Casa, prigionieri della speculazione

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– “I commercianti si sono arricchiti con l’aumento dell’euro? Io sicuramente no”. Ad affrontare il problema delle cosiddette “nuove povertà” da un punto di vista diverso dal solito, è un negoziante riminese.
In crisi in seguito ad uno sfratto, il commerciante ribalta completamente la teoria che, in questi ultimi mesi, ha di fatto messo sotto accusa la sua categoria, sostenendo che il grosso del problema caro-vita sta nella bolla speculativa legata all’edilizia.
“Io sono sposato e ho una figlia – racconta il commerciante, che chiameremo Alberto -. Ho anche uno sfratto esecutivo sulle spalle, che non credo potrà essere più rimandato a lungo. Intanto, ovviamente, ho cominciato a cercarmi casa. Ma le proposte che mi sono state fatte le definirei, con un eufemismo, scandalose”.
Un’odissea che val la pena raccontare. Alberto ha iniziato sfogliando i giornali specializzati. E ha trovato qualche occasione: appartamenti sui 60 metri, il minimo indispensabile insomma per la sua famiglia. “E ce n’erano anche a prezzi umani. Cioè a ridosso dei 600-700 euro al mese. Ma guarda un po’, ogni volta che telefonavano, mi veniva risposto che quell’appartamento non era più disponibile, e che ce n’era un altro. Stesse caratteristiche, ma l’affitto si aggirava dagli 800 ai mille euro al mese”.
La ricerca è continuata affidandosi ad agenzie immobiliari. “Ce ne sono di serissime, ma anche qui ho avuto un’avventura non buona. In un posto mi hanno chiesto 200 euro solo per entrare in contatto con una banca dati di alloggi disponibili, senza altra assistenza. Ho rifiutato”.
Ma anche quando si trova un’agenzia immobiliare adatta, il problema è poi proprio sulla “materia prima”, cioè sull’alloggio stesso.
“L’ultima agenzia con cui mi sono trovato ad avere a che fare, e con la quale mi trovo benissimo, mi ha proposto alcune soluzioni. Ma il problema in questi casi sono i proprietari – commenta Alberto -. Senza entrare troppo nei dettagli, in un caso si trattava di un appartamento minuscolo, cinquanta metri con stanze che sembravano sgabuzzini. In quella del bambino c’entrava a malapena il letto, sperando che con la crescita non diventi troppo alto. Chiedevano 600 euro al mese. Uno un po’ più adatto l’ho trovato nella zona mare. Per ben mille euro secchi al mese. Con tre mesi anticipati a mo’ di caparra, e la metà in nero. Beh non mi vergogno a dirlo: per me è troppo. Noi negozianti siamo accusati di essere i colpevoli del caro-vita, ma non sempre è così. O almeno non lo è nel mio caso”.
Secondo Alberto, con l’avvento dell’euro il primo aumento si sarebbe avuto nelle materie prime. Situazione che si è affiancata al mutuo per i lavori resi necessari, ai commercianti, dalle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, antincendio, per l’igiene dei cibi, entrate in vigore negli ultimi anni.
“Io, insomma, ho dovuto aumentare i prezzi per forza. Altrimenti, tra tasse e tutto, non arrivavo a fine mese. E ci riuscivo comunque, grazie ad un affitto ancora umano. Ma la precedente padrona di casa, una signora anziana e di buon cuore, è morta. E i figli adesso ci vogliono buttare fuori di casa. E io sono alla disperazione, altro che affamatore”.
Una storia particolare, quella di Alberto. Che comunque apre uno squarcio su un panorama assai più ampio: quello del bene casa. Bene rifugio per eccellenza, si diceva qualche decennio fa, ma ormai la definizione non è più corretta. Perché il mattone è diventato uno strumento di speculazione, e dei più potenti. E rischia di diventarlo ancora di più, con la crisi degli investimenti finanziari.
La pensa così anche l’ex sindaco di Rimini, Giuseppe Chicchi. “Cosa credete che succederà quando le persone avranno a disposizione la liquidazione, dopo i casi Cirio, Parmalat, argentini? Che investirà in case. E di conseguenza la bolla speculativa continuerà ad espandersi”. E il costo delle case e degli affitti ad aumentare.
Intanto, il dato è reso noto dal Sunia, nel 2002 ci sono stati quasi uno sfratto al giorno. La maggior parte dei quali per morosità: la gente non riesce più a pagare l’affitto.
“Nell’ultimo anno – aggiunge Franco Carboni, presidente dell’Acer, l’agenzia per le emergenze abitative – si sono avuti aumenti secchi degli affitti anche del 40 per cento. Così, senza motivo. E’ logico poi che i problemi crescano”.
Ma al di là dell’esistente, vi è anche un risvolto politico della questione. Forse in maniera più latente, ma il problema della casa c’era anche negli anni scorsi. E coi flussi migratori, con la trasformazione della città di Rimini in un centro universitario, era così inverosimile porsi per tempo il problema alloggi ed evitare di inseguire (come sempre, verrebbe da dire) l’emergenza?
Ma tant’è. Per anni i piani di realizzazione di alloggi popolari si sono fermati o sono andati a rilento. Mentre è fiorita l’edilizia di lusso, con un consumo del territorio così selvaggio, da essere a sua volta causa di ulteriori aumenti di prezzo.
Peccato di questo, gli enti locali si stiano accorgendo solo adesso. Prima, o per dissidi, spesso pretestuosi tra gli enti stessi (val la pena ricordare le vicissitudini del piano Benevolo di Rimini, tra Comune e Provincia), o per scarsa lungimiranza, il problema è stato lasciato lì a fermentare.
Poi c’è ancora chi preferisce bendarsi gli occhi. Come il Comune di Cattolica, che non prevede alloggi popolari nel prossimo piano triennale, ma potrebbe essere sensibile a svincolare terreni quando si tratta di ricapitalizzare le Navi.
E intanto la gente, famiglie monoreddito, ma, a quanto pare, anche commercianti, tira a campare. Quando le riesce.

di Francesco Pagnini

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