Caro Gesù Bambino un po’ di tenerezza

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Natale 1949, giovani morcianesi in festa al Teatro Parrocchiale di via della Misericordia: Renzo Ferroni, Luciano Luzzi, Lucchetti, Vittorio Vescini, Carlo Brigo, Carlo Ferroni, Carlo Alberto Guidi, Alberto Broccoli, Gianpaolo Mancini
(Archivio Gianni Romani)

– Ancora una volta, nonostante tutto è Natale. Niente di più scontato, potremmo pensare: in fondo, basta accordarsi per fissare una ricorrenza nel calendario e, senza fare niente, essa puntualmente ritorna ogni anno riproponendoci ogni volta quel messaggio che le avevano affidato. Eppure non è affatto scontato che il Natale venga sempre celebrato con la stessa valenza, che ogni anno gli si attribuisca la medesima portata, che da quella festa si attenda sempre il solito messaggio.
E, infatti, il Natale ha mostrato nel corso dei secoli una capacità di adattamento eccezionale e continua ancora oggi ad assumere e rielaborare tradizioni diverse – da Gesù Bambino a Babbo Natale, dal Presepe all’albero addobbato, dalla messa di mezzanotte al pranzo di famiglia, alle luminarie, dal cappone al panettone, dalla generosità solidale alla tenerezza verso bambini… accomunandole in una sorta di vulgata universale e contagiosa che abbraccia, almeno nei paesi occidentali, anche chi cristiano non è.
Del resto, se ci soffermassimo un attimo sui profondi mutamenti che ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni, in un paese di antica presenza cristiana come l’Italia, il tempo che precede il Natale, ci stupiremo del fatto che i cristiani riescono ancora a viverlo nella sua dimensione di mistero della loro fede infatti, le settimane di Avvento, sono divenute una corsa febbrile all’acquisto dell’ultima trovata commerciale per non essere da meno di nessuno; la “novena” preparatoria, da occasione per rivisitare il progressivo venire incontro di Dio all’uomo nella storia, è diventata una sorta di tempo supplementare per rimediare a dimenticanze e portare a termine gli ultimi preparativi. Sì, se ci ritroviamo impreparati a interiorizzare questa festa, finiamo di essere quasi catapultati in una celebrazione più grande di noi, di cui riusciamo a malapena ad afferrare alcuni brandelli di senso, lasciandoci sfuggire il cuore del messaggio. Così, alcuni cristiani assistono smarriti allo svuotarsi di contenuto legato a questa festa e pensano di poterla vivere degnamente solo ritirandosi in disparte, cercando di custodirla intatta per loro, come patrimonio geloso che soffrirebbe ad essere esposto alla vista e alla considerazione dei non addetti.
Altri, invece, si rallegrano del fatto che, come ogni società evoluta che si rispetti, anche da noi i non credenti ricorrano ad alcuni elementi e riti della “Religione Civile” per ritrovare valori comuni e rinsaldare un’identità Nazionale altrimenti sfilacciata: allora cercano di caricare questa festa di significati buoni per tutti i gusti, banalizzandola a minimo denominatore dell’occidente capace di nascondere un preoccupante vuoto di valori.
Forse non è vero che a Natale il Gesù Bambino ci muove tutti a tenerezza, forse non è vero che in questi giorni siamo tutti più buoni: forse è solo che la memoria di un Dio che si è fatto uomo ci riporta all’umanità nostra e dell’altro, persino del nemico. Sì il Natale ci ricorda che “Dio si è fatto uomo per insegnarci a vivere da uomini in questo mondo”, dice San Paolo: “Dio è venuto tra di noi vivendo nella nostra umanità perché noi diventassimo più uomini, imparando a vincere il male con il bene, la bruttezza con la bellezza di una vita segnata dall’amore e dalla comunione”.

di Giordano Leardini

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