Prioli, l’ultimo dei gessaroli

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– Ricordo la mia prima esperienza di lavoro presso la ditta Italo e Marco Tomasetti, gessaroli in Fratte di Sassofeltrio. Era l’anno 1959 ed ancora la rudimentale fornace del gesso veniva alimentata a carbone, mentre si era dato inizio tra mille difficoltà finanziarie al primo moderno gessificio in Sassofeltrio. Negli anni ’64-’66 veniva realizzato un altro gessificio quello dei fratelli Alfonso e Lino Prioli in Fratte e nel ’70 nasceva un altro gessificio “Italgessi” di Italo Tomasetti, a seguito dell’estinzione della società Fratelli Tomasetti. Negli stessi anni era nata la Montegesso Spa, proprietaria dell’enorme giacimento di gessite sito in località Gesso, Sassofeltrio.
Ma il Marco Tomasetti, principale produttore, aveva iniziato la scalata all’interno della Spa Montegesso mosso da un doppio interesse: appropriarsi della materia prima ed eliminare un concorrente e così fu, con la conseguente chiusura dello stabilimento di Gesso. Siamo ancora negli anni ’80 e nel boom della scagliola (gesso fine per intonaci interni) ottenuta solamente con la macinazione del gesso. In questi anni, per lo meno in Italia, avviene una modifica dei prodotti: l’introduzione della chimica. Nascono così i premiscelati; la materia prima diventa meno importante in quantità ma lo rimane strategicamente: appropriarsene per eliminare la concorrenza. Con questa filosofia Bpb Italia (una multinazionale inglese) liquida gli eredi della Marco Tomasetti, dell’Italgessi di Italo Tomasetti e si appropria delle cave e chiude gli stabilimenti.
Fine della storia del gesso, salvo Alfonso e Lino Prioli che hanno resistito. Lino ha generato due figli dinamici. Filippo, 24 anni, con la voglia di spaccare il mondo e Federico, 23, che non ne vogliono di sapere di smettere di insaccare il gesso. Con entusiasmo vivono l’azienda con determinazione totale, sicuramente si sentono i terminali di antiche radici: il bisnonno faceva lo stesso mestiere. E la tradizione orale ci riporta almeno fino agli inizi del secolo scorso quando a far gesso nella piccola fornace familiare, magari, andando a rubare legna.
Erano in tanti e per tanti far gesso era la sopravvivenza. A Fratte: Grani Domenico, Monti, Tomasetti Settimio (padre di Marco ed Italo), Bonifazi Marino, Prioli Antonio, Ticchi, Prioli Domenico, Prioli Lorenzo, Pasquale Vito, Tomasetti Aldo, Tomasetti Giuseppe (Ciuflet), Tomasetti Matteo. A Sassofeltrio: Cenci, Silvagni. A Gesso: Sarti, Magnani, Campanel, Giubaca, Piligren. A Onferno: Fabbri Antonio (Rell). A Osteria Nuova: Ticchi. A Faetano (San Marino): Castagna. A Montegiardino (San Marino): Pasquali.
La fornace, per cuocere la gessite, un tempo era una nicchia di forma circolare, costruita con le pietre del fiume Conca. La legna, o il carbone, veniva posizionata al centro della fornace e sopra si posavano con cura manuale i sassi di gesso, fino a 80 centimetri circa. Per cuocere 100 quintali di pietra ci volevano 3 quintali di carbone. Il carbone bruciava lentamente eliminava l’acqua nelle pietre del gesso, trasformandolo; il ciclo di cottura durava 48 ore. Al termine, il gesso cotto, tolto dalla fornace, veniva sbriciolato con macine di pietra, trainate da animali da tiro bendati (in genere un asino). E confezionato in sacchi già usati (che i muratori conservavano per i gessaroli in cambio di qualche spicciolo) e portato a destinazione dagli animali.
I mezzi per trasportarlo sui mercati erano la “brocia” (carro a due ruote trainato da due muli), ed “e cara” (a quattro ruote e sempre guidato da due muli).
Il prodotto raggiungeva Rimini, Pesaro, Fano, Cattolica, Riccione. Si effettuavano due viaggi alla settimana. I carri partivano muniti di telo da pioggia per il carico (l’uomo e l’animale erano in second’ordine), lampada a petrolio, balla di fieno per i muli ed una campanella per segnalare la richiesta di soccorso nei tratti in salita (dove contadini convenzionati attaccavo altri animali in aiuto) e l’arrivo ai magazzini. Il ritorno si faceva col carbone; ad eccezione del periodo di guerra: senza la materia prima si rubava la legna. Curiosità: i gessaroli rischiavano la multa per maltrattamenti dei muli: un’altra Italia.
A Rimini c’era la borsa del gesso, dove si riunivano i gessaroli: un punto di ritrovo per i muratori, che sceglievano e contrattavano il materiale.
C’era concorrenza? No: Erano una grande famiglia, con il massimo rispetto della reciproca clientela; anche qui un’altra Italia.

di Giuliano Volpinari

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