Il coraggio di non scrivere le bugie

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La prima è stata: bene! C’è ancora qualcuno che sa cosa dovrebbe fare e che cosa non dovrebbe fare un bravo giornalista: dovrebbe raccontare ciò che è successo. In altre parole dovrebbe dire la verità e non fare passare per verità ciò che invece è un racconto ricevuto, ma privo di qualsiasi riscontro, o peggio ancora una sua impressione o un suo commento. Possiamo anche convenire che questo non sia sempre facile; a volte appurare la verità è molto difficile se non addirittura impossibile.
Bene, spostiamo allora un po’ l’obiettivo, se proprio la verità documentata in maniera certa non è possibile, evitiamo almeno di scrivere delle bugie e, peggio ancora, di inventare noi fatti e particolari.
Anche nostro Signore al settimo comandamento ci dice: “Non dire falsa testimonianza”. Che significa non dire bugie e non raccontare fatti non veri.
E’ come dire: dì sempre la verità, ma ce lo dice in un modo talmente semplice e chiaro che è impossibile capire.
Quando poi si passa dal racconto ai fatti al “commento” o alla “interpretazione” degli stessi ecco che il giornalista riacquista tutta la sua libertà di interpretare e commentare i fatti accaduti o previsti; è fondamentale però che questo passaggio sia chiaro, che si capisca cioè che non si sta più raccontando un fatto o un discorso, ma li si sta commentando o interpretando.
Questo è quello che alla gente serve e che la gente vuole.
Un bravo giornalista, o un bravo inviato, hanno il diritto, a volte anche il dovere, di esprimere giudizi su quello che hanno visto o sentito. L’importante è che il lettore sappia che quello che legge è un “racconto dei fatti”, oppure un “commento dei fatti”. La differenza è sostanziale.
In tema di verità e non bugie mi preme aggiungere un’altra riflessione. Un editore serio ed una classe giornalistica seria dovrebbero avere fra i loro obiettivi quello di: fare emergere la verità ogni volta che ciò è possibile.
Le inchieste e gli approfondimenti dovrebbero tendere a questo.
Oggi, particolarmente i politici, si scambiano accuse di falsità, ciò, a mio avviso, è estremamente grave; la bugia non significa avere pareri diversi (cosa legittima), significa ingannare tutti coloro che leggono o ascoltano.
Compito spesso difficile, ma certamente non impossibile e nobile impegno di un bravo giornalista, dovrebbe essere quello di smascherare i bugiardi ogni volta che questo sia possibile. Il mondo non ha mai avuto bisogno di bugiardi, oggi c’è un eccesso di bugie in giro e se ne vedono gli effetti anche in modo eclatante. (Un esempio per tutti: Parmalat. Tutto è partito con una prima bugia alla quale ne sono seguite altre migliaia ed i risultati, anche se dopo molti anni, si sono purtroppo visti).
Sarebbe veramente “cosa buona e giusta” che qualcuno si prendesse la briga di combattere la menzogna e la falsità e lavorasse per fare emergere, ogni volta che è possibile, la verità. Per esempio quando si possono avere a disposizione numeri certi, documenti chiari, perché consentire e tollerare che singoli individui a volte addirittura istituzioni nazionali, divulghino e portino avanti argomentazioni basate su dati di base falsi o disinformati.
Una bella indagine o inchiesta giornalistica in questi casi sarebbe salutare per mettere a tacere quelle voci false che col loro iniquo operare inquinano il corretto vivere civile.
Certo ci vuole un po’ di coraggio, ma il coraggio dovrebbe essere una delle prime doti di un bravo giornalista, un giornalista senza coraggio sarà sempre una mezza figura o un signorsì (o “yes man”, come si direbbe adesso).

di Gianfranco Vanzini

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