CINEMA D’ESSAI

4: “Il figlio” di Jean-Pierre e Luc Dardenne (Francia/Belgio, 2002).
– 11: “Cuore napoletano”di Paolo Santoni (Italia, 2001).
– 18: “Chi lo sa?” di Iaques Rivette (Francia/Italia/Germania, 2001).
Salone Snaporaz, piazza Mercato. Spettacolo unico ore 21,15. Info: 0541-967802




CENTRO CULTURALE

– 2 dicembre: letture con Anna Bonaiuto.
– 12 dicembre: letture con Mario Valgoi.
– 19 dicembre: presentazione del libro di Umberto Piersanti ‘Nel tempo che precede’.
Interventi di Umberto Piersanti e Davide Rondoni.
Centro Culturale Polivalente – ore 21.
Info: 0541-967802




Omaggio a Giovanni Toccafondo

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/piazza/dicembre/toccafondo.jpg[/img]

[b]di Annamaria Bernucci[/b]

Nato a Cingoli nel 1932, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma, allievo del pittore Gentilini, dagli inizi degli anni ’60 si trasferì in Romagna lavorando tra Gabicce, Cattolica, Misano e Riccione. Una nicchia del tutto particolare sembra spettare a Toccafondo, in questa area un po’ anomala del riminese, illuminata, per quanto riguarda le faccende dell’arte, dal sapere e dalla poesia del pittore Emilio Filippini, e poi, nel secondo dopoguerra da poche altre personalità emergenti, capaci cioè di cogliere autenticamente i valori espressivi e il significato delle esperienze intellettuali maturate in ambito nazionale e in grado di dialogare con esse.
Ci si aspetta che qualche eco a questo nostro investigare sulla personale vicenda artistica di Giovanni Toccafondo possa scompaginare la retorica che pesa sui personaggi di periferia e chepossa rompere il muro di silenzio critico che si è addensato ingiustamente; che soprattutto la visione antologica e riassuntiva delle sue opere, testimonianza di più di trentanni di attività, faccia da volano propulsivo, determinando una nuova attenzione verso la sua figura d’artista.
La mostra allestita presso la Galleria Comunale S.Croce e presso il Centro Culturale Polivalente organizzata dal Comune di Cattolica in collaborazione con l’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, si prefigge infatti di indagare sull’attività dell’artista dai suoi esordi sino alle opere dell’ ultima sua produzione. Pittore e ceramista Giovanni Toccafondo ha mantenuto con coerenza una sua particolare convergenza e indistinzione per i due mezzi espressivi: scultura e pittura nascevano dallo stesso processo analitico e da un sentire profondo; l’artista ha inseguito con meticolosa tenacia un equilibrato sistema di competenze plastiche e pittoriche e giocando con esse ha costruito un delicato processo di rapporti formali per interagire con i due lessici.
Diceva lo scultore Arturo Martini ” ..la modernità non è una trovata, ma è scoprire nuovamente l’anima delle cose con l’intensità che circola nell’aria del proprio tempo”. Ebbene per Giovanni Toccafondo riuscire a penetrare il proprio tempo, aggiornarsi sui linguaggi e saper cogliere il senso caduco, precario della vita e l’incomunicabilità profonda dei rapporti umani è stato un fine perseguito con particolare attenzione.
Lo si vede dalla sua nutritissima produzione ceramica, sculture dagli smalti traslucidi, dalla pigmentazione monocroma che imita la materia (ferro, pietra, terra) che poi diverrà ruvida e aguzza nelle opere dell’ultimo periodo; e ancora nella pittura, liricissima. Una fotografia scattata ai tempi dell’Accademia a Roma, era il 1958, ritrae Toccafondo assieme ai suoi compagni del corso di pittura: l’espressione di lui è contenuta e forse un po’ vigile come di chi sa di essersi avventurato in un grande progetto e di chi è consapevole di vivere un’esperienza irripetibile.
Irripetibile quell’anno lo sarà davvero per Giovanni che presto dovette lasciare gli studi per affrontare più prosaiche soluzioni occupazionali. L’approdo in Romagna, dopo l’abbandono degli studi accademici, dalla natia Cingoli e da Macerata dove aveva svolto i suoi studi artistici, nasce così; prima impiegato come responsabile artistico in alcune aziende ceramiche dell’entroterra riminese (a S.Marino), poi a Milano e infine nuovamente in Romagna; in parallelo l’attività di insegnante si profilava come una risorsa ed un percorso di vita e sarà condotta con scrupolo sino alla fine e con la mitezza che gli era propria.
Laborioso e costante il suo dedicarsi all’arte, ne sono testimonianza le numerose partecipazioni a mostre e a collettive frequentate sin dalla fine degli anni ’60. L’area d’azione di Toccafondo rimane lungamente divisa tra Marche e Romagna; tra il 1982 e il 1984 ha partecipato tra l’altro a due edizioni del Concorso internazionale d’arte ceramica a Faenza e a Gualdo Tadino, rinomata per la grande tradizione ceramica, ottenendo riconoscimenti ufficiali.
E’ del 1984 una bella personale a Cingoli nella chiesa di S.Nicola e in ordine di tempo, vanno almeno ricordate le ultime mostre realizzate a Tolentino e a Cattolica nel 1988. Si chiude proprio su quest’ultima la sua parabola artistica, poiché di lì a poco una lunga malattia gli impedì di lavorare, lasciandogli solo la possibilità di dedicarsi al disegno.
L’omaggio a Giovanni Toccafondo giunge così auspicato e anche molto sentito da parte di chi lo ha conosciuto e apprezzato e di chi ha saputo coglierne la ritrosa sensibilità, divenendo oggi occasione per riscoprirne la fisionomia artistica e l’opera.

‘Omaggio a Giovanni Toccafondo – Mostra antologica’
22 dicembre 2002 – 30 marzo 2003
La mostra è realizzata in due sedi: Galleria S.Croce e Centro Culturale Polivalente
Inaugurazione domenica 22 dicembre alle ore 18 (Galleria S.Croce e ore 19 (Centro Culturale Polivalente)
Orario: giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle19 Chiuso il lunedì e nei giorni 25-26 dicembre e 1 gennaio




Vincenzo Cecchini, intervista a piĆ¹ voci

Patrizia Mascarucci, 51 anni, assistente di polizia penitenziaria, “cattolichina per affetto” – come ama definirsi – anche se risiede a Gradara, ha pubblicato il libro “Nè mortale nè immortale – Vincenzo Cecchini – Intervista a più voci”- Edizioni Il Ponte Vecchio di Cesena. Non è nuova al genere dell’intervista, infatti ha già pubblicato un volume sul poeta di Santarcangelo Raffaello Baldini, e per alcuni anni ha utilizzato i microfoni di Radio Pesaro Centrale.
Vincenzo Cecchini, un cattolichino verace, pittore e poeta, incarna completamente la figura controversa e un po’ mitica, dell’artista. Il libro non tratta solo la sua attività artistica, ma anche della vita stessa nel suo evolversi: l’infanzia, la famiglia, l’amore per Mara, i rapporti con le figlie, l’insegnamento, le difficoltà, l’esperienza fuori dalla Romagna e l’affetto per Cattolica. E poi l’approccio artistico: “Per Vincenzo l’arte è vita, l’opera in sè non ha senso, solo nel gesto che trascende l’opera si unificano vita e arte, un’arte pura che supera la quotidianità del vivere”.
Nella presentazione del libro Annamaria Bernucci scrive: “Ci sono luoghi della provincia che non riescono ad assorbire personalità erratiche e ingombranti, salvo poi, per reciproco incantamento, accoglierle sotto il segno delle comuni radici. E’ un po’ ciò che trapela dalla personale avventura umana e intellettuale di Vincenzo Cecchini, il quale coartato amorevolmente da Patrizia Mascarucci in questa intervista a più voci, realizzata in momenti diversi nell’arco di un biennio, si mette in gioco; e alzando la posta trascina con sè la soggettività filtrante della sua interlocutrice.
Il racconto biografico che si snoda non si sostituisce alla vita, nè tanto meno ne diventa l’originale, è la vita stessa che scorre. Non è fiction, anche quando l’autrice cede alla tentazione referenziale di annotare e organizzare i materiali del racconto. Cecchini, l’artista e il poeta, si è dunque appassionato all’archivio di se stesso, e suo malgrado, la sua anima ha sistemato la raccolta di ‘memorabilia’, anche se i ricordi non si lasciano imprigionare facilmente. La sfrontatezza divertita che gronda in molta parte dell’intervista – intervallata dalla musicalità fulminante delle sue poesie in dialetto – è innescata dall’atto stesso del ricordo, che non senza fatica e non senza ritrosia, l’intervistatrice fa scattare. Cecchini segue allora idealmente, e non senza peccato d’orgoglio, l’intima ‘planimetria’ del proprio personale tragitto”. Per chi lo conosce bene, sa che Vincenzo Cecchini non si lascia catalogare e imbrigliare in nessuna definizione, anche in quella più lusinghiera. Lui sta al piacevole gioco, in maniera gigionesca se ne compiace anche, ma soprattutto si diverte. Vincenzo Cecchini, si rende inafferrabile a tutti… forse anche a se stesso. (E.C.)




LA POESIA di Rosa Filippini

Il Natale non è perfetto
se non c’è il buon Miacetto.
E quest’anno al mio paese
senza badar tanto alle spese
i cittadini hanno fatto
una Sagra, con il patto
di tener questa ricetta
con la dose assai perfetta
degli ingredienti, tutti quanti,
come segreto degli abitanti.
Dalla Turchia venne in passato
e gli antenati han tramandato
come un retaggio, ognun lo sa
di gran valore, per la bontà.
Di uno dei tanti paesetti
delle Marche una donnetta,
chiese al nostro Tommasetti (1)
la preziosa, rara, ricetta.
Lui non seppe dir di no,
e allo scherzo sempre pronto
questa ricetta s’inventò
da far ridere anche un tonto.
Guscio di noci ben triturate
guscio di mandorle e di pinoli
di sale e pepe due manciate
e in abbondanza ceci e fagioli.
Mettete tutto in mezzo al cruschello.
Per farlo dolce finì col dir:
“Oh buona donnetta con tutto quello,
mettete zucchero, #### e butìr!” (2)

(1) Era un simpatico operaio di casa Filippini
(2) Burro
(*) Rosa Filippini ‘Nonna Rosa’ (1904-1996), maestra d’asilo, ha lasciato numerose poesie. “Il Miacetto” l’ha scritta una decina di anni fa in occasione di una gara tra le famiglie cattolichine per la preparazione del miglior miacetto.




La poesia di Adler Marchetti

Non c’è albero
nè presepe
in quella casa
dai muri cadenti,
dove la povertà
vive
il proprio niente
e la solitudine
sta solo
con se stessa.
Il tocco della campana
ora morbido
ora più forte
sfiora
i tetti,
le luminarie,
gli auguri
che scivolano
lungo i vestiti.
Per le strade,
alberi brulli
sembrano gendarmi
di un sepolcro
antico,
con chiazze verdi
ferite
da foglie,
le ultime foglie,
che cadono
improvvise e veloci
come lamine di
dolore.
Grazie,
piccolo Gesù,
per quella mangiatoia
che sazia
le ansie
e ci fa liberi
dentro un bisbiglio
di voci diverse
che diventa
preghiera
mano a mano
che sale
verso la croce,
oggi stella cometa
del tuo
e del nostro
cammino.
Grazie,
piccolo uomo,
per questo Natale
di Resurrezione.




Staccoli, la forza della famiglia

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/piazza/dicembre/staccoli.jpg[/img]

[b]La famiglia Staccoli (Foto Eureka, Cattolica)[/b]

Alberoni lo inventasse per la nota pubblicità: una famiglia felice che sforna dolci a non finire! E infatti, già negli anni ’40 l’attività di mugnai evolveva in quella di fornai, per lasciar posto poi, in modo definitivo e sempre più specialistico, a quella di pasticceri.
A questo punto siamo negli anni ’50 e il forno viene ceduto alla famiglia Pecci che lo gestirà fino a questi ultimi anni. Ma tornando agli Staccoli, vediamo un po’ come si compone questa grande e bella famiglia. Giuseppe e Assunta ebbero otto figli, tutti a breve distanza l’uno dall’altro. La prima fu Lorenza
che fin da giovanissima mostrò forte interesse per la vita monastica e così decise di entrare nel convento delle Maestre Pie di Rimini. La seconda fu Maria che ben presto si sposò con un commerciante di polli di San Giovanni in Marignano e se ne uscì di casa. Anche la terza, Aldina, si sposò e aprì un negozio di articoli da regalo che tuttora gestisce con la figlia Mara vicino piazza Della Repubblica. Negli anni ‘6O la famiglia di Aldina e quella di Lorenzo ebbero insieme l’attività del Bar Jolly, di fronte l’hotel Royal.
Nel 1926 nacque Lorenzo Attilio, l’attuale patriarca della famiglia Staccoli. Aveva solo dieci anni quando andò a “fare” la sua prima stagione estiva in un albergo di via Carducci, senza percepire uno stipendio, (così si usava), ma con la possibilità d’intascare le mance! “Proprio con quelle prime mance – ricorda Lorenzo con commozione – riuscii a comprarmi il primo pallone… ma di gomma, mica di cuoio…”. Si può capire che la passione per il gioco del calcio era nel suo cuore molto prima di quella per la pasticceria. A distanza di un anno nacque Giulia che diventerà la prima vera pasticcera della famiglia. Già da giovanissima aveva fatto pratica presso il forno di casa ed essendo versata in questo tipo di attività, mamma Assunta pensò che la ragazza potesse fare di più.
La mamma si recava spesso a Rimini a trovare la figlia Lorenza dalle Maestre Pie e passava sempre davanti alla Pasticceria Da Giordano, all’inizio di via Garibaldi. Un giorno chiese al proprietario se poteva assumere la figlia Giulia nel suo laboratorio. E così fu. Era il 1950 e Giulia imparava il mestiere in modo professionale con serietà e impegno. Evidentemente trasferì il suo entusiasmo in famiglia, cosicché dopo appena due anni fu aperta la prima Pasticceria Staccoli in via Carducci n° 5.
Ma tornando alla genealogia di famiglia, la sesta a nascere fu Alba,
molto simpatica per il suo modo di fare scherzoso ed estroverso, che ha sempre caratterizzato il suo comportamento allegro e confidenziale con i clienti. Anche dopo il matrimonio ha continuato a lavorare in pasticceria fino a qualche anno fa. Settima della serie a venire alla luce fu Luisa (Rachele), che fino al matrimonio lavorò fissa in pasticceria poi vi si impiegò in modo saltuario nei periodi di punta del lavoro di famiglia, allorché babbo Giuseppe ne avesse proprio necessità. Luisa è tuttora attaccatissima alla famiglia di origine e non passa giorno che non visiti il bar del fratello e dei nipoti.
E’ sposata con Marcello Morosini famoso allenatore sportivo della squadra di calcio del Cattolica e negli anni ’60 e ’70,




Benedetti Arreda,cura del dettaglio

– L’arte nell’artigianato e fare del cliente un amico.
Sono i principi che animano Benedetti Arreda, l’azienda di arredamento di Lino Benedetti, 54 anni, una vita che lavora con il legno, passione che ha trasmesso a tutti i famigliari: da Maria, la moglie, ai figli Simona (32 anni), Fabrizio (30) e (Marco 18), l’eredità.
Dal semplice laboratorio di falegnameria, aperto nella zona industriale di Casarola, Benedetti Arreda si è trasformata in una azienda di arredamento e design, grazie alla figlia Simona ed ora a Marco, che con passione portano avanti questa nuova avventura, fino alla recentissima apertura dello Show Room di Cattolica, in via Allende, un luogo in cui appena si entra sembra di essere in casa, tanta è la particolarità e la ricercatezza del particolare e dell’atmosfera casalinga.
Dice Simona Benedetti, progettista dell’azienda: “qualità del lavoro nel suo insieme, la passione che ci anima e la soddisfazione nel vedere il cliente che rimane un nostro amico sono le cose che cerchiamo di mettere in campo in questa nostra professione”. “Ci mettiamo – prosegue Simona – il cuore per i progetti, la mente per dare concretezza alle idee e la preziosità del lavoro manuale, per fare di ogni mobile, di ogni accessorio, un oggetto particolare con una sua anima ed un valore che nel tempo si impreziosisce ancora, proprio perché è il trascorrere del tempo tra le cose belle che lo rende ancora più piacevole”.
Conclude Simona: “Progettiamo anche dalla casa grezza, pensando a tutto, perché ci teniamo che sia l’insieme un oggetto di valore, dalla ricercatezza dei materiali alla cura del particolare. Proprio per questo ci serviamo di artigiani anche per tende, divani e altri oggetti, oppure a ditte di elevata qualità, basti pensare alle cucine della ditta tedesca Miele”.
Benedetti Arreda è una ditta che dà lavoro a una quindicina di persone e progetta per molte zone in Italia, come Roma, Trieste, Milano, Sicilia, San Marino.
L’ottanta per cento dei clienti è composta da giovani sposi, che molte volte rimangono amici.
Nel 2001 Benedetti Arreda è stata premiata ad Art’Arte in Fiera per la preziosità del proprio lavoro.




Buone feste a Gabicce Mare

Come ogni anno Amministrazione Comunale, Associazione Albergatori, Comitato Commercianti, Consorzio Bagnini, Servizi Balneari con il sostegno dei locali Istituti Bancari e delle Associazioni di categoria si rimboccano le maniche per creare a Gabicce Mare una magica atmosfera natalizia.

Questo il programma:

– 8 dicembre: accensione delle luminarie
– 15 dicembre: Manifestazione di beneficenza dei parrucchieri di Gabicce proporranno acconciature e trucchi per bambini. Tradizionale gara “I dolci di Natale” giunta alla sua 11° edizione
– 22 dicembre: Manifestazione di beneficenza con il gruppo di pittori de “I martedì dell’arte” e il ceramista Foschi; Caldarroste e Vin Brulé
– 24 dicembre: Babbo Natale viene dal mare, tradizionale festa per bambini per le vie della città che si concluderà a Cinema Teatro Astra con uno spettacolo.
– Verrà inoltre allestita la seconda mostra fotografica dedicata alle origini di Gabicce Mare. Il fotografo Dorigo Vanzolini prosegue il suo paziente lavoro di ricerca tra le famiglie gabiccesi alla scoperta di vecchie immagini che documentano l’evoluzione della città.
In vari punti della città verranno allestiti presepi e mostre dedicate alla civiltà marinara.
In date ancora da stabilire si esibiranno il Coro S. Ermete di Gabicce Mare ed i ragazzi delle scuole di Gabicce in uno spettacolo allestito con il coro insegnanti.




Per una passione ed una arrabbiatura

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/piazza/dicembre/lisotti.jpg[/img]

[b]Giulio Lisotti con uno dei pezzi a lui più cari[/b]

Una grande passione ed una piccola arrabbiatura. Con questi ingredienti è nata una delle aziende italiane leader nel ferro battuto e nella costruzione delle casseforti. Si trova a Gradara e dietro c’è Giulio Lisotti. Gradarese purosangue, sessant’anni, sposato, una figlia, passioni per le moto (ne ha un centinaio, il suo gioiello una Mas del ’27) da tutti è conosciuto per la ferramenta “Lisotti” di Gradara, ereditata dal babbo.
Giulio Lisotti da bambino, affascinato come sanno esserlo solo i piccoli, frequentava le botteghe da fabbri di Tamburini e Fabbri. Gli facevano girare la manovella della forgia a carbone. Ricorda: “Ero rapito dal fatto che da pezzi di ferro arrugginiti tirassero fuori cose bellissime, facendo tutto quello che la fantasia suggeriva loro. Io rubavo con gli occhi. Così nel tempo libero ho sempre realizzato degli oggetti in ferro battuto”.
Gli oggetti li faceva per sé. Gli amici li vedono e glieli chiedono (ancora oggi ha una serie di arnesi da fabbro realizzati in proprio appesi nella ferramenta: sono il suo totem). Così nei primi anni settanta, alla ferramenta viene affiancata la nuova attività: Lisotti, divisione ferro battuto.
I suoi primi clienti sono le botteghe per turisti di Gradara (allora erano 4-5 a proporre il ferro battuto, oggi sono due, una aperta quest’anno). I suoi primi clienti sono in Valconca: Venturini a Cattolica e Ricci a Morciano. All’inizio è Giulio Lisotti a girare l’Italia per vendere. Su un camioncino aveva i pezzi; il catalogo era roba da venire. Oggi, i suoi oggetti, la maggior parte legati al camino (alari, trespoli, brucialegna, portalegna, parascintille), senza disdegnare le lampade, si trovano in tutt’Italia. Racconta: “I modelli li ho nella mia testa. Diciamo che le linee essenziali vanno forte in Emilia Romagna, mentre quelle coi riccioli si vendono molto più in Toscana, Umbria, Lazio”.
Invece, le casseforti sono figlie di una piccola arrabbiatura. Lisotti ne ordina 4 per la sua ferramenta. Gliene arrivano solo 2, con il cliente che si arrabbia. Dice ad direttore commerciale dell’azienda: “Dato che voi non mi servite bene, me le farò da solo”. Si è nell’82: nacque ‘Sicura’. Allora farle era piuttosto difficile; ci voleva una grande maestria. Oggi, grazie alla tecnica, tutto è più semplice”.
Artigiano vero, nel senso che progetta e realizza, Lisotti qualche anno fa acquista un robot ed il suo supporto dai tedeschi per lavorare le casseforti. “Ma ognuna doveva essere presa nelle mani 5 volte. Insieme ad un amico studia un sistema che abbatte i tempi di lavorazione: può passare per le mani una sola volta. Ricorda: “Quell’attrezzo da 100 milioni giace in un angolo, ma grazie ad esso ho trovato la soluzione”.
Ancora oggi, nel tempo libero, Lisotti lavora il ferro. Viaggia il mondo per andare alle fiere delle macchine utensili; a chi parla di ferro battuto trasmette passioni”.