggiungimento del massimo di edificabilità con la minima spesa, allontanandosi così dai bisogni reali di qualità dell’abitare.
La verità è che in questo modo, nella definizione del prodotto finale, entrano in gioco con prepotenza troppi elementi che relegano in fondo alla classifica le qualificazioni estetiche e qualitative, troppo spesso considerate superflue, ma che in realtà costituiscono il primo livello di percezione di uno spazio, e dalle quali dipende il grado di sfruttamento e godimento dello stesso.
Le conseguenze
Le nostre cittadine non sono brutte o degradate, sono incoerenti e frammentate.
Le conseguenze di tale frammentarietà potrebbero a mio avviso portare al decadimento e all’incuria, sia nella sfera privata che in quella pubblica; le ripercussioni sono ovviamente a discapito dei cittadini.
La conseguenza estrema è la perdita dell’identità di appartenenza.
Ma senza estremizzare, è ormai conoscenza diffusa che la ‘frequentazione’ del brutto è sicuramente mancanza di stimolo per la mente e conseguente mancanza di crescita; va inoltre considerato che questo andrà a costituire insegnamento e quindi base culturale per le generazioni future.
Da un punto di vista meramente economico poi, non sempre una minor qualità significa abbattimento dei costi, perché il costo di un edificio, o comunque di un intervento edilizio in genere, compresi gli arredamenti, va calcolato su tutto il periodo di vita dell’intervento e in base alla rispondenze di questo alle esigenze per cui viene realizzato.
In realtà le possibili conseguenze di una cattiva progettazione o pianificazione sono estremamente estese e vanno considerati sia gli aspetti economici, quelli estetici e se vogliamo psicologici, ma anche quelli di rispetto e valorizzazione del patrimonio culturale, sociale, e naturale che nelle nostre città costituiscono ricchezza principale più che in altre zone; proprio perché terra di turismo che dell’accoglienza fisica fa la propria ragion d’essere.
Che cosa fare per invertire tale tendenza?
Innanzi tutto a livello ‘estensivo’: credo che la consapevolezza e l’orgoglio di far parte integrante di una comunità dovrebbe spingere la volontà di controllo su tutto ciò che di questa società ha funzione rappresentativa, in modo particolare quindi l’ambiente e gli spazi in cui questa società si muove e opera.
Poi a livello ‘intensivo’: semplicemente insegnando ad apprezzare le cose belle e che la qualità della vita di ognuno dipende in grandissima parte dalla qualità del mondo in cui ognuno di noi si muove, e che tale qualità complessiva è frutto della qualità di ogni singola azione e oggetto.
Del resto credo che la comunità abbia già in potenza la capacità di trovare e sviluppare le soluzioni più adeguate, ovviamente il mezzo deve essere l’esercizio attento e corretto dell’architettura in tutte le sue molteplici applicazioni.
Abbiamo comunque buone opportunità per creare centri di eccellenza che possano stimolare il dibattito e il confronto; penso alle numerose aree su cui sarebbe possibile intervenire, magari in piena libertà creativa, realizzando elementi di grande carattere urbano generatori di nuove esperienze e magari di nuovi riferimenti.
Infine, non trascurerei affatto la funzione che svolge il tempo e che molti annoverano come l’unico vero architetto”.
Gianfranco Giovagnoli, architetto in Rimini: “L’elevata densità insediativa, la forte occupazione del suolo, il degrado urbano e ambientale sono il prodotto di politiche urbanistiche e territoriali incentrate nei decenni passati sulla crescita esponenziale indefinita. Un modello, governato dal mercato e dalla rendita immobiliare e finanziaria, che ha consentito il raggiungimento di un acritico “benessere diffuso”, senza misurarsi sul depauperamento delle risorse ambientali e naturali, sulla qualità di vita dei cittadini, sulla qualità dell’ambiente urbano.
Ci troviamo di fronte ad una crisi della politica che ha saputo solo assecondare istanze provenienti da alcune parti forti della società locale finalizzate a politiche di crescita, invece di promuovere politiche di sviluppo incentrate sulla sostenibilità come interesse di tutta la collettività locale. I progettisti hanno rappresentato, ma rappresentano ancora, figure appiattite solamente sulla ricerca di incarichi, senza esprimere importanti contributi progettuali in qualità di esperti nella costruzione della città.
La forte densità insediativa costiera e dei territori intravallivi (l’occupazione del suolo dal dopoguerra ad oggi cresce circa del 500%, la densità edilizia sulla fascia costiera è nel 2005 di 1.074 ab/Kmq.) costituisce una fortissima pressione sul territorio e sull’ambiente. Oggi le città della nostra provincia presentano elevate emissioni di inquinanti e sostanze nocive in atmosfera, elevati livelli di inquinamento da rumori, elevata produzione di rifiuti, scadente qualità ambientale delle acque superficiali, perdita di biodiversità, consumi energetici rilevantissimi. Ciò non può non ripercuotersi anche sulle condizioni sociali e di salute dei cittadini.
Assumere consapevolezza che la crescita economica non rappresenta più un indicatore del benessere di una società, potrebbe favorire la promozione di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità, sulla riduzione della nostra impronta ecologica, su processi partecipativi che coinvolgano nelle decisioni tutti i cittadini. I temi imprescindibili, da affrontare oggi, per una riqualificazione del territorio provinciale sono la ricostituzione degli ecostitemi naturali, l’arresto immediato di ulteriore occupazione del suolo, il decongestionamento edilizio delle città costiere e la ricostituzione di un patrimonio di aree libere verdi, la riorganizzazione del ciclo delle acque, la riduzione e il recupero dei rifiuti, la riduzione delle emissioni di CO2 e il ricorso a fonti energetiche rinnovabili”.

Davide Uva, architetto in Morciano: “Vorrei partire da un discorso di natura prettamente economica, per poi approdare a considerazioni architettoniche, ambientali e territoriali.
Nella fase di stagnazione che negli ultimi anni ha caratterizzato l’economia del nostro paese, il settore delle costruzioni ha mostrato dinamiche fortemente espansive.
L’attenzione degli investitori per le costruzioni ed il mercato immobiliare risale alla fine degli anni ’90 e beneficia della fase espansiva dei mercati borsistici e dell’euforia dei guadagni facili che l’avevano alimentata. In seguito lo scoppio della bolla speculativa della “new-economy”, avvenuta nel 2000, e la costante riduzione dei tassi di interesse bancari, hanno favorito quella che vorrei definire ‘febbre’ del mattone. La debolezza delle alternative di investimento in termini di remunerazione del capitale e l’incertezza di un clima economico e politico, nazionale ed internazionale, hanno portato le famiglie e gli investitori a perseguire l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni abitative e patrimoniali immobiliari.
Gli effetti di questo complesso e nuovo interesse al ‘mattone’, all’investimento edilizio, si sono concretizzati in un incremento sorprendente, nel giro di pochi anni, delle compravendite e dei prezzi dei prodotti immobiliari, sino a raggiungere nel nostro paese livelli mai toccati in passato.
Il boom dei prezzi immobiliari ha raggiunto tali livelli di guardia tanto da far pensare sempre più ad una nuova e pericolosa bolla speculativa. Dovrei specificare inoltre che l’incremento degli scambi e soprattutto dei prezzi del mercato immobiliare non è solamente un fenomeno italiano, ma un fenomeno che ha interessato l’insieme dei paesi industrializzati.
Fatte queste precisazioni dovremmo analizzare se tutto questo ‘fervore’ e ‘operosità’ edilizia abbiano prodotto realmente migliori condizioni abitative, migliori servizi e infrastrutture, e quindi migliori qualità della vita e qualità architettonica.
Di fronte a realizzazioni riuscite, abbiamo assistito, troppo spesso, a scelte deludenti e ad un uso poco corretto del territorio con insediamenti di natura intensiva, anche in situazioni sensibili dal punto di vista ambientale. Abbiamo assistito, troppo spesso, ad opere incongrue, a costruzioni dalla dubbia qualità architettonica e funzionale non riconoscibili per idealità, originalità, estetica, cultura ed innovazione.
Si dovrebbe, a mio avviso, instaurare un organico sistema di rapporti in cui realtà pubbliche e private, enti locali e istituzioni interagissero per il bene comune, per la crescita culturale e qualitativa della collettività. Occorrerebbe inoltre una classe politica preparata e di qualità che fosse dotata delle competenze necessarie.
Troppo spesso in passato sono state fatte scelte che hanno compromesso definitivamente larghe parti del territorio.
Scendendo nel dettaglio della nostra realtà locale, soprattutto quella costiera, come non menzionare tutto ciò che è avvenuto negli anni sessanta, uno sviluppo disomogeneo ed arbitrario frutto di errate politiche urbanistiche, uno ‘scempio’ architettonico ed un uso indiscriminato del territorio tanto che oggi è stato coniato un nuovo termine: ‘riminizzazione’, che è già entrato nel vocabolario collettivo, inteso in senso dispregiativo, per indicare un modello di sviluppo selvaggio e senza regole.
Ed è anche vero che spesso certe realizzazioni sono frutto di scelte avvenute da parte di una committenza miope, non preparata, che ha sempre anteposto e privilegiato i piccoli interessi di ‘bottega’ a scelte più ardite, più innovative ed edificanti.
Non meno responsabilità hanno i progettisti che, stretti nella morsa committenza – norme burocratiche, hanno spesso favorito opere dalla cui lettura si evince che l’aspetto fondamentale, architettonico ed ambientale, è passato spesso in secondo piano.
Va menzionato inoltre che fra questi, soprattutto in passato, il dibattito e la progettazione architettonica è stata portata avanti da figure professionali anomale, prive di quelle conoscenze e specializzazioni specifiche.
Frank Lloyd Wright sosteneva, già quasi un secolo fa: ‘Io dichiaro che è giunta per l’architettura l’ora di riconoscere la sua natura, di comprendere che essa deriva dalla vita e ha per scopo la vita come oggi la viviamo, di essere quindi una cosa intensamente umana’.
Quindi non più spazi,forme architettoniche, funzioni, decorazioni slegate dalla vita, ma tutto strettamente connesso ad essa.
Una vita intesa nel senso più pieno del termine: naturale e spirituale, individuale e come partecipazione alla civiltà.
La vera architettura è sempre in divenire rispetto all’uomo, al luogo e al tempo.
Oggi, in una civiltà in pieno rinnovamento, è necessaria un’architettura organica contemporanea adeguata alle nuove condizioni dell’uomo e della natura.
L’ambiente non è un luogo amorfo nel quale l’uomo si trova collocato, ma un sistema complesso che si mantiene tramite il funzionamento delle sue componenti in una condizione di omeostasi tale da consentire la vita al suo interno.
Pertanto l’ambiente non è il luogo in cui l’uomo vive, ma è il sistema a cui appartiene, di cui fa parte e di cui condivide le sorti.
Il territorio ha peculiarità sue proprie che l’uomo deve riconoscere, rispettare e prevedere quando opera scelte sociali ed economiche e che non può sottovalutare per non dare origine a forme di ‘rigetto’.
Il territorio ha subìto negli ultimi tempi una trasformazione radicale: da risorsa naturale a sfruttamento.
Il territorio infatti è il bene più prezioso che una comunità possiede.
Il suo uso e il suo sfruttamento permettono una vita più o meno di qualità e le comunità che non hanno saputo proteggere il proprio ambiente hanno dovuto pagare prezzi altissimi sia per quanto riguarda le persone sia per le risorse materiali.
E’ necessario quindi riuscire a definire un giusto equilibrio tra la necessità di crescita e la necessità di salvaguardia e tutela dell’ambientale.
Per citare un esempio, l’assalto alle zone dell’entroterra e collinari, cha ha colpito nell’ultimo decennio, ha causato il formarsi di nuclei abitativi che hanno perso, in parte, la loro funzione storica di rappresentare una comunità ben precisa, diventando invece degli agglomerati anonimi e dei quartieri ‘dormitorio’, aumentando quindi quel perverso meccanismo sociale di disinteresse per il territorio in cui si vive e di disimpegno sociale.
Occorrono quindi delle azioni di tutela e valorizzazione del territorio indirizzate a promuovere un uso durevole e sostenibile in cui le risorse ambientali (e quelle economiche e sociali) siano utilizzate senza compromettere la futura qualità e capacità di rinnovarsi.
Uno sviluppo veramente armonico e durevole deve interpretare le domande del futuro (ad esempio la domanda di servizi e di qualità ambientale, saper continuamente rivedere e rinnovare la proprie strategie, riqualificare le condizioni territoriali, infrastrutturali, dei servizi, ecc., che lo sorreggono.
Occorre quindi ribadire l’importanza di uno sviluppo improntato sulla qualità piuttosto che sulla quantità come purtroppo è avvenuto fino ad ora.
Futuro
Occorre, a mio avviso, promuovere e sviluppare la ‘cultura del territorio’, stimolare la coscienza critica nelle trasformazioni ed una certa sensibilità nella salvaguardia e tutela dell’ambiente, della cultura e delle tradizioni.
Ritengo che la cultura del territorio debba avere una importantissima funzione di sollecitazione e di indirizzo verso lo sviluppo delle comunità locali, sulla capacità di creare relazioni sociali e sulla qualità della vita, sulla gestione delle risorse architettoniche, ambientali e culturali.
La cultura del vivere il proprio territorio dovrebbe essere connaturata in tutti gli individui, pertanto implica un processo formativo ed educativo.
Architetti, paesaggisti, ambientalisti ed economisti, tramite le loro conoscenze, dovrebbero interagire maggiormente per individuare modelli di sviluppo sociale ed economico che favoriscano un’economia sostenibile la quale non comprometta l’ecosistema in cui è inserita.
Dovrebbe essere un approccio interdisciplinare che abbia come obiettivo il giusto rapporto tra la tutela del territorio e l’economia cercando di escludere il prevalere di quest’ultima.
Inoltre, ‘cultura del territorio’ significa anche il tentativo di organizzare e di tradurre in termini progettuali, mettendo da parte i campanilismi che spesso affiorano soprattutto nella nostra realtà, il recupero del senso del luogo che va affiorando sempre più prepotentemente come bisogno di identità ed appartenenza.
Quell’identità ed appartenenza che dovrebbe diventare sempre più attiva e non delegata. Da qui discende il ruolo delle istituzioni, i primi soggetti chiamati in causa in questa fase di coordinamento tra le varie componenti: ecologiche, economiche, sociali, private, ecc.
Nel nostro sistema, così complesso, la pianificazione purtroppo esige nuovi approcci: la sfida della complessità, come ricorda Morin, può essere affrontata con successo tramite una maggiore complessità, ovvero una maggiore ideazione di risposte multiple ed intelleggibili”.
Maurizio Castelvetro, architetto in Cattolica: “Quello che noi definiamo ‘brutto’ è in verità ‘bello’ per chi lo costruisce, per chi lo compra e per chi ci abita.
In verità si tende a chiamare ‘bello’ ci? che si avvicina al modello televisivo e sociale, che da noi significa l’incrocio tra il cottage di campagna, il tempio imperiale e la villa hollywoodiana e concentrati in 50 mq. di spazio.
La bellezza nasce non dal ‘gusto’ personale ma da un principio etico – non solo estetico – condiviso e, siccome viviamo in tempi di etica confusa, viviamo in mezzo alle imitazioni a basso costo ed al caos che vengono spacciati per bellezza.
Brutto è ciò che è falso: ciò che vuole apparire senza essere non è bello ma solo vistoso, presuntuoso, sgraziato.
Siamo tutti responsabili, ma più di tutto sono il consumismo e la cosidetta ‘cultura di massa’.
I geometri fanno il loro mestiere, costruire; gli architetti sono costretti a ragionare come i geometri (e in molti casi lo sono nei fatti); i committenti guardando molto la televisione sono convinti di sapere cosa vogliono; i costruttori considerano il territorio un terreno di caccia, anche di frodo; i politici rappresentano queste categorie, e quindi spesso si adeguano.
Causa ed effetto si mescolano alimentandosi a vicenda.
Occorrerebbe una concezione di ‘bellezza di massa’ che è quella che storicamente è più vicina al design di oggetti che all’architettura: un secolo fa esisteva una idea di ‘decoro’ nella borghesia italiana che si traduceva nei tanti villini che abbiamo anche sulla Riviera.
Oggi invece il feticcio del denaro, del successo e dell’apparenza sta assumendo dimensioni allarmanti e ridicole, proporzionalmente allo spessore dei cornicioni negli edifici ed al numero di archi e colonnine.
Dal mio punto di vista stiamo assistendo ad un vero e proprio decadimento culturale e di valori, travestito da apoteosi e difesa di una presunta identità tribale.
Non ci sono ricette semplici in una società complessa: grandi questioni e piccoli comportamenti personali hanno pari rilevanza. Perché sarebbe sano e utile dare spazio al dibattito ed al confronto; mettere al primo posto la Natura e non il Cemento; amare i dettagli; rivedere una idea malata di sviluppo che coincide oggi solo con l’aumento del reddito e della rendita; ‘votare’ i progetti esaminati dalle Commissioni Edilizie, con lo stesso criterio con cui ciò avviene nelle competizioni sportive; creare invece di copiare; considerare l’identità di ogni edificio ed imparare a rispettarla, perché parla di chi siamo noi”.

ARCHITETTURA

Giovanni Gandolfi, premio alla qualità

Morto nel 2004, romano trapiantato a Rimini,
è stato uno dei protagonisti dell’architettura riminese

Quattro sezioni: architettura, pianficazione, paesaggistica, conservazione. Opera vincitrice: Centro servizi di Riccione

– Giovanni Gandolfi è morto nel 2004. Per ricordarne la figura l’ordine degli architetti ha istituto il premio biennale di architettura contemporaneo “Giovanni Gandolfi”. Per dargli forza e prestigio, è stato realizzato con il Collegio dei costruttori e la Provincia di Rimini. Romano di origine, professore all’università “la Sapienza” di Roma, Gandolfi arriva a Rimini negli anni Cinquanta. Progetta molto, puntando alla qualità. Tra i suoi molti lavoro: i quartieri Peep di San Giuliano e Marecchiese, la banca nella centrale via Garibaldi di Rimini.
Il Premio ha 4 sezioni: architettura (vincitore: progettista Stefano Matteoni; costruttore: Consorzio Artigiani Riminese; committente: Centro Servizi Srl – Riccione), pianificazione; paesaggistica; conservazione (Progetti vincitori ex aequo: “Il fascino barocco – Chiesa S. Bernardino Rimini”, progettista: Armando Baccolini; costruttori: Imprese Edili Benzi Costantino; Arcangeli Giuseppe Rimini; committente: Provincia Minoritica di Cristo Re – Bologna. “Consolidamento Pieve Santa Cristina – Rimini”; progettista: Federico Foschi; costruttore: Impresa Edile SCR Italia s.r.l. Pesaro; committente: Diocesi di Rimini – Rimini).
La commissione che ha scelto era composta da: Marco Zaoli (presidente), Gianni Braghieri, Marcello Balzani, Massimiliano Sirotti, Giuseppe Bellei Mussini e Raffaele Mussoni.

“Il regime dei suoli è governato dalla rendita che si trasforma poi in principio generatore di moltissimi progetti o parti di città”

Giovanna Mulazzani

“E’ come se le pubbliche amministrazioni avessero abbassato la qualità della città e degli interessi collettivi. La politica ha perso ‘l’arte
del costruire la città’

Franco Vico

“Il degrado urbano e ambientale sono il prodotto di politiche urbanistiche e territoriali incentrate sulla crescita esponenziale indefinita”

Gianfranco Giovagnoli

“I progettisti, stretti nella morsa committenza-norme burocratiche, hanno spesso favorito opere dove l’aspetto architettonico ed ambientale, è in secondo piano”

Davide Uva

“La bellezza nasce non dal ‘gusto’ personale ma da un principio etico – non solo estetico – condiviso e, siccome viviamo in tempi di etica confusa”

Maurizio Castelvetro