Il coraggio di non scrivere le bugie

La prima è stata: bene! C’è ancora qualcuno che sa cosa dovrebbe fare e che cosa non dovrebbe fare un bravo giornalista: dovrebbe raccontare ciò che è successo. In altre parole dovrebbe dire la verità e non fare passare per verità ciò che invece è un racconto ricevuto, ma privo di qualsiasi riscontro, o peggio ancora una sua impressione o un suo commento. Possiamo anche convenire che questo non sia sempre facile; a volte appurare la verità è molto difficile se non addirittura impossibile.
Bene, spostiamo allora un po’ l’obiettivo, se proprio la verità documentata in maniera certa non è possibile, evitiamo almeno di scrivere delle bugie e, peggio ancora, di inventare noi fatti e particolari.
Anche nostro Signore al settimo comandamento ci dice: “Non dire falsa testimonianza”. Che significa non dire bugie e non raccontare fatti non veri.
E’ come dire: dì sempre la verità, ma ce lo dice in un modo talmente semplice e chiaro che è impossibile capire.
Quando poi si passa dal racconto ai fatti al “commento” o alla “interpretazione” degli stessi ecco che il giornalista riacquista tutta la sua libertà di interpretare e commentare i fatti accaduti o previsti; è fondamentale però che questo passaggio sia chiaro, che si capisca cioè che non si sta più raccontando un fatto o un discorso, ma li si sta commentando o interpretando.
Questo è quello che alla gente serve e che la gente vuole.
Un bravo giornalista, o un bravo inviato, hanno il diritto, a volte anche il dovere, di esprimere giudizi su quello che hanno visto o sentito. L’importante è che il lettore sappia che quello che legge è un “racconto dei fatti”, oppure un “commento dei fatti”. La differenza è sostanziale.
In tema di verità e non bugie mi preme aggiungere un’altra riflessione. Un editore serio ed una classe giornalistica seria dovrebbero avere fra i loro obiettivi quello di: fare emergere la verità ogni volta che ciò è possibile.
Le inchieste e gli approfondimenti dovrebbero tendere a questo.
Oggi, particolarmente i politici, si scambiano accuse di falsità, ciò, a mio avviso, è estremamente grave; la bugia non significa avere pareri diversi (cosa legittima), significa ingannare tutti coloro che leggono o ascoltano.
Compito spesso difficile, ma certamente non impossibile e nobile impegno di un bravo giornalista, dovrebbe essere quello di smascherare i bugiardi ogni volta che questo sia possibile. Il mondo non ha mai avuto bisogno di bugiardi, oggi c’è un eccesso di bugie in giro e se ne vedono gli effetti anche in modo eclatante. (Un esempio per tutti: Parmalat. Tutto è partito con una prima bugia alla quale ne sono seguite altre migliaia ed i risultati, anche se dopo molti anni, si sono purtroppo visti).
Sarebbe veramente “cosa buona e giusta” che qualcuno si prendesse la briga di combattere la menzogna e la falsità e lavorasse per fare emergere, ogni volta che è possibile, la verità. Per esempio quando si possono avere a disposizione numeri certi, documenti chiari, perché consentire e tollerare che singoli individui a volte addirittura istituzioni nazionali, divulghino e portino avanti argomentazioni basate su dati di base falsi o disinformati.
Una bella indagine o inchiesta giornalistica in questi casi sarebbe salutare per mettere a tacere quelle voci false che col loro iniquo operare inquinano il corretto vivere civile.
Certo ci vuole un po’ di coraggio, ma il coraggio dovrebbe essere una delle prime doti di un bravo giornalista, un giornalista senza coraggio sarà sempre una mezza figura o un signorsì (o “yes man”, come si direbbe adesso).

di Gianfranco Vanzini




Economia: ‘Non siamo isola felice’

– Indicatori economici negativi per il territorio. Luciano Chicchi: “Crisi economica strutturale”. Guagnini: “Un momento passeggero”. Capacità europea di competere uguale 100, il Riminese vale 107″. Adriano Aureli: “Gli imprenditori hanno nel Dna l’ottimismo”. Cresce solo il mattone. Le banche mietono utili e raccolta. “Bisogna fare assolutamente sistema”. Non va premiata la rendita.
di Francesco Toti
[b]”Il turismo è ancora una grande forza”[/b]
– Giancarlo Ciaroni, presidente della Legacoop della provincia di Rimini, circa 150 associati per migliaia di addetti, in rappresentanza della cooperazione, è stato appena riconfermato nella giunta della Camera di Commercio. Una passionaccia per la terra, dove trascorre, lavorando, tutti i fine settimana, due figlie, misanese, è anche uno dei big dei Ds della provincia.
Ma che cosa fa la Camera di Commecio? Risponde: “Il suo ruolo principale è promuovere l’economia del territorio. Inoltre, ha partecipazioni in una trentina di aziende (qualche nome: Rimini Fiera, Palariccione, Aeradria…)”.
Quali sono i punti forti e deboli dell’economia della provincia?
“Al di là di tutto e nonostante i meno che va a registrare, ma più contenuti del settore in generale, va messo il turismo. Negli ultimi anni, grazie alla fiera ed al congressuale, si è distinto per la destagionalizzazione. Va aiutato attraverso delle strutture che possano ridurre il traffico nelle zone dei turisti, migliore viabilità, trattamento delle acque.
Gli altri settori storicamente forti della provincia sono in crisi, come il manifatturiero. Il comparto moda è in crisi, ma meno che altrove. Tira l’edilizia grazie a due fattori: il territorio è visto come un valore aggiunto e chi investe ha fiducia nel ritorno, con gli investimenti finanziari in crisi.
Tutto sommato non sono pessimista, anche se c’è bisogno di uno sforzo, di un impegno particolare per superare le difficoltà. Sono convinto del fatto che bisogna raccogliere tutte le energie sul territorio per fare sistema. Mi sembra che tale consapevolezza ci sia. Anche se c’è qualcuno che si attarda, pensando di controllare le cose, attraverso la conservazione del proprio spicchio di potere. Però, anche con le frenature, si sta andando avanti; si può competere soltanto a livello di territorio e non come singoli. Una zona forte aiuta ad essere più competitivi”.
Lei ha fatto politica e per certi versi ne è ancora dentro, come legge questo conflitto sempre più acceso tra gli amministratori ed il proprio partito?
“C’è una separazione tra il partito come momento di partecipazione, dove si affermano volontà, valori, bisogni ed una realtà amministrativa che sempre più spesso richiede velocità, presenza. Per far coincidere partito e momento amministrativo bisogna fare dei passi in avanti per recuperare i valori fondamentali, direi originari. Se la politica è un lavoro per pochi, la sinistra ha già perso al di là dei belli e buoni politici. L’elezione diretta del sindaco, presentato come liberazione ed emancipazione dal ruolo, ha trasformato il ruolo della politica, rischiando di allontanare i cittadini dalle istituzioni, con il rischio di avere sempre meno democrazia. Oggi, il politico deve bucare lo schermo come se fosse un prodotto, quando deve avere la capacità di risolvere i problemi ed alzare gli orizzonti di una comunità. Negli anni ’70. seppur infarciti di ideologie, c’era parteciapzione. E credo che gli obiettivi e lo spirito di allora siano ancora validi: avere una società efficiente, meglio organizzata e più giusta. Posso portare un esempio. Io abito a Misano, dove si è creato un distacco tra gli amministratori ed i cittadini e si fa anche finta di non capire. Gli amministratori devono interpretare gli interessi di tutti; così oltre ad essere attratti dal turista devono avere anche la sensibilità di tenere pulito un parco e di chiudere una buca sul marciapiede. Purtroppo, oggi si è perso il gusto della discussione del bene comune. Si ragiona sul particolare. Anche i comitati di zona è il particolare portato avanti al plurale. E non la coscienza più generale per dare ordine. Per cultura, per tradizione, penso che fare politica sia mettersi al servizio degli altri”.
[b]Industria, caduta del 2,1%[/b]
– Nei primi tre trimestri del 2003 l’industria manifatturiera della provincia ha fatto segnare un meno 2,1% rispetto al corrispettivo dell’anno prima. Il dato che preoccupa è il terzo trimestre, dove la perdita è stata del 4,1 per cento, con il fatturato che ha subito una battuta d’arresto del 5,7% (la media regionale è meno 2,3%). Rispetto alla Regione un segno più. Nei primi 3 trimestri le esportazioni sono cresicute dello 0,4 (Regione: più 0,1).
[b]Cresce il numero delle imprese[/b]
– Sempre più imprese nella provincia. Erano 31.013 e sono 31.784 (più 2,49%), un fattore di dinamismo. La percentuale maggiore arriva dal settore terziario, più 12,32 (da 3.443 a 3.857). Boom nelle costruzioni: più 6,2 (da 3.759 a 3.992). Cresce anche la ristorazione, più 18,55: da 415 a 492. Lieve più anche nel commercio, segno positivo dell’1,92 (da 8.708 imprese a 8.875). Stabile l’alberghiero e l’industria. Giù l’agricoltura: meno 3,88 (da 3.094 a 2.974).
[b]Esportazioni, 545 imprese[/b]
– Sono 545 (erano 553 nel 2002) le imprese che esportano all’estero. Il dato 2002 dice che in valore sono 3.860,69 euro a testa. Contro una media regionale di 7.709; media Nord-Est 7.864 ed una media Italia di 4.655. Sull’altro fronte, l’import rispetto alle medie Rimini è fanalino. Import pro capite: 1.247; Emilia Romagna 4.766; Nord-Est: 5.392; media Italia: 4.507.
[b]Un forum provinciale con tutti gli attori sociali[/b]
– “La vera rivoluzione economica passa per l’Agenda 21. Si cambia onda e si portano i cittadini nella stanza dei bottoni”. Parola di Cesarino Romani, assessore provinciale all’Ambiente e responsabile dell’Agenda 21.
“Agenda 21 è uno strumento innovativo – argomenta -. Con le scelte politiche che partono dal basso. Si incontrano i cittadini, le associazioni di categoria (industriali, agricoltori, artigiani, albergatori, commercianti), gli enti pubblici, in un forum. E questo organo decide le strategie, gli obiettivi, i metodi, per un cammino coerente e condiviso, con lo scopo di portare il nostro territorio ad uno sviluppo sostenibile”.
“Dove per sostenibilità – prosegue Romani – significa qualsiasi azione in grado di sostenersi da sola. Ad esempio nella provincia di Rimini si consuma 7 volte di più di quanto la natura riesca a dare. Domanda: dobbiamo crescere ancora? Agenda 21 rappresenta uno strumento dove i propri interessi concreti vanno a coincidere con gli altrui interessi. Abbiamo già fatto una dozzina di incontri. Il fine ultimo è lo sviluppo sostenibile, dove si va a conservare l’eco-sistema, l’efficienza economica, l’equità sociale. Noi verdi all’interno dell’amministrazione provinciale sosteniamo la certificazione (detta Emas) di tutto il territorio, la contabilità ambientale (spesso il singolo scarica alcuni costi sulla società), il bilancio partecipato (cioè ogni ente deve stanziare una somma per il cittadino), interventi sul Piano regolatore e Piano strategico che portino ad una riduzione degli impatti ambientali (inquinamento atmosferico, rumori, campi elettromagnetici), la creazione di reti ecologiche (dove le aree verdi comunali si uniscano a quelle provinciali, il recupero e rinaturalizzazione delle spiagge (che non significa fare le dune), chiusura dei centri storici in accordo con commercianti e cittadini, aree verdi al posto di una strada”.
[b]Rapporto economico: [/b]
– Luciano Chicchi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini (con il 70% il padrone della Cassa di Risparmio di Rimini) è categorico: “Si pensava che Rimini fosse un’isola felice. Invece non è così. Bisogna ricercare le cause, le motivazioni, aprire un dibattito nella città. Mi embra che siamo nel mezzo di una crisi strutturale”.
Manlio Maggioli, presidente della Camera di Commercio: “L’economia del Riminese è in crisi. Con questo rapporto si cerca di conoscere. E’ soltanto attraverso la conoscenza che si possono trovare i rimedi”.
Mentre per Massimo Guagnini, il curatore del rapporto economico 2003, Rimini si trova in un contesto europeo. Con gli indicatori 2003 che affermano semplicemnte uno stato di difficoltà. Inafatti, nel ’98, i disoccupati rappresentavano il 9% della popolazione, percentuale del 4 nel 2003, con una popolazione cresciuta del 4,3 per cento nel periodo ’98-2003. La capacità di produrre reddito dell imprese locali sono in linea con le aree avanzate. E Rimini nel contesto delle 1.300 unità territoriali europee elemento di solidatà economico pari a 100, il nostro valore è di 107.
Tuttavia ci sono segnali negativi: la maggiore difficoltà della classi meno abbienti, un’economia ricca che attira investimenti nel mattone e non nei settori produttivi.
Questi temi sono venuti fuori durante la presentazione annuale (quest’anno è il decimo) del rapporto economico della Camera di Commercio, presentato lo scorso 19 marzo nell’aula magna dell’università di Rimini, in via Angherà. Ospite d’onore il prestigioso economista Stefano Zamagni, originario di Rimini.
[b]Bisognerebbe fare squadra[/b]
– Fare sistema. Ovvero fare squadra. Remare tutti nella stessa direzione. Questo chiedono le associazioni economiche della provincia di Rimini per reggere la concorrenza che arriva da ogni dove. Ma quali chi alza gli ostacoli contro la crescita economica del Riminese? Ne parlano: Alberto Brighi (presidente di Api, Associazione della piccola e media impresa), Salvatore Bugli (direttore provinciale della Cna), Mauro Gardenghi (segretario provinciale della Confartigianato).
Alberto Brighi: “Non si fa sistema per colpa dei campanili. E coinvolge tutti: la politica, le banche, gli imprenditori. Noi imprenditori esportiamo ricchezza, ma marciare divisi è un assurdo. Ogni territorio fa campanilismo. Ad esempio se il discorso si trasferisce in Regione, là non capiscono il valore della Romagna, rispetto all’Emilia. La Regione non è ben predisposta verso un territorio di periferia. Quando fare sistema significa che tutte le componenti di una realtà che producono ricchezza, cultura, devono essere un patrimonio di tutti.
Invece, c’è qualcuno che marcia in proprio. Se si va avanti così scivoliamo ai margini dell’economia. Tutto questo è dovuto alla poca, cultura, alla pigrizia, all’incapacità. La politica fa bei discorsi, tuttavia alla fine ci si arena sul fatto che ognuno voglia la propria fetta. Insomma, mentre la casa brucia, tutti stanno a discutere. A Rimini c’è un’imprenditoria diffusa, ma ha necessità del sistema. Chi va sui mercati mondiali da solo è penalizzato”.
Salvatore Bugli: “Credo che negli ultimi anni ci sia stato un tentativo non riuscito di integrazione pubblico-privato. L’esempio buono è quello della Fiera di Rimini; ed è questa la strada da seguire. In una fase economica di transizione come questa è avere tavoli permanenti dove si individuano delle priorità. E non solo enunciazioni. Vale a dire che le idee vanno concretizzate. Due anni fa siamo partiti con il patto dello sviluppo territoriale che è una buona fase per fare sistema e che tiene, spazia a 360 gradi: aree produttive, mobilità, accessi, stare a fianco delle imprese con le banche e le cooperative di garanzia. A tutto questo il pubblico non deve guardare in modo strabico; spesso si va a fermare soltanto su qualche grande impresa in crisi. Rispetto alle priorità la politica e le associazioni lo sforzo lo devono compiere insieme. Solo così Rimini avrà capacità competitiva negli anni a venire”.
Mauro Gardenghi: “L’unico ostacolo è la non volontà di fare sistema. Non c’è la capacità e la voglia di ciascuno di abbandonare gli interessi corporativi per condividere un progetto che porti sviluppo e qualificazione a tutto il territorio. Questa volontà assente deve partire dai luoghi della politica, dalle istituzioni pubbliche e private, dalle associazioni di categoria e sindacali. A Rimini manca la cultura della generalità. Al contrario, si afferma la cultura del particolare e sulla cultura del particolare si sviluppano le azioni dell’antagonismo e dell’invidia sociale. L’invidia del sociale è una delle caratteristiche riminesi, che va a cercare i motivi del contendere e non quelli del connettere. Inoltre, manca un progetto generale di alto livello ed una leadership credibile capace di creare le sinergie necessarie”.
[b]Export, fiducia nel 2004[/b]
– Oltre il 20 per cento delle imprese attendono diminuzioni sul fronte dell’export, ma sono fiduciosi. L’occupazione nei primi mesi è stabile. E diminuisce la Cassa integrazione nel primo trimestre dell’anno. Molto buona le previsioni per le imprese tra i 50 ed i 100 dipendenti; difficoltà per le aziende sopra i 100. Ancora incertezze sul tessile-abbigliamento e metalmeccanica.
[b]”Economia, premiare chi produce”[/b]
– Trentacinque minuti indimenticabili. Da mandare a memoria. Da utilizzare come pietre miliari di vita, oltre che concetti economici fondamentali. Dalle 17.55 alle 18.30 dello scorso 19 marzo. Salutati con un’applauso fragoroso, spontaneo. Bello. Si era nell’aula magna dell’università di Rimini, via Angherà. Li ha sciorinati l’ospite d’onore: Stefano Zamagni, riminese, uno tra i più prestigiosi economisti italiani, professore di economia all’università di Bologna, nella presentazione del rapporto economico annuale della Camera di Commercio.
Il suo lungo filo è stato: crescita economica e capacità competitiva sui mercati internazionali.
Ha detto: “Ci sono tre tipi di imprenditori: il costruttivo, il distruttivo (ad esempio la mafia) e l’improduttivo. Quest’ultimo non distrugge ma vive di rendita. Il più pericoloso è colui che vive di rendita finanziaria. E quando lo schema degli incentivi ritiene più conveniente la rendita al profitto la società entra in crisi”.
La “lezione” di Zamagni: la struttura degli incentivi viene stabilita dalla società civile e dalla società politica. Zamagni affonda in modo secco, senza tanti giri: “Se una legge va a premiare una rendita non deve essere fatta”.
L’intellettuale riminese oltre che tenere gli orizzonti alti è entrato anche nella specificità della provincia. Ha argomentato: “Rimini è una città ambivalente e duplice, dove c’è tutto ed il suo contrario: innovazione e tradizione, solidarietà ed individualismo. Rimini non è omogenea. Il punto: la scommessa di Rimini è far coesistere ragione e libertà. Si fa fatica a far stare insieme le due cose. La ragione senza la libertà scade nel provincialismo. La libertà senza ragione degenera nell’anarchia, nell’indifferenza. Chi potrebbe far coesistere i due valori sono gli intellettuali, ma a Rimini preferiscono esprimersi nei salotti, piuttosto che incidere nella realtà”.
Sempre interessante, sempre sobrio, sempre divertente nell’esprimere i concetti Zamagni. Andiamo a sentire questo sullo sviluppo. Il vero fattore di sviluppo non sono le ricchezze naturali, non è il capitale umano, è il capitale sociale. Cos’è? Non è nient’altro che le reti di fiducia. Ed a Rimini, al momento, non c’è l’accumulazione di capitale sociale. Nel dopoguerra non fu così.
A livello generale l’economista ha messo in risalto che l’alto costo del lavoro in Italia è una vera e propria leggenda metropolitana. Infatti, il costo orario in Germania e Svezia è di circa 28 euro, contro i quasi 18 dell’Italia. “Chi dice questo non capisce”. Il nodo italiano è la produttività. E poiché noi italiani siamo superficiali non abbiamo capito che il concetto di produttività è diverso da quello di ieri. Su questo nodo Zamagni ha chiamato in causa gli imprenditori ed i lavoratori della conoscenza. In Italia sono in conflitto: gli imprenditori sono dirigisti, mentre gli altri assumono forme auto-referenziali. E’ vincente l’azienda che riesce a tenere in equilibrio i due elementi
Consigli per il futuro? “La città deve sognare, deve tornare a fare grandi cose. Mai trovato fuori una ricchezza come a Rimini. Deve avere la speranza. Va capito che accanto ad un distretto industriale va creato un distretto culturale. Se a Rimini non passerà questo punto il declino sarà graduale”.
L’offerta culturale deve giungere anche nel turismo. “Fare turismo, oltre che fisica, è anche un’esigenza culturale. Oggi chi va in vacanza cerca anche un’offerta culturale. Oltre al sole, alla spiaggia, Rimini deve tornare a creare economia di atmosfere”. Trentacinque minuti che hanno deliziato le menti, salutati da un applauso profondo.
[b]”La Cina deve essere un’opportunità”[/b]
– “Rinnovare le eccellenze del made in Italy. Aprire gli uffici acquisti ai fornitori che ci sono nel mondo”. Questa è la strada a parere di Gianfranco Tonti per fronteggiare la concorrenza che arriva dalla Cina, India, Estremo Oriente, Paesi dell’Europa dell’Est. Cattolichino, grande passione per l’orto, Tonti è il direttore generale di Ifi Industrie (un gruppo da 50 milioni di euro), Tavullia, fiore all’occhiello dell’imprenditoria marchigiana. Un autentico modello imprenditoriale che fa dell’innovazione, della progettazione, della qualità, del dinamismo commerciale e della serietà la forza.
Argomenta: “La Cina non è un mostro, un drago. E’ soltanto un luogo nel quale l’imprenditore deve cercare delle opportunità, sia come fornitore di componenti, sia come mercato dove andare a vendere le proprie merci”.
“Siamo in un cambio epocale – continua Tonti -. Ed in Italia il termine globalizzazione lo dobbiamo ancora scoprire. Il nostro tessuto produttivo, fatto di piccole e medie imprese, ancora non ne ha sentito gli effetti, a differenza della grande industria. Noi come imprenditori stiamo cercando nuove risposte. Se il sistema Italia non c’è mai stato, oggi se ne sconta la mancanza. Sono le attività di governo che dovrebbero confortare gli imprenditori. Purtroppo la logica politica del consenso si basa sull’argilla piuttosto che su iniziative di valore, ci penalizza. Così, gli imprenditori sono costretti ad affrontare da soli lo scenario mondiale della competizione; si è più deboli e più vulnerabili. L’Italia non deve fare il confronto con i paesi arretrati ma con gli occidentali. Con nazioni dal sistema paese efficiente. Germania, Francia, persino Spagna, sono meglio”.
“Questa lettura – va avanti il cattolichino – non è pessimistica, è soltanto realistica. Bisogna partire dal presupposto di non sottovalutare i paesi emergenti. Altrimenti si fa lo stesso errore commesso quando sono arrivati i giapponesi, dandogli un vantaggio. I cinesi sono inarrestabili. Rappresentano un miliardo e mezzo di persone che si vogliono riscattare dalla miseria. Le merci le producono ad un costo inferiore tra il 70 ed il 90 per cento rispetto a noi. Chi ragiona affermando di alzare barriere doganali, che là non ci sono garanzie sociali, lo fa in malafede. Mi chiedo: in quali condizioni si lavorava in Italia negli anni cinquanta? Si impiegavano i minori, le ore erano e le condizioni peggio”.
Ma come si dovrebbe muovere la piccola e media impresa italiana?
Tonti: “La risposta è difficile. Bisogna ripartire a scrivere su un foglio bianco, con una riflessione sulle ragioni sostanziali e concrete del proprio successo, coinvolgendo tutti gli addetti: dagli operai, agli impiegati, fino ai responsabili massimi. Soprattutto dimenticarsi il vecchio modo di produrre. La frase l’abbiamo fatto sempre così, non va più bene. Ogni singola impresa deve impiegare più risorse per nuove modalità gestionali, nuovi prodotti, nuovi servizi. I paesi emergenti devono essere considerati zone dove andare a comperare componenti a prezzi più bassi, magari perfino andare a produrre là. Solo così riusciremo ad essere competitivi. Certo non ci si deve rassegnare all’idea di non produrre più in Italia”.
Quale futuro?
“Ogni piccola impresa si deve sentire parte del mondo. Non è immorale abbandonare l’Italia per andare fuori. La sorte di ogni imprenditore è la capacità di affrontare il nuovo. Non con rassegnazione, ma con lo spirito che ha fatto grande il paese. Una ricetta non esiste, naturalmente. Se l’avessi, l’avrei già raccontata ed adottata. Gli uffici acquisti si devono aprire ai fornitori che ci sono nel mondo”.
[b]Fiera, ricavi a 40,7 milioni di euro[/b]
– La Fiera di Rimini, la gran dama dell’economia riminese citata ad ogni incontro politico, economico e culturale come un modello a cui rifarsi, capace di creare ricchezza per circa 500 milioni di euro (ogni euro di fatturato proprio deve essere moltiplicato per 10), ha mantenuto le posizioni. I numeri affermano che i ricavi del 2003 si sono attestati a 40,7 milioni di euro (più 0,2 per cento rispetto alle previsioni), che gli utili sono stati 2,2 milioni di euro. Mentre il Mol (Margine operativo lordo, cioè gli utili prima dell’ammortamento, degli oneri finanziari e della tasse) è su livelli importanti: 14,2 milioni (più 8,2 per cento, grazie alla limatura dei costi). Inoltre, nel 2003 sono stati effettuati investimenti per 19,5 milioni. Ma Rimini Fiera, con le altre attività (il cosiddetto consolidato), nel 2003 ha avuto un giro d’affari di 51,2 milioni (obiettivo 2004: 64,1).
Nel 2004 i vertici dell’importante centro economico (e di potere) puntano a ricavi per 51,5 ed ad un Mol di 22,5 (quest’anno ci sarà Tecnargilla, fiera biennale leader a livello mondiale).
Approvati dal consiglio d’amministrazione, i numeri sono stati presentati lo scorso 30 marzo. Umile, sicuro, accorto, il presidente Lorenzo Cagnoni, ha alzato gli orizzonti di Rimini Fiera sul futuro. Nel 2005 il Festival del Fitness sbarca a Mosca con un partner sovietico. Sempre nel 2005, a gennaio, insieme ai produttori, si organizzerà un avvenimento legato all’abbigliamento sportivo. Si chiamerà Supersport; peccato che venga allestito a Bologna: una perdita per il turismo. Altra decisione che dovrebbe irrobustire la struttura riminenese sarà annualizzare Sinergy, la fiera delle reti di distribuzione dell’energia (acqua, gas, elettricità).
Per il 2003 (non ci sarà Tecnoargilla che è biennale) la previsione per il volume d’affari è di 40 milioni (50 il consolidato).
[b]Internet, Albereto capitale d’Italia[/b]
– Internet come una formidabile possibilità di vendere le merci in giro per il mondo standosene comodamente seduti davanti ad un computer in una stanza dalla grandi vetrate su un panorama mozzafiato?
Gli ingredienti vincenti: essere inglese, possedere intraprendenza commerciale, conoscere il mezzo ed il mercato. Tutti questi ingredienti fanno del borgo malatestiano di Albereto (Comune di Montescudo) la capitale italiana di Internet.
L’artefice di questo miracolo “italiano” è l’inglese Steve Baker. E’ in Italia per avere sposato una signora di Mercatino Conca.
Nel 2003 ha venduto 800 pezzi tra camion e rimorchi al Kuwait. Trecento rimorchi da trasporto eccezionale (prelevati da una ditta emiliana e piazzati in giro per il mondo). Centoquaranta pullman (acquistati in Thailandia e venduti in Sudan). Quaranta pullman (acquistati sempre in Thailandia e venduti in Nuova Zelanda).
Il suo sito è www.boss-truck.com e vende camion (specializzato in Mercedes) e relative parti di ricambio. Ha ricavi per molti milioni di euro.
Afferma: “Sul sito ci sono le foto dei mezzi con tutte le caratteristiche tecniche. L’altro passo fondamentale è trovare il compratore. Noi abbiamo una banca dati molto fornita. Ad esempio di un determinato paese abbiamo i nominativi delle principali aziende edili, dei costruttori di autostrade”.
“In Italia – continua – ancora non si è capito che Internet è un formidabile strumento di lavoro. Ancora non si crede nel mezzo. Attraverso Internet si possono ridurre i costi delle fiere. L’importante è soltanto riuscire a bussare alle porte giuste”.
A chi gli chiede se ha mai ricevuto dei bidoni commerciali, dice: “No. Perché faccio partire la merce solo quando ho i soldi sul conto”.
Due figli, passione per i cavalli, la buona cucina ed i vini, l’uso dello strumento Internet inizia nel ’97. Prima di allora Baker è già un commerciante di veicoli industriali; è andato soltanto a sostituire il mezzo con cui lavorare. Ha un suo sogno: trasmettere le conoscenze acquisite ad altre aziende attraverso dei corsi rivolti ai giovani.
“In questi anni – argomenta – abbiamo acquisito un’esperienza importante. Esperienza che mi piacerebbe trasmettere ad altre imprese con dei corsi. Credo che riusciamo a trasferire il nostro metodo in pochi mesi quando ci vogliono anni”.




Turismo, Germania piĆ¹ a buon mercato di Misano

– Un riccionese alle Olimpiadi di Atene della prossima estate. Si è guadagnata la qualificazione Marco Giungi, babbo originario di Montescudo e madre finlandese. Prenderà parte alla gara di marcia; non sa ancora se nella 20 o nella 50 chilometri. A livello personale, preferirebbe la distanza breve.
– La Germania più a buon mercato di Misano Adriatico e della provincia di Rimini. La scoperta è avvenuta lo scorso febbraio in un viaggio promozionale di 13 alberghi, la Cooperativa bagnini (più un bagno singolo) ed una trentina di “volontari” per il puro piacere di esserci.
La comitiva è andata in un paese di circa 10.000 abitanti, Griesheim, a pochi chilometri da Francoforte, Heidelberg, Darmstadt.
Partiamo dall’albergo scelto. Un tre stelle superiore, dormire, più una ricca prima colazione: 30 euro a testa.
Mangiare. Ristorante italiano di livello medio-alto, con una bella apparecchiatura (la cosiddetta mice en place) Menù: controfiletto (Rumpsteack), servito su un letto di cipolle e speck, con patate bollite, insalata mista, 1/4 di Montepulciano, acqua e caffè. Costo: 14,50 euro.
Friburgo, prestigiosa città universitaria, locale di livello medio. Mangiare: tipico arrosto di maiale (una leccornia), su un letto di spinaci, le sempre apprezzate patate lesse, 1/2 litro di birra, caffè. Euro: 12,10.
I misanesi un giorno hanno fatto promozione davanti un supermercato. Per la pausa pranzo vanno alla caffetteria interna e ordinano due wuerstel (alla tedesca, belli grossi), con ketchap, senape, 1/2 litro di birra, acqua, pane. Spesa: neppure 4 euro.
Riflessione: l’extra-alberghiero della provincia di Rimini è caro. Anche questa è una delle ragioni per la quale i tedeschi preferiscono altri lidi?
Composta da 40 persone, la carovana misanese ha riscosso un autentico successo. La serata da cascina romagnola è stata organizzata in una vecchia officina per i treni trasformata in spazio polivalente. Il 28 febbraio sono arrivate un migliaio di persone. E’ stato servito la tipicità, la tradizione, la Romagna: un quintale di pesce, piadina, salame, prosciutto, formaggi, 300 litri di vino. Sotto c’erano le note del liscio. La delegazione misanese è stata guidata dal sindaco Sandro Tiraferri che ha consegnato agli amministratori locali il nostro regalo di rappresentanza.
La puntata in terra tedesca è stata possibile grazie a Carlo Wollner, dal ’62 ospite fisso a Misano, dove ha una caterva di amici.




Seicento inquieto, mostra di capolavori

– Cagnacci, Guercino, Giorgio Picchi, Palma il Giovane, Pasquale Ottino, Pietro Ricchi, Pomarancio, Guerrieri, Arrigoni, Centino, e, ormai alla fine del secolo, Pronti e Leoni, cui si aggiungono sculture e preziose oreficerie. Questi artisti e molto di più rappresentano “Seicento inquieto. Arte e cultura a Rimini fra Cagnacci e Guercino”. Inaugurata lo scorso 27 marzo a Castel Sismondo, possibile grazie alla sensibilità della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, i battenti chiuderanno il prossimo 27 giugno. Attraverso l’esposizione si seguono due strade: la cultura come momento di crescita civico e la cultura come capacità di fare turismo, di creare ricchezza.
Dietro l’esposizione ci sono cinque anni di ricerche, “serviti per documentare, per la prima volta in modo veramente organico, un percorso artistico di assoluto livello in Europa, percorso la cui riscoperta e consacrazione sono relativamente recenti, risalendo al secondo dopoguerra”.
Gli esperti hanno esaminato più di diecimila pezzi, prima di selezionare e scegliere 250 capolavori di pittura, ma anche di scultura, oreficeria e arti applicate: un autentico tesoro.
La cultura riminese del ‘600 si pose l’obiettivo di perpetuare e preservare, nella nuova sudditanza allo Stato Pontificio, gli splendori del Principato Malatestiano.
Rimini come capitale culturale, quindi, in un posto di rilievo tra Roma e Bologna, punto di incontro e polo di attrazione artistica dell’intera costiera adriatica.
Lo dimostrano chiaramente tanto la presenza di opere di artisti marchigiani, veneti e bolognesi, quanto lo stile dei due maggiori pittori locali, Guido Cagnacci e Giovan Francesco Nagli detto il Centino, che con il loro romantico naturalismo offrono una interpretazione originale delle correnti artistiche più moderne della prima metà del secolo.
La mostra, articolata sui versanti dell’arte e della cultura, è composta da due parti, la prima ripercorre le vicende delle strutture religiose e civili e la cultura della città seicentesca, con documenti, volumi, stampe e varie strumentazioni; la seconda propone le opere d’arte più significative prodotte per la città e per il suo territorio.

di Claudio Saponi




Due liste di centrodestra contro Imola

– Il centrodestra ha scelto i candidati a sindaco contro l’uscente Daniele Imola. Sono: Flora Fabbri e Marzio Pecci.
Sulla carta la prima è quella con le maggiori probabilità di contrastare Imola. E’ alla testa di uno schieramento trasversale, composito ed economicamente molto forte. Ha con sé due partiti, An e Udc, una parte di socialisti e Lele Montanari (transfuga dai Ds).
Flora Fabbri è il candidato a sindaco per la lista civica Impegno per Riccione. La sostengono un folto gruppo di ex socialisti (Luciano Tirincanti, Roberto Mignani, Giovanni Bezzi), An, Udc, Lele Montanari (transfuga Ds). Ed aspettano l’arrivo di altri uomini. Dietro c’è anche un folto gruppo di imprenditori.
La presentazione ufficiale c’è stata lo scorso 22 marzo in un’atmosfera provocatoria, scanzonata non meno che tranquilla: senza polemiche. E’ avvenuta all’aperto sotto un grande ombrellone. Un lungo tavolo: da una parte i giornalisti, dall’altra: Roberto Mignani, Flora Fabbri, Luciano Tirincanti, Renata Tosi, Giovanni Bezzi, Emilio Brioli. La conferenza stampa è stata fatta all’aperto perché, per ragioni di equilibrio politico, i dirigenti della piscina non hanno concesso l’interno della struttura. La lista civica ha scelto il luogo per ragioni simboliche: l’edificio non deve essere abbattuto (come nei programmi dell’amministrazione comunale) edificare al suo posto un po’ di palazzi.
Ha alzato il sipario Roberto Mignani, colui che ha portato a Riccione Renzo Arbore: “Non siamo stati noi a scegliere la Fabbri ma i cittadini. Infatti, tutte le volte che chiedevamo un candidato a sindaco veniva fuori il suo nome. E’ una donna portatrice di valori, con la capacità di unire. Riccione ha bisogno che tutti facciano un passo indietro.
Il candidato a sindaco di Forza Italia è stato presentato lo scorso primo aprile al bar “Victor” in viale Ceccarini. Cinquantadue anni, sposato, una figlia, professione avvocato, Pecci è un nemico acerrimo di Imola. Ed usa toni spicci per additarlo. Pecci viene dalla sinistra. Craxiano, alle ultime elezioni amministrative è stato candidato con il centrosinistra a Gabicce Mare. Poi la sterzata in Forza Italia. Elegante, bella dialettica, amante del bello (pensa ad un assessorato del Bello e tempo libero da assegnare a Massimo Pierpaolini), passione per la buona tavola, Pecci è anche il presidente della Fondazione Ignazio Silone. Il suo pregio: trattare gli altri in modo intelligente. Nel senso che è “trasparente”, in stile Paolo Tempera.
Due liste forti sono uno stimolo forte sia per il centrosinistra, sia per il buon governo della città. Imola, se non subito, al secondo turno deve cercare l’appoggio dell’Arcobaleno. (L.S.)




Don Biagio: ‘Grande preoccupazione’

– Ha molto impressionato la scesa in campo, in vista delle prossime elezioni comunali, delle comunità parrocchiali di S. Antonio, S. Benedetto, S. Apollinare e S. Pio V. Conferenza stampa, manifesti, volantini… una sorta di richiamo-decalogo per orientare la politica e i candidati a rispettare la “difficile ma nobile arte della politica”, per mettere al centro la trasparenza, la partecipazione, il bene comune, i bisogni dei cittadini in difficoltà, la pace, la solidarietà. La critica ai partiti è sottintesa: poco incisivi, divisi, chiusi e autoreferenziali.
Il manifesto, affisso in decine di copie, sprona soprattutto i cattolici (ma non solo), ad impegnarsi, oltre che nel volontariato, anche in politica, perchè questa non è più cosa da delegare, ma deve essere concepita come servizio temporaneo alla collettività e non un mestiere finalizzato alla poltrona e agli interessi personali.
L’iniziativa va letta in senso propositivo, ma di riflesso traspare la critica serrata ad un certo modo di condurre la cosa pubblica, che ha privilegiato l’esteriorità dell’immagine e dimenticato un disagio sempre più diffuso. Si è trascurata la famiglia e la persona, per dare spazio ad una visione economicista, subendone i suoi effetti più deleteri (speculazione edilizia, consumo e abuso del territorio e dell’ambiente, l’idolatria del profitto e della ricchezza…).
Il cittadino-persona, con i suoi disagi economici, le sue insicurezze, soprattutto i più deboli, giovani e anziani, spesso sono rimasti ai margini della scena politica. Messaggio: l’ente pubblico deve fare molto di più per chi si trova in difficoltà. Le politiche giovanili vanno espresse in progetti culturali, senza ricondurre tutto nel banale spettacolarismo edonistico paratelevisivo. La partecipazione è compartecipazione alla cosa comune, la cittadinanza non può continuare a conoscere le decisioni dell’amministrazione dai giornali.
Niente politichese quello delle parrocchie, ma riferimento al Concilio Vaticano II, perchè la Chiesa, ovviamente, non può essere vicina o collaterale ai partiti. Un invito ai cattolici a prendere in mano la politica per dare un segno concreto ai valori etici della dottrina cristiana, ma sostanzialmente con un approccio laico.
Nell’iniziativa si percepisce la mente intelligente, abile e raffinata di Don Biagio Della Pasqua, parroco della comunità di S. Pio V. E’ palpabile la sua preoccupazione per la situazione locale, derivante anche dal precipitare degli eventi internazionali e nazionali, per una classe politica che appare inadeguata a governare una crisi economica e di valori, che può minare la stessa coesione sociale. Per questo lo abbiamo intervistato.
La vostra è una scesa in campo pesante, il messagio è pastorale ma anche politico.
“E’ una scesa in campo nel nostro stile, con una lettura da cristiani sulla situazione di Cattolica. Ci sono molti problemi che coinvolgono molte famiglie, gli affitti esosi, le difficoltà economiche, un disagio diversificato. La nostra Commissione per la pastorale sociale, raccoglie e valuta la situazione; questo perchè la chiesa si preoccupa del suo stare al mondo per migliorarlo”.
Per i vecchi e nuovi poveri è solo un problema di maggiori stanziamenti di soldi?
“Non basta stanziare più soldi per i più poveri, non è un problema di elemosina, bisogna creare le condizioni sociali per eliminare le cause di povertà e di disagio. Questo è il compito delle istituzioni e della politica”.
I più maligni dicono che avete mandato un messaggio per mantenere e aumentare il peso della vostra area d’influenza.
“E’ vero che possiamo esercitare un’influenza con le nostre cooperative, la Caritas, ecc…. noi possiamo parlare durante le funzioni religiose a centinaia di persone… ma il nostro intento è solo quello di elevare la politica e l’arte del governare. Vogliamo usare il nostro potere per rimettere al centro l’interesse della collettività a partire da chi ha più bisogno.
La politica senza etica può ledere la dignità delle persone, la scelta dell’impegno pubblico non deve essere fatta per propri interessi. Il nostro impegno rimane sempre nel rispetto delle istituzioni e manteniamo una distanza tra ambito ecclesiale e ambito politico. Ma la chiesa non è separazione dalla società”.
I partiti non svolgono più la loro funzione?
“Oggi la loro azione è poco incisiva. I partiti devono recuperare il ruolo di strumenti d’ascolto della vita della città, luoghi di formazione di proposte per l’amministrazione pubblica”
L’approccio laico non dà maggiori garanzie rispetto ad un approccio confessionale?
“La dimensione laica è molto importante per il cristiano quando si opera per il bene comune. La chiesa deve stare dentro i problemi della comunità per cercare di risolverli. Non può e non deve rinchiudersi in una dinamica di culto”.
Il mondo sembra entrato in un frullatore impazzito, oggi si aggiungono anche i conflitti religiosi. Dio, da simbolo di pace e fratellanza, è diventato un intralcio?
“Il papa ha detto: ‘mai fare un guerra in nome di Dio, profondo rispetto per la fede di tutti, Dio non va invocato per separarci’. Quando accade prevalgono i fanatismi, da ogni parte, che serve solo per fini di potere.
Il messaggio del papa ad Assisi, incontrando tutti i rappresentanti delle religioni, è stato chiaro: la pace è l’unica ricetta per la pace. Oggi c’è un’emergenza di pace e di giustizia sociale. Vanno eliminate le cause dove possano nutrirsi i virus del terrorismo”.
I giovani oggi sono i più sensibili sui problemi della pace. Quale ruolo della cultura e dell’educazione?
“Le politiche giovanili vanno espresse in progetti culturali ed educativi capaci di promuovere il grande bene della pace, la conoscenza e l’interesse per le diverse culture che transitano e spesso si radicano sul territorio cittadino, la solidarietà e l’aiuto per chi è in condizione di particolare disagio e povertà. Il futuro del mondo, ma anche il nostro, è nelle loro mani”.

di Enzo Cecchini




Elezioni, si aspetta la Margherita

– “Aspettiamo le decisioni della Margherita”. Così risponde Sergio Bartolini, il segretario dei Ds di Morciano a chi gli chiede il momento politico morcianese in vista delle elezioni comunali del prossimo giugno. “Il sindaco di Morciano – continua Bartolini spetta alla Margherita. Dunque, noi non entriamo nel merito delle loro scelte. Negli ultimi tempi i chiarimenti li abbiamo avuto”.
E’ molto probabile che il dinamico scacchiere politico morcianese si possa delineare per la fine di aprile. Allo stato tutto ed il suo contrario è possibile.
E tutto ruota attorno al sindaco uscente Ciotti. Ufficialmente della Margherita, ma oggi alla testa di un’amministrazione di centrodestra con il suo alleato “naturale”, il centrosinistra all’opposizione.
Ciotti, con molta onestà, è anche in una situazione politica delicata. Che cosa dirà mai ai suoi alleati, Forza Italia, An e Socialisti, per farli scendere dalla locomotiva governativa? In questi cinque anni non ha litigato con i suoi collaboratori. Litigio difficile, per la ragione che Ciotti è un gran solista non meno che diffidente. Così piuttosto che fare squadra, preferisce decidere in proprio. Ha, dalla sua, una caterva di lavoro svolto. Forse tanto superfluo, come le rotonde, piazza del Popolo, che piuttosto che accendere il commercio morcianese, lo hanno penalizzato. Oramai i buoi sono usciti e buonanotte ai suonatori. Inoltre, oltre gli alleati, non ha mai coinvolto le associazioni nel governo della cosa pubblica. Che, se da un lato, hanno accelerato le decisioni, dall’altro gli hanno creato molte avversità.
Il centrodestra, orfano di Ciotti, dovrebbe guardarsi attorno e cercare un candidato di peso nella Casa delle libertà.
Mario Garattoni, casa Lega nord, gode di una buona popolarità personale, che non riesce a spendere con una coalizione. Presentarsi da solo ed entrare in Consiglio comunale è riduttivo.
Complessità nell’arcipelago del centrosinistra. I Ds stanno aspettando la Margherita. Poi c’è un’isola che si potrebbe far coincidere con le persone di Ennio Tagliaferri ed Atos Berardi che sono critici rispetto ai Ds e ad un’alleanza più che con la Margherita con Ciotti. L’ex potente sindaco Berardi ha paventato una sua lista civica. L’uomo vale molti voti, ma andrebbe allo sbaraglio e fare il don Chisciotte non appartiene al fare politico di Berardi, capace di fare tattica fino all’ultimo secondo se si accorge che cambia la strategia.
Poi c’è un elemento non trascurabile: la storia politica di Morciano. Eccolo, uno scenario all’apparenza impossibile. Ciotti si è fatto molti nemici, in casa, nel centrodestra e a sinistra. Conseguenza: la sinistra fa una lista alleandosi con il centro. La destra si presenta con i propri candidati e Ciotti che rischia di rimanere con il cerino in mano ed essere tagliato fuori da ogni gioco di governo. Tutti fatti già visti nel ’95.




Magnani, candidato a sindaco per il centrosinistra

– La pallina della roulette politica del centrosinistra si è fermata nella casella di Antonio Magnani. Sarà lui il candidato a sindaco per Ds, Margherita, Comunisti italiani, Socialisti per Misano (ritornano al governo della città dopo 40 anni). Doveva entrare anche Rifondazione comunista, ma all’ultimo momento ha detto no. “Non c’è il rinnovamento”, ha sintetizzato Sandro Pizzagalli, il segretario di Rifondazione. Rifondazione ha rinunciato a due sedie importanti: un assessorato e la presidenza del Consiglio comunale. Un gesto davvero nobile, dato i tempi. Tuttavia, la sua presenza avrebbe allargato la base sociale.
Il percorso di Magnani è iniziato almeno un anno fa. Aveva calibrato il suo disegno politico con un’idea fissa: allargare la giunta ad altre forze della città come i socialisti e Rifondazione.
Il suo nome è stato un lungo tira e molla. Lo si è addidato di non essere in grado di accompagnare per mano lo sviluppo economico. Ma egli fa notare: “Forse ci si dimentica che lavoro alla Cna, l’associazione degli artigiani che ha fatto della concertazione e dello sviluppo il suo credo”. I denigratori lo hanno dipinto anche come una persona grigia; mentre ha il senso della battuta folgorante ed irriverente, non meno che auto-ironica, tipica del romagnolo che arriva dalla cascina.
A chi gli chiede il suo punto di riferimento politico, risponde: “Due nomi: Enrico Berlinguer, a livello storico-nazionale ed Antonio Semprini, a livello locale”. Circa 45 anni, Magnani inizia a far politica nella Fgci. Poi diventa segretario della sezione del Pci di Misano Cella, la sua frazione. Una lunga gavetta: consigliere comunale, assessore al Bilancio. Cinque anni fa, entra nel Consiglio provinciale; dall’anno scorso è anche il capo-gruppo dei Ds. Sposato, due figlie, da giovane calciatore di poco talento e molta applicazione, come tanti politici, tifa Inter, non proprio rose e soddisfazioni da molti anni.
Con Magnani ritornano i socialisti al governo. A Misano il Garofano vanta radici ferme. E si sono fatti notare per un’opposizione grintosa e precisa.




Carim, un altro anno positivo

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“Soddisfatti. Sembra che mi ripeti. Le cose vanno bene per la banca. Il territorio è abbastanza dinamico”. Così Fernando Maria Pelliccioni, presidente della Cassa di Risparmio di Rimini, la quale raccoglie un terzo del risparmio provinciale, ha sintetizzato l’anno economico 2003 presentato lo scorso 25 marzo e che sarà sottoposto all’assemblea dei soci il 29 aprile, teatro Novelli, ore 17.30. Quest’anno l’assemblea, è chiamata a rinnovare il consiglio d’amministrazione ed il collegio dei revisori dei conti in scadenza.
I numeri dell’istituto di credito che raccoglie un terzo del risparmio provinciale. La raccolta è cresciuta dell’11,81 per cento (totalizzato 3.960 milioni di euro); quella diretta vale 1.900 milioni (balzo del 21,23%). Positiva anche la voce impieghi, i soldi prestati. A fronte di un aumento nazionale del 7,34%, quello della Carim è stato più 15,67. Prestati 2.000 milioni di euro; 1.296,5 a medio e lungo termine. L’utile netto ha toccato i 13,1 milioni (più 5,1% sull’anno precedente). Ai soci verrà dato un dividendo di 0,50 centesimi per azione (la Fondazione Cassa di Risparmio controlla il 70 per cento del capitale). Questo valore, sommato all’innalzamento del valore delle azioni, dà un rendimento lordo del 7,23 per cento.
Una voce ha subìto un andamento negativo rispetto al 2002: sono le sofferenze nette. Si sono attestate sullo 0,33 per cento (erano lo 0,28). La media nazionale: 2,07.
C’è una relazione tra le prestazioni della banca e quelle del territorio? “Le notizie sull’economia riminese – ha detto il direttore generale Alberto Martini – non sono positive, anche se c’è qualche azienda che va bene. Soprattutto, parlando con gli imprenditori c’è preoccupazione e non hanno fiducia per uscire dal tunnel della crisi. Anche se storicamente la città ha sempre avuto la forza per riconvertirsi”.
Il presidente Pelliccioni ha ricordato che uno dei suoi professori all’università, il prestigioso Federico Caffè, negli anni ottanta misteriosamente scomparso, affermava che lo spunto positivo per capire una comunità è la raccolta bancaria. Ma la raccolta alta significa anche una certa sonnolenza economica. Nel 2003 le due voci della Carim sono cresciute di 400 milioni (la raccolta) e 300 milioni (gli impieghi).

di Francesco Toti




Bolle bolle il pentolone

Ecco fatto direttore
Son tornato con ardore
Capira’ che è divertente
Quel che capita a San Clemente
La sul colle di Villon
Ugn’è ormai piò gnint ad bon!
Tra i sorrisi d’apparenza
Dei “coltelli” non fan senza
Ormai perso è il sindacone
Che la legge non ripropone
Quello scranno tanto agoniato
Un putiferio ha scatenato
Tutti gli uomini del partitone
Ci poggerebbero il sederone
Tra di lor la lotta è dura?..
È assai subdola e fa paura
Di sovrani rimasti a piedi
Qui ne trovi ovunque ti siedi
Qualcheduno è ormai in vacanza
Altri lottano ad oltranza
Tutti pronti a ritornare
Sul comune a comandare
…Quei che hanno avuto lo scranno
del distacco pace non si danno
C’è anche qualche consigliere
Che vorrebbe la gerarchia salire
Ma il suo recente comportamento
È un curriculum che fa spavento
Come ad ogni elezione
La morale non è mai opzione
Se un po’ troppo l’hai offesa
Esser trombati non sia una sorpresa
Ci son poi quei che l’età
Lo “stand bai” consente ancora
Solo principi a metà
Fin che il tempo non matura
E poi quei che in qualche modo
Hanno lavorato sodo
Pensa un po’ se il ricciolone
Non s’è fatto un”illusione
Per lui ogni costruzione
è motivo di soddisfazione
ciò che a molti sembra un danno
per lui è vanto tutti lo sanno
e che ora per riconoscimento
non gli danno l’aumento
ma gli chiedon gentilmente
di far posto ad altra gente
Poi c’è anche?.cosa vuoi
Il “Papà di tutti noi”
Che che tu voglia oppure meno
?si fa i tuoi senza mai freno
dopo il Silvio nazionale
dal Signore è unto uguale
lui fa, disfa e da giudizi
è il migliore e non ha vizi
e s’è fatto un bel quadretto
per il sindaco perfetto?.
Sono proprio tempi bui?
Assomiglia proprio a lui!!!!
L’impossibile però?.
In politica si può
E improvviso il ribaltone
servirà la federazione?
Vuoi veder che per gli accordi
Giu a Rimini faranno i sordi
Ed in barba a chi ha lavorato
Scelgon loro il candidato
E così dentro l’ovetto
Ecco il sindaco perfetto
Sarà un frutto dell’Ulivo
Tutta pace?? Non lo scrivo!!!
Questa è gente che non perdona
Casomai forse?. “condona”
E di certo per il neoeletto
Quello scranno non sarà? perfetto
Servirà grande pazienza
E una squadra tanto affiatata
Di fiducia non potrà far senza
E la schiena gli andrà parata
Per fortuna finalmente
Nasce anche a San Clemente
Una vera minoranza
Dalla destra che ora avanza?..
Se è seria lo vedremo
Pel mandato io non temo
è che spero che al vincente
Non si fonda servilmente
E poi c’è Rifondazione
Che di coerenza è campione
Sola sola in questi anni
Ha di certo limitato i danni
Ed allora giù il cappello
Serve un gesto…almeno quello
Che al gruppo dia onore
Per l’impegno e per l’ardore
Ora il tempo passa in fretta
L’elezione non aspetta
I vincenti, dal di poi
Penseranno un po’ anche a noi???

Buona Pasqua a tutti i lettori

Fausto Nottiberti