Cartellone spettacoli

DOMENICA 9 MARZO
Ore 9.00 – Maratonina di San Gregorio
Ore 10.00 – Palazzo comunale – Concerto della banda di Morciano
Ore 10.30 – Palestra comunale – Okinawa karate club: stage tecnico con il maestro
Balzarro
Ore 10.30 – Padiglione fieristico – Inaugurazione della Fiera con Teresio Delfino,
sottosegretario del ministero delle Risorse agricole, Alimentari e Forestali
Ore 11.00 – 17.00 – Padiglione fieristico – Annullo postale speciale
Ore 11.30 – Sala del Lavatoio – Inaugurazione mostra fotografica, con premiazione
Ore 12.30 – Banca Popolare Valconca – Inaugurazione della mostra di Franco Azzinari
Ore 14.00 – Zona palestra comunale – Esibizione di spinning, thay Boxing, fit boxe, tai chi,
aerobica, difesa personale
Ore 15.00 – Palestra comunale – Okinawa karate club presenta gara interregionale
di combattimento
Ore 21.00 – Teatro Tenda – La compagnia Carovana presente: “La carriera ad don cioch”

LUNEDÌ 10 MARZO
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Sfilata di moda primavera-estate 2003

MARTEDÌ 11 MARZO
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Orchestra Genio & i Pierrots in concerto
(Repertorio misto di musica italiana o incisioni proprie)

MERCOLEDÌ 12 MARZO
Ore 9.30 – Centro sportivo – 11^ Mostra mercato del cavallo

2^ Mostra provinciale dei bovini di razza romagnola
Ore 10.00-18.00 – Padiglione fieristico – Annullo postale speciale
Ore 18.00 – Chiesa di San Michele – Messa di San Gregorio con il vescovo
Mariano De Nicolò, con i parroci del vicariato
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Concerto di Adriano Pappalardo

GIOVEDÌ’ 13 MARZO
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Spettacolo di cabaret con Paolo Cevoli
(Da Zelig, risate e buonumore con Palmiro Cangini, assessore di
Roncofritto)

VENERDÌ’ 14 MARZO
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Spettacolo di danza classica con l’associazione
sportiva la Plume

SABATO 15 MARZO
Ore 10.00 – Centro Sportivo – 11^ Mostra mercato del cavallo
Ore 20.30 – Teatro Tenda – Riunione pugilistica dell’Accademia Valconca:
“La notte del ring”. Incontri di pugilato dilettantistico a livello
internazionale, incontri internazionali di kick boxing e un incon
tro internazionale tra professionisti.

DOMENICA 16 MARZO
Ore 10.00 – Centro sportivo – 8° Trofeo Costante Colombari
Ore 14.30 – Centro sportivo – Quintana, Palio dei Comuni
Ore 21.00 – Teatro Tenda – Noi ci proviamo presentano la commedia
dialettale: “Una chesa tranquella”




Cimitero: “Una chesa tranquella”

– Il cimitero è una casa molto tranquilla. La bella immagine è di Egidio Belisardi, un bel morcianesi andato ad abitare a San Marino. Inoltre, ci si può anche ridere. Con piacevolezza, l’associazione culturale “Noi ci proviamo” l’ha presentata, “La chesa tranquella”, lo scorso 22 febbraio al Centro parrocchiale di Morciano. E la replica al Teatro Tenda il 15 marzo, con inizio alle 9 di sera.
La storia naturalmente è esilarante. Tutto capita nel ’45, dopo la Seconda guerra mondiale. Una famiglia molto povera, babbo, due figli (maschio e femmina) e la sorella di lui, non sanno come sbarcare il lunario.
Il salvagente glielo lancia il sindaco di un piccolo paese della Romagna: custode del cimitero. Tra i benefici: la casa a guardia e gli introiti per le onoranze funebri. Ma, si potrebbe dire, che il paesello è talmente povero che nessuno muore da 25 anni. Altri dettagli per sorridere: la figlia è brutta, ma fa la bellona. Il figlio ha le donne sempre in testa.
Dato che nessuno muore, si pensa di sfruttare l’effetto-cimitero creando un motivo d’attrazione: il fantasma. Così i curiosi vi si recano e la famiglia può praticare piccoli commerci.
La trovata non funziona. Però alla famigliola arriva improvvisa un’eredità ed il destino cambia. Da qui in avanti, la storia è top secret ma, assicura Giordano Leardini, il regista, divertente e piena di cambi di situazione.

Dodici magnifici interpreti

Una chesa tranquella” del morcianese Egidio Belisardi, ha 12 interpreti magnifici: Silvano soprani (Bastien), Giordana Amadei (Cesira), Marco Pratelli (Liscet), Laura Leurini (Bertina), Katia Renzi (Zelfa), Giuseppe (Pedro) Cavalli (Suspir), Sauro Dadi (don Ciro), Barbara Pecci (Lucrezia), Pier Paolo Scaramucci (Bazar), Massimo Renzi (Ardor), Rosanna Brunoni (Peppa di Talisman), Rita Innocenti (Nanda di Cidurnel).
Rammentatrici: Maria Pia Chiarabini, Nives Palazzi, Marinella Leardini.
Scene: Luca Balducci.
Direttore di scena: Umberto Piccioni.
Regia: Giordano Leardini




Fotografia, 250 immagini in mostra al Lavatoio

– Giancarlo Pari, il presidente del Circolo Fotografico di Morciano, è molto fiero: “Negli anni abbiamo creato uno dei premi più importanti in Italia. Molte delle immiagini passate a Morciano sono state pubblicate sulle maggiori riviste italiane. Altre considerazioni: il numero delle foto arrivate, la qualità della giuria ed i premi ai vincitori”.
Gli appassionati possono ammirare le immagini dell’8° Concorso fotografico nazionale andandolo a visitare al Lavatoio. In esposizione quasi 250 immagini, delle oltre 1.600 arrivate.
All’organizzazione hanno anche partecipato il Comune di Morciano e la Pro Loco. La manifestazione 2003, è ancora più ammiccante accanto al tema libero (due sezioni: bianco-nero e colore) c’è anche “La fauna della nostra terra”.
La giuria morcianese scelta da Pari è di prim’ordine. Presieduta da Veniero Rubboli, è composta da: Conrad Mularoni, Lino Ghidoni, Diana Moreno, Gianni Bracci, Romano Aranci, Omero Rossi, Vasco Nicolini, Giampiero Tintori.
Pari è riuscito ad avere premi di pregioper un valore di quasi 5.000 euro.
Al padiglione fieristico gli appassionati possono chiedere l’annullo postale edizione 2003.




Fico, il frutto simbolo della fiera

è ampiamente coltivato ma cresce anche spontaneamente sulle rupi e sui muri nelle zone calde. E’ un arbusto con la corteccia liscia di colore cenerino e contiene un latice bianco acre, amaro, bruciante e irritante che imbeve tronco, rami, foglie e persino il peduncolo dei frutti. Il lattice ha azione vermifuga e purgativa molto violenta e pericolosa. Esternamente invece è adoperato per far sparire le verruche e i porri. Le foglie di forma ovale cuoriforme hanno un lungo picciolo e sono divise in lobi con il margine dentato. E’ un ottimo lassativo e digestivo.

Il fico secco è (soprattutto era) una delle caratteristiche della tradizione della Fiera di SanGregorio, detta anche Fiera dei Fichi.
Un tempo tutti i visitatori li acquistavano; oggi la stragrande maggioranza degli avventori ne mangia almeno uno ed una confezione la porta a casa.
Durante gli 8 giorni della fiera se ne vendono circa 300 quintali. Una cifra che potrebbe sembrare alta, in realtà negli anni addietro se ne consumavano oltre 500 quintali.




Otto giorni di sport

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Secondo da sinistra: Montebelli, responsabile
della società morcianese

Tanto sport a San Gregorio. La Fiera in pratica si apre alle 9 del mattino del 9 marzo con la maratonina di 5 chilometri (ufficialmente invece la Fiera si apre alle 10.30).
Karate
Altro atto è con le arti marziali. L’Okinawa Karate Club Morciano, dai pulcini ai veterani, fondata nel ’73 (dopo il Morciano Calcio è la più vecchia società sportiva della città) ha organizzato, 9 marzo alle 10.30 nella palestra comunale, uno stage tecnico con il maestro Balzarro (cintura nera 7° dan, responsabile nazionale. Mentre alle 3 del pomeriggio il karate presenta gare interregionali di combattimento.
Spinning
Sempre il 9, con inizio alle 14, nella zona della palestra comunale esibizioni di: spinning, tay boxing, fit boxe, tai chi, aerobica, difesa personale.
Danza
Poi si salta il 14 marzo, ore 21, Teatro Tenda, con l’esibizione di danza classica e sportiva dei ragazzi della “Plume”.
La boxe
Sabato 15 marzo, Teatro Tenda, inizio alle 20.30, c’è l’appuntamento con la tradizione. L’Accademia pugilistica Valconca, con il patrocinio del Comune di Morciano, organizza la “Notte del ring”, un classico all’interno della Fiera di San Gregorio. In tutto 12 incontri e 2 esibizioni.
La Quintana
Lo sport si chiude domenica 16 marzo con la Quintana, il Palio dei Comuni. Al Centro Sportivo per vedere di che cosa si tratta.




Orazione del Gallo

Quando il gallo cantò, Gesu Cristo si levò.
Si vestì, si calzò per andare in gelosia per trovar Madre Maria.
Madre Maria la era spessa una cisa
cla aspitteva al su car sureglie.
Al su car sureglie agli andeva via, cosa fate voi sarà la mia.
Chinemce giù, cavemce le scarpette bianche
per andè a truvè e Figliol mii.
S’lè viv all’ammirarem, s’lè mort al sippilerem.
Per disgrezia num ca ne farem.
Quant la Madona la ha camnè un pez,
la incuntrò Giovanni per la via.
E gli disse: voi Giovanni che siete benedetto,
datemi la nuova del mio Figliol carissimo Maestro.
Oh sè Madona che io vi possa dir.
Vostro Figliolo l’ho veduto e son stato es,
sul legn di croce è stato mes.
Perchè voi Giovanni non gli aiutaste
al mio caro Figliol e voi non l’amaste?
Oh Madona an l’ho pudù aiutè!
Della gente ce n’era fuor di misura.
E quando fu mezzogiorno si fece notte scura
e cademmo tutti in terra di paura.
Quant che la Madona la vid isè, la cascò in tera e la tramurtè.
La fu bagnata con l’acqua rosa inviolata, Madre Maria fu resuscitata.
Si alzò su e si mise in capo di quella via, i capelli del capo si tirava via.
Si mise ai piedi al collin di croce,
chiamando per tre volte il suo Figliol ad alta voce,
dicendo: perchè Figliol mio non mi rispondete?
Son pur la vostra madre sconsolata?
Se siete la mia madre sconsolata
andatevene a casa perchè i Giudei in vi facia de mel.
A chesa an voi andè, sno ichè a voi ristè.
A chesa an voi gì, sno ichè a voi murì.
Posto che a casa non volete andare,
una goccia d’acqua mi potreste dare!
Non ho nè rio nè fontana, nè amici da poter mandare.
Se il vostro capo si abbassasse, una zena in bocca vi metteria
e il cuor si rinfrescheria, le labbra della bocca si bagneria.
Quand i Giudei i vid issè ci dan da bere aceto e fiele con la sponga.
Quando da bere gli fu dato, la corona d’or gli fu levato
e quella di spine presentato.
Quant che la Madona la vid issè, las vultò vers e fabre.
Voi fabbro che fate le chioda, fatele ben corte e ben sottil
ca glià da passè stal carnen gentil.
Oh sè Madona, ades vò cam l’avì dett
tre lir di fer più al crissarem
e la vita del vostro Figliolo all’anciudarem.
Misricordia che sia mio figlio che ha da patir tanto martirio,
misericordia che sia il mio figliol che abbia a patir tanto dolor.
Piange il verde, piange il sec, piange la luna, piange il sol.
Piange la passion di Gesù Cristo benedet.
Non piange già sto’ crudo, falso traditor.
Chi dirà st’urazion, l’andarà in bon log d’usservazion,
chi la dirà, e chi u la farà dì per 46 matten, un avrà mai fallì.
Di mala morte non potrà morir,
le porte dell’inferno non le vederà
e quelle del Paradiso aperte le sarà.




Morciano: colori della natura e tetti

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E’ tradizione che ogni anno ci sia il cosiddetto quadro di San Gregorio. L’amministrazione comunale incarica un pittore per un’opera, che poi diventa il manifesto della manifestazione. Quest’anno è stato scelto Franco Azzinari, un’artista molto conosciuto ed affermato, che abita a Morciano. Ed a differenza degli altri anni (se non con Giordano Leardini), Azzinari ha messo sulla tela Morciano con i colori della sua natura, i suoi tetti, i suoi campanili, le sue atmosfere. L’idea è stata bella; andrebbe riproposta anche negli anni a venire. In questo modo si avrebbero dei documenti artistici su Morciano e la sua fiera. E con gli anni, il Comune va ad arricchire la sua speciale pinacoteca di San Gregorio.

– Non si è mai soli con la pittura di Franco Azzinari. I suoi campi di grano, avena, erba, fiori “selvaggi”, gli ulivi, i cieli, i mari, alla viva arsura del vento e del sole estivo, ti accolgono con lo stesso slancio con il quale una madre abbraccia il figlio. Tutto avviene in modo disinteressato, dolce, misterioso. Ti conducono per mano, grano ed avena, erbe e fiori, cieli e mari, con complicità ed amicizia.
La natura, con i suoi orizzonti, con la sua bellezza unica, assoluta ed irripetibile, è il tutto ma viene violata dall’uomo con una rabbia incomprensibile: una vendetta, la sua, contro la silenziosa perfezione? Franco Azzinari è il giardiniere esperto che sa tutto della natura ed ha la capacità di trasmetterlo tutto questo, con una semplicità ed un’energia apparentemente di pochi movimenti: quelli inutili li ha scalpellati via con il lavoro, la passione, la pazienza, non meno che il talento.
Combatte la sua speciale battaglia e dice con quella profondità che solo i poeti sanno svelare: “La natura è grande ma che cosa si cela dietro questa grandezza? Le leggi della fisica, della biologia, riescono a raccontare ma non a spiegare. C’è qualcosa di arcano che ci porta, attraverso i percorsi misteriosi della vita, a Lui, al Creatore di tutte le cose. Dio”.
Calabrese di origine, Azzinari si sente discendente diretto della cultura della Grecia classica e del suo Mediterraneo. E nelle sue tele è inciso sia la Grecia dei miti, dei filosofi, sia il Mediterraneo. Se la sua musa principe è la Calabria, il filo arriva lontano fino alla classicità, dove nell’arte c’era vita, movimento, l’essenza dell’esistenza. Di lui, Azzinari, hanno scritto prestigiosi intellettuali: Miguel Barnet e Giorgio Celli, Sergio Zavoli e Susanna Tamaro, Raffaele De Grada e Gianni Minà. Tutti affascinati da quello che c’è dentro il quadro e quello che c’è fuori: nell’io di chi guarda. E dalla capacità di trasmettere la mobilità dell’aria, dell’erba, del cielo, degli alberi, delle cascine (con l’uomo dentro ma invisibile) in armonia con le pieghe della terra.
Gli ultimi lavori di questo raffinato giardiniere della tela, che dà del tu alle piante, che le conosce per nome, che le sa osservare e che attraverso di loro alza gli orizzonti per cercare di spingersi fino ai confini dell’universo, sono i paesaggi estivi. Con il sole alto a mezzogiorno, pieno di luce, senza ombre: per scrutare meglio. E nel sole è concentrata la vita, e nelle piante con i frutti maturi ci sono centinaia, migliaia, milioni di vite pronte a nascere.
L’inno di Azzinari alla madre natura ha l’ambizione di sussurrare all’anima dell’uomo moderno sempre più solo, sempre più contorto, sempre più lacerato che il senso della vita, che risponde alla domanda che cosa serve l’uomo? sta nella semplicità e grandezza della terra. E che il punto di riferimento deve essere la natura: senza, l’uomo è sempre ad un passo dalla fine.
I suoi colori, come le emozioni, hanno la forza di essere liberatori, palpitanti, leggeri. Accordi musicali che non ti fanno invecchiare e che nell’anima mettono a dimora alberi che se accuditi giorno dopo giorno, anno dopo anno, cresceranno forti e sereni. Adulti avranno lo spirito giusto per generare altri alberi forti, liberi e sereni sotto un solo estivo, come solo il Mediterraneo e quel filo greco sanno regalare.




San Gregorio, l’artefice della potenza terrena della Chiesa

di Silvio Di Giovanni

– Il Papa Gregorio I (San Gregorio), nato nel 540, assunto al soglio pontificio nel 590, morto nel 604, si meritò sicuramente l’appellativo di “Gregorio Magno”. Dopo una lunga serie di papi piuttosto mediocri dalla caduta dell’impero romano, Gregorio passò meritatamente alla storia e così va considerato, come il fondatore della potenza terrena della Chiesa.
Nato in un grandioso palazzo del Celio da una ricca famiglia aristocratica romana, che in passato aveva assunto le più alte cariche dello Stato, vantando anche un imperatore tra i suoi avi (il padre aveva un elevatissimo incarico pubblico e la madre apparteneva pure lei a nobilissima famiglia), Gregorio, fin da ragazzo, crebbe con una educazione e con idee che si ispiravano alla grandiosità del passato e alla grandezza di Roma e del suo perduto dominio del mondo. Così si esprimerà in una sua omelia rivolta alla “città eterna”: “un’aquila, ora, priva di penne, che abbassa vergognosamente le ali”.
In età molto giovane si dette alla vita pubblica, diventando ben presto Pretore e a 33 anni addirittura Prefetto di Roma.
Alla morte dei genitori cambiò radicalmente la propria scelta futura di vita. Non si può sapere se alle radici di questa importante svolta stesse alla base una crisi di ascetismo, in quei tempi la cosa non era inusuale, oppure se Gregorio avesse fin da allora concepito un più alto ed audace progetto per poter raggiungere attraverso la Chiesa, un posto di potenza tale che invece il mondo civile, nella sua organizzazione, non gli avrebbe mai potuto consentire.
Si fece monaco lasciando tutte le cariche laiche e modificò la sua ricchissima casa sul Celio, ricavandone un imponente monastero, ordinato in sostanza secondo le regole benedettine. Sostenuto da una cultura politica che aveva appreso nella vita pubblica, non gli fu difficile intraprendere una brillante carriera nell’organizzazione diplomatica della Chiesa. Ebbe subito elevatissimi incarichi tra cui la consacrazione a diacono da Papa Benedetto I e la sua successiva nomina, da parte del Papa Pelagio II, a nunzio pontificio alla corte di Costantinopoli, ove si intrattenne per sei anni. Al ritorno fu nominato dal Papa suo segretario personale e alla morte del pontefice il passo al soglio di Pietro fu facile e breve. Ciò che si legge sui suoi presunti tentativi di evitare l’elezione va considerato un luogo comune agiografico.
Subito si diede a realizzare la grande ambizione che era tipica del suo temperamento e cioè la meta del dominio della Chiesa nel mondo. Gregorio doveva aver intuito che per raggiungere una potenza politica, occorreva prima una potenza economica e che per poterla raggiungere era necessaria una perfetta amministrazione degli innumerevoli beni terreni che la Chiesa aveva già incominciato ad accumulare.
Fu quindi subito un grande organizzatore nell’amministrazione della proprietà ecclesiale sparsa in tutto il mondo allora conosciuto, ove i vari vescovi governavano le diocesi a loro esclusivo tornaconto, spesso cercando di rendersi indipendenti dall’autorità centrale e non di rado i casi di malgoverno e ruberie nei vari preposti, sfociavano anche in scandali di cui il monachesimo dei conventi non era immune.
La capacità e la fermezza di Gregorio gli permisero di riordinare le diocesi, disciplinare le proprietà dei conventi (accordando anche dei privilegi ove appariva conveniente), reprimere gli abusi dei vescovi, creare un’amministrazione fortemente centralizzata che assicurasse al “Patrimonio di San Pietro” il massimo rendimento, regolato da un flusso di rendite continue alle casse centrali della Chiesa Romana.
Aveva, infatti, sterminati latifondi la Chiesa di Roma. L’intera Sicilia si poteva dire fosse suo patrimonio e le terre coltivate erano condotte da schiavi e dai coloni. Anche se erano passati sei secoli dall’avvento del Cristo con il suo insegnamento di umanità, Gregorio non ebbe per niente l’idea di sopprimere la schiavitù con tutto il sistema schiavistico dei latifondi della Chiesa. Evidentemente l’intento di ottenere il massimo rendimento dalle immense proprietà terriere, era più alto degli umani insegnamenti cristiani. Conservò, infatti, l’impalcatura schiavistica nominando un governatore dell’isola, tal Paolo Diacono, con una complessa struttura burocratica di “rettori”, “difensori”, “attori” tutti preposti all’amministrazione, alla continua sorveglianza e all’esazione dei proventi.
Agli schiavi dispose di praticare un trattamento più pietoso, in pratica fu un padrone di schiavi più umano, ma sempre un padrone di schiavi rimase. A suo merito, gli si deve ascrivere di aver difeso gli ebrei e di avere compiuto opere di pietà.
La Chiesa con Gregorio entrò sicuramente in aperta contraddizione tra la sua posizione di strapotente proprietaria terriera, che conserverà nei secoli, arroccandosi alla difesa e all’accumulazione dei suoi beni terreni e al loro massimo sfruttamento, ciò la porterà a diventare la naturale alleata delle classi dominanti e conservatrici, quindi in logica contraddizione con i suoi insegnamenti in relazione alla condizione degli schiavi, dei coloni, dei diseredati, degli umili, di quelli che per istituto cristiano avrebbe dovuto difendere.
Gregorio fu anche un’energica personalità politica ed uno stratega del suo tempo. Non esitò a prendere iniziative militari per difendere Roma nel 591 dal longobardo duca di Benevento Ariulfo e poi nel 593 contro il re Agilulfo che lo aveva cinto d’assedio in Roma. Con entrambi stipulò convenientemente dei patti. Col primo stilò autonomamente una tregua e col secondo ebbe la capacità di giungere alla pace senza l’intervento di Bisanzio, di fronte alla cui corte irresoluta e al comportamento dell’Imperatore d’Oriente e dell’Esarca di Ravenna, si era venuto a trovare a mal partito.
Analogo energico comportamento attuò anche in altre occasioni. Riuscì a mantenere con saggezza l’equilibrio della Chiesa nel conflitto tra i Bizantini e i Longobardi e trarne profitto affermando l’istituto della Chiesa e gli interessi del papato stesso.
Anche se la cultura di Gregorio in campo ecclesiastico fu ristretta, infatti, lui così la volle mantenere, basti pensare che nei sei anni di permanenza in Oriente non sentì la necessità, né volle apprendere il greco, mantenendosi per sua scelta in una “sacra ignoranza” per giustificare la sua esigenza di umiltà in questo campo, tuttavia Gregorio lasciò una produzione di opere morali e teologiche con oltre ottocento lettere, tra le quali alcune assumono una rilevante importanza storica ed altre opere teologiche sulla vita miracolosa dei santi e un cospicuo numero di omelie sui vangeli e su Ezechiele.
Nel 597 inviò nelle isole britanniche il benedettino Agostino, che divenne poi il Vescovo di Canterbury con 40 monaci per convertire quei popoli al cristianesimo. Questa sua iniziativa ebbe enorme successo e fu ricca di conseguenze future su tutta la Britannia, le cui popolazioni acquistarono una devozione per la sede romana e per la dottrina cristiana.
Agostino si diceva deliziato dall’ascolto dei “Canti Gregoriani” che una storiografia compiacente del passato voleva attribuire la paternità a Gregorio Magno. Pare che così non sia, infatti, gli studiosi moderni non attribuiscono il Canto Liturgico Gregoriano, proprio del rito romano, a Gregorio. Prese da lui nome, ma la sua prima codificazione pare sia opera di pontefici a lui succedutosi e cioè Sergio I, oppure Gregorio II, oppure Gregorio III.
A questo punto occorre evidenziare che dopo l’editto di Milano del 313, con il quale Costantino concesse ai cristiani la libertà di culto, si registra un susseguirsi di conquiste di posizioni di potere e di privilegi da parte della Chiesa, fino a culminare nel papato di Gregorio Magno.
Come si è già detto la Chiesa si avvia verso la sua meta di grandezza economico-politica e rompe i legami con le masse dei diseredati per legarsi ai potenti. Le masse restano però la sua base di manovra, non solo per la diffusione della religione cattolica, ma anche per riscuotere l’obbedienza ai poteri sovrani, coi quali poteri si allea di volta in volta, onde ottenere, nel miraggio di una speranza di migliore vita ultraterrena, l’accettazione supina da parte dei diseredati della condizione feudale cui la Chiesa è direttamente interessata.
Un altro elemento importante da tenere in considerazione, è la grande penetrazione che lo spirito religioso riuscì in tutti gli strati sociali e in particolar modo verso quelle popolazioni che da poco venivano a contatto con il cristianesimo. Infatti, la crescente ricchezza poteva permettere al papato di potenziare la sua opera di persuasione e di propaganda, anche attraverso un forte impianto esteriore di misticismo, che esercitava certamente un fascino sulle nuove popolazioni cosiddette barbariche. Il Papa ad esempio appariva in un’aureola di grandezza sovrannaturale.
In quel tempo di enorme arretratezza economica, in cui tutta la produzione essenzialmente agricola era finalizzata ai bisogni di immediata sussistenza, in un mondo rattristato da perenne incertezza con l’avvicendarsi di guerre, spoliazioni, invasioni, senza più un barlume di civiltà culturale, come era stato invece il periodo dei greci e di Roma, questo mondo pervaso da un ascetismo ossessivo, non poteva non alimentare in ogni strato sociale delle popolazioni le speranze di un bene ultraterreno e l’ansia di avvicinarsi ad esso e a volte aspettando con serena speranza tra le mura di un convento dopo aver donato i propri beni alla Chiesa.
Per comprendere lo sviluppo religioso e politico della Chiesa Romana è necessario partire da questa visione realistica delle cose. In tutta la storia medioevale in cui assistiamo alle aspirazioni di dominio, a conquiste, ad espansioni e decadenze di monarchie, alle migrazioni di popoli, alle pestilenze, a pesanti carestie, al permeare del misticismo più chiuso, quasi sempre la sicura istituzione che sapeva ciò che voleva era la Chiesa. Infatti, si prefiggeva la creazione di un potere terreno mondiale supremo e lo raggiunse. Quando tale aspirazione sorgeva anche tra le potenze laiche era inevitabile il conflitto.
Nei conflitti tra potere laico e Chiesa, questa era inevitabilmente in una posizione di enorme vantaggio sull’avversario, giacché aveva il possesso dell’arma spirituale.
La causa della religione poteva così servire da supporto alla causa della Chiesa per la sua politica temporale, con la quale si identificava perfettamente e Gregorio fu senza dubbio il vero campione ed iniziatore dell’opera terrena del papato.




San Gregorio: fiera millenaria

All’inizio fu l’abbazia

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L’abbazia di San Gregorio tratta dal libro “Morciano California” di Umberto Giovannini

– Un’abbazia a tre navate, di impianto romanico con l’altare sopraelevato; attorno su un quadrangolo si aprono le cellette e gli spazi comuni dei frati: laboratori, botteghe, biblioteca. Si trova su un poggetto che domina il Conca.
Questa doveva essere l’abbazia di san Gregorio, dove si svolgeva la Fiera che ancora oggi si celebra ed è una delle più frequentate della Romagna.
Nonostante le numerose vicissitudini subite dal complesso, è possibile rintracciare ancora porzioni di muratura risalenti al primo impianto; bellissimo, anche se in pessime condizioni, è il prospetto rivolto verso il fiume in cui sono ben visibili, nonostante gli assalti delle erbacce, i sei archi a tutto sesto della navata centrale delimitati da ampie lesene in mattoni.
E’ ancora accessibile la cripta con volta a botte posta sotto l’area presbiteriale (oggi divenuto un deposito)
L’impianto, costruito secondo i dettami religiosi del suo fondatore, ispirati alla semplicità e alla vita meditativa, mutò la sua conformazione nei secoli fra il XIII e il XIV; venne ridotto lo spazio della chiesa con la eliminazione delle navate laterali, venne eretto un porticato sul fronte della chiesa. Sono ancora visibili i resti di tale ristrutturazione nei tre pilastri superstiti e nella ghiera in mattoni posta ad indicare l’accesso.
Di conseguenza la zona conventuale si ampliò con la costruzione di tutti gli spazi presenti nei monasteri benedettini.
Con la venuta dei monaci di Scolca, l’Abbazia iniziò il suo declino, fino ad arrivare al suo definitivo abbandono il 4 luglio 1797 quando fu acquistata dal conte Luigi Baldini.
I resti si intuiscono percorrendo il tratto di strada che da San Giovanni conduce a Morciano di Romagna. E’ possibile scorgere, sul lato destro, un grande complesso oggi adibito a residenza che si addossa ad un rudere di grande interesse storico.
Si tratta di edifici monastici benedettini. Furono fondati nel 1060 da San Pier Damiani che ben presto diventò un “centro commerciale” di notevole importanza tanto da ospitare nelle sue vicinanze la fiera di San Gregorio.




Ulivi, contributi provinciali

– Contributi per chi recupera piante vecchie di ulivi, sia “malate”, sia abbandonate alla coltivazione. Gli olivocoltori devono presentare la domanda al Servizio agricoltura della Provincia di Rimini entrol il 21 marzo. Per maggiori informazioni si può contattatare Sauro Sarti, tel.0541.716272