Politica, l’ubiquità democristiana

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La democrazia cristiana (Dc) ha indubbiamente assolto un ruolo storico, nell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale. In un mondo diviso in due blocchi militari contrapposti, si è schierata con l’Occidente ed ha funzionato come diga contro il sistema di potere comunista italiano, che, alleato del totalitarismo sovietico, appariva come un pericolo per la democrazia senza aggettivi, ad onta della difesa della democratica Costituzione repubblicana sempre, ma contraddittoriamente, praticata dal partito comunista italiano (Pci).
Come si vede, il discorso storico è tutt’altro che semplice. Ma anche i ciechi hanno capito che dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica (1991) la Dc non aveva più ragione di esistere. Che senso avrebbe avuto il mantenere in funzione la diga dopo che il fiume era rimasto in secca?
Nella Dc convivevano, costretti a stare insieme dal comune anticomunismo, cattolici di tutte le tendenze sociali: progressisti, moderati di centro e perfino autentici reazionari. Dopo il crollo del comunismo, venuto meno il “compito storico” comune, gli ex democristiani, lungi dal lasciare l’attività politica, si sono riqualificati distribuendosi nei diversi soggetti politici: i progressisti nell’Ulivo, i moderati di centro e i reazionari accanto (Udc) o dentro Forza Italia, e qualcuno dentro la Lega Nord e perfino in Alleanza Nazionale.
Forza Italia andava benissimo, partito aziendale e padronale, ritrovo qual era ed è di tutti i cascami del vecchio pentapartito fallito: liberali, repubblicani, socialdemocratici e socialisti, anche socialisti di sinistra – con licenza parlando.
La Lega Nord si è prestata bene alla bisogna, con la benedizione di qualche vescovo e del cappellano Baget Bozzo, grazie alla veste recentemente assunta di partito conservatore dei cosiddetti valori della famiglia cattolica (e poco importava, evidentemente, l’insanabile contrasto tra il messaggio cristiano di uguaglianza di tutti gli esseri umani e il feroce odio leghista nei confronti dell’«orda extracomunitaria»).
Ma pochi sanno che c’è una enclave cattolica in Alleanza Nazionale: il senatore Riccardo Pedrizzi, che, odiatissimo dai radicali di Pannella benché anch’essi nemici giurati della sinistra, è, dice la sua autopresentazione in Parlamento, «responsabile nazionale del partito per le politiche della famiglia e vice presidente nazionale della consulta di An per i problemi etico-religiosi; si è impegnato in particolare sui temi della salvaguardia della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, della difesa e della valorizzazione del ruolo della famiglia quale cellula fondante della società e della tutela del diritto naturale dei genitori di poter scegliere quale tipo di educazione dare ai propri figli partecipando a convegni e tenendo conferenze su tutto il territorio nazionale».
Dei cattolici dell’Ulivo, eredi dei Fanfani, dei Moro e del galantuomo Zaccagnini, parleremo un’altra volta, se sarà richiesto. Ora mi preme accennare alla scarsa fedeltà al papa di tutti i cattolici qui sopra elencati. Giovanni Paolo II, infatti, ha condannato senza riserve – anche lui senza se e senza ma – la guerra anglo-americana in Iraq. Loro, invece, hanno seguito il governo sulla strada dell’adesione politica e morale a quella sporca guerra (l’adesione militare non c’è stata non perché non sarebbe piaciuta al governo, ma perché, Costituzione alla mano, ha opposto il suo veto il presidente Ciampi).
Il papa non l’ha presa bene. Giovanni Paolo II, il pontefice che tanto fece per liberare la sua Polonia dall’oppressivo dominio dell’impero sovietico, quando ha letto l’omelia del venerdì santo ai fedeli, improvvisamente ha interrotto la lettura ed ha esclamato rabbiosamente in latino, fissando lo sguardo al cielo: «Resurrexit Dominus de sepulcro!». Come a dire ai cattolici che, in materia di guerra e di pace, avevano preferito a lui il Cavaliere-padrone: sappiano, i sepolcri imbiancati che si ammantano della fede cattolica in pro dei loro interessi, che l’ultima parola sarà quella del Signore.

*Professore di Storia
del Risorgimento
all’Università di Ferrara

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