San Gregorio Fiera millenaria dal 7 al 14 marzo

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[b]San Gregorio: fiera millenaria[/b]
A Morciano dal 7 al 14 marzo si rinnova l’importante appuntamento. Uno tra i più sentiti in Romagna, e non solo. Giungono almeno 200 mila persone. Quella che era la fiera del bestiame, è diventata la vetrina delle aziende artigianali della Valconca. Mostra degli animali: bovini, equini. Piante da giardino, fiori. E ancora spettacoli, concerti, rappresentazioni. Grande assente di questa edizione i trattori.
Inaugura NandoFabbri, presidente della Provincia di Rimini.
[b]La Fiera nacque all’abbazia[/b]
– Quando nacque la Fiera di San Gregorio? Non ci sono date e certeze storiche: i famosi documenti. Ma, associando le idee, le ipotesi si possono avanzare. E’ molto probabile che la fiera sia millenaria ed è legata all’abbazia di San Gregorio in Conca di Morciano.
Percorrendo il tratto di strada che da San Giovanni conduce a Morciano di Romagna è possibile scorgere sul lato destro un grande complesso oggi adibito a residenza che si addossa ad un rudere di grande interesse storico.
Si tratta di edifici monastici benedettini. Furono fondati nel 1060 da San Pier Damiani che ben presto diventò un “centro commerciale” di notevole importanza tanto da ospitare nelle sue vicinanze la fiera di San Gregorio.
I ruderi raccontano di una abbazia a tre navate, di impianto romanico con l’altare sopraelevato; nonostante le numerose vicissitudini subite dal complesso, è possibile rintracciare ancora porzioni di muratura risalenti al primo impianto; bellissimo, anche se in pessime condizioni, è il prospetto rivolto verso il fiume in cui sono ben visibili, nonostante gli assalti delle erbacce, i sei archi a tutto sesto della navata centrale delimitati da ampie lesene in mattoni.
E’ ancora accessibile la cripta con volta a botte posta sotto l’area presbiteriale (oggi divenuto un deposito)
L’impianto, costruito secondo i dettami religiosi del suo fondatore, ispirati alla semplicità e alla vita meditativa, mutò la sua conformazione nei secoli fra il XIII e il XIV; venne ridotto lo spazio della chiesa con la eliminazione delle navate laterali, venne eretto un porticato sul fronte della chiesa. Sono ancora visibili i resti di tale ristrutturazione nei tre pilastri superstiti e nella ghiera in mattoni posta ad indicare l’accesso.
Di conseguenza la zona conventuale si ampliò con la costruzione di tutti gli spazi presenti nei monasteri benedettini.
Con la venuta dei monaci di Scolca, l’Abbazia iniziò il suo declino, fino ad arrivare al suo definitivo abbandono il 4 luglio 1797 quando fu acquistata dal conte Luigi Baldini.
di Claudio Saponi
[b]Nella natura i misteri della terra[/b]
– I colori sono pastello, il tratto gentile. Un’attenzione genuina e rispettosa alla vita con parole per le storie, i sentimenti, le cose. Due “dee”: flora e fauna. Il ritmo interiore è offerto con semplicità affettuosa. Come a dire:- Non ho nulla da insegnare se non la bellezza dell'”accorgersi”.
L’invito è generoso: a non distrarsi, a rileggere quel che succede, perché ci sono particolari che sfuggono, o sembrano irrilevanti, e invece valgono la pena di essere sottolineati.
Pagina novantasei: “Le mani” – Pietra su pietra i versi “ri-costruiscono” le sette meraviglie del mondo antico come conforto e testimonianza dell’incessante lavorare dell’uomo.
Pagina ventotto: “Lo scricciolo” Malizioso e curioso nel suo coraggio di “volare alto”, più alto dell’aquila: in vedetta, acquattato sulla schiena dell’ardito rapace.
Pagina ventidue: il martello pneumatico e il Picchio! Una identica ostinazione sonora. Nella simile reciproca fatica sta l’orgoglio di iniziare tutto dalle fondamenta.Così, è abbastanza chiaro, che non avrà mai le ali chi dimentica le radici.
Le radici, per Tullio Becci, sono nella Madre Terra – violentata, prosciugata, certamente, ma che sa esprimere ancora tutta la sua solennità religiosa
Il passato porta al futuro: siamo in un laboratorio dove le generazioni, come i mesi dell’anno, possono e devono impegnarsi ad offrire autentici frutti di stagione. L’occhio, che sa vedere il quotidiano, avrà sempre l’orizzonte più vasto, nel quale, anziché perdersi, cercherà l’infinito del piccolo. Il libro ha il profumo d’inchiostro del quaderno di “bella copia” e in calligrafia…
Angelo Leoni lo propone e lo illustra nella gradevolezza di disegni e foto.
di Carla Chiara
[b]Bovini, la rinascita della romagnola [/b]
– La Romagnola come la Chianina? Alla Banca Popolare Valconca nel ’94 ebbero questa intuizione: riportare durante la Fiera di San Gregorio il bovino simbolo di una regione. Disse Massimo Piccari, già funzionario dell’assessorato all’Agricoltura della Provincia di Rimini e consigliere d’amministrazione della stessa banca: “L’idea fu di Elios Speroni, il presidente. E subito venne fatta propria da tutto il consiglio del nostro istituto di credito; allora io non ne facevo ancora parte.
Continua Piccari. “La razza romagnola potrebbe stare alla Chianina come il nostro Sangiovese sta a quello toscano. Nel senso che loro, i toscani, dalla Chianina ricavano la famosa fiorentina e dal Sangiovese il Brunello di Montalcino ed il Chianti. Mentre due prodotti d’eccellenza della nostra agricoltura non sono ancora molto considerati. Anche se negli ultimi anni questo ritardo, almeno in parte, è stato accorciato”.
Per certi versi si potrebbe dire che la Romagnola è la metafora della civiltà contadina della regione. Ne rappresenta lo spirito, la memoria, come la piadina o il gelso che faceva da cornice all’aia.
Ma andiamolo a vedere questo spirito. La Romagnola ha origine antichissime, nobili. Originaria dell’Europa Centro Orientale, arrivò in Italia nel VI secolo con il re barbaro dei goti, Agilulfo. Alcune popolazioni si insidiarono in Romagna, con i bovini che si diffusero in Romagna e nel Pesarese.
Le razze chianine, maremmane e podoliche sono sue cugine. Mantello bianco, ha arti corti e robusti, con cosce e natiche dalla corporatura robusta. Caratteristiche ottime per il paesaggio agrario romagnolo, fatto di saliscendi. Queste bestie sono state ottime per arare (il paio era chiamato Rò e Bunì) e per tirare il biroccio. E’ stata allevata per lavorare fino a pochi anni fa. Nell’800 se ne scoprì anche la bontà della carne.
Oggi, invece, è stata riscoperta come capi da carne. Nelle province di Rimini e Forlì-Cesena ci sono ora migliaia di capi. Una visita a Morciano per riscoprire una piccola grande storia dei romagnoli attraverso la Romagnola. Il seme dell’animale viene richiesto anche dall’estero, perché adatta all’allevamento brado.
[b]San Gregorio, l’antico sapore[/b]
Quasi la metà di marzo, ormai è primavera,
nella Valconca ogni anno ritorna puntuale,
per tradizione a Morciano c’è l’antica fiera,
un patrimonio culturale per questa piccola capitale.
Ho pensato ad una cultura, non quella degli istruiti
ma quella che è nelle abitudini della gente
anche se adesso ci va in macchina non più a piedi
a Morciano, non trova il parcheggio e si lamenta.
Personalmente me la ricordo dalla guerra in qua,
quasi sessant’anni, un niente se ci penso appena appena,
i soldi da spendere ci sono che non c’erano, a dir la verità
ma l’allegria sempre fresca come una ragazzina.
E’ rimasta la vivacità, sono cresciuti i colori,
l’abbondanza ha spento l’acquisto dei fichi secchi,
un poco, era l’offerta alla morosa dagli amatori,
dolce, adesso vanno più di fine, sono tutti più ricchi.
Il posto che avevano i buoi lo hanno preso dei gran trattori
che non hanno bisogno di essere accuditi dentro le stalle
e sono ben più forti e più svelti a fare i lavori,
quelle bestie bianche inghirlandate di rosso dove saranno?
In un capannone fuori mano che le vedono gli appassionati
solo, senza fiocchi arrivano su di un camion da bestiame
e così ripartono, se non si cercano non si vedono
e dire che erano loro di San Gregorio il grosso richiamo
ma quando esce fuori sotto i portici del Comune,
come del 2003 con un gran freddo, per San Gregorio,
la banda a suonare per tutti benché ad ascoltare,
quasi nessuno c’era, è ricordo, è poesia di un antico sapore.
Mario Tonini, Riccione
[b]Otto giorni di sport[/b]
– Tanto sport a San Gregorio. Quest’anno calendario però meno ricco il programma.
Danza
Il 14 marzo, ore 21, Teatro Tenda, con l’esibizione di danza classica e sportiva dei ragazzi della “Plume”.
La boxe
Il clou è la boxe sabato 13 marzo, Teatro Tenda, inizio alle 21. L’Accademia pugilistica Valconca allenata da Rico Maestri, con il patrocinio del Comune di Morciano, organizza la “Notte del ring”, un classico all’interno della Fiera di San Gregorio. Quest’anno c’è in palio anche un campionato italiano, pesi medi di “Kich boxing”: Massimo Licenziato (Accademia Valconca) contro Francesco Giretto di Bologna.
Gli altri incontri: Francesco Basile vs Peter Homola (medi); Luca Demarco vs Slavomir Merva (welter); Talal Frikh vs Ratislav Frano (superwelter); Enrico Rogazzo vs Martin Straka (medi); Riccardo Luchena vs Marian Gabor (welter); Danilo Grechi vs Tomas Nemsak (medi); Gianluca Palma vs Martin Brna (medi); Mattia Comanducci vs Miroslav Herak (welter).
Equitazione
Il 13 marzo, dalle 10 alle 16, concorso ippico con pony per giovani cavalieri.
Il 14 marzo, alle 14.30, 1° Palio Città di Morciano, corsa di galoppo.
[b]Fico, il frutto della fiera[/b]
– Il fico secco è (soprattutto era) una delle caratteristiche della tradizione della Fiera di SanGregorio, detta anche Fiera dei Fichi.
Un tempo tutti i visitatori li acquistavano; oggi la stragrande maggioranza degli avventori ne mangia almeno uno ed una confezione la porta a casa.
Durante gli 8 giorni della fiera se ne vendono circa 300 quintali. Una cifra che potrebbe sembrare alta, in realtà negli anni addietro se ne consumavano oltre 500 quintali.
– Originario dell’Asia Minore, Persia, fu introdotto in Italia in tempi remoti; è ampiamente coltivato ma cresce anche spontaneamente sulle rupi e sui muri nelle zone calde. E’ un arbusto con la corteccia liscia di colore cenerino e contiene un latice bianco acre, amaro, bruciante e irritante che imbeve tronco, rami, foglie e persino il peduncolo dei frutti. Il lattice ha azione vermifuga e purgativa molto violenta e pericolosa. Esternamente invece è adoperato per far sparire le verruche e i porri. Le foglie di forma ovale cuoriforme hanno un lungo picciolo e sono divise in lobi con il margine dentato. Ottimo lassativo e digestivo.
[b]Due sculture capolavoro d’arte moderna[/b]
I due artisti sono legati a Morciano. Boccioni, il padre del Futurismo è figlio di morcianesi. Mentre Pomodoro vi ha vissuto fin da bambino
– Come leggere l’imprenditorialità morcianese negli ultimi decenni? Non ci sono dubbi che un particolare importante sono due sculture di valore assoluto realizzate negli ultimi 20 anni. Si tratta dei monumenti di Umberto Boccioni, il padre del Futurismo e di Arnaldo Pomodoro, uno tra i massimi scultori italiani viventi. Entrambi hanno legami molto forti con Morciano.
Nato a Reggio Calabria, Boccioni è figlio di morcianesi. Fili familiari forti anche per Pomodoro. E’ nato ad Orciano (Pesaro), ma da genitori morcianesi.
Morciano vi ha eretto due loro monumenti. Quello di Pomodoro, Colpo d’ala, nella moderna piazza Boccioni, di fronte ai Magazzini Mofa. Mentre la Bottiglia di Boccioni, si trova nel borgo. Le due sculture non sono ancora valorizzate. Anche se qualche pullman di turisti inizia a fermarsi.

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