E’ finita l’era Berlusconi?

Ciò ha rappresentato però un cospicuo progresso per il centrosinistra ed è avvenuto a spese di Forza Italia, che ha subito una dura sconfitta, compensata dall’avanzata della nuova Democrazia cristiana, per oggi ancora celata sotto la sigla UdC.
Per oggi, abbiamo detto, giacché Follini pensa già al dopo-Berlusconi, al ritorno al sistema elettorale proporzionale ed alla formazione di un forte soggetto politico moderato e cattolico: la nuova Dc, appunto. Alle europee, perciò, il Triangolo di Prodi è andato bene, ma non ha sfondato. Si è fermato al 31%; non ha raggiunto quel 33% che Fassino sognava, e che avrebbe conquistato se non avesse subito il ricatto dello Sdi, che ha vietato l’ingresso a Di Pietro: l’Italia dei Valori avrebbe aggiunto al Triciclo il 2,1% che gli è venuto a mancare.
Nessun pareggio, invece, nelle amministrative e nei ballottaggi. Su 103 province il centrosinistra, qui tutto unito da Bertinotti a Di Pietro, ne governa oggi 70, ben otto delle quali strappate al centrodestra. E qui la disfatta di Forza Italia è stata un terremoto, con epicentro la provincia di Milano, cuore del berlusconismo. I partiti di governo non hanno più il consenso della maggioranza degli italiani. L’ha voluto il premier, questo risultato, con il suo presenzialismo ormai stucchevole e con la sua insistenza a ripetere “abbiamo rispettato tutti i punti del contratto con gli italiani”, onde poi l’italiano si è detto: “se il contratto è stato rispettato, perché io sto peggio?”.
Berlusconi, a quanto pare, sta arrivando alla frutta. Né potrebbe essere diversamente, per il comandante in capo di un esercito di battitori di mani e di servili esecutori passivi della volontà del capo, dei sottocapi e dei sotto-sottocapi. Forza Italia non poteva dar vita ad una nuova classe dirigente, perché non è un partito. Non è, cioè, quella palestra di addestramento alla politica che può formarsi solo in un partito, con i suoi dibattiti, i suoi congressi, le sue correnti e la sua apertura alla società civile.
Si pensi al caso di Bologna, riconquistata da Cofferati. Qui Forza Italia, sapendo di non poter vincere da sola, aveva trovato un simpatico e popolare macellaio, il Guazzaloca, e nel ’99 aveva tolto il comune alle sinistre.
Poi, però, non si è formata nessuna classe dirigente, ed anche Guazzaloca è divenuto un semplice esecutore di ordini, prima di tutto nella scelta dei collaboratori. La sua non era stata un’autentica lista civica, ma semplicemente una lista berlusconiana con specchietto per le allodole. Se Cofferati, grazie al suo grande carisma, ha stravinto, a battere Guazzaloca sarebbe bastato anche un altro candidato privo di tanto carisma.
Non esistono vere e proprie liste civiche, quando ci sono di mezzo i berlusconiani. Si può anche trovare, in luogo di un macellaio, anche un medico di chiara fama illuso di poter contare come persona, come è avvenuto a Cattolica. Il risultato, però, è sempre il medesimo. Probabilmente i berlusconiani bolognesi avranno anche invidiato i loro colleghi cattolichini, più bravi di loro?
Il discorso su Cattolica non può prescindere da quella che a nostro giudizio è stata un’occasione mancata di sicuro rinnovamento rispetto al pesante cono d’ombra politico rappresentato dalla lobby del precedente sindaco. L’hanno mancata i fautori del rinnovamento, quelli interni ai Ds e quelli esterni, riuniti nella coalizione sottotitolata “Nuovo centrosinistra”, e forti della spontanea adesione della società civile. Non c’è stato, in vista del prevedibile ballottaggio destra-sinistra, il confronto pubblico sul programma e sugli “azzeramenti”, non c’è stata la trattativa alla luce del sole, nella “ateniese” agorà, fra le due coalizioni di centrosinistra. Resta l’auspicio che il suddetto rinnovamento, non codificato in sede elettorale, possa essere realizzato successivamente.
Su un punto però tutta Cattolica, destra, centro e sinistra, ha dato una lezione a certe situazioni con termini di trasformismo giustamente stigmatizzate dalla “Piazza”: sull’assenza di quelli che i politologi chiamano “i salti della quaglia”.

di Alessandro Roveri*

*Professore di Storia contemporanea all’Università di Ferrara




Centrosinistra, successo con 4 nei

– Il centrosinistra travolge il centrodestra nelle urne delle amministrative dello scorso 12-13 giugno. Un centrodestra diviso che arretra clamorosamente, ma la colpa oltre che a Rimini va ricercata a Roma: casa Silvio Berlusconi, che ha perso il fascino dell’incantatore. Calo leggero dei Ds e cospicuo della Margherita, l’alleato forte. Verso l’alto la sinistra: Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani, Lista Di Pietro-Occhetto. Daniele Imola (a Riccione) e Nando Fabbri (Provincia di Rimini) stravincono ma ne escono con meno potere personale. I Ds che riscoprono il piacere della campagna elettorale e di scendere in mezzo alla gente, pratica di cui si erano in parte scordati. Vittoria in affanno quella di Pietro Pazzaglini a Cattolica, sindaco imposto dall’alto e maldigerito dalla Margherita e Ds. Vittoria sofferta al ballottaggio per Gianni Scenna a Bellaria. Queste sono le chiavi di lettura fondamentali di questa per certi versi rivoluzionaria tornata elettorale.
Il centrosinistra. Dove va unito fa il pieno dei voti. I casi-modello sono la coalizione della Provincia e a Riccione. Nando Fabbri e Daniele Imola, per umiltà e non meno che paura di perdere non hanno perso neppure un suffragio, intruppando tutti: dai mastelliani fino ai bertinottiani.
Tuttavia la Provincia e Riccione non devono trarre in inganno. Infatti, i due leader hanno vinto facile ma perdendo parte del proprio potere personale. Cosa che non potrà che giovare, sia a loro stessi, sia alla comunità. Basta con i fenomeni. Come nello sport si vince col gruppo e non col campione capriccioso.
Nel centrosinistra però i due alleati per la pelle, Ds e Margherita, hanno perso consenso. A livello provinciale, i Ds hanno portato a casa il 30,4 per cento; nel ’99 la percentuale fu del 31,80.
La Margherita è scivolata ancora più indietro. Lo scorso giugno ha raccolto il 7,5 per cento dei voti. Nel ’99 erano del 10,49 (mietuti in due liste Democratici e Quadrifoglio). La Margherita in questi 5 anni non è riuscita ad allargare la propria base, a coinvolgere il proprio elettorato potenziale. E’ sempre stata arroccata sulle dispute tra i generali. Risultato: l’elettorato non ha gradito. L’autolesionismo dentro la Margherita si è celebrato lo scorso inverno quando Massimo Foschi, assessore provinciale, uno degli uomini di spicco di Rimini, l’abbandona e dà corpo all’Udeur riminese. Senza contatti col territorio, l’Udeur ha ottenuto ottimi risultati in Alta Valconca (Saludecio e Mondaino), dove ha messo in campo delle belle figure. Due nomi: Giuseppe (Pino) Sanchini e Marcello Mainardi.
Per la sguaiataggine dei riminesi, Pino Sanchini, sostenuto dal centrodestra, è diventato sindaco a Saludecio, spedendo la sinistra nell’angolo del castigo: 5 anni all’opposizione non aiuterà che a riflettere.
Di converso i partiti di sinistra hanno mietuto un successo di ampie proporzioni, andando così a rompere gli schemi di Ds e Margherita nei giochi della spartizione delle poltrone, ovvero assessorati ed enti secondari ed anche degli indirizzi programmatici. Rifondazione dal 5,42 per cento del ’99 è balzata al 6,9, risultato che ne fa il quinto partito della provincia, a poche lunghezze dalla Margherita. I Verdi dal 2,79 al 4,3. I Comunisti italiani dal 2,77 al 3,2. Infine i dipietristi: 4,5%.
I piccoli di sinistra hanno in Consiglio provinciale 5 consiglieri su 14 della maggioranza (in tutto, gli scranni sono 24). Da un punto di vista politico il significato è forte: Nando Fabbri non potrà più minacciare il ritiro delle deleghe ed alzare la voce, come spesso gli è capitato negli ultimi 5 anni. Atteggiamento che poca si confà ad un personaggio del suo acume e scaltrezza politica, anche se questa è un’altra storia.
Centrodestra. Il vaso del centrodestra è andato in cocci. La colpa principale però non è da cercar a Rimini. Il capo indiscusso, Silvio Berlusconi, ha perso seguito. Non riesce più a convincere gli italiani. La ragione è molto semplice: ha perso di credibilità. Ha sempre raccontato cose irrealizzabili, sintetizzabile nello slogan: meno tasse e più servizi. Come dire al figlio: dall’anno prossimo meno lavoro e più vacanze. O: poco studio e preparazione alle stelle.
Va detto che i problemi del Paese non sono tecnici, ma di coscienze, direbbe Enrico Berlinguer. Se un allenatore ha alle sue dipendenze calciatori brocchi, potrà adottare tutti gli schemi tecnici possibili, immaginabili ed impossibili. Lo scudetto, il buongoverno dei politici, non si vince. Anzi, si commettono danni che richiedono poi anni di duri sacrifici. Berlusconi è come quel venditore che ha voce in gola per urlare il proprio prodotto, solo che non ha merce di qualità da offrire.
Così i partiti della Casa delle libertà sono naufragati, anche se avevano adottato la tattitca di gara giusta. Si sono presentati alle elezioni provinciali tutti divisi per raccogliere più consenso possibile, per apparentarsi in un ipotizzabile ballottaggio. Invece, i cittadini della provincia di Rimini hanno premiato lo schema di Fabbri.
Forza Italia ha messo nelle proprie bisacce il 20,5 per cento, rispetto al 23,14 del ’99. Stessa sorte per Alleanza nazionale passata dal 12,93 al 9,7.
L’Udc si è difeso. Non ha raggiunto il livello del resto d’Italia. Risultato: 3,1 per cento.
Ci si aspettava di più dal Nuovo Psi capitanato da Franco Albanesi. Egli stesso si è detto insoddisfatto ed ha ammesso con molta onestà la sconfitta. Troppo poco il 2,5 per cento; le sue aspettative erano almeno del doppio.
Immutato invece è rimasto il consenso della Lega nord: dal 2,61 al 2,5.
Eppure, nonostante l’arretramento, il centrodestra ha mantenuto le posizioni a Morciano e Montescudo e messo la propria bandierina a Saludecio e Montefiore.
Un fatto importante uscite da questa rivoluzionaria tornata elettorale è avvenuto in casa diessina; i nipotini del Pci hanno riscoperto il piacere della campagna elettorale, dell’impegno, di stringere le mani, soprattutto di ascoltare i cittadini. Se ne erano dimenticati; con molti dei dirigenti con atteggiamenti da pavoni, con qualcuno diventato addirittura arrogante. Dove c’è stata tale riscoperta, autentico segreto di Pulcinella, le urne sono state generose: Riccione, Misano, San Giovanni in Marignano e la stessa Provincia. Sono stati battuti i culti della personalità. Un esempio è il micuccismo a Cattolica: un castello politico ed amministrativo senza sostanza, fatto spesso di battute. Quando Micucci è stato chiamato davvero a dar prova di amministratore con i talenti, Parco Navi ed ospedale, si è tristemente sciolto come neve al sole, lasciando dietro di sé solo rovine.
In economia, come in politica, è vero che ci vogliono le idee, ma come concretizzarle è senza dubbio più importante. Dire facciamo un parco di divertimenti è facilissimo. Nel realizzare un’impresa vincente sta la vera scommessa.
Ora tali energie, a sinistra, non dovrebbero essere disperse. Presentarsi agli elettori solo tra 4 anni e mezzo sarebbe un gioco che i cittadini fischieranno sonoramente.
Dalla destra ci si aspetta una classe dirigente che possa essere un contraltare di valore alle amministrazioni.




Fabbri, vittoria facile ma con meno potere?

ELEZIONI PROVINCIALI

– La cavalcata elettorale si è conclusa. E Nando Fabbri non ha mai rischiato, neanche per un secondo, di essere messo in difficoltà, neppure dal suo più temibile avversario, il forzista Giuliano Giulianini.
La sua, anzi, è stata una vittoria (e quindi una riconferma come presidente della Provincia) a mani altissime. Ancor più decisa di quella di cinque anni fa. Forse anche perchè la strategia adottata dagli avversari è stata assolutamente disastrosa.
Sul fronte dei vincenti, Fabbri ha fatto proprio tutte le cose per benino.
Ha costruito una solidissima alleanza elettorale, consolidando l’Ulivo e aggiungendovi anche Ap-Udeur, Italia dei Valori, Comunisti Italiani, Verdi e Rifondazione Comunista. Certo con un’armata del genere, a Rimini, sarebbe stato difficile non vincere al primo turno.
Ma va detto anche che la campagna elettorale è stata condotta, da tutti, all’insegna dell’accordo e della tolleranza reciproca, senza colpi di coda. In modo pulito.
Risultato, Fabbri ha superato centomila voti, e quasi tutti i partiti che l’hanno appoggiato sono cresciuti, per un totale che sfiora il 59 per cento. Ad eccezione della Margherita, che ha perso molto rispetto alle provinciali del ’99, quando però, va detto, al proprio interno aveva anche i dipietristi, ora presentatisi invece con la lista Di Pietro-Occhetto, che ha ottenuto stavolta un bel risultato. Così come, peraltro, i Verdi e i Comunisti Italiani.
Discorso a parte va fatto per Rifondazione Comunista: poteva solo rischiare di perdere alleandosi con Fabbri dal primo turno. Invece ha guadagnato quasi due punti, assestandosi vicino al sette per cento; segno che anche gli elettori del Prc vogliono un partito che si candidi a governare.
Altra delusione invece Ap-Udeur, neppure lo 0,2 per cento; segno, questa volta, che se un progetto politico non parte dal basso ma viene calato dall’alto, non sempre funziona. Insomma le provinciali sono andate bene per il centro-sinistra, più del resto delle amministrative: sono queste le “uniche urne” cui la dirigenza di Ds e Margherita possono appellarsi, quando si farà (e non potrà non farsi) l’analisi di un voto che per altri versi non è stato esaltante: c’è già chi sta affilando le armi, specie sotto la Quercia.
Tutt’altro che accademica l’ipotesi che Riziero Santi lasci la segreteria. Tanto che Fabbri, cavallerescamente, gli ha già offerto di fare il capogruppo in Provincia.
E tornando a Super-Nando, per lui i problemi veri potrebbero arrivare, per assurdo, adesso. Intanto perchè sarebbe giusto dare un assessore a tutti i partiri che hanno portato all’elezione di un consigliere, e cioè Verdi e Comunisti Italiani (che in giunta c’erano già) e Italia dei Valori (che invece non c’era).
Rifondazione potrebbe anche pretendere di più visto il risultato, ma resta alla parola data e si accontenta di un assessore (Giancarlo Rossi alla Cultura). Il fatto è che la Margherita sperava nel terzo assessore da queste elezioni, e invece, col risultato scarso che ha ottenuto, dovrà esser contenta ad averne due, col vicepresidente (senza dubbio Maurizio Taormina).
E questo, a lungo andare, potrebbe creare problemi a Fabbri che presterebbe il fianco alla critica (peraltro poco appropriata) di aver sbilanciato la giunta troppo a sinistra. Comunque la Margherita ha detto “no grazie”: allora stiamo fuori dalla giunta e diamo l’appoggio. Così si dimostra anche di non essere attaccati alle poltrone, hanno detto dalla Margherita, dove però di dimissioni, dopo il disastro, non ne ha parlato nessuno.
Se Fabbri avrà da fare, il centro-destra ha solo da leccarsi le ferite. Presentando il candidato di Fi e Lega Nord, Giuliano Giulianini, l’ideologo degli azzurri riminesi, Gianni Piacenti, aveva buttato lì che il fatto di correre separati sarebbe stato funzionale a massimizzare il risultato di ogni singolo partito d’opposizione, così da trascinare Fabbri al ballottaggio, per poi ricompattarsi.Niente di tutto ciò. E non che le liste non fossero abbastanza frammentate. A Giulianini, si sono aggiunti altri cinque sfidanti del presidente uscente: Filippo Airaudo di An, Franco Albanesi per il Nuovo Psi, Adriana Neri coi Riformisti e i Radicali, Riccardo Cirri (Fiamma Tricolore) e anche Eugenio Giulianelli (Federalisti Europei). Ma insieme non hanno raggiunto il cinquanta per cento.
All’indomani del voto i perdenti, oltre che comprensibile tristezza, trasudavano ovvietà e rassegnazione. Giulianini ha subito detto che Fabbri ora sarà in difficoltà nel fare i conti con Rifondazione. Anche meno è arrivato dagli altri, ad eccezione di Albanesi, che ha chiamato tutti attorno a sé per realizzare una lista civica “In vista di prossime elezioni”. Quali le comunali del 2006?
“Certo anche, ma anche le regionali… Vedremo…” risponde lui, come quelli che la sanno lunga. Negli ultimi anni Albanesi è stato prima candidato con Fi, poi ha lanciato il referendum per il palacongressi nella zona sud, quindi la candidatura nel Nuovo Psi, ottenendo risultati sempre decrescenti alle varie urne. Fino al due per cento delle provinciali. Chissà (ma non pare semplice) se con questa fantomatica lista civica riuscirà ad invertire il trend?
Intanto, Nando Fabbri, dopo la cavalcata elettorale più che vincente, si prepara a cavalcare per altri cinque anni alla guida della Provincia che, soprattutto in chiave politica, ha già trasformato in un centro di potere con cui tutti, compresi Palazzo Garampi e la segreteria provinciale del partito, devono fare i conti.

I NUMERI

Supernando

Nando Fabbri
(100.858 voti pari al 58,8%)
Giuliano Giulianini
(38.700, 22,6 %)
Filippo Airaudo
(16.465, 9,6 %)
Vincenzo Mirra
(5.202, 3,0 %)
Adriana Neri
(3.831, 2,2 %)
Franco Albanesi
(3.705, 2,2 %)
Riccardo Cirri
(2.331, 1,4 %)
Eugenio Giulianelli
(394, 0,2 %)




Imola, una vittoria capolavoro politico

– Forse il primo ad essere sorpreso dello straordinario successo elettorale è l’attore indiscusso: Daniele Imola, il sindaco diessino uscente, al centro di critiche furiose sia tra gli alleati, sia tra gli avversari.
E’ stato riconfermato per altri 5 anni alla carica di primo cittadino con una caterva di consensi in una tornata elettorale con ben 6 candidati a sindaco e le favolose 16 liste. Andiamoli a vedere questi numeri da record, assoluti ed in parallelo rispetto a 5 anni fa. La sua lista ha mietuto il 60,98 per cento dei voti (52,18 per cento nel ’99). Ma la prestazione di Imola non si è fermata qui. Ha ricevuto “apprezzamenti” personali importanti. Infatti, i Ds per il Consiglio comunale hanno toccato quota 40,6 per cento (8.611 voti); era il 33,16 nel ’99. Mentre alle elezioni provinciali, il suo partito, i Ds, non hanno raccolto che un “misero” 36,2 per cento. La differenza, quel 4 per cento, è la dote portata da Imola.
La festa di Imola, è stata completata dall’ottimo risultato elettorale dei partiti che lo hanno sostenuto. I socialisti dello Sdi sono passati dal 3,71 al 4,75. I Verdi: dal 2,20 al 3,44. Rifondazione comunista: dal 3,07 al 4,35. L’unico partito di maggioranza ad aver smarrito il consenso è stata la Margherita. Si è attestata al 6,24 per cento, mentre 5 anni fa con le due compagini, Quadrifoglio e Democratici, portarono a casa il 10 per cento.
Se il centrosinistra ride, per contrappasso, il centrodestra più che piangere dovrebbe riflettere. Si è presentato diviso, litigioso ed anche un po’ sguaiato (roba da bar) negli attacchi personali ad Imola.
Molto probabilmente la delusione è stato Marzio Pecci, il candidato a sindaco di Forza Italia. Campagna elettorale ficcante, aggressiva, ma voti pochi. Si è fermato ad un misero 15,53 per cento. L’unica consolazione, per modo di dire, è data dal fatto che Forza Italia alle comunali ha fatto meglio di 5 anni fa. Allora riuscì a raccogliere il 13,15 dei voti; questa volta il 14,7. Va detto che alle provinciali Forza Italia ha preso quasi il 20. Dunque: riflettere, riflettere, riflettere.
Flora Fabbri, ex Forza Italia, vicino a Cl (Comunione e liberazione) a capo di una lista formata da ex socialisti, An, Udc, Lele Montanari, ha conquistato il 20,02 per cento: un ottimo risultato.
Esce ferita An. La percentuale era del 14,2 nel ”99. E’ del 7,52 oggi. E’ mancato Giancarlo Barnabè.
Ma il capolavoro di Imola non è stato la meta elettorale, ma la squadra. Paura di andare al ballottaggio, non ha perso un voto. Infatti, ha formato una coalizione che va dall’Udeur a Rifondazione comunista. Ora dovrebbe essere meno solista nel governo della città. Dovrebbe riscoprire l’Imola di quando faceva vita di partito e scorrazzava Veltroni sulla sua Duna: con orgoglio.

di Claudio Saponi




Per la ‘rivoluzione’ 139 voti

ELEZIONI

Terremoto politico
Il 12 e 13 giugno a Cattolica è accaduto un terremoto politico. Equilibri ritenuti inamovibili sono stati scossi alla radice. Il dopo Micucci (ma la sua presenza continua…) ha fatto deflagrare la politica cittadina. La situazione politica a Cattolica non sarà più quella di prima. Il ballottaggio, che di per sè rappresenta già una ‘rivoluzione’, non è stato altro che la certificazione della rottura di quegli equilibri.
Il vincitore morale
C’è un solo grande vincitore morale, come lo hanno riconosciuto anche gli avversari politici, e si tratta di Alessandro Bondi e la sua coalizione Arcobaleno. Alcuni dati: 16,67% i voti ottenuti dalla coalizione, 23,59% di preferenze personali. Circa mille voti in più ottenuti dal voto disgiunto sottratti agli avversari candidati a sindaco: -3,92% Pazzaglini, -1,27% Bulletti, -1% Tonti, -0,44% Cenci, -0,31% Pierani. Insomma, una grande affermazione personale.
Una vittoria dimezzata
Pietro Pazzaglini alla fine ha vinto (66,73%) su Carlo Bulletti (33,27%), ma politicamente è da ritenersi una vittoria dimezzata, mentre per i partiti della sua coalizione possiamo parlare di tracollo. Ha avuto la fortuna di trovarsi al ballottaggio il candidato del centrodestra, e questo lo ha favorito grazie alla tradizione democratica e di sinistra della città. Ma alla fine ha prevalso più la paura di consegnare il comune alla destra, che il ‘progetto Pazzaglini’, e in tanti, pur con la molletta al naso lo hanno votato. Lo hanno fatto, con coerenza ai valori della sinistra, almeno 1.200 elettori dell’Arcobaleno. Ma la storia sarebbe finita diversamente se lo scontro finale fosse stato col nuovo centrosinistra di Bondi, che sulla scia del successo e dell’entusiasmo, difficilmente la logora compagine di Pazzaglini avrebbe potuto contrastare. La vittoria dimezzata di Pazzaglini si misura sulla ‘ribellione’ della città ad una candidatura non gradita, con i dissidi nei partiti che lo sostenevano e nel crollo elettorale di Ds (-20,6% rispetto le comunali del 1999 e -1,33% rispetto alle catastrofiche politiche del 2001), Margherita (-7,91%) e Sdi (-1,04%).
No al guazzalochismo
Pienamente sconfitta la proposta guazzalochiana di Bulletti, di un centrodestra che si occulta dietro ad un personaggio della società civile. La base elettorale del centrodestra arretra di un 10% circa e la lista civica di Bulletti raccoglie appena 333 voti. Sono stati trascinati al ballottaggio grazie al lavoro di rottura degli equilibri provocati dalla coalizione Arcobaleno.
Il ballottaggio ideale
Il ballottaggio ideale, suffragato anche dai voti, doveva essere tra il vecchio e nuovo centrosinistra. Sono mancati 139 preferenze; ma se consideriamo le 688 date a Paolo Tonti di Rifondazione, alle 282 ad Alberto Cenci e alle 250 a Giorgio Pierani, ‘imbalsamate’ solo sul candidato senza disgiunzione di voto, c’è da mangiarsi le mani e da insinuare forti riflessioni a tanti, per la grande storica occasione di cambiamento che la città si è trovata tra le mani.
Ds e nuova sinistra
I Ds hanno avuto una sonora lezione. Oggi a Cattolica rappresentano solo il 27,60%, e alla sua sinistra (Arcobaleno più Rifondazione) c’è una forza del 24,34%, che se saprà costruire un progetto credibile e unitario, ha le carte in regola per diventare sinistra di governo. I Ds in queste elezioni hanno portato sulle loro, uniche spalle, la croce. Si sono abbarbicati sul loro uomo, quel Massimo Gottifredi, ormai uno dei pochi diessini con una immagine ancora spendibile. Si prevede ora una resa dei conti, che non è detto che porti al cambiamento: passata la paura, la restaurazione potrebbe essere dietro l’angolo. La Margherita è divisa e ridotta all’osso. Infine aleggia l’ombra della lista Micucci con i suoi due consiglieri determinanti nella maggioranza. Il cielo non è sereno, per niente!
Le liste civiche
Le liste civiche, ovunque, fanno fatica ad imporsi rispetto a simboli di partito più affermati e rappresentativi di lunghe storie politiche. Anche a Cattolica hanno fallito: quella di Bulletti (333 voti), di Cenci (281), di Pierani (242). Un discorso a parte merita quella di Micucci (583 voti), che se in apparenza potrebbe ritenersi soddisfacente, alla luce del personaggio, di un mega-sindaco uscente con 14 anni di governo, il risultato è assai misero. Altra riflessione per il risultato deludente di ‘Cattolica città per la pace’ (307 voti), qui il movimento che ha saputo costruire si è speso unicamente per l’insieme della coalizione e del candidato a sindaco Alessandro Bondi. Da questo punto di vista il risultato, alla fine, è stato ampiamente positivo.
Il voto disgiunto
Il voto disgiunto è stata la grande novità di queste elezioni. Questo ha permesso a tanti cittadini di mandare segnali ben precisi: manifestare la propria fedeltà al partito del cuore, e nello stesso tempo segnalare un disagio e una protesta per un candidato non gradito. Massiccio è stato il voto disgiunto di diessini e margheritini. Ma c’è stato anche il messaggio che indicava il candidato a sindaco ideale, Bondi, che più rappresentava l’esigenza di cambiamento, partecipazione e trasparenza di tantissimi cittadini. Nella fase finale della campagna elettorale questo fenomeno si stava delineando in maniera tangibile. Appare inspiegabile, e politicamente miope, che dalle teste pensanti delle liste civiche (Cenci e Pierani), ma soprattutto di Rifondazione comunista, non ci sia stata una precisa indicazione, magari sussurrata, per fare scivolare qualche punto in percentuale di preferenze sul nome di Bondi. Non avrebbe sottratto voti di lista per i loro partiti e avrebbe aperto una partita storica per la città. Alla fine dei conti, loro malgrado, sono stati i migliori alleati della continuità, ampiamente dichiarata, di Pazzaglini e Micucci.
Le cause del terremoto
Alzando lo sguardo dell’analisi, dobbiamo capire che quello che è successo a Cattolica, oltre a peculiarità locali, è il frutto di una situazione più generale e complessa. E’ l’effetto di una coscienza politica cresciuta con le grandi manifestazioni pacifiste e contro la globalizzazione selvaggia, è l’effetto della ribellione alla politica di un governo di destra guidato da Berlusconi, è il frutto di tante battaglie sindacali, sulla scuola, la libertà dell’informazione, la giustizia… insomma una radicalizzazione della lotta politica e sociale che ha modificato le coscienze dei cittadini e che pretendeva dal centrosinistra risposte di unità e più incisive. Dove è stato fatto, il centrosinistra ha vinto in maniera limpida e senza traumi. A Cattolica, invece, i dirigenti locali hanno subìto l’umiliazione dei ricatti e delle imposizioni, non hanno avuto coraggio… e quello che è accaduto ne è la conseguenza.
Cosa accadrà?
Pazzaglini risulta un sindaco “dimezzato” per diversi motivi: non ha avuto la piena adesione dei suoi partiti, non è stato molto gradito dal popolo della sinistra, ha condotto una campagna elettorale debole. Dovrà lavorare molto e bene anche per scrollarsi di dosso il tutoraggio di Micucci e la diffidenza che lo circonda. Già dalla nomina degli assessori si capirà se si vuole dare un segno di discontinuità e di autonomia. In questo caso i nomi possono essere anche segnale di dialogo… o di sfida. Ma il problema più grosso per Pazzaglini e la nuova maggioranza è uno solo: dopo l’estenuante campagna elettorale, i pesanti problemi politici, sociali e finanziari sono ancora tutti lì da risolvere. E, ahinoi! sono stati proprio quelli a determinare tutto il patatrak cattolichino.
L’Arcobaleno
Cosa dovrà fare l’Arcobaleno? Attraverso i suoi rappresentanti in consiglio comunale e nella mobilitazione e partecipazione dei cittadini, dovrà impegnarsi per continuare la sua battaglia democratica affinché a Cattolica si affermi una politica trasparente, partecipata, solidale e caratterizzata da uno sviluppo sostenibile. Dovrà continuare il dialogo già intrapreso con le categorie economiche, il mondo dell’associazionismo e con quelle forze e gruppi politici che non hanno capito la grande occasione storica per il cambiamento e il rinnovo radicale della classe politica che la città ha perso per soli 139 voti. Un nuovo centrosinistra fatto di cittadini ha iniziato il suo cammino, è diventato soggetto politico autorevole e di massa. Si sono aperti grandi spazi, possibilità, entusiasmi e nuove energie umane, alla ribalta sono saliti nuovi personaggi come Alessandro Bondi. Nel dialogo possibile, o nella opposizione più tenace, l’Arcobaleno dovrà impegnarsi affinché siano i cittadini a diventare i controllori e i critici più implacabili contro ogni scelta lesiva degli interessi generali della città, che la nuova amministrazione comunale potrebbe perseguire.

di Enzo Cecchini




Giorgio Ciotti, una stravittoria

– Una stravittoria quella di Giorgio Ciotti a Morciano alle elezioni a sindaco dello scorso 12 e 13 giugno. Il centrosinistra e la Lega nord di Mario Garattoni sono uscite con le ossa rotte. Alla vigilia si pensava che la posta si potesse giocare per una manciata di voti.
Si è aggiudicato la poltrona di primo cittadino con il 62,39 per cento dei suffragi (una delle percentuali più alte della provincia). Tradotti in voti sono 2.455. Nel ’99, la lista Ciotti prese 1.880 preferenze (pari al 47,58 per cento).
L’alleanza di centrosinistra capitanata da Luigi Liverani non si è attestata che su un misero 30,95 per cento (1.218 voti). La percentuale nel ’99, invece, fu del 34,55, mentre le schede a proprio favore furono 1.365.
Giornate amare anche per il candidato a sindaco della Lega nord, Mario Garattoni. Se nel ’99 fu un’autentica sorpresa con il 10,50 per cento e 415 voti, quest’anno la percentuale è scesa al 6,66 ed i voti a 262. La sua consolazione è data dal fatto che il risultato morcianese è il migliore a livello provinciale per la Lega.
Ma come spiegare il successo di Ciotti? Due le facce della medaglia della vittoria: i meriti propri ed i demeriti della sinistra. In questi 5 anni ha realizzato numerose opere pubbliche: le rotonde (tante e ben riuscite), piazza del Popolo (è talmente malriuscita che andrebbe rifatta per rispetto all’elegante linee del palazzo comunale che vi si affaccia ed alla fontana del Mercurio), il parco nel Conca, l’operazione Ghigi (con la quale si è alleato con i diessini riminesi, ignorando i morcianesi). Inoltre, ha gestito il potere con un personalismo assoluto quanto deleterio sul medio e lungo periodo. Nella sua lista ha intruppato persone di sinistra stimate come Silvano Soprani e personaggi che lo detestano ma gli si accodano: la sirena del potere.
La sinistra ha molte colpe. Nei 5 anni all’opposizione, pensando che Ciotti potesse fare il salto della quaglia (ufficialmente è della Margherita, ma politico sagace gioca in proprio su ogni tavolo), lo ha sempre blandito, dimenticandosi di fare opposizione e di presentarsi all’elettorato con credibilità. La lista di centrosinistra, aspettando il salto di Ciotti, è nata all’ultimo momento.
In questa tornata elettorale hanno ottenuto un risultato personale di prestigio Danilo Ottaviani (uno capace di giocare sullo scacchiere del potere con Ciotti) e Pierluigi Autunno (uno stimato avvocato). Entrambi culturalmente arrivano dal Psi. Al primo quasi 150 preferenze, quasi 140 al secondo. Si va a ricominciare con altri 5 anni di Ciotti. Poiché sono gli ultimi, potrebbe perdere quella patina di autolesionismo: farsi male da solo. La politica vera si fa insieme ai cittadini ed agli amici di alleanza.
In Consiglio comunale siederanno sugli scranni della maggioranza: Giuseppe Casadei, Lanfranco Ciotti, Filippo Gennari, Giampietro Mancini, Enzo Montani, Maria Rosa Gostoli, David Oddone, Danilo Ottaviani, Sonia Paduli, Silvano Soprani, Giancarlo Turci. Centrosinistra: Renata Andruccioli, Pierluigi Autunno, Filippo Ghigi, Luigi Liverani. Lega: Mario Garattoni.

di Francesco Toti




CURIOSITA’ – I comuni del centrodestra

Erano 2 (Morciano e Montescudo) nel ’99. Eccoli: Montefiore, Montescudo, Morciano di Romagna, Saludecio.




CURIOSITA’ – I comuni del centrosinistra

Erano 16. Sono: Bellaria, Cattolica, Coriano, Gemmano, Misano, Mondaino, Montegridolfo, Poggio Berni, Riccione, San Clemente, San Giovanni, Santarcangelo, Torriana, Verucchio. Governa anche a Rimini e Montecolombo, ma nei due comuni non si è votato.




I NUMERI – Supernando

Nando Fabbri
(100.858 voti pari al 58,8%)
Giuliano Giulianini
(38.700, 22,6 %)
Filippo Airaudo
(16.465, 9,6 %)
Vincenzo Mirra
(5.202, 3,0 %)
Adriana Neri
(3.831, 2,2 %)
Franco Albanesi
(3.705, 2,2 %)
Riccardo Cirri
(2.331, 1,4 %)
Eugenio Giulianelli
(394, 0,2 %)




Turismo, l’arma del benessere

– Oltre che per il foltissimo pubblico, il Festival del Fitness quest’anno è stato un successo anche dal punto di vista mediatico. Numerosissimi i servizi sulle principali testate televisive nazionali, e collegamenti quotidiani di un’ora, su Rai Due, col programma la Vita in Diretta.
Insomma, Rimini ha fatto parlare di sé come la meta del benessere fisico. Venite a Rimini per stare bene. Un po’ come’era negli anni ’60, quando Rimini divenne grande, perchè, si diceva, i bagni di mare e di sole fanno bene alla salute. Nasceva così il turismo di massa.
Sulle ceneri delle colonie fasciste per i figli dei lavoratori, saltarono fuori le pensioncine per le famiglie di impiegati che venivano a prendere il sole, più che per la tintarella poichè era utile per i polmoni anche in vista dell’inverno. E perchè allora Rimini non potrebbe scacciar via la crisi, candidandosi ad essere la meta del benessere per chi non può permettersi le cliniche di Messegué?
Un po’ di storia. Fino al secondo dopoguerra al mare, in villeggiatura, non erano molti ad andarci. Si sapeva, certo, che i bagni di mare e di sole facevano bene, specie ai bambini, ma chi poteva permetterseli? Poi, col secondo dopoguerra, il boom economico, ci furono più soldini per tutti. E andare in vacanza, al mare, divenne alla portata di più tasche.
Le famigliole cominciarono a portare i pargoli a prendere il sole. Un’umanità votata, fino a quel momento, solo al lavoro, trovava un po’ di svago. E lo trovava a Rimini, dove in seguito ad una serie di circostanze concomitanti, i prezzi erano abbordabili.
Fu così che Rimini divenne la meta principale del turismo per il benessere della classe media proveniente dall’Italia, e di quella un po’ più alta proveniente dall’estero, Germania in primis.
Poi le cose cambiarono, e il benessere e il riposo famigliare lasciarono il posto al luogo dei divertimenti, per lo più giovanilistici. Specie nel periodo delle mucillagini e delle discoteche. Quindi la stagione più recente, quella dei tanti turismi e della destagionalizzazione.
E, tra i tanti turismi, è saltato fuori anche quello del benessere. Ma il punto sta proprio qui. Forse più che uno dei tanti, quello del benessere dovrebbe essere il turismo.
Da qui, riscoprendo e rinnovando l’offerta della vacanza di sole e mare per star meglio, potrebbe partire il rilancio vero della Riviera. Con una condizione: quella di mantenere prezzi abbordabili.
Facili gli slogan o le suggestioni: venite a Rimini per star bene. Invidi la diva che può permettersi due settimane di vacanza in una clinica in cui viene “rimessa a nuovo”? Ora anche tu puoi farlo.
Si è già sulla buona strada. La maggior parte dei bagnini ormai ha una palestra e l’opportunità di fare massaggi, nei propri stabilimenti. E si sta pensando a centri benessere nelle ex colonie Novarese e Bolognese di Rimini.
Ecco che allora, alla gente, si può proporre la vacanza di mare e di benessere assieme. Basterebbe poco: menù personalizzati e dietetici, su richiesta, negli hotel. La possibilità di fare un po’ d’esercizio fisico, magari con un istruttore, in spiaggia. Poi un massaggio o qualche doccia aromatizzata per un maggior relax. Meglio se, ancora, si aggiunge un consulente di look, per l’abbigliamento e il taglio di capelli ad esempio.
Con in più i locali, la movida, il meraviglioso entroterra, oltre naturalmente al mare e alla tintarella senza bisogno di solarium, che nessun centro di lusso potrà mai offrire. Centro di lusso in cui la classe media odierna, a cui Rimini farebbe ponti d’oro, potrebbe permettersi sì e no un week end, mentre a Rimini potrebbe farsi due settimane. Rinverdendo i fasti del turismo nostrano.

di Francesco Pagnini