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Chiaretti: “Un tesoro di Montegridolfo: la cassa dotale di Isotta degli Atti”

– Angelo Chiaretti è uno tra i massimi storici di fatti locali. L’ultimo suo lavoro è un’associazione di idee ardita quanto appassionata. Ha avanzato delle ipotesi sugli autori della cosiddetta cassa dotale di Isotta degli Atti. Introduzione storica di Alessandro Agnoletti, si intitola: “Un tesoro di Montegridolfo: la cassa dotale di Isotta degli Atti”.
I fatti. Nel 1918 Gerola trova presso il parroco di Montegridolfo una cassa di raffinata fattura. Venne acquistata dal Museo Nazionale di Ravenna. Nel 1924, grazie all’interessamento di Corrado Ricci, viene depositata al Museo Comunale di Rimini. L’esperto Gregori la data attorno alla metà del XV secolo e come scuola veneta.
Ma come mai il contenitore si trovava a Montegridolfo. A parere di Chiaretti perché Filippo de’ Gridolfi, signore di Montegridolfo (da qui il nome del paese) è consigliere a Rimini di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Questi muore e Filippo riesce ad ottenere il “compromettente” mobile.
Compiuta questa associazione, Chiaretti ne fa un’altra. Le figure (cerbiatto, cane mastino, pellicani, cerbiatto) della preziosa cassa potrebbero essere state scolpite da Matteo de’ Pasti o da Agostino di Duccio. Il primo è un veneto di Verona; il secondo un fiorentino che ebbe alle dipendenze artigiani-artisti veneti e friulani. Entrambi hanno lavorato a Rimini al Tempio Malatestiano e appartengono alla schiera dei grandi della storia dell’arte. Il mobile di Montegridolfo sembra che sia simile a quello che nella chiesa di Saludecio conteneva le spoglie del beato Amato (oggi non ci sono che i resti, delle tavole).
Scrive il professor Chiaretti: “A questo punto, che si tratti di Matteo de’ Pasti o di Agostino di Duccio, una cosa è certa: attraverso la cassa di Montegridolfo essi si arricchiscono di un’ulteriore paternità e contemporaneamente forniscono al mondo, malatestiano e non, risposte a domande che da oltre cinque secoli le attendevano!”.




Saludecio, il sindaco sarà Margherita?

– Giochi quasi fatti a Saludecio nel centrosinistra per le prossime amministrative. Sembra scontato che il candidato a sindaco infatti sarà un uomo della Margherita, anche se all’interno di quel partito non sembra ci sia unanimità di opinioni.
Il nome più probabile è quello di Giuseppe (Pino) Sanchini, già assessore nella giunta di Polidori dal ’99 al 2001, quando si dimise per l’elezione a consigliere provinciale, dove prese il posto nell’allora quadrifoglio di Stefano Giannini.
Un nome forte e apprezzato in città che potrebbe dare al centrosinistra sogni tranquilli. In netto calo le quotazioni di Massimo Foschi, assessore provinciale ai Servizi sociali e all’Agricoltura, che non è visto troppo radicato in paese, anche se è originario.
Nella Margherita si fa anche il nome di Marcello Mainardi (anche lui, come Sanchini, dell’area dei popolari), assessore nel 2001 proprio al posto di Sanchini.
I Ds non sembrano avere disponibilità di candidati, quindi aspettano che sia la Margherita a proporre il nome. Non è però scontata la presenza nella coalizione di Rifondazione Comunista, che potrebbe in parte dare qualche speranza al centrodestra, che per ora a corto di candidati, punterebbe ancora su Massimo Pierpaolini (che alcuni davano anche in trattative con i Ds), un ex repubblicano eletto in Forza Italia in Consiglio provinciale e già sconfitto da Polidori nelle scorse elezioni comunali.
L’impresa del centrodestra si presenta comunque abbastanza difficile, in un comune da sempre amministrato dalla sinistra, tranne nel decennio ’64-’75, quando sindaco fu il democristiano Luigi Calesini. (L.S.)




“Mondaino, quanta passione politica”

– Che bello scoprire che la passione politica a Mondaino ferve al di là della quieta apparenza! Ormai non mi stupisco più quando arrivando dal giornalaio (e preziosissimo ufficio stampa) mi sento dire: “Maria sei sul giornale oggi”. Superata la delusione di non essere sulla copertina di “Times” come donna dell’anno, consegno a Zizi ben 1,05 euro per scoprire chi ho attaccato (pur senza conoscerlo…) o su quale argomento ho rilasciato interviste o dichiarazioni.
Per fortuna c’è la Piazza a permettermi di uscire dal mio grigio anonimato! E non ho neppure bisogno di ingraziarmi il direttore o smuovere personaggi altolocati per avere spazio su questo nostro insostituibile mezzo d’informazione! Non sono un granché come segretaria di sezione; ho poca conoscenza delle persone e delle storie, è verissimo! Ho anche avuto il sospetto di ritrovarmi in questo ruolo proprio per questa mia particolare condizione…
Chissà, potrebbe essere anche un vantaggio non avere legami parentali o trascorsi scolastici con alcuno ma sicuramente non mi facilita la comunicazione. Pensate, se non ci fosse stata la Piazza neppure sapreste della mia esistenza in politica invece, senza neppure saperlo, un mese sì e uno no questo giornale colmando un mio colpevole vuoto agisce politicamente in mio nome, purtroppo devo confessarlo, non per mio conto.
Ma torniamo ad oggi: dopo aver divorato velocemente le pur tante righe dell’intervista(?) o articolo di fondo (?) riflessione al buio (?) intercettazione telefonico/ambientale (?) verbali sottratti ai servizi (?) avvertimento mafioso (?) bisbigli origliati in un confessionale (?) tra chi e chi non è dato sapere, ho deciso di uscire dal mio anonimato sperando che il mio esempio sia seguito dall’autore dell’elzeviro della Piazza.
Una verità in quelle righe c’è di sicuro: a quanto mi risulta “i Ds è l’unico partito del paese ad avere almeno un assetto organico di segreteria” e degli iscritti; questo è vero ma di ciò non mi compiaccio. Sarebbe tutto più facile, comprensibile e soprattutto trasparente se si conoscessero i propri interlocutori per nome cognome e opinione, potrei andare a bussare alla porta dei segretari di sezione/circolo degli altri partiti e chiedergli di incontraci per parlare dei progetti sul futuro di questo nostro, bellissimo, paese e, magari invitare anche gli anonimi giornalisti della Piazza ad un dibattito reale tra persone vere con autentiche facce, nomi cognomi ed opinioni. Ma a quanto pare siamo in pochi a non temere d’essere identificati. L’invito è valido, vuoi vedere che tante volte… Sempre a disposizione in carne ed ossa mi firmo con nome cognome e opinione.

Marina Morgese,
segretario
dei Ds di Mondaino




Falcinelli non molla

– Occupa la scena politica sanclementese dal ’93, entrando da “politico” consumato nelle sale del potere ed insediandovicisi con caparbia volontà. Inizia così per Falcinelli una permanenza mai tranquilla. Ma le osservazioni negative e le polemiche di questi anni sono scivolate sempre sulla dura scorza del Pierino senza lasciare tracce apparenti. Se ne sono andate sia quando era un giovane assessore, sembrava studiasse da sindaco, sia nella fase in cui il suo declino politico sembrava non essere visibile che a se stesso.
Prima del ’93 Falcinelli non aveva mai fatto politica amministrativa. Ma al suo ingresso nella compagine della sua musa tutelare, la eclissata ex sindaco di San Clemente, Liviana Cannini, seppe mostrare subito le sue “capacità politiche” restando fuori in tutte le polemiche che seguirono l’affondamento del sindaco Antonio Semprini deciso e perpetuato all’interno degli ambienti Pci-Pds.
E mentre attorno cambiavano le facce, i personaggi e perdeva qualche amico, trovandone altri meno veri, Pierino novello Andreotti della Valconca, assumeva nuovi incarichi e nuove funzioni diventando un personaggio. Le sue posizioni e i suoi atteggiamenti non sempre sono stati apprezzati negli ambienti politici locali; un suo latente campanilismo è stato spesso mal digerito da colleghi e politici, anche del suo partito.
La più grande qualità di Pierino è stata, ed è, la caparbietà nel perseguire gli obbiettivi. Oggi Pierino vive la sua funzione di consigliere comunale con diligente operosità garantendo il suo impegno fino alla fine del mandato e proponendosi anche per il futuro “io sono qui e siccome amo il mio paese metto la mia esperienza al servizio di chiunque me lo chieda”, dice.
Fra tre o quattro mesi finirà la sua esperienza da consigliere ed alla domanda su che cosa gli lasci quello che sembra un tramonto, risponde: “Tante cose fatte e tanti progetti realizzati nei lavori pubblici e nello sport. E poi il segno indelebile di un rapporto con i cittadini, con i quali naturalmente ci sono stati spesso anche scontri e incomprensioni dovute a opinioni diverse sulle cose che si stavano realizzando. In fondo è stata una esperienza positiva e quella di amministratore è un’esperienza che auguro a tutti i cittadini”.
Ora in fase di bilancio ed analizzando questa esperienza che cosa cambierebbe delle cose fatte.
“Forse posso rimproverarmi – continua – una certa mancanza di accettazione del compromesso ed una assenza totale di ricerca del rapporto del partito a cui appartenevo con la base. Questo è un ingrediente della politica che va recuperato”.
La politica ha perso i partiti ed ha messo le persone al centro della gestione della cosa pubblica, scavalcando di fatto le organizzazioni politiche da molte decisioni, cosa ne pensa Falcinelli? “Questa situazione ha portato certamente ad una maggiore stabilità delle amministrazioni ed a una maggiore responsabilizzazione di sindaci e giunte comunali; di negativo ha portato sicuramente un accentramento eccessivo del potere ed a una relativa disaffezione della gente alla partecipazione, alle scelte anche importanti per il territorio”.
Questa è sicuramente una realtà che San Clemente ha vissuto recentemente e la memoria va filata alla nascente zona industriale, la causa ormai certa del declino politico di Falcinelli.
“L’ area industriale è solo l’ultimo di una serie di episodi che mi hanno messo in contrasto con i miei ex colleghi. Quella che la riguardava è stata una variante al Prg (Piano regolatore generale) troppo grande e non è normale farla passare nel silenzio senza mettere al corrente i cittadini. E’ stato fatta passare nel silenzio assoluto anche l’ultimo atto di questa vicenda. La sua approvazione venne discussa nel periodo natalizio ed anche in questo caso si è nascosto il mio contributo nel formulare osservazioni alle scelte iniziali per l’area industriale”.
Falcinelli continua la sua analisi senza fare nomi, senza entrare in maniera diretta negli argomenti, continuando nel suo stile soft che probabilmente nel suo volere tende a lasciare qualche porta aperta per un suo rientro in quella politica che lo ha isolato ma che lui ama e non riesce ad abbandonare.
“Quando mi sono dimesso dai miei incarichi in tanti, avversari e colleghi di partito, mi hanno manifestato pubblicamente e privatamente la propria solidarietà e questa cosa mi ha fatto capire che io non sono poi così lontano né da loro, né dalla politica”.

di Claudio Casadei




Montefiore teatri, stagione dialettale

– Come vuole la tradizione, toccherà anche quest’anno alla Filodrammatica Montefiorese concludere Rumagna Marzulèna, la rassegna di commedie dialettali che ormai da nove anni ha luogo a Montefiore. Il 27 e 28 marzo, andrà infatti in scena “Mingòn u n’è un quaiòn!”, l’ultima creazione di Gianni Martelli, che è anche il curatore della rassegna medesima.
Rumagna Marzulèna, aperta il 28 febbraio dalla Compagnia I Giovne Amarcord, con “Ogni pgnata la vo’ e su querc” di Roberto Semprini, prosegue poi: sabato 6 marzo con “E pataca”, di Massimo Renzi, Compagnia “Noi ci proviamo”; sabato 13 marzo, con “Cafè la Valeria”, di Pier Paolo Gabrielli, Compagnia La Carovana; sabato 20 marzo, con” La fni al nuse ma Bacoch” di Giannino Betti, Compagnia Quei dal Funtanele; per concludersi, come già detto, sabato 27 e domenica 28, con “Mingòn u n’è un quaiòn!”, tre atti di Gianni Martelli portati in scena, per la regia di Lidia Barbieri, da nove attori (nella foto) della Filodrammatica Montefiorese.
Con quest’ultimo lavoro, Martelli ha così portato la sua vena creativa a quota dieci: tante sono infatti le commedie da lui scritte e fatte debuttare a Montefiore, sempre a cura della “antica” Filodrammatica Montefiorese, che lui stesso, più di vent’anni fa, ha “rimesso in moto” dopo un lungo periodo di inattività.
Ancora una volta Martelli ci regala una commedia briosa e divertente, ma al tempo stesso non priva di spunti di riflessione sulla realtà di oggi. Insomma, una degna conclusione di Rumagna Marzulèna che – c’è da esserne certi – anche quest’anno porterà il tutto esaurito al delizioso Teatro Malatesta di Montefiore.




Una commedia dialettale per vivere meglio…

– Finalmente la bella sala del centro polivalente di Sant’Andrea in Casale ha avuto il suo battesimo come teatro. Una serata speciale quella del 15 febbraio in cui gli attori non erano solo sul palco ma anche tra gli organizzatori, tra chi era intervenuto e nella figura sorridente della rappresentante dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, alla quale è stato devoluto l’incasso della serata.
Un successo totale dal punto di vista organizzativo. La gente del posto ha risposto in maniera massiccia riempiendo la saletta con quasi duecento presenze, tanto che gli organizzatori hanno dovuto aumentare le sedie nella sala.
Un successo sul palco, dove si sono esibiti “I Volontari di Turno”, una compagnia giunta dalla vicina Morciano che ha messo in scena “Maza maza agli è totie dla stesa raza”. Autore: Fiorenzo Sanchi.
Trama: le gioie del matrimonio. Una vicenda che racconta con ironia le cose belle e le peripezie della storia matrimoniale di due giovani che passano dalla preparazione del proprio nido d’amore, la propria casa, fino all’età più matura, con un cammino costellato dalle gioie loro regalate dalla madre/suocera, dagli amici, e dulcis in fundo dalla figlia e dal futuro improbabile genero.
Un’opera frizzante e leggera da vedere sicuramente, se se ne ha l’occasione, il cui svolgimento e le battute (soprattutto dell’ “intruso” marchigiano) sono state accompagnate da applausi e risate.
Consistente fra il pubblico la presenza di giovanissimi che in questa maniera hanno avuto l’opportunità di venire a contatto con il dialetto.
Una successo che avrà fatto piacere agli attori, grazie alla cospicua affluenza e lo hanno poi misurato negli applausi e nelle risate. Un successo che ha gratificato gli organizzatori del Centro Sociale Autogestito Valconca che temevano un flop.
Un successo suggellato dal saluto e dal ringraziamento della presidentessa dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla di Riccione, Laura Ciavatta, che ha sottolineato la durezza di questa malattia ma che ha evidenziato come grande anche per chi ne è colpito resti la voglia di vivere e la necessità di sentirsi parte attiva della comunità.
Per chi fosse interessato segnaliamo che la commedia verrà replicata il 18 marzo presso il teatro Africa di Riccione. Nel teatro del centro polivalente intanto sabato 13 marzo la compagnia “Quei dal Funtanele” metterà in scena “L’ha fni al nuse ma Bacuch”, rappresentazione da non perdere.

di Claudio Casadei




Rosaspina, teatro a Montescudo

– Cartellone intenso al teatro Rosaspina di Montescudo organizzato dal Comune in collaborazione con la Pro Loco.
8 marzo – Premio alla produzione artistica al femminile – Concerto dei festeggiamenti – Il gruppo i “Furiosi” interpretano le musiche di Domenico Scarlatti, Franco Donatoni ed Aldo Vianello
La ricca rassegna dialettale del Rosaspina prosegue il 6 marzo con “”Se u jè da garavlè e vegn anche mè” della compagnia Gad Città di Lugo. E si chiude il 13 marzo con due farse dialettali: “Stati interessanti” e “Chi viglièch di bajoch” rappresentate dai “dè Bosch”.
Concerti e rappresentazioni iniziano alle 21.




Elezioni, Ds alla resa dei conti

– Ds: un partito spaccato sul nome del candidato a sindaco. I corianesi, che in questi giorni stanno cercando una soluzione unitaria che possa accontentare un partito diviso e che ha già visto alcuni suoi importanti uomini organizzare una lista civica che il centrodestra sosterrà alternativa all’Ulivo.
I mali dei Ds corianesi hanno radici antiche, già dalle scorse elezioni comunali qualcosa si ruppe, divisioni che poi il congresso di novembre del 2001 ha allargato tra la componente berlingueriana e quella fassiniana, vincitrice in modo schiacciante anche grazie all’appoggio di Luigi Vallorani, uno degli ideatori della lista civica e uno degli oppositori più feroci del sindaco Ivonne Crescentini. All’epoca, nonostante si fosse schierato per la mozione minoritaria, quella morandiana, fece confluire il suo pacchetto di voti alla mozione Fassino.
Ora le divisioni sono ritornate prepotentemente a galla, con la candidatura da parte della sinistra del partito di Alfio Gambuti (già sconfitto dalla Crescentini nella corsa interna alla carica di sindaco), mentre i fassiniani sono divisi tra due proposte, quella di Luigina Matricardi, assessore a Bilancio e Pubblica istruzione e braccio destro del sindaco Crescentini, e Eugenio Fiorini, ex sindaco di Montecolombo e capogruppo comunale nello stesso comune.
Nella maggioranza dei Ds si sta lavorando per arrivare ad una candidatura unica per non rischiare di andare divisi alla conta dei voti, ed è probabile che sarà la Matricardi a spuntarla vista la minore notorietà di Fiorini a Coriano.
Contro di lei chi vuole un segnale di rinnovamento rispetto alla gestione Crescentini. L’indecisione dei Ds fa il gioco sia della lista civica di Vallorani e Pulcinelli che ancora non ha ottenuto l’appoggio della Lega Nord, ed anche della Margherita, che ha in Stefano Orsi l’uomo forte da proporre e che in Provincia rivendica numerosi sindaci in nome della pari dignità ed in virtù di avere i voti che servono ai Ds per vincere.
(L.S.)




Magnanelli, per dovere di verità

– L’iniziativa delle seguenti precisazioni parte dalla pubblicazione di un articolo apparso sulla Piazza del febbraio corrente intitolato “Montescudo, ’46: sfiducia al sindaco”, dal quale sembrerebbe che il sindaco Magnanelli Giuseppe, eletto a tale carica nell’imminente dopoguerra, fosse un “dittatore e podestà fascista” e per tale motivo sfiduciato e rimosso dal Consiglio comunale.
Appare superfluo sottolineare che gli anni cui si fa riferimento erano particolarmente difficili, perché gravidi della problematica del dopoguerra, e sicuramente le lotte politiche erano di un tale livello e dense di invidia e gelosia che portavano facilmente a considerazioni e valutazioni errate su persone che, viceversa, svolgevano la propria attività lavorativa ed amministrativa all’insegna dell’onestà e nell’esclusivo interesse della popolazione amministrata.
Difatti, ed è questa la carenza dell’articolo cui si fa riferimento – perché non ha terminato di rendicontare gli eventi limitandosi a valutare esclusivamente un arido verbale redatto il 13.6.1946 – il sindaco Magnanelli all’epoca dei fatti tenne un comportamento esemplare e corretto tant’è che articoli, apparsi sulla cronaca riminese di quel periodo, lo testimoniano senza dubbio (come risulta dalla documentazione in possesso: articoli e delibere comunali).
Il sindaco Magnanelli, per onor del vero, fu riabilitato dopo i fatti narrati dalla stessa prefettura, a seguito di risultati dell’ispezione-inchiesta rigorosa svoltasi, che lo elogiò per la mirabile opera svolta quale capo dell’amministrazione, riconoscendogli onestà e perizia esemplare. Il sindaco Magnanelli, a dimostrazione del proprio valore, vide riconosciuta la propria competenza, onestà, dedizione e zelo, che rispondevano ai valori propri, cristiani e democratici, della sua vita a cui scrupolosamente si atteneva.
Tali valori oppose all’indubbio amarezza sofferta per le ignobili, infondate accuse subite, facendo proprio il motto “la miglior vendetta è il perdono”.
Quanto sopra si è voluto precisare per salvaguardare la memoria di una persona che non avrebbe meritato di vivere una simile esperienza anche, alla fine, ha visto riconosciute le proprie indiscutibili doti umane ed amministrative e che un postumo articolo non può proprio rimettere in discussione.

Maria Silvana Magnanelli




Romagna, regione mai esistita

– Questa nostra Romagna, terra dalla geometria variabile a seconda dei tempi e dei momenti della sua storia, terra di gente calda, focosa e generosa, terra di gente dallo spirito indomito e ribelle al potere nefasto della tirannide dei potenti e della Chiesa, terra i cui uomini hanno dato un eroico contributo alle lotte del Risorgimento per la formazione di un’Italia unita, terra che vanta i natali di Andrea Costa primo parlamentare socialista (1881) della storia d’Italia, terra che ha aderito con le sue città alla Repubblica Romana nel 1849 e che ha dato rifugio all’eroe dei due mondi, terra che può essere considerata la culla del movimento operaio italiano e del movimento cooperativo che ebbe come pioniere ed organizzatore quel suo figlio generoso che risponde al nome di Nullo Baldini, terra che nella guerra di liberazione del 1943-45 ha dato un valido contributo con le sue brigate partigiane sia
sull’Appennino sia nella pianura ravennate dove gli uomini del leggendario Bulow indebolivano le azioni dell’occupante germanico e dei suoi accoliti repubblichini e liberavano la stessa Ravenna, terra che ha contribuito fortemente alla formazione della nostra Italia unita e democratica;
questa terra viene oggi interessata da una iniziativa il cui scopo è quello di perseguire un intento che possiamo chiamare come: …. “separatista”? E’ calzante questa definizione? Oppure no?
Questa nostra terra di Romagna che occupa la zona sud orientale della Regione Emilia-Romagna e che non ha e non ha mai avuto esatti confini verso nord ovest, viene a trovarsi oggi al centro di una diatriba tra chi vorrebbe staccarla dal resto dell’Emilia, per farne una Regione autonoma e chi non è d’accordo con questa iniziativa.
Ma quale è la ragione per cui i romagnoli dovrebbero staccarsi dal resto dell’Emilia? Vi sono esatte ragioni storiche? O geografiche? O vi sono questioni di opportunità economiche? E quale dovrebbe poi essere la capitale di questa nuova Regione? La storia del passato non dimostra mai una esatta regionalità della Romagna e né esatte linee di demarcazione verso nord-ovest.
Nell’età della Roma imperiale faceva parte della Ottava Regione Emilia in base all’ordinamento di Augusto. Nel IV secolo faceva parte della Pentapoli, era cioè inserita, assieme ai territori dell’Esarcato di Ravenna, con le cinque città legate da un fattore comune amministrativo, politico e religioso (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia ed Ancona).
Il nome di Romània venne dato, dopo l’invasione longobarda, a quel territorio rimasto in Italia all’Impero di Bisanzio, come per rivendicare una continuazione della civiltà romana in contrapposizione alla Longobardìa.
Poi nel 756 Pipino il Breve, cosiddetto perché di piccola statura, Re dei Franchi e figlio di Carlo Martello, dopo il ritiro in convento di suo fratello Carlomanno, riuscirà a costringere Astolfo, Re dei Longobardi, a lasciargli le terre dell’Esarcato e della Pentapoli, che gli serviranno per farne dono al Papa Stefano II il quale gli ha fatto già esplicita richiesta recandosi personalmente in Francia, per incoronarlo Re dei Franchi, quale compenso. Sarà questa donazione l’origine del dominio pontificio della Marca e della Romagna. (1)
Nel XII secolo le città romagnole si danno degli ordinamenti comunali ma sviluppano anche una serie di lotte e di alleanze con guerre intestine; avremo Bologna e Faenza contro Forlì; Bologna che vuole sottomettere Imola, Ferrara che entra nella Lega Lombarda contro il Barbarossa. Nel secolo seguente gli imperatori riconoscono sulla Romagna l’autorità del Papa ma, fino alla fine del XV secolo, questa sarà contestata da quei comuni che sono riusciti a sopravvivere.
Assistiamo anche alla formazione delle Signorie che scaturiscono principalmente in conseguenza della politica nepotista dei vari Papi (vedasi il Papa Sisto IV che concede le città di Forlì e di Imola a suo nipote Riario e vedasi il Papa Borgia, Alessandro VI, che lascia suo figlio Cesare, il Valentino, libero di costringere tutte le città della Romagna sotto il suo dominio in una unica Signoria).
Tra le altre Signorie, sorte sotto la spinta delle armi da parte dei vari capitani di ventura abbiamo quelle di Alberico da Barbiano, Muzio Attendolo Sforza, Giovanni dalle bande nere che è figlio di Caterina da Forlì e poi, nel nostro riminese, Sigismondo Pandolfo Malatesta uomo d’arme, ma anche di cultura e mecenate che ci ha lasciato il Tempio Malatestiano in Rimini opera dell’Alberti.
Nel 1530 i veneziani, che con una buona amministrazione avevano gestito tutte le terre della fascia costiera fino a Cervia, si ritirarono e tutta la Romagna cadde di nuovo sotto il dominio diretto dello Stato della Chiesa e questo durerà fino alla fine del Settecento (1796).
E’ questa una data importante per la terra di Romagna per la sua inclusione prima nella Repubblica Cispadana poi nella Cisalpina, che risveglieranno in essa la cultura e la vita con spirito laico di libertà e ribellione. Si infonderanno negli animi il giacobinismo che accenderà la fiamma della politica rivoluzionaria per il superamento dell’oscurantismo clericale e aprirà la scintilla per la formazione di una democrazia futura. Dopo la caduta delle illusioni provenienti dalla ventata transalpina, sarà il Congresso di Vienna del 1815, con la restaurazione e la repressione papalina, che spingerà la nuova borghesia ed una parte anche della aristocrazia, alla cospirazione nelle sette liberali.
Con l’epopea del Risorgimento, con i primi moti del 1820 e del 1821, con i moti di Rimini del 1831, con i moti delle Balze del 1845, con la partecipazione di Aurelio Saffi nel 1849 alla Repubblica Romana, assistiamo ad una serie di accadimenti che qualificano lo spirito emiliano-romagnolo in una autentica partecipazione popolare e al risveglio delle coscienze contro il nefasto, ottuso ed anacronistico dominio assoluto della Chiesa.
Osserviamo che, dopo la formazione dello stato italiano unitario nel censimento del 1871 (quindi 10 anni dopo) ciò che ha lasciato lo Stato Pontificio nelle Romagne è semplicemente disastroso sotto l’aspetto economico, sociale e civile. Vi è l’ottanta per cento dell’analfabetismo, la disoccupazione, uno stato di fame endemica, le popolazioni affette dalla pellagra perché costrette dalla miseria a nutrirsi esclusivamente di polenta. Qui, in queste terribili condizioni, si innestano le mirabili capacità e risorse di grandi uomini che inventano le società operaie, le società di mutuo soccorso, le leghe di resistenza, le cooperative di consumo, le cooperative bracciantili (socialiste e repubblicane ma anche cattoliche).
Nel 1914 la nostra terra di Romagna, al centro di acuti conflitti sociali derivanti dalla disoccupazione ed animata dallo spirito, forse innato, dell’antiautoritarismo e dallo spirito antimonarchico della popolazione, sarà teatro di una breve rivolta popolare che passa sotto il nome di “settimana rossa”. Poi la nascente piaga dell’interventismo, che prevarrà ed attuerà l’intervento armato, produrrà lutti e rovine a non finire nella Prima Guerra Mondiale, dividendo i socialisti e i repubblicani.
Purtroppo nel dopoguerra lo squadrismo agrario attuerà un insieme di prove generali a partire dal 1921-22 proprio nella nostra Romagna. Le cosiddette “colonne di fuoco”, capeggiate dagli squadristi Italo Balbo e Dino Grandi, assaliranno e devasteranno le cooperative, le camere del lavoro ed assassineranno un numero impressionante di oppositori al fascismo. E saranno proprio gli emiliano-romagnoli, più di ogni altro popolo italiano, ad opporsi alle vili azioni di quelle squadracce di delinquenti che, agivano spesso anche con il complice silenzio della forza pubblica, distruggendo quanto di più nobile possa produrre l’associazionismo in nome della volontà popolare e della gestione democratica della cosa comune.
Non mi pare che nella storia della Romagna si ravvisino gli elementi per giustificare uno strappo per una identificazione autonoma. Non si riscontrano identità culturali proprie distaccate da quelle delle zone limitrofe. La nostra Romagna non è una Regione chiusa, non è il frutto di quei processi di isolamento tradizionale che possano sedimentare antropologicamente il profilo di un popolo autenticamente connotato. E’ invece una “periferia mobile sorta attraverso scambi, incontri, sovrapposizione di genti, di poteri, di culture” (come evidenzia il professore Roberto Balzani nel suo volume “La Romagna”, ed. il Mulino 2001).
Se osserviamo la descrizione della Romagna ai tempi di Dante si nota che il limite verso nord-ovest arriva a comprendere buona parte dell’Emilia con Bologna e Ferrara comprese, restano fuori solo le province di Parma Piacenza Modena e Reggio Emilia. Sarebbe ragionevole un tale confine? Oppure quale dovrebbe essere? E perché?
Ci sono invece altre ragioni? Di carattere amministrativo? Di convenienza economica?
E perché può essere più conveniente stabilire una nuova capitale più vicina di una Regione più ristretta che svolga meglio il ruolo di distribuzione delle risorse? Se è così la soluzione non dovrebbe forse essere diversa? Non dovrebbe passare attraverso una maggiore capacità di incidenza nel governo della Regione ed una maggiore partecipazione ed espressione dei particolarismi locali degni di attenzione ? Non sono forse questi dei problemi che resterebbero poi sempre anche dopo la costituzione di una più piccola Regione? Non ha forse Rimini una realtà locale ed economica del tutto diversa da Forlì da Cesena e da Ravenna? Cosa faremmo poi in futuro? Nascerebbero altre spinte separatiste perché la peculiare economia riminese richiederebbe una attenzione che i forlivesi, i cesenati ed i ravennati non sarebbero in grado di capire?

di Silvio Di Giovanni