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SAPORI E COLORI DEL NOSTRO DIALETTO di A.F.

– L’è sempre d’arzogna (1)
– L’è mei a coisla, chè i ché la è da sachèta… (2)
– A fen “arma o ètra”? (3)
– L’è brut quant un ton, un gni si pò guardè a stuf (4)
– L’ha ‘na babussa longa… (5)
– L’ha un nès pis in boca (6)
– Ho magnè ad rapiatun, s’un pid drenta e un pid fora (7)
– I lè bsogna andè sal stres e bus… (8)
– Ardutste! O menme o molme (9)
– L’ha ‘na testa cume ‘na barnèrda (10)
– A io dè ‘na zacagneda cal sta ben cume al sta (11)
– Cal burdel u se fat un bel slungagnon (12)
– Ven sla gheda ninon, ca fen stacia e minacia (13)
– U l’ha ardut un cencio de luma (14)
– Al va via tinch cum un lumbardon (stoccafisso) (15)
– (1) Sempre scontento
– (2) E’ opportuno andarsene
– (3) Tiriamo a sorte?
– (4) Molto brutto a vedersi
– (5) Mento prominente
– (6) Naso aquilino
– (7) Mangiato in fretta
– (8) Con cautela, adulare
– (9) O mi meni o mi lasci, non tenermi sulle spine
– (10) Testa grossa – Testone
– (11) Lezione, sgridata
– (12) Cresiuto in altezza
– (13) Cullare sulle ginocchia
– (14) Ridotto ai minimi termini
– (15) Andare via rigidi




Non abbiamo ancora toccato il fondo

– “A mio parere ancora non siamo arrivati al fondo. L’Italia cattolica, apostolica, romana, ancora non ha finito di sgretolarsi. E’ necessario il recupero delle radici, perché la tradizione regge come bandiera ma non come spinta di vita. Se il chicco di grano caduto a terra non muore, non porta frutti, dice il Vangelo”. Forti, chiare, ottime per riflettere sono di Piergiorgio Terenzi, una delle menti più raffinate della provincia di Rimini. Sessantadue anni, parroco a Montefiore, fondatore e per 12 anni direttore del settimanale cattolico “il Ponte”, la voglia di diventato prete arriva a 15-16 anni stimolato da un giovane e vulcanico don Oreste Benzi.
Maturità classica alle spalle, dopo essere diventato prelato per 3 anni è cappellano a Cattolica, parrocchia di San Pio. Poi va a Roma come guida spirituale di un gruppo di studenti. Studia al Sant’Anselmo, una scuola gestita dai benedettini. Al ritorno diventa direttore del Centro studi diocesano. Qui nasce l’idea di creare “il Ponte”.
Ricorda: “Allora a Rimini dominava il ‘Carlino’, ed anch’esso aveva i suoi proprietari. Noi facciamo scelte culturali coraggiose; diamo spazio alla vita che avviene fuori. Questo è già un modo forte di affrontare le cose”.
E’ a Montefiore, il suo paese natale, dal ’98, ma non si limita a fare il parroco. “Mantengo gli incontri con molti di coloro che mi hanno conosciuto e continuo i miei incontri. Seguo il Gruppo famiglie di Riccione. Con il quale ci riuniamo in una casa di spiritualità a San Giovanni di Auditore. Negli incontri si parla della liturgia della domenica successiva”.
Continua don Terenzi: “Mantengo contatti con personalità a livello nazionale. Faccio consulenza telefonica. Nel senso che si rivolgono a me persone con problemi seri fino a quelli con la morosa”.
A chi gli chiede dov’è finita l’etica, argomenta con la sua vivacità: “Provo a dare una risposta scema. Non intendo dare colpe, ma soltanto sottolineare una logica. L’uccisione di Dio è stata salutata come una liberazione: liberati da un ‘padrone’ . Questo per certi aspetti è vero. Però la conseguenza immediata è che qualsiasi verità è morta. Il relativo, l’utilità, ha preso il posto dei princìpi, con il particolare che è diventato il criterio delle scelte. L’etica se n’è andata con Dio. Se non esiste un principio fermo, l’unico diventa l’interesse. In questo senso non ci sono più punti di riferimento comuni e si va alla guerra di tutti contro tutti. La condizione per la pace è il benessere generalizzato”.
Don Piergiorgio, che fine hanno fatto i Dieci Comandamenti?
“Valgono ancora ma non in senso ristretto ma come spirito. Questi basterebbero nella misura in cui li sai tradurre. Ad esempio il non uccidere non è soltanto ricevere una pugnalata, ma le modalità dell’uccisione sono ben più ampie. C’è l’uccisione psicologica, impedendo la crescita degli altri”.
E quale rapporto tra l’agire dei credenti e la voce del Vangelo?
“Il problema è il peso della definizione. Anche i comunisti sono tanti. E tra il comunismo e l’identificazione col momento c’è tanta strada da percorrere. Quella di Gesù è una proposta. Non è un caso che all’inizio di ogni messa chiediamo scusa dei nostri peccati: siamo fuori pista rispetto ai Vangeli. E’ vero che i cattolici sono il 98 per cento degli italiani, ma è un elemento ereditario e non una scelta personale e questo confonde le acque. Se la fede è una scena ci possiamo stare dentro; se è un motore ogni tanto bisogna andare dal meccanico a metterlo a posto. Da qui nasce il discorso della nuova evangelizzazione. Purtroppo siamo arrivati ad una schematizzazione della fede, per cui arriveranno ad evangelizzarci coloro che abbiamo evangelizzato: gli africani”.
Economia e princìpi cristiani, che cosa dire?
“Le leggi dell’economia non possono essere intoccabili. Il papa spara perché arriva dall’Est. Dunque: si è sentito più libero di esprimersi. I credenti dell’est reagiscono contro l’assolutismo di regime, ed allo steso tempo non sono d’accordo con l’economia dell’occidente”.
E questi cristiani in politica?
“Nonostante i buchi, non sono dispiaciuto del crollo della Dc. C’era una identificazione tra fede e partito troppo pericolosa; causa di equivoci e deviazioni. Il fatto che i cattolici non abbiano ritrovato nuove modalità di impegno non vuol dire che la strada non sia aperta. Va anche detto che il partito cattolico è stato anche una necessità storica”.
Che cosa dire del partito di Rocco Buttiglione?
“L’uomo fuori è triste; dentro è agile. L’unica accusa che gli si può muovere forse è che è troppo obbediente”.
Quale giudizio su Comunione e Liberazione che a Rimini è fortissima?
“Il punto di partenza è stato positivo. C’è stata una bella azione cattolica, che ha prodotto persone attive e convinte. E’ stato un gran salto di qualità a livello giovanile. Che poi abbiano imboccato strade di coinvolgimento religioso, culturale e politiche si può anche non essere d’accordo, tuttavia la radice è testimoniare la fede nella società”.
Perché i ciellini tendono a respingere e non ad accogliere come altri movimenti cattolici come l’Opus Dei?
“Questa connessione stretta tra fede, cultura, sociale, anche senza volerlo, ne fa un partito e non una semplice fede. Coloro che sono fuori vengono sentiti come non appartenenti alla famiglia”.

di Giovanni Cioria




Donne e politica, parità lontana

– “A metà anni ’90 ad un corso, ‘Futura: donne in politica’, avevamo 80-90 iscritte. Al momento delle elezioni chiedemmo loro chi si volesse impegnare e fu il deserto”.
L’aneddoto è di Clara Ermeti. Riccionese, ex assessore repubblicano, oggi nel centrosinistra, da sempre in politica. Che continua: “Non ci si impegna non per maschilismo ma per ragioni di tempi. La donna ha la famiglia, ha il marito, i figli. Dunque: come farebbe? Però è pronta ad interessarsi alla cultura, alla comunicazione ed a progetti specifici. Purtroppo, ci sono sempre meno donne in politica ma anche meno giovani più in generale”.
Catherine Grelli, 27 anni, Pdci, assessore provinciale: “Le donne in politica sono poche; è un ambiente molto ostile. Ci sono ancora grossi pregiudizi, forse più nei partiti che nei cittadini. Inoltre, è scoraggiante perché non si concilia con lavoro e famiglia. In questo io sono favorita dalla mia età, che mi lascia una certa disponibilità di tempo. Il rammarico grosso è che questa presenza limitata impoverisce la politica in genere, perché le diverse sensibilità che hanno le donne per alcuni temi, sono messe in un angolo e ci si deve adattare al modo di fare politica del gruppo più presente e ancora dominante”.
Maura Tasini, 33 anni, Pri, assessore a San Giovanni: “E’ poco il tempo a disposizione se si lavora e si ha una famiglia. Per questo la presenza femminile continua ad essere bassa. Credo inoltre che ci sia ancora una sorta di pregiudizio, anche se qualcosa sta cambiando in meglio. Quando mi è stato chiesto di presentarmi in lista, sono stata ben contenta di impegnarmi in questa avventura, anche per la mia età, ma è evidente che se una donna deve mandare avanti una famiglia e lavorare, il tempo a disposizione per la politica o per altri hobby è pochissimo”.
Ivonne Crescentini, Ds, sindaco di Coriano: “E’ difficilissimo conciliare lavoro, famiglia e politica. E’ un grosso sacrificio personale per chi decide di impegnarsi nella cosa pubblica. Una mancanza che impoverisce il dibattito politico nel suo complesso. Qualcosa si muove da qualche anno, ma rimangono anche discriminazioni verso il mondo femminile, anche se questo rappresenta la maggioranza della popolazione”.
Donne e politica, un binomio difficile da sempre. Mentre a livello nazionale già partono proposte di legge per riservare alle donne parte dei candidati nelle varie elezioni (Forza Italia ha avanzato il 50%) ed altri partiti hanno già per statuto una parte obbligatoria per le donne (soprattutto a sinistra, Prc, PdCi e Ds), nei fatti, cioè nelle elezioni, non sono molte le donne che assumono incarichi pubblici. Qualcosa si muove rispetto ai primi anni del dopoguerra, ma una parità di tipo scandinavo (in Norvegia le donne sono il 46% delle elette al parlamento) è ben lontana.
Saranno stati i lavori di casa un tempo, i figli da accudire e il lavoro oggi, ma non sono molte le donne che hanno ricoperto ruoli. Da un decennio la presenza in giunte o consigli è strutturale, ma alcuni Comuni non hanno donne in giunta (Montescudo, Morciano, San Clemente).
E’ dall’80 che si intravede una discreta presenza femminile (anche se si sta parlando di nemmeno il 9% degli eletti), ma per raggiungere una presenza che superi il 15% bisogna arrivare agli anni ’90.
Nel dopoguerra la presenza femminile era proprio misera, anche se è del ’49 la prima donna sindaco di Riccione (Giulia Galli, Psi, che entrò a sostituzione di Gianni Quondamatteo, dopo una brevissima parentesi di Augusto Saponi). Oltre a Giulia Galli, anche un assessore a Cattolica, Bruna Giommi (Pci) e 5 consiglieri (2 a Coriano, 1 a Torriana, 1 a Mondaino e 1 a Riccione).
Nelle elezioni successive del ’51, solo due consiglieri donne (a Riccione e a Misano) e un’assessore, Malvina Pasi, in carica solo 2 mesi.
Gli anni seguenti pochi miglioramenti: 4 assessori nel ’56 (alcune per pochi mesi), addirittura 1 sola nel ’60 (Agenore Ferretti, Psi). Stessa musica nel ’64, anche se a Santarcangelo venne nominata sindaco Giordana Ricci (Psiup), in carica fino al ’68, prima donna che ottenne l’incarico dall’inizio della legislatura.
Peggio nel ’70, una sola donna assessore supplente (Lorenza Del Baldo, Pci, a Cattolica) e solo cinque consiglieri (due a Riccione, due a Rimini, una a Misano).
Dal ’75 qualcosa si muove, con un sindaco (Liviana Cannini a San Clemente, dal ’77), sei assessori e 13 consiglieri (più i sei assessori che erano anche consiglieri all’epoca).
Da quella legislatura, ci sarà almeno una donna sindaco fino ai giorni nostri. Nella legislatura ’90 – ’95 furono 3 le donne sindaco: Rosanna Mastrogiuseppe a Mondaino (Dc), Liviana Cannini (Pci, dal ’93 al ’95 sindaco di San Clemente), Maria Cristina Garattoni, riconfermata a Santarcangelo. Mastrogiuseppe e Garattoni sono state le prime donne a rimanere in carica per tutta la durata di una legislatura.
Con la riforma elettorale e l’elezione diretta del sindaco, le prime donne ad essere elette furono sempre la Mastrogiuseppe a Mondaino e Ivonne Crescentini (Pds) a Coriano, poi confermata anche nel 1999, facendo di Coriano uno dei comuni più favorevoli alla partecipazione femminile: oltre al sindaco, un assessore e, fuori dall’amministrazione, due capiarea su tre sono donne. Anche il segretario Ds è donna: Melelia Maltoni, ex consigliere comunale. Curiosità: proviene da Coriano anche il presidente dell’Avis provinciale, Rossana Bracci.
Non ci sono Comuni particolarmente meritori nei confronti delle donne: si può notare una partecipazione più ampia nei medi e grosse dimensioni (anche se Rimini non è felice in questa classifica).
Negli ultimi anni, oltre Coriano, bene San Giovanni (tre assessori nell’ultima legislatura su sette), Riccione (dodici consiglieri, anche se non continuativi), Bellaria e Torriana, con tre assessori.
Un Comune decisamente “maschilista” è Montescudo: dal ’46 nessuna donna ha mai ricoperto incarichi in giunta, e sono appena nove (sei nelle ultime legislature, a onor del vero) i consiglieri donna.

di Lorenzo Silvagni




Casa, prigionieri della speculazione

– “I commercianti si sono arricchiti con l’aumento dell’euro? Io sicuramente no”. Ad affrontare il problema delle cosiddette “nuove povertà” da un punto di vista diverso dal solito, è un negoziante riminese.
In crisi in seguito ad uno sfratto, il commerciante ribalta completamente la teoria che, in questi ultimi mesi, ha di fatto messo sotto accusa la sua categoria, sostenendo che il grosso del problema caro-vita sta nella bolla speculativa legata all’edilizia.
“Io sono sposato e ho una figlia – racconta il commerciante, che chiameremo Alberto -. Ho anche uno sfratto esecutivo sulle spalle, che non credo potrà essere più rimandato a lungo. Intanto, ovviamente, ho cominciato a cercarmi casa. Ma le proposte che mi sono state fatte le definirei, con un eufemismo, scandalose”.
Un’odissea che val la pena raccontare. Alberto ha iniziato sfogliando i giornali specializzati. E ha trovato qualche occasione: appartamenti sui 60 metri, il minimo indispensabile insomma per la sua famiglia. “E ce n’erano anche a prezzi umani. Cioè a ridosso dei 600-700 euro al mese. Ma guarda un po’, ogni volta che telefonavano, mi veniva risposto che quell’appartamento non era più disponibile, e che ce n’era un altro. Stesse caratteristiche, ma l’affitto si aggirava dagli 800 ai mille euro al mese”.
La ricerca è continuata affidandosi ad agenzie immobiliari. “Ce ne sono di serissime, ma anche qui ho avuto un’avventura non buona. In un posto mi hanno chiesto 200 euro solo per entrare in contatto con una banca dati di alloggi disponibili, senza altra assistenza. Ho rifiutato”.
Ma anche quando si trova un’agenzia immobiliare adatta, il problema è poi proprio sulla “materia prima”, cioè sull’alloggio stesso.
“L’ultima agenzia con cui mi sono trovato ad avere a che fare, e con la quale mi trovo benissimo, mi ha proposto alcune soluzioni. Ma il problema in questi casi sono i proprietari – commenta Alberto -. Senza entrare troppo nei dettagli, in un caso si trattava di un appartamento minuscolo, cinquanta metri con stanze che sembravano sgabuzzini. In quella del bambino c’entrava a malapena il letto, sperando che con la crescita non diventi troppo alto. Chiedevano 600 euro al mese. Uno un po’ più adatto l’ho trovato nella zona mare. Per ben mille euro secchi al mese. Con tre mesi anticipati a mo’ di caparra, e la metà in nero. Beh non mi vergogno a dirlo: per me è troppo. Noi negozianti siamo accusati di essere i colpevoli del caro-vita, ma non sempre è così. O almeno non lo è nel mio caso”.
Secondo Alberto, con l’avvento dell’euro il primo aumento si sarebbe avuto nelle materie prime. Situazione che si è affiancata al mutuo per i lavori resi necessari, ai commercianti, dalle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, antincendio, per l’igiene dei cibi, entrate in vigore negli ultimi anni.
“Io, insomma, ho dovuto aumentare i prezzi per forza. Altrimenti, tra tasse e tutto, non arrivavo a fine mese. E ci riuscivo comunque, grazie ad un affitto ancora umano. Ma la precedente padrona di casa, una signora anziana e di buon cuore, è morta. E i figli adesso ci vogliono buttare fuori di casa. E io sono alla disperazione, altro che affamatore”.
Una storia particolare, quella di Alberto. Che comunque apre uno squarcio su un panorama assai più ampio: quello del bene casa. Bene rifugio per eccellenza, si diceva qualche decennio fa, ma ormai la definizione non è più corretta. Perché il mattone è diventato uno strumento di speculazione, e dei più potenti. E rischia di diventarlo ancora di più, con la crisi degli investimenti finanziari.
La pensa così anche l’ex sindaco di Rimini, Giuseppe Chicchi. “Cosa credete che succederà quando le persone avranno a disposizione la liquidazione, dopo i casi Cirio, Parmalat, argentini? Che investirà in case. E di conseguenza la bolla speculativa continuerà ad espandersi”. E il costo delle case e degli affitti ad aumentare.
Intanto, il dato è reso noto dal Sunia, nel 2002 ci sono stati quasi uno sfratto al giorno. La maggior parte dei quali per morosità: la gente non riesce più a pagare l’affitto.
“Nell’ultimo anno – aggiunge Franco Carboni, presidente dell’Acer, l’agenzia per le emergenze abitative – si sono avuti aumenti secchi degli affitti anche del 40 per cento. Così, senza motivo. E’ logico poi che i problemi crescano”.
Ma al di là dell’esistente, vi è anche un risvolto politico della questione. Forse in maniera più latente, ma il problema della casa c’era anche negli anni scorsi. E coi flussi migratori, con la trasformazione della città di Rimini in un centro universitario, era così inverosimile porsi per tempo il problema alloggi ed evitare di inseguire (come sempre, verrebbe da dire) l’emergenza?
Ma tant’è. Per anni i piani di realizzazione di alloggi popolari si sono fermati o sono andati a rilento. Mentre è fiorita l’edilizia di lusso, con un consumo del territorio così selvaggio, da essere a sua volta causa di ulteriori aumenti di prezzo.
Peccato di questo, gli enti locali si stiano accorgendo solo adesso. Prima, o per dissidi, spesso pretestuosi tra gli enti stessi (val la pena ricordare le vicissitudini del piano Benevolo di Rimini, tra Comune e Provincia), o per scarsa lungimiranza, il problema è stato lasciato lì a fermentare.
Poi c’è ancora chi preferisce bendarsi gli occhi. Come il Comune di Cattolica, che non prevede alloggi popolari nel prossimo piano triennale, ma potrebbe essere sensibile a svincolare terreni quando si tratta di ricapitalizzare le Navi.
E intanto la gente, famiglie monoreddito, ma, a quanto pare, anche commercianti, tira a campare. Quando le riesce.

di Francesco Pagnini




Galli (Ds): ‘Imola sindaco e apertura a sinistra’

– Rafforzare l’attuale coalizione e apertura di questa ad altre forze politiche di centrosinistra; riconferma di Daniele Imola a candidato sindaco, attenzione per i quartieri e la qualità urbana. Sono i punti elencati dal segretario Ds Fabio Galli, 29 anni, laurea in scienze politiche, lavoro in Cna, buon cestista e discreto sciatore.
Come stanno i Ds prima di tutto?
“Il partito sta bene. Stiamo lavorando su due versanti, uno interno ed uno esterno. Dal lato interno, abbiamo formato dei gruppi di lavoro anche con persone non iscritte al partito, che hanno lavorato con continuità e con entusiasmo, da questi gruppi verranno elaborate alcuni punti programmatici che saranno portati al tavolo della coalizione.
Verso l’esterno, abbiamo fatto delle assemblee in tutti i quartieri con l’amministrazione, ma anche parlando di finanziaria 2004 e pensioni, ed in fine degli incontri con il mondo del volontariato, dell’associazionismo, della cultura, dello sport. Lo stesso dato del tesseramento registra una trentina di nuovi iscritti che sono andati a compensare il calo fisiologico, mantenendosi alla fine sul dato del 2002”.
Alle prossime elezioni è certo che il candidato sarà Imola?
“La nostra direzione comunale ha indicato in Daniele Imola all’unanimità come il candidato da proporre al tavolo del centrosinistra. Quindi per i Ds è Imola il candidato del 2004, ma è chiaro che però la decisione spetterà anche agli altri partiti della coalizione”:
Alleanza come nel ’99 o ci saranno novità?
“Prima di tutto puntiamo a confermare l’attuale maggioranza Ds-Margherita-PdCi e Sdi, e ci sono tutte le condizioni favorevoli per farlo. Stiamo anche verificando la possibilità di allargare la coalizione attuale ad altre forze di centrosinistra, Arcobaleno e Di Pietro.
Con la Lista Di Pietro il dialogo fino ad ora è stato tranquillo e senza particolari problemi. Ma sarà sempre l’attuale coalizione a decidere. Inoltre, c’è anche il gruppo dei fuoriusciti dalla Margherita, che secondo noi fanno parte a tutti gli effetti della maggioranza di centrosinistra”.
Alcuni punti strategici per il prossimo programma amministrativo?
“Alcune richieste sono venute proprio dai gruppi di lavoro. In particolar modo, è sentita l’esigenza di mettere in rete e portarle a sistema città l’enorme mole di infrastrutture realizzate o in via di realizzazione in questa legislatura. Di più è impossibile fare da questo punto di vista. Sarà importante ora dare una impronta più forte alla qualità urbana, alla manutenzione dei quartieri, di ciò che è esistente”.
Si parla di Cesarini, Davide Imola e Pierani nella lista Arcobaleno al primo turno. La spaventa una ipotesi del genere?
“Prima di tutto con la Lista Arcobaleno ci stiamo confrontando sul programma, lavorando sui vari temi e lasciando da parte qualche schermaglia iniziale. Credo che ci possano essere anche le condizioni per un accordo al primo turno. Detto ciò, non vedo pericoli enormi se decidessero di presentarsi da soli. Su alcuni nomi fatti non mi esprimo, credo invece che Pierani, che ha incarichi pubblici in quota Ds ed è tuttora iscritto al nostro partito, non farà parte di quella lista, non so nemmeno se collabori con loro”.
Il suo ruolo rimarrà politico il prossimo anno o pensa di poter entrare anche in giunta?
“Il problema non si pone. Sono segretario da poco più di un anno e ho intenzione di portare avanti questa esperienza per poter concretizzare il progetto politico che ho presentato al partito, tra tutti un rinnovamento della classe dirigente. Se le elezioni vanno bene quindi, ho intenzione di rimanere segretario”.

di Lorenzo Silvagni




La cultura non è solo spettacolo

– A mio parere la cultura (intesa come promozione del dibattito pubblico su quel che ci accade) ha un valore politico strategico (come l’ambiente, il diritto, il lavoro), soprattutto nel mondo “globale” che ci viene decantato, che è e sarà un mondo di contatto ravvicinato tra culture diverse.
Il mondo ci è cascato letteralmente addosso, lo scontro tra civiltà, meglio sarebbe dire la guerra alle civiltà, è in corso, pertanto è doveroso moltiplicare gli spazi della riflessione. Ma vedo una mancanza di coraggio nel preparare un’offerta culturale (non solo a Cattolica), che non sia solo spettacolo (per carità va bene anche quello), ma che crei momenti e spazi di pensiero e confronto su quello che ci sta capitando… Scrivo così, alla rinfusa, alcune osservazioni su cose che vorrei che fossero fatte nel campo della cultura a Cattolica, oltre a quelle che già vi si fanno e che vanno rafforzate (penso al cineforum, alla stagione teatrale, al ruolo della biblioteca, alla civica università, alla galleria Santa Croce, al Museo).
1) Mi pare che manchi a Cattolica una promozione del dibattito pubblico, che ritengo essere il principale compito di una politica culturale a livello locale; dibattito pubblico fino a qualche anno fa promosso dal ciclo ‘Cosa fanno oggi i filosofi’ (perchè è stato soppresso?), e oggi confinato nell’ambito ristretto della Civica Università. Credo che un tempo come quello che stiamo vivendo, fatto di guerra globale e predominio della tecnologia fino ad ambiti impensabili pochi anni fa, richieda una riflessione pubblica adeguata, in grado di arginare, o almeno sperare di farlo, la deriva fatta di pregiudizio e fanatismo che permea la nostra spaurita visione degli altri (culture, società, pensieri, religioni…).
2) Mi pare che a Cattolica manchi un “luogo per la testa” chiamiamolo così, ossia come ci sono i campi da tennis e di calcio che si possono affittare per giocarvi, così ci dovrebbe essere un posto, una stanza, un edificio, agibile, attrezzato come sono attrezzati campi da tennis e da calcio, in cui chi vuole possa fare conferenze, leggere pubblicamente qualcosa, mostrare o
fare ascoltare quel che ha fatto, far venire qualcuno, riunirsi per parlare, il tutto pagando le spese minime necessarie. Penso che questo luogo debba fornirlo l’ente locale, per dare un luogo in cui le culture, di cui una comunità è attraversata, possano esprimersi: niente centralismo, ma pluralità.
3) Mi pare che manchi e sia mancata da parte del comune una qualsiasi attenzione alle culture giovanili, diciamo under 30, che si esprimono attraverso l’audiovisuale o il fare e ascoltare musica: i concerti estivi appaltati alla società che li gestisce in Piazza della Repubblica sono di qualche big (e comici che vediamo in continuazione in televisione), non vi è alcuna attenzione né ricerca su gusti e tendenze musicali attuali.
Non so, si potrebbero riprendere i concerti sulla spiaggia che fino a tre anni fa organizzava il Comune di Riccione con Matchmusic, o qualcosa del genere, magari con altri supporter, penso a Michel Pergolani di Radiodue Rai e dalla sua trasmissione, Radiodemo, che promuove l’ascolto di nuove band autoprodotte giovanili italiane.
4) Infine due annotazioni per sviluppare pratiche già in corso: a)potenziare il ruolo della lettura pubblica (che fine ha fatto la rassegna “Libri in cerca di gloria”?), della frequentazione della biblioteca e delle, poche, librerie di Cattolica, magari ricorrendo a quanto già le case editrici con i presìdi del libro e alcune trasmissioni radiofoniche e televisive già fanno (penso a Fahrenheit di Marino Sinibaldi su Radio Tre Rai o a Per un pugno di libri di Piero Dorfles su Rai Tre), letture di poesie. Magari si possono pensare iniziative pubbliche, in forma di festival, eventi coinvolgendo le scuole della città o del territorio circostante (non penserei solo a Cattolica), così come la città nel suo complesso.
b) Affrontare il discorso sulla memoria locale già portato avanti con mostre fotografiche e pubblicazioni sui mestieri tradizionali della nostra città e non solo, allargando lo sguardo anche all’ultimo mezzo secolo in cui Cattolica ha visto l’afflusso di popolazioni, prima dalle colline e campagne dell’interno attratte dal nascere dell’economia turistica, poi dal sud d’Italia, attratte dal consolidarsi del benessere turistico, infine, nell’ultimo decennio, dall’est e dal sud del mondo. Questo per dare un’idea di come Cattolica sia cambiata e cambi grazie ai questi flussi migratori, oltre alla fotografia penserei al ricorso degli strumenti della storia orale, intervistando queste persone, orami anziane, soggetti della prima immigrazione dalla campagna al mare, luogo per secoli inabitato e povero, così come i soggetti delle ultime immigrazioni, raccogliendo ed esponendo quanto ricordano e raccontano, potrebbe venirne fuori una storia parallela e alternativa dell’ultimo mezzo secolo.
*Cattolichino, 38 anni, laurea in filosofia, giornalista pubblicista, traduce dal francese per conto di varie case editrici (Mondadori, Pironti, l’Ancora del Mediterraneo), organizza cicli di conferenze per conto del Comune di Fano e del Festival di Santarcangelo dei Teatri

di Marco Bellini




Comanducci: ‘Nuovo rapporto col Comune’

– Un mercato basato sull’etica, così come dovrebbe essere in tutte le professioni, un’attenzione particolare ai rapporti umani, sia tra gli associati che con i clienti, per fare di Morciano un centro commerciale a misura d’uomo e dove ci si senta di casa. Sono alcuni punti fermi di Pier Paolo Comanducci, da maggio presidente dell’associazione commercianti di Morciano, da 32 anni come servizio contabile, ma come sindacato dai tempi del fascismo.
Quarantadue anni, sposato con quattro figli, un passato a Coriano, nato a Montescudo, vive a Morciano. Un passato nella ristorazione, con stagioni sia estive che invernali (in Baviera), da 10 anni è proprietario della bottega “Custode degli Antichi Sapori”, dove sposa la passione innata per la buona cucina e soprattutto la qualità del cibo con la sua anima di commerciante. Ama incontrarsi con gli amici di quando era a Coriano, una trentina di famiglie che passano giornate insieme, spesso in autogestione, e si danno una mano a vicenda per risolvere eventuali conflitti e problemi legati alla famiglia ed alla genitorialità.
E’ presidente dal maggio del 2003, prendendo il posto di Zanca.
“Sono rimasto sorpreso – racconta Comanducci – perché è stata una indicazione di alcuni colleghi e per la fiducia ottenuta nonostante la mia età ancora giovane”.
Come è stato il primo impatto in associazione?
“C’era molto da costruire, soprattutto in termini di rapporti umani, tra i commercianti, gli associati, e anche un rapporto nuovo con le istituzioni, il Comune in primis. Condizione fondamentale il linguaggio semplice e coerente, e l’impegno, nei limiti del nostro ruolo, che è di volontariato sindacale a tessere relazioni umane che diano un volto alle istituzioni. Quindi molti incontri con i colleghi per ascoltare le esigenze, mantenendo sempre fermo lo sguardo alla collettività e non all’individualismo”.
Qual è il vostro rapporto con l’amministrazione comunale?
“Il rapporto è buono. C’è reciproca disponibilità di ascolto e collaborazione. Grazie al lavoro svolto è nato un comitato per organizzare le festività natalizie, formato da gente eterogenea, motivata e con la passione per il nostro paese. Grazie a loro abbiamo fatto di Morciano una città che oltre ad un importante richiamo commerciale, ha offerto un’atmosfera famigliare e umana a chi vi veniva a far spesa, con la musica, le luminarie, gli animali per le strade, per dare un forte senso di accoglienza”.
Come sono le aspettative per il 2004?
“Non mi sento di dire che le aspettative siano eccezionali, come si sente spesso. Fortunatamente per quel che ci riguarda crediamo che Morciano sia un richiamo forte perché offre una gamma commerciale molto diversificata e alternativa all’omologazione della grande distribuzione. Basandosi sul commercio di tipo famigliare, credo che terrà bene, anche per l’animo commerciale che le è innato. C’è anche una classe di giovani che vuole scommettere sul futuro del commercio a Morciano”.
Che rapporto c’è tra l’etica e il commercio?
“L’etica deve essere la base di tutte le professioni, quindi anche del commercio. E’ un guaio per l’umanità intera sganciare l’etica dalla professione che si porta avanti. Preferisco un volto umano del commercio quindi, famigliare e tra galantuomini. Esempi recenti di disastri finanziari che hanno mandato in rovina famiglie di investitori e famiglie di produttori per grandi aziende dimostrano che l’economia risente di questa mancanza di rapporti umani, fisici. In questi ultimi casi siamo stati fortunati perché c’è stato l’euro, e pur notando alcune disfunzioni e qualche furbo, è evidente che se fossimi ancora legati alla lira, il tracollo sarebbe stato di dimensioni molto più devastanti. Credo quindi che oltre al proprio rapporto personale con l’etica siano molto importanti i rapporti umani, spero quindi che sia questo il volto del commercio di Morciano e speriamo che altre persone dinamiche vogliano aggregarsi a noi per lavorare insieme”.




Alla scoperta delle bocce

-E’ proprio vero: o tutto o niL’attività si svolge tutto l’anno. “Nel 2002 alle nostre manifestazioni – spiega Luciano Minicucci, presidente della federazione di Rimini – hanno aderito oltre 3.300 atleti provenienti da tutta Italia. Siamo ritornati dalle finali nazionali per società di Modena con un oro (bocciofila Montegridolfo) e un’argento (Dlf Rimini).
L’impiantistica nel riminese è adeguata e riesce a supportare le manifestazioni? Minicucci: “Anche se gli impianti non sono molti affermerei che quelli esistenti rispondono alle esigenze tecniche necessarie. Comuni come Cattolica, Riccione, Montegridolfo, Morciano di Romagna e Talamello, hanno ottimi impianti.
L’unico “tassello scoperto” è la situazione riminese priva di un impianto adeguato, se si esclude quello, a due corsie, del Dopolavoro Ferroviario. La mia speranza e la realizzazione di un bocciodromo in linea con la Città di Rimini che dia modo di organizzare ed ospitare attività d’alto livello, senza dimenticare la socialità del nostro sport che in pratica essendo uno sport per tutti potrebbe permettere di creare progetti integrati tra turismo e gioco bocce”.
Si racconta che l’imperatore Augusto – ben noto a Rimini – avesse la passione per le bocce. E in ogni modo questo gioco era sicuramente già noto agli antichi Egizi, ai Troiani e ai Greci.
Un sarcofago romano ritrae bambini con le bocce in mano. Nel Medioevo ci fu una vera e propria divulgazione e le bocce entrarono in diversi castelli, coinvolgendo in vere e proprie gare di popolo, castellani e gentildonne. Qualcuno la definì una “peste sportiva” e Carlo IV di Francia, nel 1319, impedì di praticare le bocce.
Motivo? Distraeva il popolo nell’esercitare sport più importanti per la difesa delle mura, quali il tiro con l’arco e la balestra. Ci sarà stato anche qualche veneziano che per l’amore delle bocce avrà passato qualche notte in prigione, in virtù di un decreto di divieto di gioco datato dai Dogi -11 dicembre 1576.
Nel 1600, le bocce andavano molto in Inghilterra. In Italia, dopo i primi passi d’aggregazione nel fine Ottocento (1897) a Rivoli (TO), sì costituì nel 1919 l’Unione Bocciofila Italiana.
Da quel momento ad oggi, le bocce assunsero pian piano l’aspetto dello sport. Praticato anche da veri e propri vip: Giosuè Carducci, Alcide De Gasperi, Giuseppe Garibaldi, Pietro Nenni, Sandro Pertini e anche Papa Giovanni II.
In Romagna, e più precisamente nel Riminese, nei primi anni cinquanta riprende l’attività (dopo la sospensione a causa della guerra mondiale) fino ai giorni nostri.
In quel periodo nasce a Rimini (nel 1956) la bocciofila del Dopolavoro Ferroviario, che dominerà la scena fino ai primi anni settanta con i noti fratelli Pari (Gabriele, Giovanni e Mario) e a seguire Mario Cappella e Arnaldo Mulazzani.
Questi ultimi due nel 1964 conquistano il primo tricolore boccistico della storia riminese.
Gli altri titoli italiani portano il nome di Guido Baldi ed Erio Perlini (nel 1977 per la bocciofila Cattolica), Alfeo ed Ernesto Carli (nel 1984 per l’oramai scomparsa bocciofila viserbese del Lago Riviera), Gualtiero Francia e Roberto Mainardi (nel 1992 per la bocciofila Riccionese), Duilio Fuzzi-Marco Moretti -Adriano Giunta (nel 1998 per la bocciofila Cattolica) e per ultimo quello di quest’anno nel campionato Italiano di società con la formazione della bocciofila di Montegridolfo.
Nel 1990 Fabrizio Sarti e Teresa Berardi (ambedue riminesi) sono i primi atleti locali convocati in azzurro. Il presidente provinciale della Federbocce riminese è Luciano Minicucci. Sei le società affiliate con oltre trecento tesserati. Ecco l’elenco: Cattolica, Dlf Rimini, Montegridolfo, Morcianese, Riccionese e Valmarecchia.




Palazzate di Cecco

Gradara – Gian Franco Micucci insiste, vuole fare il sindaco a Gradara. Tenace e temerario come sempre, non solo vuole sfidare la contrarietà dei Ds gradaresi, ma anche un controverso detto popolare. Quale? Dialogo: “Cus te fat? Tzi maled?” – “Na, peg” – “U t’è mort qualch parent?” – “Peg ancora” – “Insoma, tvo dì cus cl’è che u t’è suces?” – “I ma det ca so ad Gradera”…
L’elefante – “… non posso pensare che per Micucci Gradara possa essere il cimitero degli elefanti”. Parole di Sandro Sorbini, sindaco uscente di Gradara. Battuta pachidermica…
Casa – Leggiamo: “L’Ici torna a casa”. E’ l’assessore al Bilancio, Corrado Piva, a proposito dei rimborsi a 399 cittadini. E subito a pensare che fosse stato lui a tornare a casa…
L’asilo – Pietro Pazzaglini annuncia entusiasta che in aprile verrà inaugurato l’asilo nido. Iscrivono anche i fuori età?…
Neri – Leggiamo: “Aiutiamo gli immigrati a integrarsi: eliminiamo quei tanti piccoli disagi e quelle ingiustizie che rendono la loro vita difficile”. Pare incredibile, ma la sorpresa è piacevole: l’ha detto Roberto Gambuti, coordinatore di Alleanza nazionale per Cattolica. Tanta sensibilità sarà perchè tra ‘neri’ ci si sente più solidali?…
Il sondaggio – L’Associazione albergatori ha reso noto un sondaggio tra i suoi associati sul gradimento dei servizi erogati da Hera. Risultato: il 59% ha riscontrato un peggioramento. Insomma, non c’Hera…
Lifting – Micucci vuole continuare a fare il sindaco. Colpito da una sorta di investitura divina come sindaco a vita, dice: “Mi candido a Gradara -. La mia lista si chiamerà ‘Gradara più bella e più forte”. Insomma, una specie di Forza Gradara, sulla scia del Berlusca. Ora a Micucci, però, manca un bel lifting…
Vendesi – Da qualche mese il Comune sta vendendo a piene mani posti auto, uffici… Insomma in periodo di vacche magre bisogna fare cassa. Qualche giorno fa il sindaco è stato visto a contemplare a lungo lo storico palazzo del municipio. Madunena senta, tvu veda che…
L’assalto – Leggiamo: “In progetto 1.700 case sulle ultime aree verdi”. Sarebbero previste nel nuovo piano regolatore che porterebbe una crescita di circa 4 mila abitanti. Qualcuno vuole cambiare, giustamente, il santo patrono della città: al posto di S. Pio V eleggiamo Santo Mattone…
La bella di Siviglia – Gian Franco Micucci è un sindaco molto popolare. Si dice che tutti lo vogliano: da Cattolica, Gabicce, Gradara, Misano… a Cazzano di Tramigna. Ma non sarà come “la bella di Siviglia che tutti la vogliono e nessuno la piglia”?…
Commercio – Leggiamo: “Volete i nostri voti? Allora rilanciate il commercio in crisi”. Lo dicono gli operatori delle vie del centro cittadino. Forse più che agli amministratori comunali, la protesta dovrebbe essere indirizzata: 1) al duo Berlusconi-Tremonti che hanno portato l’economia nazionale al disastro; 2) a Mr. Bush che con le sue guerre inutili ha dissestato l’economia mondiale; 3) a Bin Laden che col terrorismo ha reso insicuro il mondo; 4) ai furbi e farabutti che si annidano nel mondo dell’impresa italiana che hanno speculato sull’euro drogando l’inflazione e truffato i risparmi di centinaia di migliaia di cittadini. Insomma, dare aria alle idee, altrimenti potrebbe essere inutile piangere poi sul ‘Parmalatte’ versato…
Poltrone – Leggiamo sui giornali che alcuni esponenti della Margherita chiedono in continuazione sindaci e assessori. Insomma, poltrone, sedie, scranni, divani… Domanda: la Margherita è un partito politico o un mobilificio?…




Amarcord di Dorigo Vanzolini

19 maggio 1951, San Gottardo (Svizzera) – Gruppo di sportivi cattolichini diretti a Berna per disputare la partita di calcio ‘Cattolica-Bumplitz’. In alto da sinistra: Di Giorgio (sportivo pesarese), Angelo Rossi, Renzi (capitano), sportivo pesarese , Del Vedovo, Carlo Di Luca, Aldo Molari, Silvio Bartolini, Aurelio Signorini, Alfio Gattoni, Ivo Perazzini. Accosciati da sinistra: Giovanni Antonioli, Goffredo Mazzocchi , Attilio Staccoli, Giacomo Bianchi, Galli (turista), Giuseppe Ferretti ‘Ristèn’. (Archivio fotografico Centro Culturale Polivalente di Cattolica)