Caar, quando la politica è arroganza

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[img align=left]http://www.lapiazzza.rn.it/piazza/dicembre/rimini1.jpg[/img]- A prima vista potrebbe sembrare una grana squisitamente amministrativa. E invece si tratta di un caso lampante per dimostrare la cifra della classe politica al potere in Italia, in questo momento. Stiamo parlando del Caar di Santa Giustina e della vicenda di quei commercianti che, all’ultimo momento, hanno intavolato un braccio di ferro con l’amministrazione comunale riminese, e che per ottenere condizioni migliori nel trasferimento, non si sono fatti scrupoli di occupare la loro precedente sede di lavoro, senza che nessuno degli organi competenti si prendesse la briga di dare manforte al Comune per lo sgombero. Anche perchè da Roma, in questo senso, sono arrivate pressioni ben precise.
I fatti. Nel ’98 l’allora sindaco di Rimini, Giuseppe Chicchi, elmetto da edile in testa, pone la prima pietra del Centro Agroalimentare (Caar), pensato col compito di trasferire dal vecchio mercato ortofrutticolo delle celle (Moi), le vendite all’ingrosso di tutti i generi alimentari, dall’ortofrutta al pesce, alla carne, ai fiori, con una serie di servizi all’avanguardia e con la Dogana.
I lavori procedono e quando la struttura è quasi finita, entrano nel vivo le trattative per coinvolgere i commercianti, una trentina, che devono trasferirsi dal Moi al Caar. Un percorso che si profila subito tutt’altro che facile. I commercianti, in un primo momento sostenuti da Confcommercio, denunciano l’inadeguatezza della struttura. Nonostante sia nuova di zecca, non sarebbe funzionale al loro lavoro. Le ribalte per il carico e scarico della merce non sarebbero dell’altezza giusta. Poi i box, troppo grandi, disposti su due piani e perciò poco funzionali. Quindi i costi del canone, superiori a quelli del Moi dove però, va detto, i commercianti occupavano parti di piazzale fuori dai loro box, che nessuno aveva mai chiesto loro di pagare, ma che erano comunali, e ancora le condizioni strutturali.
In un primo momento sono i vertici del Caar, il presidente Masimo Paganelli (targato Ds, ex Confesercenti) affiancato poi dal nuovo direttore, Massimo Busi, un’esperto del settore “scippato” a Bologna, a condurre la trattativa. Va ricordato che il Caar avrebbe potuto benissimo mettere a bando quei box, ma ha preferito riconoscere una prelazione a chi già lavorava nel settore al vecchio mercato delle Celle. Quando ci si avvicina però all’inaugurazione della struttura, il cui costo si sta avvicinando ai 70 miliardi di lire, anche il nuovo sindaco, Alberto Ravaioli, prende parte alla trattativa (il Caar, lo ricordiamo, pur essendo organizzato come una S.p.A., è di proprietà comunale).
Con la mediazione di due avvocati si arriva ad un primo punto di contatto e alla firma di un documento preliminare. Ma al momento della firma vera e propria dei contratti, 26 commercianti del Moi decidono di tirarsi indietro. Si apre il braccio di ferro, davvero senza esclusione di colpi. Il primo round si conclude con 5 dei 31 grossisti che decidono di andare al Caar. Il numero è minoritario, ma si tratta dei commercianti più grossi, che da soli rappresentano il 70% del mercato. Cui si aggiungono tutti i produttori, i venditori di fiori e gli erogatori di tutti i servizi, dalla banca al bar e così via. E quando il Comune e il Caar decidono di “tirare dritto”, rispetto ai 26 che invece continuano ad insistere per avere condizioni migliori, scatta la mossa politica.
Abbandonati da tutte le associazioni di categoria, che hanno capito che si sta andando al muro contro muro e che l’opposizione è strumentale, i 26 si rivolgono ad Unico, associazione di categoria di filiera dell’ortofrutta, con sede a Vignola. Sempre emiliano è poi Maurizio Balocchi, parlamentare leghista, sottosegretario con delega per i Vigili del fuoco, che quattro giorni prima dell’inaugurazione invia un’ispezione ministeriale a Santa Giustina. O meglio, telefona ad un esponente leghista di Rimini, lo investe telefonicamente di questo compito, dicendogli di scegliersi un tecnico della sicurezza di sua fiducia.
E’ venerdì sera, e, sempre per telefono, il sottosegretario, senza uno straccio di documento scritto, intima al comandante dei Vigili del fuoco di Rimini, Luigino Ercoli, di fare subito un sopralluogo sulla struttura per verificarne la rispondenza alle norme antincendio. Intanto, il giorno dopo, i 26 dissidenti occupano il Moi, impedendone la chiusura.
Si crea così una situazione paradossale: da una parte c’è il Caar, costato 70 miliardi, nuovo di zecca, sul quale il sottosegretario si accanisce mettendone in dubbio la sicurezza (va ricordato che è prassi normale che le strutture produttive aprano avendo in mano il certificato provvisorio antincendio, il nullaosta arriva mesi dopo in seguito alla verifica del comando dei pompieri), e dall’altra una struttura aperta abusivamente, vecchia di decenni, ancora con coperture di eternite, assolutamente inadeguata a normativa antincendio e 626, sulla quale nessuno dice nulla.
E quando la Polizia municipale, guidata dal comandante Domenico Gallo, cerca di liberarla, vola anche qualche spintone e si sfiora la rissa. Il sindaco fa un esposto al procuratore della Repubblica, Battaglino, chiedendo il sequestro urgente del Moi per occupazione abusiva di luogo pubblico. Il giorno dopo si convoca un vertice urgente in prefettura. Le richieste di aiuto del Comune vengono sistematicamente ignorate. Il procuratore della Repubblica non dà corso immediato alla denuncia: avrebbe sostenuto che ci sono tempi tecnici da rispettare. Rifondazione Comunista fa rilevare come sia curioso il fatto che il Moi sia stato abusivamente occupato per due settimane, mentre alcuni suoi esponenti che nella giornata della disobbedienza erano entrati per cinque minuti d’orologio in una scuola per fare volantinaggio, si sono subito beccati una denuncia per lo stesso reato.
C’è, forte, l’impressione, che le pressioni romane non siano passate indifferenti. Non è un mistero che il ministro alle Attività produttive, Gianni Alemanno, amico personale del presidente riminese di An, Gioenzo Renzi, che appoggia i “ribelli”, abbia chiamato di persona il prefetto, così come l’immancabile sottosegretario Balocchi. Ed è altresì forte l’impressione che, con questo nuovo governo, basti essere antipatici a Roma per finire nella lista nera. E’ come se qualcuno venisse a casa nostra dicendo, mi manda il sottosegretario, senza una carta in mano, e ci buttasse fuori. E chi di dovere non intervenisse dicendo, devo guardare meglio come stanno le cose.
Alla fine, dopo quattro giorni, i Vigili del fuoco non possono che rilasciare il nullaosta antincedio, mente il Comune, per limitare i danni, è costretto a riaprire la trattativa. Che dopo alti e bassi, e soprattutto dopo l’avvicendamento alla presidenza del Caar (per scadenza del mandato del Cda) di Massimo Paganelli con Ettore Bontempi (nuovo presidente, anch’egli di marca Ds) si arriva ad un secondo accordo. Dopo la revisione di alcune condizioni contrattuali i ribelli firmano il contratto, ottenendo altre due settimane per effettuare concretamente il trasferimento dal Moi al Caar.
Degno finale, il giorno prima della firma (per essere sicuri che non ci fossero “scherzi”?) esponenti leghisti hanno annunciato interpellanze parlamentari su presunte irregolarità del Caar, rispetto alle quali l’ex presidente Paganelli ha annunciato che si riserverà di valutare una querela. Ma se anche la facesse, potrebbe star sicuro che i tempi burocratici sarebbero anch’essi biblici, I veleni, invece, una volta sparsi, fanno effetto subito.

[b]GLI UOMINI[/b]

[b]Comanda Bontempi[/b]
Presidente: Ettore Bontempi Vicepresidente: Antonio Smurro
Consiglieri: Alvaro Ricci, Moreno Casali, Mario Ottaviani, Renato Ioli, Giulio Bucci, Claudio Coli, Luciano Liuzzi, Giancarlo Bonori, Ugo Ravanelli, Aurelio Casalboni

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