SAPORI E COLORI DEL NOSTRO DIALETTO di A.F.

– An pènd mai d’un fil, i suv (suoi-genitori)il tén cume un arloz (2)
– L’è sempre a post, tutt biench e arcunz (pulito e aggiustato)che l’è un piaser a vedle (3)
– Chi? Quèl! L’è gustos cume la mèrda tal let (4)
– Sa chi du occ da pess a lèss, an ha l’eria da èss un gran svalton (5)
– U j fa l’arionda d’intorne, ma lèa al pèr che l’an ni voja savé (6)
– Coo! Al va dré ma cal quèdre antigh?!? (vecchia zitella) Antigh quan t’vo, però l’è una da quatren (7)
– Adess quest u j entra cume i ciod tl’insaleda(8)
– Al sta a gala cum un gatt ad piomb (9)
– Va ben a ess bon, ma gnènca quaon (coglione) da fat (10)
– L’è un ciacabdoc (testardo-insistente) che al batt al batt, che t’fnéss pri dei rason pri sfiniment (11)
– Oh, ploja! T la vo fè fnida? T m’è bèla tolt i sentiment! (12)
– L’è grand e gross e ancora al va dré ma li smègne (stupidaggini) (13)
– A m’aracmand, nu tintinega: sa lor bsogna fè dur cun dur (14)
– Mo, mej ad lu chi sta? An t’ved, um pèr Papa Sèst sa cla pultrona! (15)

– (1) Credi che faccia anche lui gli orologi con la mollica del pane! (Poco creativo, incapace)
– (2) Non pende mai d’un filo, i suoi lo tengono come un orologio
– (3) E’ sempre a posto (ordinato), tutto pulito e aggiustato che è un piacere vederlo
– (4) Chi? Quello! E’ gustoso come la #### nel letto (disgustoso, rompiscatole)
– (5) Con quei due occhi da pesce lesso, non ha l’aria di essere molto svelto (tonto, impacciato)
– (6) Gli gironzola intorno, ma lei pare che non ne voglia sapere
– (7) Cosa? Vai dietro a quel quadro antico?!? (vecchia zitella). Antico quanto vuoi, però è una che ha i soldi
– (8) Adesso questa c’entra come i chiodi nell’insalata (senza senso)
– (9) Sta a galla come un gatto di piombo (che non sa nuotare)
– (10) Va bene essere buoni, ma neanche coglioni del tutto (non essere stupidi – fessi)
– (11) E’ un testardo che batte e ribatte, che finisci per dargli ragione per sfinimento
– (12) Oh, noioso! La vuoi fare finita? Mi ha tolto i sentimenti!
– (13) E’ grande e grosso e ancora va dietro alle stupidaggini (sciocchezze)
– (14) Mi raccomando, non tentennare (esitare): con loro bisogna essere duri e decisi
– (15) Mo, meglio di lui chi sta? Non vedi, pare un papa su quella poltrona!




Il salvataggio del Solferino

– Racconto di Colombo Gaudenzi “Topolino”.
Quel giorno minacciava vento da Est-Nord-Est. E vedevo una barca, il “Solferino” che si avvicinava al campo minato, avverto due dei miei marinai e dico loro: “Guardate quella barca, sta andando sopra le mine! a una distanza da noi di 4/5 chilometri”. Faceva parte del mio equipaggio Giuseppe Badioli, nipote di un marinaio del motopeschereccio “Solferino” “Luranz” e Fabio Pirani che gridano: “Le saltè prèria al Solferino! (é saltato in aria il “Solferino”!). Si alzò una colonna d’acqua alta più di cento metri.
Il capitano Colombo Gaudenzi continua il suo racconto e dice: “abbiamo tagliato i cavi d’acciaio della nostra rete, stavamo pescando e siamo andati anche noi verso il punto dell’esplosione per salvare gli eventuali naufraghi. Dei sette uomini dell’equipaggio del “Solferino” siamo riusciti a portarne a terra soltanto quattro. La mina era di notevole potenza esplosiva con circa un quintale di tritolo e sarebbe riuscita a squarciare anche il fondo di una grossa nave.
Abbiamo salvato il capitano Angelo Boga “Camisòn”, ferito ad una gamba e al torace e Michele Rossi “Picurdèn”, che nel momento in cui la barca è colata a picco ha preso con una tasca del cappotto incerato (indumento da pioggia) la maniglia del freno del vericello, riuscendo quindi poi a liberarsi e a tornare a galla. Nel delirio del tragico momento urlava: “Almènch cu ciavês vist al “Topolino”!” (almeno che ci avesse visto il “Topolino”) – e io gli dicevo: “Ma sono io il “Topolino” non mi vedi?”. Ripetè più volte le stesse parole in stato confusionale e di stordimento dovuto alla forte detonazione.
Un altro marinaio Guido Bartoli “Rebisèn” (il motorista), probabilmente sarebbe andato a terra anche da solo perché, capovolgendosi l’osteriggio del motore, la parte concava rimasta in alto fungeva da zattera che spinta dal vento sarebbe arrivata sulla spiaggia. Fu tratto in salvo anche un quarto giovane marinaio che abitava in via Belvedere, Virgilio Montebelli, che in seguito emigrò in Australia.
Di Lorenzo Badioli, come ho già detto zio di un marinaio del mio equipaggio, non si è trovato più nulla: era un “gigante”, il marinaio più “forte” di Cattolica. Io a bordo non riuscivo più a camminare, nel momento di avvicinarci sul punto della sciagura, alcuni miei marinai volevano tornare indietro presi dalla grande paura, dicevano: “Io non ce la faccio” – “Io non voglio andare!” – Ma io insitevo: “Dobbiamo andare a salvare quanti più marinai possibile, se non ve la sentite andate sotto coperta a poppa e non muovetevi, che noi facciamo anche da soli!”
Un’altra barca che era sul posto della tragedia ha raccolto un’altro marinaio morto, era Angelo Badioli “Panuccia”, fratello di Lorenzo. La stessa sorte capitò a Salvatore Ercoles “Turén”, il quale morì prima di arrivare in porto. Le mine le avevano messe in acqua i tedeschi per ostacolare un eventuale sbarco del nemico lungo la costa. Questi ordigni erano talmente sensibili che basterebbe toccare l’urtante dalla mano di un bambino per provocarne l’esplosione. Nel dopoguerra il nostro Stato ha provveduto a far dragare le mine; i dragamine hanno dei dispositivi che riescono a tagliare il cavo d’acciaio che le fissa sott’acqua e così vengono a galla e poi fatte scoppiare.




La cattura del mostro marino

– Con la Piazza del mese scorso si ripropone la cronaca del turismo adriatico degli anni Sessanta commentata da Riviera Eco, il settimanale distribuito gratuitamente in tutti i centri turistico-balneari da Marina di Ravenna a Fano. La pubblicazione edita dall’Agenzia Cozzi di Riccione era diretta da Gianni Quondamatteo, un personaggio molto noto anche in campo nazionale. Il giornalista continuerà per 24 stagioni estive a proporre le manifestazioni, gli avvenimenti, i grandi nomi dell’intrattenimento mondiale e la presenza di personaggi importanti ad un pubblico composto di milioni di persone delle svariate nazionalità.
L’11 agosto 1962, Riviera Eco pubblica in prima pagina la notizia della cattura di un mostro marino sulla costa gabiccese. In quella occasione i pescatori Berto Valmaggi e Fausto Fabbri di Cattolica e i gabiccesi Tonino Venturi e Franco Bevilacqua, giunti sul far della sera su una piccola lancia all’altezza di Valbruna per procedere come di consueto alla raccolta di cozze che forniscono ai locali tipici della zona, accostandosi alla riva notano una grossa forma oscura che, dibattendosi sul bagnasciuga, lascia uscire dall’acqua una specie di soffio.
E’ un enorme pesce probabilmente già in coma, in una zona a pochi metri in linea d’aria dai numerosi locali notturni. Le grida e l’eccitazione dei pescatori attirano l’attenzione del fotoreporter Alberto Marchi alla cui abilità e prontezza di spirito dobbiamo l’eccezionale servizio. Egli, fiutando il colpo, con alcuni uomini e donne (molte in abito da sera) si precipita per i ripidi sentieri per raggiungere la costa. Per dar manforte nella faticosa impresa di tirare a terra il bestione che si dibatte, Pericle Re, un facoltoso imprenditore di Cattolica che con la moglie Maria soggiorna in estate in una villetta isolata in zona Valugola, solitamente frequentata da qualche coppietta, richiede telefonicamente aiuti presso l’osteria Cevoli nella vecchia Cattolica frequentata da pescatori.
Ad accorrere sono Giorgio Vannoni, amico della famiglia Re, e i pescatori Giovanni, Silvio e Giuseppe (Pinon) Santoni e Quarto Bertozzi (Quarton). Verso le 4 del mattino il corpo del Parafratus Ephiletus, il cui peso viene calcolato sui sette quintali, giace definitivamente immobile sulla spiaggia.
“Di questa razza di misteriose creature che vivono negli oceani a grandi profondità, non ancora classificate dagli stessi scienziati e che stanno estinguendosi” – esplicita a tale proposito il prof. Kurt Rosenforf ittiologo di fama mondiale e insegnante all’Università di Gottingen, rintracciato a Pesaro all’albergo Cruiser. Con l’aiuto di un interprete dichiara “Non tralascerò la rara e fortunatissima occasione che mi si presenta di vedere di persona un esemplare del Parafratus Ephiletus, poiché a quanto posso intendere dalle vostre sommarie descrizioni di un tale esemplare si tratta. La forma particolare della coda tripuntita, la posizione e la struttura embrionale degli organi visivi, il colore della pelle e infine, la grossa mole, sono elementi sufficienti per ritenere che l’animale catturato appartenga alla specie annunciata”.
In seguito qualcuno diffonde la notizia che il corpo dell’enorme animale è stato trasferito al museo di Casteldimezzo. Gli abitanti del piccolo borgo, dopo l’iniziale stupore, annunciano alla massa di visitatori che il Parafratus Ephiletus è stato trasportato a Roma per essere studiato, ma che presto verrà roiportato definitivamente al museo di Casteldimezzo.
Come tutto il resto un vero eufemismo, dato che a Casteldimezo non esiste il museo. Tutta la storia, come si sarà capito, è uno scherzo di Riviera Eco per il ferragosto 1962.

Buon ferragosto 2006.




Gino ‘Sociali’, una vita da marinaio

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Gino Magi (Sociali) a bordo della lancia “Ombrina” – pesca da posta costiera. (Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)

– Gino Magi detto “Gino d’Sociali”, classe 1926. Un pescatore tra i più stimati della nostra marineria. Questo esperto pescatore ha praticato nella sua lunga carriera marinara ogni tipo di pesca, conclusa qualche anno fa con la sua lancia, sulla quale esercitava la pesca da posta (reti d’imbrocco) divenendo uno specialista in questo campo. Qui di seguito ci racconta la sua esperienza marinara, che é stata la sua scelta di vita, tramandata dal nonno e dal padre Pasquale.
Mio nonno Sante Magi – racconta Gino – partì per l’Australia nel 1910, tornò in Italia nel 1913 con centocinquanta sterline d’oro frutto dei suoi risparmi. Lo ricordo come un uomo agile, intelligente e di grande esperienza. Era anche molto generoso, familiarmente lo chiamavamo “Fuzzi” perché rispecchiava in queste doti il vecchio Fuzzi di Cattolica, noto commerciante di frutta.
Da giovane partecipava anche a gare sportive con i calessi e ha vinto anche qualche gara. Apparteneva genealogicamente a una famiglia numerosa detta i “Masun” e nella sua giovinezza abitavano tutti insieme. Gli avi erano contadini e vivevano tutti in una casa colonica a Cattolica, in via A. Costa (dove ora sorge il bar Pace), tanto che alcuni dormivano nella stalla.
Mio nonno venne soprannominato “Sociali” per il seguente motivo: Mussolini veniva spesso a Cattolica a tenere comizi sul piazzale del Municipio, all’epoca in cui era socialista e direttore dell’Avanti! (quotidiano socialista). Dove oggi ha sede la Banca Popolare Valconca vi era un’asta per bandiera, alta circa quindici metri e prima del comizio si alzava la bandiera del partito socialista, la quale mio nonno si offerse di portare in cima all’asta, essendo di robusta costituzione. Dopo il comizio, mio nonno prestò due lire a Mussolini per andare a mangiare al ristorante “Moro” e così fu soprannominato “Santèn al Socialesta”, che poi nel gergo marinaro diventò “Sociali”.
La mia infanzia fu molto dura, da piccolo alla sera quando era buio, nonostante avessi paura, andavo allo squero a Cattolica (nei pressi della passerella in legno detta “Pidagna”, l’area intorno era tutto bosco) a togliere la corteccia ai tronchi d’albero già tagliati per preparare i madieri (fasciame delle barche costruite in legno) e con questa corteccia facevamo il fuoco in casa al camino per scaldarci. Prima di coricarmi assieme ai miei fratelli, spesso piangevo per lo stato di povertà in cui ci trovavamo.
Ho cominciato ad andare in mare nel 1939 all’età di dodici anni compiuti (l’anno precedente riuscii ad andare a scuola e in un’anno ho fatto la prima, la seconda e la terza elementare). Fu gravosa la mia prima esperienza in mare, feci il muré con il “paron” Zelindo Della Biancia e non avevo nessuna pratica del mestiere di pescatore, soffrivo per giunta anche il mal di mare. Nell’estate di quell’anno andai a sarda (pesca delle sardine) e l’inverno successivo a strascico per circa cinque mesi con la barca dei fratelli Trebbi di Gabicce Mare.
Nel 1941 all’età di quattordici anni rimasi a terra. In quel periodo la fabbrica conserviera Arrigoni era quasi ultimata (fu costruita da un’impresa edile di Cesena), ricordo che già si lavorava all’interno ma le mura di recinzione ancora non c’erano.
Mio padre una sera mi disse: “Bsogna che té dmèn tvènga sa mé a sass perché a i’ho da fnì cal lavor dla mura dl’Arigoni (bisogna che vieni con me domani a caricare i sassi con la barca perché devo finire quel lavoro della mura dell’Arrigoni). Mio padre andava a raccogliere i sassi sotto il monte di Gabicce con il vecchio Turrini “Pulon”, ma quest’ultimo non aveva la forza necessaria nelle mani per il trasporto delle barelle che venivano riempite con i sassi, le quali puntualmente si inclinavano vuotandosi, lungo il tragitto dalla spiaggia alla barca.
Al proposito mio padre mi disse: “La barèla a la ciap più sota mé”. Invece di prenderla in cima, lui veniva più sotto, così il peso del carico con questo accorgimento diminuiva, anche se nonostante la giovane età, ero un ragazzo forte e ben sviluppato. Aveva una lancia di otto metri con una portata di tre metri cubi di materiale (questi tipi di battelli a quel tempo erano numerosi). Vi erano molti grossi sassi sulla spiaggia (che poi squadrati venivano chiamati “cogle”) nei pressi della Vallugola e si effettuavano anche due viaggi al giorno. Alla sera ero sfinito, mi addormentavo senza aver finito di mangiare.
Un giorno di marzo era una giornata terminale del bel tempo, con maretta di greco “risentita” in gergo marinaro e vento alla valle; di comune accordo abbiamo deciso nonostante il mare leggermente mosso di fare un viaggio di trasporto con la barca. Si navigava a vela e con l’aiuto dei remi in caso di necessità, avevamo quasi terminato di caricare, uno davanti la barella e uno dietro e mentre camminavo sul ponte sono caduto in acqua che era molto fredda (allora non usava calzare gli stivali), mio padre rimasto sul ponte mi disse: “Va a chesa, vat a cambié ad cursa e dop ven sla cima dla paleda che a fèn l’arzena”. (vai a casa, vatti a cambiare di corsa e dopo vieni in cima al molo per tirare dalla banchina la barca con la corda).
Sono corso a casa a Gabicce che ero tutto bagnato, tremavo dal freddo, a casa c’erano le mie sorelle che mi hanno aiutato a cambiarmi, poi sono subito corso in cima al molo, mentre mio padre con la brezza di terra (sal vent drenta) stava arrivando. Più tardi seppi che aveva già caricato la barca, aiutandosi con i secchi fino al segno di galleggiamento che era determinato da un chiodo e quello era il massimo livello per non affondare: “cherga a la broca”, un termine usato tra i sassaioli.
Questo prelievo di sassi avveniva alla presenza di un guardiano addetto al controllo della “broca”. Noi ci mettevamo con la poppa verso la banchina quando scaricavamo in porto e gettavamo l’ancora a prua dalla parte di Gabicce con il battello di traverso, il ponte andava dalla poppa della barca alla banchina, e così avveniva l’operazione di scarico.
Mio padre mi diceva: “Va a prova anche té sa lô”. E mi sentivo rispondere: “Oh purén, andè mo i là vô!” – (vai a prua anche te con lui (il marinaio) e mi sentivo rispondere: oh poverino, andate là voi!). (Continua)




Le Marine di Giovanni Toccafondo

– Ex Acquedotto, via Del Porto – Gabicce Mare.

Orario: 21 – 23

Inaugurazione lunedì 7 agosto alle ore 21

Info: 0541-831584




Casa protetta in salsa romagnola

– Altro che noiose pappine e insipide minestrine, la Casa prottetta di San Giovanni in Marignano propone per i propri ospiti saporiti menù di tutto rispetto, degni dei migliori ristoranti. Pollo arrosto, pasta al forno, pesce; ma anche trippa e fagioli, pizza e gelato. È anche così che la struttura marignanese si è conquistata una posizione di prestigio tra le case di riposo di tutta la provincia.
“La nostra politica è quella che siamo noi a doverci adeguare all’ospite, non il contrario – commenta soddisfatto Albo Montanari, coordinatore responsabile a San Giovanni e ex direttore alla casa di riposo di Riccione – utilizziamo innanzi tutto solamente pesce e verdura fresca, proveniente anche dall’orto curato dei nostri ospiti. Poi abbiamo tre menù differenti a rotazione, con molte possibilità per personalizzarli”. Quando l’ospite è sacro. Due cuoche si danno il cambio per tenere la cucina attiva 10 ore al giorno, poi 6 operatrici socio sanitarie, 2 infermiere professioniste e una responsabile.
Grande varietà, per una miriade di appetitosi piatti, ma attenzione alla dieta. “Certo ognuno ha comunque una dieta personalizzata, concordata con i dietologi – continua il direttore – Siamo anche consapevoli, però, che dare ogni tanto, con elasticità, qualche soddisfazione al palato contribuisce a rendere sereni. I piatti sono quelli tradizionali delle nostre zone, ma sono loro, gli ospiti, a scegliere tra diverse alternative, o varianti”. E grande importanza soprattutto a chi ha problemi legati all’età o alla malattia: “Alcuni soffrono di disfagia, oppure di malattie mentali. Basta avere la pazienza di capire le esigenze di ognuno. Magari frullando le varie portate oppure usando particolari attenzioni”.
Flessibilità, comprensione, e buon cibo. Che vuol dire ottima qualità di vita. Anche gli svedesi l’hanno notato: “È venuta in visita una delegazione svedese di operatori socio-sanitari la scorsa primavera – spiega Montanari – e sono rimasti esterrefatti della nostro modo di lavorare. Da loro la casa di riposo è paragonabile ad un ospedale. Siamo stati segnalati a loro dalla Ausl della provincia. Naturalmente siamo molto soddisfatti di questo”.
San Giovanni conferma il proprio grande impegno nel settore dei servizi sociali, soprattutto con attenzione alle esigenze di chi non è autosufficiente per il cibo o la spesa. La Casa di riposo continua su questa linea, grazie anche alla grande esperienza di Montanari: “Lavoro nel settore da 36 anni – conclude – ma quello che conta e che funziona è la squadra di gente esperta che opera con passione”.

di Matteo Marini




Mussolini aizza gli scioperanti

– Aizzatore dei mezzadri in sciopero contro i proprietari terrieri. E’ Benito Mussolini, uno dei dirigenti emergenti del Partito socialista. Si è nell’estate del 1912, l’Italia è impegnata nella conquista della Libia.
Insieme a Benito Mussolini, giungono a San Giovanni altri 4 politici socialisti. Tutti di valore: Francesco Ciccotti Scozzese, Angelica Balabanoff, Argentina Altobelli, Aurelio Valmaggi.
Lo sciopero, oltre a San Giovanni, coinvolge anche i mezzadri di Saludecio e Cattolica. Gli scioperanti come forma di protesta si rifiutano di trebbiare il raccolto e di governare il bestiame. Pratici, i contadini, di nascosto, la metà del bestiame è di loro proprietà, danno loro fieno e acqua. Lo sciopero termina con un accordo: si trebbia il raccolto anche dei padroni.
Il Mussolini di quei giorni è così raccontato da Ernesto Rastelli, il sindaco di quei tempi: “Mussolini si intratteneva volentieri a parlare con il socialista locale Vittorio Rastelli (detto Fanàli), seduto al deschetto del calzolaio sito davanti alla bottega in via XX Settembre (presso il municipio). Benito Mussolini, dopo la concitata arringa al Teatro Condomini, è in casa Olmeda, sita in borgo Sant’Antonio, al lume di candela. Dopo il pernottamento fu accompagnato alla stazione di Cattolica sulla canna della bicicletta dal facchino bersagliere Orfeo Cavalli (detto Pèto)”.




Festa dei Nonni: maccheroni, bocce e tressette

Bellissima partecipazione, c’erano due momenti: sportivo e il piacere della tavola. Sportiva. Si è giocato a bocce e ha vinto la coppia Dodo Gambini e Vittorio Giovannini. Pierino Palmetti con Maurilio Damiani invece si sono aggiudicati il torneo di carte. Ha preso parte alla briscola e al tressette Maria Reggiani, la nonna più anziana, non gradendo la sconfitta. Classe 1911, nata a Montalbano, vive sola e fa ancora la “sfoja” per le tagliatelle. Il nonno più anziano presente si chiama Guglielmo Sanchi; ha 99 anni. Alto, fisico asciutto, va ancora in bicicletta. Come avviene sempre, la Pro Loco ha organizzato un pranzo (si era in 150) con i sapori giusti: maccheroni alla puttanesca, piatto freddo con porchetta e formaggio. Insalata, acqua e vino. E dolce. Serata movimentata dalle note del “Trio Nostalgia”.




Bpv, ottimo primo semestre

– Nelle vene della Banca Popolare Valconca scorre sangue blu: la scuola di Adriano Olivetti e quella della Comit (la Banca Commerciale Italiana) di Raffaele Mattioli, due istituzioni economiche attente alla bontà dei numeri e sensibili alla forza della cultura. Tale spirito lo ha portato il direttore generale, Luigi Sartoni. A leggere i suoi abiti grigi, le sue cravatte, in pochi se lo potrebbero immaginare che da giovane, studente, d’estate, raggiunse Kabul in furgone insieme ad amici.
Per anni, Sartoni ha lavorato alla Comit ed a Ivrea (primi anni Settanta), la sede dell’Olivetti. Oltre al buon lavoro del consiglio di amministrazione, lo sviluppo della Banca Popolare Valconca è dovuto ala sua impostazione. Banca che è cresciuta anche nel primo semestre di quest’anno. Raccolta a 1.050 milioni di euro (un incremento dell’8,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente); con gli impieghi (denaro prestato alla clientela) aumentati dell’11 per cento (in assoluto 635 milioni di euro).
Limes (rivista di geo-politica tra le sue letture), Sartoni fa il punto economico della provincia di Rimini con le antenne delle sue quasi trenta filiali (nei prossimi due anni ne apriranno altre 4): “C’è un piccolo miglioramento nel manifatturiero, anche se non c’è l’exploit di qualcuno. Non vanno le imprese che presentano prodotti di bassa qualità; i tecnologici e gli innovativi trovano risposte nel mercato. Metabolizzato la paura della concorrenza cinese, gli imprenditori si dicono abbastanza soddisfatti. Nel versante marchiano i mobilieri sono sempre nella fase della riflessione. Tuttavia il fatto che il mercato mondiale si è mosso, aiuta”.
Sposta l’osservazione al turismo. “Si è partito bene, anche se maggio e giugno non rappresentano che il 20 per cento delle presenze. I giochi veri si fanno in luglio e in agosto. Il nostro è diventato un turismo nazionale; le frotte degli stranieri non ci sono perché siamo diventati troppo cari per loro, altrove, Tunisia, Spagna, si spende meno”.
E c’è anche un settore, allo stato florido, l’edilizio, con qualche nube. Sartoni: “C’è un certo rallentamento. Le tante case costruite, in tutti i paesi della provincia, hanno meno richiesta”.




Quei libri da alta cultura

Il prossimo dicembre esce: “Passeggiate Malatestiane”. Nel 2007: “Castelli Malatestiani” di Corrado Fanti. L’anno successivo, Natale 2008: “Padre Atanasio da Coriano pittore” (un autore minore di valore che ha lasciato molte opere sul territorio. Nel 2009: “Umberto Boccioni”, Franco Spadoni. La collana editoriale è curata da un primo della classe, Pier Giorgio Pasini, forse il maggiore studioso della storia dell’arte locale.