Politica, l’ubiquità democristiana

La democrazia cristiana (Dc) ha indubbiamente assolto un ruolo storico, nell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale. In un mondo diviso in due blocchi militari contrapposti, si è schierata con l’Occidente ed ha funzionato come diga contro il sistema di potere comunista italiano, che, alleato del totalitarismo sovietico, appariva come un pericolo per la democrazia senza aggettivi, ad onta della difesa della democratica Costituzione repubblicana sempre, ma contraddittoriamente, praticata dal partito comunista italiano (Pci).
Come si vede, il discorso storico è tutt’altro che semplice. Ma anche i ciechi hanno capito che dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica (1991) la Dc non aveva più ragione di esistere. Che senso avrebbe avuto il mantenere in funzione la diga dopo che il fiume era rimasto in secca?
Nella Dc convivevano, costretti a stare insieme dal comune anticomunismo, cattolici di tutte le tendenze sociali: progressisti, moderati di centro e perfino autentici reazionari. Dopo il crollo del comunismo, venuto meno il “compito storico” comune, gli ex democristiani, lungi dal lasciare l’attività politica, si sono riqualificati distribuendosi nei diversi soggetti politici: i progressisti nell’Ulivo, i moderati di centro e i reazionari accanto (Udc) o dentro Forza Italia, e qualcuno dentro la Lega Nord e perfino in Alleanza Nazionale.
Forza Italia andava benissimo, partito aziendale e padronale, ritrovo qual era ed è di tutti i cascami del vecchio pentapartito fallito: liberali, repubblicani, socialdemocratici e socialisti, anche socialisti di sinistra – con licenza parlando.
La Lega Nord si è prestata bene alla bisogna, con la benedizione di qualche vescovo e del cappellano Baget Bozzo, grazie alla veste recentemente assunta di partito conservatore dei cosiddetti valori della famiglia cattolica (e poco importava, evidentemente, l’insanabile contrasto tra il messaggio cristiano di uguaglianza di tutti gli esseri umani e il feroce odio leghista nei confronti dell’«orda extracomunitaria»).
Ma pochi sanno che c’è una enclave cattolica in Alleanza Nazionale: il senatore Riccardo Pedrizzi, che, odiatissimo dai radicali di Pannella benché anch’essi nemici giurati della sinistra, è, dice la sua autopresentazione in Parlamento, «responsabile nazionale del partito per le politiche della famiglia e vice presidente nazionale della consulta di An per i problemi etico-religiosi; si è impegnato in particolare sui temi della salvaguardia della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, della difesa e della valorizzazione del ruolo della famiglia quale cellula fondante della società e della tutela del diritto naturale dei genitori di poter scegliere quale tipo di educazione dare ai propri figli partecipando a convegni e tenendo conferenze su tutto il territorio nazionale».
Dei cattolici dell’Ulivo, eredi dei Fanfani, dei Moro e del galantuomo Zaccagnini, parleremo un’altra volta, se sarà richiesto. Ora mi preme accennare alla scarsa fedeltà al papa di tutti i cattolici qui sopra elencati. Giovanni Paolo II, infatti, ha condannato senza riserve – anche lui senza se e senza ma – la guerra anglo-americana in Iraq. Loro, invece, hanno seguito il governo sulla strada dell’adesione politica e morale a quella sporca guerra (l’adesione militare non c’è stata non perché non sarebbe piaciuta al governo, ma perché, Costituzione alla mano, ha opposto il suo veto il presidente Ciampi).
Il papa non l’ha presa bene. Giovanni Paolo II, il pontefice che tanto fece per liberare la sua Polonia dall’oppressivo dominio dell’impero sovietico, quando ha letto l’omelia del venerdì santo ai fedeli, improvvisamente ha interrotto la lettura ed ha esclamato rabbiosamente in latino, fissando lo sguardo al cielo: «Resurrexit Dominus de sepulcro!». Come a dire ai cattolici che, in materia di guerra e di pace, avevano preferito a lui il Cavaliere-padrone: sappiano, i sepolcri imbiancati che si ammantano della fede cattolica in pro dei loro interessi, che l’ultima parola sarà quella del Signore.

*Professore di Storia
del Risorgimento
all’Università di Ferrara




Turismo 2003, stringere i denti

di Francesco Toti

Gli italiani non dovrebbero tradire le nostre spiagge; mentre sugli stranieri c’è molta incertezza. Poi c’è una variabile che sfugge alla ragione e che fa economia e storia: il successo che si spiega con arguzia ma soltanto col senno del poi. Si spera che tale destino possa arridere come durante i decenni boom del dopoguerra. Gli albergatori, forte, chiedono più attenzioni: sia per il rinnovo delle strutture, sia per le infrastrutture, sia per la promozione.
Ma dato che lo scenario economico mondiale non è sostanzialmente cambiato, la stagione 2003 da ogni punto di osservazione dice questo: bisogna stringere i denti. E’ cambiato, però, lo scenario politico: incertezza sulle coste meridionali del Mediterraneo e molte turbolenze in Estremo Oriente. Fattori che potrebbero dare una mano agli operatori turistici della provincia di Rimini.
Intanto si va ad iniziare con un sondaggio scintillante effettuato da Trademark Italia sulle graduatorie preferite dagli italiani per le feste di primavera. Al primo posto si colloca la Riviera Romagnola. Seguono: Coste e Isole Campane, Riviera Ligure, Montagne Alpine, Colline Toscane ed Umbre.
Afferma Maurizio Cecchini, il giovane ed arguto presidente degli albergatori di Cattolica: “Il settore alberghiero nella provincia di Rimini è in regresso. Negli ultimi anni circa 500 alberghi hanno chiuso per altre destinazioni d’uso. Questa è una realtà su cui riflettere. Lo stesso presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, in aprile, ha detto che rispetto ai rischi dell’investimento la contropartita non è interessante. Credo che gli albergatori della provincia di Rimini hanno ancora voglia di fare turismo, solo che devono essere messi nelle condizioni, soprattutto rispetto agli investimenti. Il grosso problema è che Italia, paese turistico per antonomasia, manca la cultura di fare turismo. Ad esempio si fanno le leggi per la riqualificazione, ma la Regione stanzia 12 miliardi per i 2.500 alberghi della provincia di Rimini. La politica italiana è che il turismo vada avanti da solo. Noi ci aspettiamo dei segnali importanti. Gli incentivi alle imprese esistono in ogni settore, ma non nel nostro”.
Stagione 2003? Cecchini: “Per come siamo organizzati noi, il mercato italiano dà segni di ripresa; il problema è rappresentato dagli stranieri”.
Marco Giovannini, giovane presidente degli albergatori di Riccione: “Il dato provvisorio delle prenotazioni afferma che gli italiani arriveranno come gli altri anni. Difficoltà con la clientela tedesca; mentre si intravedono segnali positivi dalla Francia, Olanda, Belgio, Svizzera. Ed a differenza di quanto sostengono in tanti, sono del parere che chi fa albergo ha ancora voglia; è sufficiente vedere le gru sulla nostra costa. Chiediamo al pubblico interventi sulle infrastrutture e che i vari enti che fanno promozione di non sovrapporsi perché creano difficoltà a noi e si Luciano Scola, presidente degli albergatori di Gabicce Mare: “Si esce da una Settimana ciclistica buona e si entra in un’estate piena di incognite. Per la Pentecoste ci sono poche prenotazioni di tedeschi, però c’è movimento tra gli italiani. Noi abbiamo organizzato, per la Pentecoste, un raduno di auto MG della durata di 7 giorni; abbiamo già 160 equipaggi”.
Pierluigi Gasperini, albergatori di Bellaria: “Credo che la stagione possa attestarsi sulle cifre dello scorso anno. Ci sono meno prenotazioni perché non si usa più farle. Dalla nostra abbiamo la fidelizzazione del cliente che tocca il 75%; non credo che si possa perdere un lavoro ben fatto per 50 anni in poco tempo”.
Maurizio Ermeti, presidente degli albergatori di Rimini: “La previsione 2003 è particolarmente difficile. Le prenotazioni sono buone per agosto; mentre negli altri periodi la risposta è lenta. Va detto che non si usa più prenotare con largo anticipo; cosa che non fanno più neppure i tour operator stranieri, che si tengono però una porta aperta per l’ultimo momento. Come albergatori abbiamo fiducia e credo che bisogna continuare a lavorare sulla qualità del prodotto e sulla promozione. Siamo in un periodo di preoccupazione, tuttavia non penso che sia venuta meno la voglia di fare vacanza”.

Turismo la prima industria

– Il turismo in Italia rappresenta la prima industria. Incide per l’8% sul Pil. Fattura 70 miliardi di euro annui. Dà occupazione a circa 2 milioni di lavoratori.
Fonte: “Il Sole 24Ore”

Stranieri, guidano i tedeschi

– l’Apt rende noto che nel 2002 la regione Emilia Romagna ha complessivamente registrato 7,7 milioni di arrivi, di cui 2 milioni di stranieri e 37,5 milioni di presense, di cui 9,3 milioni di stranieri.
Al primo posto la Germania (35% delle presenze), seguita dalla Svizzera (9%), Francia (8%) e Olanda (5%).

LA POLEMICA
“Governo assente e penalizza il turismo in crisi”

– “Il governo è assente sul turismo. I tagli ai trasferimenti penalizzano il settore proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di aiuto per un suo rilancio. Basti pensare che la regione Emilia Romagna ha stanziato per il turismo 60 milioni di euro e lo Stato (Enit esclusa) solo 76 per l’intero territorio”.
(Guido Pasi, assessore regionale al Turismo)

LA CURIOSITA’
Quei fenomeni dei francesi

– L’Enit, l’Ente nazionale italiano per il turismo, ha un bilancio di 20 milioni di euro; pagati gli stipendi non resta molto per fare promozione. Il corrispettivo spagnolo invece ha a disposizione 60 milioni di euro. Mentre quei “furbi” dei francesi mettono sul piatto 150 milioni. La regione Emilia Romagna con l’Apt 10 milioni.

STATISTICHE
Bilancia turistica: il saldo 2002 crolla del 18,4%

– La bilancia turistica italiana nel 2002 crolla del 18,4%. In soldoni questo significa la perdita di 2,4 miliardi di euro. Lo ha rilevato l’Ufficio italiano cambi. Nonostante una crescita di presenze straniere rispetto al 2001 (+ 3,1 milioni), la loro spesa si è ridotta sensibilmente (da 16,4 a 16,2 miliardi di euro).
Questo soprattutto per il calo di turisti più ricchi (americani e giapponesi). Il saldo della bilancia turistica del 2002 è stato di 10,6 miliardi di euro. Era di 13,4 nel 2001.




3 Rassegna di poesia dialettale “Elvino Galluzzi”

di Claudio Casadei

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/maggio/cattolica_galluzzi.jpg[/img]Il tempo ci ha provato a sconfiggerlo e a cancellarlo, ma lui, il dialetto, sopravvive a tutti i tentativi che vogliono vederlo morire o relegare in qualche nicchia di presunta sottocultura. Ma da vero protagonista della nostra storia, non abbandona mai la vita quotidiana di quest’angolo di Romagna, anzi ne diventa sempre più orgoglioso segno di distinzione. Il nostro dialetto non ha mai abbandonato la vita e le labbra della nostra gente che fortunatamente ha opposto una inconsapevole resistenza al suo oblio.
Da qualche tempo anzi il dialetto rivive una seconda fresca giovinezza anche grazie alle persone che ne hanno voluto fare il veicolo per comunicare le loro emozioni, i loro sentimenti ed i loro ricordi. Come una lingua prende forma nei versi delle poesie scritte dalla gente comune, spesso senza metriche e senza regole ma con un ingrediente che ne è l’ essenza estrema: la vita quotidiana. E come succede ad ogni cosa, la vita quotidiana modifica e cambia anche il dialetto, lo “sporca” con nuovi termini e moderni modi di dire che sono un imprescindibile segno dei tempi. Sono arrivati e “telefunein” e la “pleistescion” , e “futing” e ” e giogghing”, ” e chetciap” e “e wurstel”. Poi ci sono le parole inventate, quelle che nessuno conosce ma che per sonorità e circostanze tutti capiscono al volo perché hanno l’impareggiabile capacità di descrivere con poche lettere una situazione od un accadimento particolari.
Il dialetto è anche un inconsapevole modo per distinguersi; dichiara sempre la propria provenienza; le parole contate in dialetto sono una carta d’identità che distingue e definisce chi le usa. Ma il dialetto non è mai una elitaria forma di distinzione: è solo una orgogliosa inconsapevole manifestazione di appartenenza. Una appartenenza che non è mai usata per isolare chi non lo conosce, ma solo un modo per comunicare anche a chi è arrivato da poco che imparando quei termini e quelle parole anche in lui crescerà l’amore per una terra che si può solamente amare. Nelle poesie dialettali poi si possono trovare vere perle da gustare con gli occhi e con il cuore.
Cercando negli anfratti dell’animo di chi le scrive, in esse si possono ritrovare i giochi, le amicizie, le situazioni ed ricordi che credevamo dimenticati ma che erano lì fermi in un cassetto in attesa che qualcuno sollevasse il sottile velo di polvere che il tempo aveva depositato.
Basta leggere le opere che pervengono manifestazioni come questa che per il terzo anno viene dedicata a Elvino Galluzzi per ritrovare molto anche di noi stessi e capire che c’è molto del cuore della Romagna in ogni scritto.
Ma c’è anche la riflessione sulla vita, l’impegno sociale, la denuncia della guerra… La Romagna e i suoi dialetti, ma più in generale l’Italia dei mille dialetti, sono le “diversità” che arricchiscono, e sono il patrimonio collettivo di ognuno di noi.




Poesia dialettali

E birichin
di Giuseppe Lo Magro
Riccione

Og da e mèr e tira un gran vènt.
Sòbte us mèt a spitnè la sabia
u la prèlla com un sarpènt
vrucìd m’un sòrs pin ad rabia.

Ma uj pis da dè dan d’impartòt
mal robe, mal persoune, mi animèl.
Du cl’ariva l’è un gran casot
un si pò stè tranquèl invèl.

In èlt e s-cènta un’antena
pò e cala svelt sora una bughida
e pèr che te prim us la nèna;
saltrèin u la lasa tòta struflida.

E ciapa una bocia, u la rugla
e tra i sas u la fa a tridèl.
T’un znoc us fa una brugla
sguilènd ad cursa che burdèl.

Un s’arposa e un si dà pèsa,
e cmènza a balè s’una sutèna
d’una dona scapèda da la spesa
“Lasme stè, fiul d’una putèna”

la urla la purèta spaventèda
un pì sora la bici e cl’elt te fos.
Lò e fa una risèda sgangarèda
e u la lasa s’un strèmle mados.

E un sparagna gnènca un vicèt
che a fadiga e travèrsa la strèda.
E brèt ul fa vulè ilà sò, ti tèt,
pò uj carèza, birichin, la testa plèda.

Quand da scarzè us’è bèla stòf
e pèzga agl’urece strache m’un chèn
e me mèr l’artorna isè d’arbòf.
Scrichènd l’oc e dis: “As vidèm admèn”.

I cuchèl
di Giuseppe Lo Magro
Riccione

Svigis una matèina prest prest
e scurdandse ad tot e rest
andè a marèina senza pressia
mentre un raz te ciel e fes-cia.

Camnì tla fin dla nota in riv e mèr.
Sla riga quatre bèrche ad puracèr
al va tranquèlle, in fila, senza rumor
sl’insogne da pis-chè un gran tesor.

Un’aqua come l’oglie, l’è bunacia.
La testa pighida dingiò e surnacia
un brènch d’una ciantnèra ad cuchèl.
A sbat al mène: “Alè, sveglia burdèl”.

I s’èlza spavantèd, te ciel i vola
come una strèssa, i pèr tachèd sla cola.
“Basta durmì, andè a svigì che vagabènd,
ch’us daga da fè a scaldè ste nost mènd”.

E pèr strèn, ma im ha capì e vol
e jè ‘ndè a tri per i cavèl e Sol.
E adès sagl’ènde e sbadaja strac
gnènca e caichès ti pinz d’un sac.

Da fè e su duver propria un n’ha voja
e mentre la mor sla riva una biènca sfoja
una grancèla in tera la fa una capadèina
e un zivul e sèlta s’una spruzadèina.

I cuchèl j’arcmènza a nu fè gnint
quand l’ariva un chen “a tutto sprint”
e baja e baja come un satanas
curènd avanti e indrì e fa un bèl cias.

Il guèrda come dì: “Quant tzi quajoun
sa cla lèngua sporca a spangiuloun
sposta cal zampace, dat una calmèda
e va piò in là a fè sta scagnarèda!”.

Un chen randag
di Giovanni Martelli
Montefiore Conca

U iè da un pèra d’ann
in gir per e paès
un chen che un fa dann
cl’è capitè per ches.
I l’ha adutè un po’ tùt
e lù forza ad magnè
da quant l’è gras l’è brùt
e un pò guasi camnè.
Se ad scriva e fussa bon
e mandarìa cuntent
‘na lettra me padron
s’un gran ringraziament:
“Grazie padron davèra
d’avèm abandunè
da te matina e sera
un gn’era da magnè,
ma ades a so’ cuntent
a magn a sazietà
iè bon tùt i mument
e am god la libertà!”.

Guèra
di Giovanni Martelli
Montefiore Conca

U iè un burdèl che piagn
da seda da per lù
sora una muccia ad sass
cl’è ades tùt quel cl’arvènza
d’un grand e bel palaz.
E piagn, us guerda intorne
iòcc spalanchèd me mond
cl’è fatt ad lèmp ad fogh
ad fùm che cuvra e sol…
e piagn che pori fiol!
Un sa un bel gnint dla guèra
cl’ai pasa urland ad schènt,
lù e piagn e ciema: “Mà!”
cla è la stesa i lè per tera
già morta e lù u ne sa!
Pori burdèl che pena
sora cla muccia ad sass
s’iòcc spalanchèd me mond
cl’è matt e un guerda mai
iòcc d’un burdèl che piagn.




Poesie dialettali

E’ tradiment
di Massimo Giorgi
Mondaino

Lia l’è da mo cl’al saviva
E tel let sa lò ancora la dormiva
L’ai laveva li mudand
E la badeva i fiol per dvintè grand.
Tot i dè l’ai cusciva da magnè
E li bestie la aviva da gvirnè.

Mo quand e sol è cascheva sota li muntagn
E marid è partiva a ciachè tot è guadagn
L’acindiva la su muturetta
E via piò svelt d’una saetta.

El giva: “A vag ma l’osteria”
Mo lò el chiapeva unenta via.
L’andeva sempre te casein
E dl’amor e feva e pein.

I giva che ormai l’iva l’ament fèssa
Mo i giva incà che n’andas mai da la stessa.

L’arturneva ma chesa sempre pas mezanot
Sla moi tel let cla pareva un cocc rot
La aviva pient fin poc prima
E dli volt fin a la matina
Quand la sentiva anflè la chiev tla porta
Dli volt la prifiriva esa morta
La feva finta cl’era un pez cla dormiva
E l’an se mai mosa gnenca sla piagniva.

Tla su ment
l’ai mandeva qualch acident
Mo tel su cor
iu sbarlucèva un po’ d’amor
e una nota quand è marid l’è artorne a chesa
l’ha vest tla cambra la luc acesa
l’ha trov la moi stesa dnenz me let
sna cultela anflèda te pet.

La s’è mazeda perchè me marid ancora l’ai vleva bèn
La s’è mazeda perchè u la trateva peg d’un chèn.

E birichin
di Giuseppe Lo Magro
Riccione

Og da e mèr e tira un gran vènt.
Sòbte us mèt a spitnè la sabia
u la prèlla com un sarpènt
vrucìd m’un sòrs pin ad rabia.

Ma uj pis da dè dan d’impartòt
mal robe, mal persoune, mi animèl.
Du cl’ariva l’è un gran casot
un si pò stè tranquèl invèl.

In èlt e s-cènta un’antena
pò e cala svelt sora una bughida
e pèr che te prim us la nèna;
saltrèin u la lasa tòta struflida.

E ciapa una bocia, u la rugla
e tra i sas u la fa a tridèl.
T’un znoc us fa una brugla
sguilènd ad cursa che burdèl.

Un s’arposa e un si dà pèsa,
e cmènza a balè s’una sutèna
d’una dona scapèda da la spesa
“Lasme stè, fiul d’una putèna”

la urla la purèta spaventèda
un pì sora la bici e cl’elt te fos.
Lò e fa una risèda sgangarèda
e u la lasa s’un strèmle mados.

E un sparagna gnènca un vicèt
che a fadiga e travèrsa la strèda.
E brèt ul fa vulè ilà sò, ti tèt,
pò uj carèza, birichin, la testa plèda.

Quand da scarzè us’è bèla stòf
e pèzga agl’urece strache m’un chèn
e me mèr l’artorna isè d’arbòf.
Scrichènd l’oc e dis: “As vidèm admèn”.




Poesie dialettali

Adio Lira
di Mario Tonini
Riccione

L’era e melaotcentsentadè e l’Italia la suspira:
um teca fè una fiola, a partures la lira
e dep sla cres chi sa che lan m’aiuta,
intent a la fac forta e s’una bona saluta,
ai met stè nom che un è una rarità,
a vuj che sia la muneda dla mi unità.
E su valor ma sta bela ragazeta
i gl’ha arcnusù tut supte a dila s-ceta,
putela avè l’era parò una gren illusion
per trep che in eva al giuste cundizion
da guadagnè abastenza per fè al spese,
persina jà cantè: potessi avere mille lire al mese,
mo is tniva tal sacoce quej cla aveva,
ferma e at quele di puracc mai la jandeva.
Sl’ultma burasca un dè, un ver ciclon,
l’ha tachè grosa la malatia dl’inflazion,
e ciclon dla guera, sla morta insen sla fema,
l’ha travolt tut cumpres e vec sistema,
la lira la s’è selva parò sora e vistid
per un po’ ad temp la s’è vesta cusid
du letre: AM cl’era un segn d’ocupazion,
roba militera, l’eva cambiè aministrazion
e quej che la lirina i la aveva d’un chent,
i la ha trata fora che lan valeva un acident
per cui la lira cla era fata ad cherta,
sempre più us n’è stampè mo cumè la cverta
curta la ha fat che sla ariva a cruv la testa,
pid e un pez ad gambe scvert i resta
però e lavor c’un s’era mai fat veda,
l’è scap fora e la lira l’ha supte curtigeda,
insen i s’è trov ben mo lia sopratut
la jà ciap gust e la ha cmenz andè sa tut
però anchè per lia pien pien u s’è fat nota,
e gir u s’è fat grand, lia vecia lan ten bota,
e mond e camena per naturela evoluzion,
lan ten e pas e uj teca andè in pension,
l’ariva un, pimpent cumè un caval da trot,
pin ad sperenze, per forza, l’è un giuvnot,
un caciador ad munede, sla su s-ciopa
l’ha fat seche tute cal vece mo l’EUROPA
che la è giovna e tent robe la prumet,
sa lù la vò fè chepia, la se vò purtè a let,
naturalment se cunsens e al cerimogne
di popul europei chi binides ste matrimogne.
Tut il sa parò an ho det ancora e nom
ad ste giuvnot e am permete una riflesion:
us cema EURO e stavolta l’è una novità
in tut, quatre letre che al vo dì unità,
spirem cal porta ben, ad long e la pretesa
che sia quela da veda emenc l’EUROPA in pesa.

Un’ è un film
di Anna Maria Maugeri
S. Giovanni in Marignano

E’ scurr e filmed,
un giurnalesta e’ perla,
le robie ad no cred,
immagini ad guera,
la roba più bruta
chi è sora la tera.

Vistid a brandell
e urla ad burdell,
scherpie sbusidie
e ermie firmidie,
perfetie tel tai
e cl’in sbaia mai.

E genta sdraieda
se ciglie dla streda,
la neva la casca,
la cambia culor,
e drent l’eria fresca
prufom ad terror!

Tristeza
di Anna Maria Maugeri
S. Giovanni in Marignano

Tristeza l’è un’immagine a cunfront…
e la più giovna cla svaness drenta el tramont…

Guardè la tevla parceda dla memoria,
persogne e volt
che ormai i n’ha più storia.

Tristeza l’è una cadena d’or,
che te tent desiderè,
… e l’an ti dà nisun calor…

Aspitè una careza tla sera
e pu capì… cla n’è sincera…

Camnì a pasa svelt vers è futur
ciarcand da lasè indrè tutt i dulur,
… e sufuchè chel sens ad amareza,
dicend: … l’è sol un atime at tristeza…




Poesie dialettali

L’an nov
di Guerrino Semprini
Misano Adriatico

Andand avanti di per di
a sim arvat me dumilatri
un ent an usne andè
sa poc robe bone d’arcurdè
le ste un an che u se arcolt poc frut
le ste un an poc bel per tut
e turisme la andè poc bein
la stesa cosa la è ste per i cuntadein
at divers pais uiè ste la guera
uiè ste poca pesa sora sta tera
l’odie inveci da eliminel
um per che a stama aumentel
lè sempre più dura a putè campè
al distenze suciele aglià aumentè
uiè sempre più cativeria sora sta tera
uiè ancora genta che i vo fè la guera
uiè e president dl’America che macach
che e vo fè la guera ma l’Irak
perchè lu la guera u la cmanda
ma a fela ma chielt e manda
se landas lu o quelch su pareint
un la faria un accideint
quest le suces anche ma noun
in guera un gnera nissoun capurion
perchè in guera uiè sol da patì
e spes anche da murì
uiè ste e terremot anche st’an
che la fat anche paric dan
te Molise a San Giuliano sopratut
uiè ste un bel disatre, un sac ad lut
un aula sculera intera la distrut
chi pora burdel uià mazè tut
anche te nord un gne ste mei situazioun
perchè uiè ste al frene e innundazioun
uiè ste i mort e i firid
sa tut stal disgrezie uiè poc da rid
te mond e mor i burdel ad fema e carestia
mentre una masa la roba i la buta via
una masa d’omne per putè campè
iè custrit andè ad emigrè
anche per al done uiè poch da rid
per campè ui toca fè servizie si marciapid
i padroun le ancora qui dna volta
se iuperai i patis poc uimporta
it fa lavurè una masa e it pega ad stil
pussibilmeint it fa lavurè in nir
anche la Fiat la vò ciud i stabilimeint
e mandè a chesa i su dipendeint
cert che per Agnelli quest un è un quai
ma inveci cum che i farà a magnè i su uperai
Agnelli uià sigur da perta i su prufit
mentre iuperai i na nè sold e nè dirit
anche me nost guverne ad centrodestra
uiè da fei poca festa
perchè fina og e su lavor
le ste quel da fè al lege sol per lor
mentre invece le sigur
che iglià fate contra i lavoradur
e più brut che ià fat le sigur
a cambiè e statud di lavoradur
l’article diciot i vò cambiè
per avè via libra per licenziè
ma no ma quii che in lavora e in riga drit
ma inveci ma quii che i pretend i su dirit
te parlameint ià fat una gran battaglia
per fè rientrè e capitel che ià fura d’Italia
ma mi a digh e a so sigur
che fra quist un gne i lavuradur
uiè sol lor signori i mafius, che ià rubè
e non i lavuradur che i fadiga a campè
la tassa ad sucession ià eliminè
ma anche i chi se andam bein a guardè
uiè poch lavuradur che ià i capitel da lasè
mentre lor signori, cum che iavrà fat a fel?
inà tent che in sa ma chi lasel
e cap de guverne addiritura
lè arrabied una masa sla magistratura
perchè ogni tent il cema in tribunel
e pu il cundana, quest lè e bel
ma cum sarà, mi a so cunvint
che i giudic in cundana chi nà fat gnint
tla finanzieria per e duemilatri
ai navim da veda dli bele anche i chi
i taia a destra a sinistra, i taia drit
sempre a discapito di più purit
mai una volta ste pu sigur
mai una legge contra i sgnur
vuielt a girì che mi a so trop pessimista
mi ha esprim sol e mi punt ad vista
se pu a sbaias la mi opinion
a saria non cunteint, ma cunteinton
se l’an nov e fus un an ad felicità
che ui fus e lavor per qui che in là
che te mond ui fus da magnè per tut
che un gni fus più guere, più lut
che in fabricas più erme ad distruzion
ma più roba da magnè, più gren più furmantoun
che i sienzied i lavuras sol per e bein
e non sol per e dio quatrein
se al richezze al fus divise più equameint
us putria campè più bein e ste cunteint
ste pu sigur al scriv i chi
quest lè quel che avria mi
mi a augure ma tut un an ad felicità
che te mond ui fusa più bontà
senza più nissoun odie ma più amor
quel che e prigheva e nos Signor
amanse aiutimse vlisme bein
nu pansema sol me dio quatrein
perchè poc o una masa che i sia
cant a murin nisseun i porta via
ma forse i girà, guerda che quaion
là sparagnè tent per noun
e paradis un si compra si quatrein
ma a fè opere bone e a fè de bein
mi a digh che dal colpe agliavim anche noun
perchè e Creator un ha fat nè padroun e nè garzoun
allora i lavurador tut, i purit
tut unid difendina i nost dirit
quel che uiè te mond lè da es ad tut
non sol di sgnur, di padroun di farabut
ades a smet a fnis i qua
augurand ma tut un an ad felicità
tent robe bone ogni bein
pin ad saluta e ad quatrein
se pu ste scrit un fus ad vost gradimeint
perdunem, nu mandem un accideint.




Poesie dialettali

Un sogn tached m’un ciod
di Mario Foschi
Morciano di Romagna

L’è da quand ca sò burdel
ca sugneva ad ciapè al stel
… ma an sò mai stè bon ad fel.

Tsì riv te a caval d’un pnel
tsì andè sò a rubem al stel
tmè rubè e mi sogn bel.

Ma videndlie so at che mur
tla tu mostra, me a te giur
cu me pas tot i rancur

perchè ho vest e a so sigur
che e mi sogn, si tu culur,
l’è dvent mei… tached te mur.

Poesia ispirata nel visitare un’esposizione di quadri del pittore Emilio Cavalli.

La pesa
di Tina Biondi
Pesaro

Og 20 ad merz l’è al prim dè ad guera
sè, ma Sadam, sa l’America e l’Inghiltera
e par rasunè da par me, sa stal magon tal cor cum magna
a sò andè a fè ‘na camneda par la campagna.

Al sol cal lus ichè, sa stal teritorie
l’è al stess cal brela sora i pozz dal petrolie
i rem d’ielbure, dret vers al cel seren
um per di bracc chi prega mal Signuren.

Iè ‘na pesa d’intorne cant sent vulè ‘na mosca
l’erba cla sta par nas, vargugnosa las mostra
aò arcolt ‘na viuleta, enzi dò sultent
parchè um è pers da santì un lament.

L’era la viola clam giva pignend
“Perchè vuielt omne a si bon sol d’arvinè, senza cumprend?
A steva tent ben ichè sa li mi cumpagnie
lasme in pes, e pensa mal tu magagnie.

Cusc a cumbinè i lagiù tl’Irac
an capì cal pò nas un patatrac
av mazè sa li bombie inteligentie
mò da mez uiva sol li pori gentie.

Al patirà sol i burdel, al murirà un sac d’innucent
parchè anvlì capì cl’è un gran sbai duvrè iarmament
pruvè a cunvincie sa li bonie
chisà chin capesa cl’è mei a duvrè al cumprendonie.

L’è propria vera, l’om al sa sol arvinè al mond
ades pu ugni basta, al dovra anche li bomb
mò butè via tut ni cò tla mundeza
e ciarchè tal vost cor un po’ ad dulceza.

Finchè us è in pesa ma tut us pò armidiè
l’è quant us fa lita che lan spò più arcuncè
e sa sevesve quant us è rott i cocc
cum l’è fadiga armet insen iorc.

Ciarchè ad fè in mod cal fnesa supte ‘sta disperazion
e cus arvega i burdel a giughè sa iaquilon
pesa, pesa par tut, tli famei, tal lavor, tal mond sopratutt
in pesa ciarchena sempre ad risolv sal rasunament ogni dulor
parchè sol sa la pesa, us pò spirè che al mond al dventa miglior”.

Spirema at Garibaldi
di Mario Tonini
Riccione

Guerda pu da nu stè mel
perchè se t’è dla soferenza
e bsegna ch’it porta tl’uspidel
magari ad nota sl’ambulenza,

a stè me Sas o Montgrimen,
insoma chi post tuta muntagna
cl’è i cumun long e cunfen
tra al Merche e la Rumagna,

t’pò invuchè anché Nost Signor
da fet purtè a Remne o Arciun,
it dis che quest l’è aferi lor
e in pò stè a santì nisun

per cui tut quej de Marcaden,
Sas, Montgrimen, per paragon,
jà Sassocorvaro opur Urben
cumè uspidel ad destinazion.

Pora nun se ujè la neva,
se tvò cur drè me tu amaled,
un che prima u ni panseva
e capes quant cl’è disaged.

Se e ven da pansè che la quistion
las pò risolv oltre cunfen,
it dis che un gnè la convenzion
arnuveda se sted ad San Maren.

Vers catolga enchè i ni beda,
Gabecc, Gradera, i su amaled
jà bsegn da fej cur ma la streda,
a Pesaro dret jè destined.

Jà da pres una strutura
saniteria che l’è un vol
arvij da chesa s’jà premura
mo un si pò pasè e Tavol,

insoma s’us trata ad sanità
avem e cunfen, quel regiunel
che un cnes dl’Italia l’unità
e dli Tu esigenze dl’uspidel.

Per met a post sta division
cl’è fadiga propia a sbat
tla sanità ad du region,
Garibaldi uj vo ancora a cumbat.




Poesie dialettali

Il Parco delle Navi
di Giuseppe “Peter” Tonti
Cattolica

La sfà gneta sta pulonga
l’è per tzcur un po’ ad Catolga
senza astie, senza rancor
a vel giur sal mi unor
l’è sno in nom dla verità
parchè 100 un pensa e una u la fà
da un’idea del prim citaden
per fè vni la genta e anche i quatren
el dis ma la giunta riunida
a ho un’idea proprie garnida
at cli colonie abandunedie
a ho tla testa un gran rimedie
a fen in tera quel ch’iè in mer
dem reta, si no a fac quel cum per
adess a vel spiegh velocement
cus ca ho tla testa, quel ca ho in ment
a fen do tre vaschie, qualch pisulen
e a ricreen un perch maren
per nu fè tent cunfusion
ai mitin un sac ad television
dit e fat, ech che tun mument
us trova i soc e i finanziament
progetista, un sac ad genta a lavurè
l’è da es pront, per stelta instè
ma già dop dla prima stasòn
u se capì cl’era un mez bidòn
chel pruget cl’eva da arbaltè el mond
invece da stè a gala, l’è andè a fond.
Burdèll, el dis el president
a val digh trameza i dent
an gnè più un french, un s’va più aventi
la realtà, la è i chi daventi
ma l’Enel an s’pò paghè la buleta
perciò ogni asesor, la da tò na bicicleta
sa na dinamo ma la roda
e la da pidalè, chel và anche ad moda
a fen l’energia par cont nost
e sa quest a sin a post,
l’insaleda i la porta i cuntaden
i mariner i purterà qualch pisulen
a licenzien tri quert ad uperai
e i si ac truverin fora di guai
qui j dal cunsiglie d’aministrazion
i rinuncerà, ma qualch miliòn.
E no el dis el capocia, il progetto è mio
faremo, Operazione Squalo Anch’io
ma la posta a fen di buliten
u c’iariverà un sac ad quatren
e se i burdèll i romp el salvadener
ech ca salven cla specie ad mer.
Ma la più bela dli soluziòn
u l’ha avuda un birbaciòn
c’la dit sla facia seria, seria
burdèll, daventi a sta miseria
al savì cus c’avì da fè sa tut cal pès
un po’ al fè arost, e cl’elt aless.
Questa la è dal perch marèn la storia
che cume tut jinsugne, i s’ni va in gloria.

Al cuchel
di Fiero Gaudenzi
Cattolica

Al slerga li el
us elza al cuchel.
Al gira d’intond
al sfiora li ond.
E pu su, sempre più su
al gira, al fa l’arionda
us buta giù
cume cal fuss na bomba.
Drenta tl’acqua
al fa na bota
sal pess tal bech
anche sta volta.
Al gira lergh
al sbat li el,
le la vita dal cuchel.
Tutt insen la riunion
sa la riva tal sabion.
L’è un raz cal sgracia e via
drenta tal brench in cumpagnia.
La su vita la è tal mer
cum al fa per viv al mariner.

La piega
di Fiero Gaudenzi
Cattolica

Berluscaid u tà det un de
quel che ogg l’è in sen sa tè
Da quant t’è dett ca sin più s-gnur
tu tcè spianè cume la spoja sal stciadur.
Si: l’Italia la nazion
la ha subì tropp umiliazion
Invasion, vulcani e teremot
avin vù anche li bott
Aluvion e smutament
dett pien, tra meza i dent
fena al cont di rubament.
L’è sal sgument e gran dulor
tmi stè purtand via li quarenta or.
Pansand can gnè più cuscenza
al rubament dla contingenza.
Andù cla è andè la pietà
se tmi tò anche l’anzianità.
Quel cal fa li robie serie
u cià port via anche li ferie.
Nu parlena ad cal mascalzon
cal fa sparì anche la liquidazion.
Al bel, tal sè quel cl’è?
Anche l’uspidel tutc fè paghè.
Dim com ormai a sin?
Sa paghen quasi tutt li medicin.
Dato che tsè un cal sa fè
dop jutenta in pension tutc vo mandè.
E pal gudor ca avin da pruvè
sti pensiuned perchè ja da campè.
Quest ormai l’è ardut un sted
come quand us ciavessa
toch un impested.
Se tutt quest gli italien i la vutè
la nazion senza colpa la ha da paghè.
Un disastre pegg d’ogni tip ad guera
l’Italia proprie la nal meriteva.
Per guarì sta bruta storta streda
bsogna arcor mal dutor Bunega.
Cal cureva al bus del cul
cume cal fossa ‘na bruta piega.
Dop tutt quest ed anche pegg
per chi ha un buon udito
l’armarrà al degh: un sgond “Benito”.

Al mi bà um feva scola
di Giuseppe Lorenzi
Cattolica

Al mi bà um feva scola, da to moi… un è na fola!
Al giva: rossa, bionda, mora o bruna
bsogna zarchè d’avè fortouna.
Una dona cla nà caprecc, da arlivè par zorne trest!
e set dorme clat svegia un poc, tpo enca vinc oun terne al lott!
Ouh Madouna d’nassaseina cousch’ò fat in cla mateina!
Al giva sempra sta all’erta, noun imbroite quel,
stzi sla scheina de buratel!
Si ti dè pou al cmand, tved dal stell, se… ma tout l’ann!
Set tò na reimneisa, tout al de’ l’è na sourpreisa…
sla è dla Barafounda
preima lat dà oun chelz doep lat fà l’arionda…
cum la fiola dal por Bastcien
cla sla fa na masa sa quii d’Mourcien.
Se tve renta mal Fnil lan’à miga oun cor tent zantil…
preima ancor da cmanzè, stzi fneid bell bell sou ma l’alter…
e sla veiv in quel d’Arzon, pora te, teira zo soubte al pantaloun!
si tve dal paert ad SinZan, prest ou terd, tscruv oun ingann
e pò zou renta mal Foia l’è sigur na loenga storia…
la jà spess oun fior tal nez e giouvaca sin a Nadel!
Mal Gabec t’cour dre oun oca, gambia e pass ou casch ad sota…
Si tve dinsou vers Moundaen, tzi zaa fnì toun bel casein…
tna couseina sal ramajol, l’è de’ fat e ancor t’lavour.
Pasa doep ma Saludez, it cos arost coum al cunel,
preima reva e pò radis t’arvenz pataca e un inflis…
lat sfrombla intond e la mesa via… tan gni la fè piò a slicet via.
Si tve so pa Mountfior, sla vergogna li fa ounor,
ma Mountscud, pasa d’ardos,
ujè al stciadur pront se tfe fagot!
Pasa pò renta Courien, se tla bes ujè al maen!
Ma Mourcien, l’è mej tan ferma, tira al fied
e cour pò via,coun’è eria ‘n cl’osteria!
Gambia zir, va ma Bleria, ‘ndo al sta sempra sal nez preria…
quand tzi renta cal pount, mola tout sna ut ven oun colp!
Zaercla po ma Santarcanzle, al baia sempra cal paer e giavle…
Cour dinz zo, va ma la Tomba ma sta ben zeit, sna lat’tombla…
Par Gradera ou zo mal Rii, la n’è fata par stet a santì!
Sla è ‘d Pesara, va po pianen, sent’tla spous lant’vo mai bein…
pronta sla scthiopa in tla couseina, si tan foeug lat’tira lea…
Si tve doep renta Faen,
se tan’è al bleigh bon, l’è sempra fourien…
sit’to ‘na fouresta, tout al dè “che mael d’testa”:
la sbourbota e la sminestra,
tant’po masè invell, ougnè paesa fein a nota pèsta!
e slas’fa veda a fè enca i canelloni,
la n’è propria com la reclame cal fa Buitoni!
Vers Padaion ou la Casneina:
pougn e bes e doepp lat’arveina…
Ma Mountlur ou Mounbaroz
sou n’è la dmenga stzi za tal foss…
‘n tla Basa e ma Fanen, al dopra sna al randell
e sal magna enca al ciborie al vo quattrein e na folie!
Sou pal Mount e Santa Maria
uiè piò mounghenie da lat d’na segheria…
par la Catolga, liè ‘n po arziglidie,
slint’vo piò al vo dì cli è fnidie…
Tan vre fè la fein ‘d Saent Tmas, tout al volt tla to in te sac!
Maegra, grasa ou ceciotela
si tan si oun chaen la è sna d’quela…
Sla fa ciass e la è fora ‘damsura,
se lat ciapa ut fa nì la pela scura!
Si la paend oun po par sorta
al vo dì cla è propria storta
e sui ven enca al manfron,
si tan l’acountent lat taia soubte al quaon!
Adess sal roussie, brasilienie ou filippine,
se tan gni dè al baoc, lit fa oun quarantott!
E si tan si svelt, oltra al fagot,
t’arvenz sna sal ran e lit’to via enca i pann!
Si tan si oun sgnour, l’int vo piò…
mei t’impera, ades, sagnì so piò…
Doep al giva al mi bà:
si tan è pressa, me am so arcmand
e ringrezia da nou fel a cmand!
slit’fa po enca oun marmocc, stzi za sota tera a infraidè ioss!
a coi i speple sal mael ma doss tout al zorne a raspè tl’ort!
Spouste, spouste, tout im giva, amarcord snò cla mateina…
al treva al vaent, piova enca al bufeva…
l’era oun fred… porca mastela! Al mi bà, pardomne,
an l’ho scultè e guerda, ades, coum amartrov in quel…
drenta oun bus e sal guinzai… tan po dì gnenca “bai”…
nè fiadè, sna al bousch… impasta l’olie e’l distroutt
slat fa la pieda… l’è za oun loeus…
Ades c’avò arcount na storia nera… gi pou so soun’è vera!

Quand a vleva la caerna
di Giuseppe Lorenzi
Cattolica

Al mi bà al pourteva ma chaesa cass ad galera…
a vleva la caerna… ma l’era sempre paès.
La mi mà l’an saveva piò cum acountantec,
sa dou vèc inlited, alora l’acunceva al paès,
la touliva via la resta e sal paen grated e l’ov,
lac faeva dal polpete da licches i baff…
ma l’era sempra paès…
Sa tout i lavour che chielt in vleva fè,
us oufriva sempra al bà…
par tò qualch french ad piò…
a pulì gli Ouver in tl’acqua nira
e di sours chi zoumpeva ma dòs…
mal Kursaal ti “giardini” renta la Fulgida
anduchiera i gabinet dal fascisme
a pulì la #### dimpartout fin sora i mur
(an pos ancora capì cum i faeva)…
ougnera “l’alto senso civico”
cum al dis, adess l’asesor!
Me a sera sa lò, sna ma chaesa a faeva rabiè…
Spitemie l’instè sal lantarnen par fitè la chaesa,
isè andemie a dourmì tla capana
(dou metre e trenta par in long
e oun metre e vint d’largheza).
Zà, la capana… quand us’è burdel
la vida lat paer oun zough,
me e la mi sourela punta e cul
(al vo dì che al pid ad chl’elt l’è renta la tou faza)
i mi… tna reda da pret.
A ridimie touta la nota e la mateina
cum al terzarol dla pouppa par scapè…
Tout ni co’ pò par co’…?
Par faes quaiounè si vsen sa quii
chi aveva arscos ad piò e chi ad maench.




Poesie dialettali

[b] La mi ma
di Vincenzo Cecchini
Cattolica [/b]

A canteva una canzon ma la mi ma per fela piegn.
E am la so scorda.

Lam purteva tut li stmenie mal campsent.
E an gni vag mai.

Stamatena ho arsantì sta canzuncina
e a so andè a cantela drimarena.

[b] Preghiera
di Vincenzo Cecchini
Cattolica [/b]

I dis c’an si sbaia a prighè mal Signor.
Mo me però a n’al cnos.

A pos pruvè
a dì ma la mi ma cla m’al presenta.

Però ho paura che quand a l’ho cnusù
am scord ad leia.

Me, an capès
di Al fiol ad Bacanèn
Cattolica

I fa la guèra pri purtè la pèsa…
An capés.
Tot d’arbaltùn cume barbari pri purtè la civiltà…
An capés.
I maza e i frés i burdèl pri arcuncèi sli protesi…
E an capés.
I spaca tut ni co’ pri custruì d’arnòv…
An capés.
I’afèma la genta pri purtei i’aiut umaniterie…
An capés.
I fa i priputént pri scunfèg i ditatur…
E an capés.
I ciàca la testa ma tut pri purtè la libertà…
An capés.
I ten tla fèma mèz mond e i zcùr d’giustizia…
An capés.
I fa li robie più brutie in nom ad Dio…
E an capés.
I dis cu i’è Dio, cl’è bon e giust si purit…
Me, an capés.

La ciòca
di Silvio Parma (Mangoc)
Cattolica

Tl’èera, iè un creen, l’è ad vinch
sòta, iè la ciòca si pulcin
al magnè l’è t’un tighèm at tèra còta
e al beev t’un còcc cal fa da bòta
ià al calor dla mà, e ugn’amènca quèll
ma i civla sempre e i sbatt li èll
tal ciell, iè una nuvla pina at piòva
e loor is bagna toot, in seen sla ciòca
l’azdoora, lai va vicin, la èlza al creen
e toot i coor tla stala soora al feen
fnidd la piòva, l’artorna al bèel
e soopte, i va a pizghèe al grèn sòta al paièr
ma quand l’è seera, e li èll, la èlza la ciòca
i va da lèia, e tal silenzie i pasa la nòta.

Madona che impression!
di Annunzio Livi (Nunzio)
Cattolica

Madona che impression,
alzes una matena e guardess drenta tel specc
e a vedme cum a sò dvent vecc,
um sembra jer che a giugheva sai panlein
sota l’ombra ti giardein.

Madona che impression,
se a a butt j-occ ma che spiazzel
ducc ai andeva da burdel
a fè e fog per Sant’Antonie
per incontrè un sguerd ad bellie donie,
a vegh che j’ha fatt un palazon chl’è una brutura
tout fer e ciment che a guardel ut mett paura.

Madona che impression,
ad cum a sò cambiè, cum l’è cambiè la genta
che più ad gnint la j’è contenta,
cum l’è cambiè la mi città
ma per dila sa tuta sincerità
an è tent el temp cl’è pass
che um crea un imbarazz,
l’è quel che per me l’avrà da vnì
che, cridim, sai pens, um fa rabbrividì.

La nota ad San Lurenz
di Annunzio Livi (Nunzio)
Cattolica

T’el scùr ad stà nòta magica
a stag a scrutè el ciel,
a j’aspet ad veda caschè na stèla
per esprim un gran desiderie.

Avria ar-veda snò per un mument,
per un istènt, el mi bà, la mi mà,
el mi fradel, e tut ch’ielt
che i m’ha vlù ben.

Ma li stèlie l’in casca,
el mì sogne el scapa via
e us’afoga t’el silenzie
lassandme sla mì tristeza,
… e us’è già fat el dì!

E puret
di Giuseppe Ferretti
Cattolica

E puret
do cl’è ndè fnì,
s’ai pansen sora
l’ha sparì.

Per ches
l’altra matena,
nind giù
da Pianventena,

da seda
s’un grep
a ho det:
-quell’è un puret-.

A ho ralent
s’na gran frineda,
am so port
tut foristreda,

per una
curiosità
ai voi dmandè
ando che va

e per fei
un discurset,
e sl’è vera
cl’è un puret.

Ai ho det:
-Bon om ando c’andè?
Un pasag
a ve pos dè,

a ho vest
ca si a pid-.
Um dà n’uceda
e us met a rid,

um rispond
s’na facia alegra:
-A so ste a Murcen
a vend na pegra.

L’era una
pigraza,
la era soda
e l’an feva raza,

l’an era vecia
l’era un’agnela,
aveva dicìs ad metla
sla gradela,

ma um bsugneva
i quatren
a la ho vindù
m’un faturen

ades ma chesa
um è arvenz e ber,
sbarbagian
d’un imbicel,

e sta sempre
sla su ma,
se ai port na pegra
us gira ad là,

ma se cuntenua
a fem rabiè,
a ho dicìs
a t’fel castrè.

Ades am’elz
e a voi partì
um arvenza sol
a salutit

e a va ringrezie
de pasag
a ho vu sempre
de curag

a ho 76 an
im dis Luis
a n’ho fat
dla streda a pid

me a so un om
ca n’ha mai freta
an vag gnenca
in bicicleta.

T’ved sbaston
sa stl’algacina
questa a la us
cume benzina

am so fat
a dna rason
an peg ne bol
e ne sigurazion

e gnenca
un accident c’ui spaca
an vag gnenca
mai a sbata

l’è nu fora
e quarentot
la 127
la 128

la 2000
la 2100
i va fort
tut cume e vent

la genta
i è tut mat
però ogni tent
lor i va a sbat

e sent a dì
in qua e in là
ch’un mor più
d’una metà,

in ven a dì
ch’iè la miseria
e ch’i afari
i vola tl’eria

sa che rumor
e fischiament
i fa paura
ma la gent

e ogni tent
i si sfragela
e uv per
na cosa bela?

Lasena perd
lasena ste
si no a fac nota
ichè sa te

e dii pu
mai giuvne d’ades
chi stag atenti
da fe prugres

lor vidend ma me
is met a rid
sa chi scarvac
ca ho ti pid

ma a so fort
e am sent sigur
a ho partì stamatena
drent e scur

a ho partì
da Fanen
sa cla pegra
drenta al men

e mi cunsiglie
chi l’ascolta pu’
si vo campè
qualc’an ad più.

E guerda
ed fai capì
ch’iè tent modi
ad divertis

specialment
el temp d’ades
sa cli don
del nov prugres

se t’li incontre
drent’e scur
li dmanda lorie
ad fè l’amor

specialment
sa t’ve a balè
mel tavlen
li t’vo purtè
e se t’li stres
s’un po’ at pasion
li t’pega anche
la cunsumazion

e li dis
d’andè a durmì,
quel se
cl’è prugredì,

ne cum l’usiva
50 an fa
cui feva la flepa
la su ma.

Agl’aveva
la sutena se fioc
al mudand
lighè me snoc

s’na fitucia
ligheda per sora,
per svrucila
ui vleva mezora

e se per caso
tu i vliva de un bes
t’inciampev
sigur tel nes

per non fes veda
dala su ma
cla era ad schent
un po’ più in là.

Sai pensen sora,
un ven da rid,
per fè l’amor
ancrusemie i pid

e didreda,
s’la aveva d’andè,
la t’feva ciuflè
o pur cantè.

Dmandèi pu’
mai vost non s’iè viv
sa gl’iè vera
al parol d’Luis.

At’arsalut
alzand al men
e nirà un dè
ca ci arcuntren.

Me tu sbai
nu pensie più
che e puret
un esist più-.