‘Su 3000, uno dei pochi sopravvissuti’

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[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/giugno/morciano_stramigioli.jpg[/img]“Si attaccò al legno un altro uomo, che cercò di buttarmi in acqua e prendere l’asse. In quel momento dovetti scegliere tra la sua vita e la mia: riuscii a divincolarmi da lui a morsi , che ricadde in acqua. Mi allontanai con qualche bracciata. Non lo rividi mai più”.

Un salvataggio fortunato in un drammatico naufragio nel 1941, poi due anni a cercare di sfuggire alle rappresaglie nazifasciste.
E’ il ricordo di guerra di Terenzio Stramigioli, arzillo 86enne, pesarese di nascita e residente a Morciano.
Due figlie, Iliana e Isabella (residente a Pesaro), Stramigioli faceva parte del 12° battaglione Movimento stradale durante la Seconda guerra mondiale.
Ci racconta la sua guerra.
“Nel 1941 – ricorda Stramigioli – il nostro battaglione fu destinato in Etiopia e a bordo della Conterosso, partimmo da Napoli verso sera. All’altezza dell’Isola di Malta la nostra nave fu attaccata ed affondata dai sottomarini degli alleati. Non sentimmo nessun tipo di allarme, ci si accorse solo di alcune esplosioni e della nave che cominciava ad andare a fondo. Su circa 3.000 persone a bordo tra carabinieri, artiglieri, fanteria ecc… ne vennero tratti in salvo solo un centinaio di persone, tra cui io”.
“Furono istanti drammatici – continua Stramigioli – in quei momenti non pensi a nulla se non a salvarti. Moltissimi che si trovavano sotto, non ebbero nemmeno la possibilità di uscire perché le scale erano distrutte. Di quelli che riuscirono a tuffarsi in mare, molti non sapevano nuotare bene ed essendo le coste molto lontane, in tanti sparirono sott’acqua. Io ero allenato a nuotare, ma dopo alcune ore in acqua la stanchezza era tanta. Ebbi una grande fortuna di trovare ad un certo punto un’asse di legno, simile ad un tavolo, di circa 3 metri. Feci un ultimo sforzo e lo raggiunsi, mi distesi sopra e rimasi lì tutto bagnato nella speranza di essere ripescato da qualcuno”.
“In quei momenti – prosegue Stramigioli – la lucidità viene meno e l’istinto di sopravvivenza condiziona le proprie scelte: ricordo che ad un certo punto, dopo pochi minuti che mi ero disteso, si attaccò al legno un altro uomo, che cercò di buttarmi in acqua e prendere l’asse. In quel momento dovetti scegliere tra la sua vita e la mia: riuscii a divincolarmi da lui a morsi e lui ricadde in acqua. Io mi allontanai con qualche bracciata. Non lo rividi mai più”.
“La mattina dopo una nave della nostra marina mi trasse in salvo, mi misero nella stiva, al caldo, assieme a tutti coloro che riuscirono a recuperare; moltissimi erano i morti, sistemati lì assieme ai sopravvissuti. Ci portarono a Siracusa e ci diedero due mesi di licenza premio, dopo di che ognuno sarebbe stato riassegnato ai propri corpi militari. Io non ne volevo più sapere della guerra: al momento di ripartire marcai visita e all’ospedale di Palmanova riuscii a farmi dare altre dispense grazie alla benevolenza di un capitano. Ero ad Ancona e vedevo partire ad uno ad uno tutti quelli che erano con me, chi in Grecia, chi in Russia, chi in Africa”.
“Poi cadde il regime fascista – prosegue Stramigioli – e ritornai a casa. In quel periodo i tedeschi erano alla ricerca di ogni uomo. Una sera vennero a casa mia, io riuscii a scappare buttandomi dalla finestra, scappai per i campi di Cattabrighe; mio padre non lo portarono via perché era troppo vecchio e lasciarono anche mio fratello perché troppo piccolo. Poi mi nascosi per un certo periodo a Roncaglia, dove avevano costruito una sorta di galleria. Molti abitanti non ci volevano, perché sapevano che i tedeschi cercavano uomini per la difesa. Ci vennero a cercare anche lì, ma assieme ad altri riuscimmo a scappare”.
“La zona – rammenta Stramigioli – non era sicura e ci conoscevano, decidemmo di fuggire su un treno, che però fu fermato a Bologna. Eravamo in quattro, provammo a scappare passando sotto le rotaie. In due riuscimmo, agli altri due non li ho più visti, purtroppo. Oramai la guerra era vicina alla fine, le truppe alleate avanzavano e ritornammo a casa sempre in treno, facendo attenzione alle ronde. Dalla stazione di Pesaro tornai a casa seguendo la ferrovia, e finalmente capii che i rischi erano finiti. La guerra era vinta e capimmo che nessuno ci sarebbe più venuto a cercare. Riflettendo su quel periodo, credo di essere stato baciato dalla fortuna. Il fatto di essere qui a raccontare le mie vicissitudini è un privilegio che a tantissimi altri giovani, come me, purtroppo non è concesso”.

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