Rimini-Pesaro, sorelle separate

[b]di Francesco Toti [/b]

Insieme potrebbero spaccare il mondo: storia simile, stessi cognomi, economie vicine e la piadina in comune. Invece, le due sorelle si parlano poco e gli uomini fanno gli affari ed escono anche insieme. Così sono i rapporti tra le province di Pesaro-Urbino e Rimini: rapporti politici pochi, mentre quelli economici hanno legami ed interscambi fortissimi.
Le due comunità condividono la stessa storia: i Malatesta prima ed il dominio della chiesa, poi. Soprattutto condividono territori (vallate spartite a metà), cognomi, abitudini e costumi.
Afferma Palmiro Ucchielli, presidente della Provincia di Pesaro, uno che al mattino alle 7.30 è già in ufficio e che richiama con velocità lo sconosciuto che lo ha contattato, narrano a Pesaro: “Fare le cose insieme alle altre province è già complicato. Farlo a livello interprovinciale, o interregionale, è ancora più complesso”.
Continua Ucchielli: “Col presidente di Rimini c’è un ottimo rapporto personale, ma bisogna vedere su cosa lavorare in comune. I punti critici sono la viabilità, i beni del suolo, il turismo. E su questo noi discutiamo con le altre province confinanti ed anche con Croazia e Slovenia”.
Diplomatica anche la risposta di Nando Fabbri, presidente della Provincia di Rimini: “I rapporti fra le due Province sono molto buoni. Il terreno di confronto e di intesa è soprattutto quello della mobilità e delle infrastrutture (agenzia di marketing per turismo, aeroporto, fiera). In particolare ho un filo diretto con il presidente Ucchielli, con il quale periodicamente affronto, di volta in volta, i problemi comuni che interessano i due territori”.
Ai confini di Rimini e Pesaro la questione della viabilità è fortissima ed aggrovigliata. Tavullia scarica la sua mole di traffico dentro San Giovanni e la Provincia di Pesaro nicchia sulla circonvallazione. Sempre Tavullia posiziona una delle sue zone artigianali a pochi metri dal confine con San Giovanni: traffico a traffico. Altro esempio, contrario, però, è nella Valconca. Da Mercatino Conca fino a Santa Maria del Piano c’è una strada larga e scorrevole, poi nel Riminese si restringe.
A chi chiede a Ucchielli che le vallate amministrate a metà (Valconca e Valmarecchia) vogliono unirsi a Rimini, risponde: “E chi l’ha detto? La fantasia dell’uomo non ha limiti. Gran parte degli abitanti di Rimini, Riccione, Misano, Cattolica ed anche San Marino arrivano dal Montefeltro e dal Pesarese. Dunque, dovremmo essere noi a chiedere quelle terre”.
Battute a parte, come mai non si riesce a fare le cose insieme? Maurizio Temeroli, direttore della Camera di Commercio di Rimini: “E’ vero che l’economia è molto più avanti della politica, ma credo che questo sia per il fatto di appartenere a due regioni diverse. Oggi, le regioni hanno ampi poteri ed una capacità legislativa e di programmazione forte. E’ chiaro che si potrebbero trovare delle collaborazione nell’ambito delle competenze provinciali”.

[b]GLI UOMINI[/b]

[b] Ucchielli-Fabbri, profili di due presidenti [/b]

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/piazza/dicembre/ucchielli.jpg[/img]Palmiro Ucchielli (in alto) ha 51 anni. Sposato, due figlie (la grande fidanzata con Ambrosini, il calciatore del Milan) è presidente della Provincia di Pesaro dal ’99. La sua storia inizia in fabbrica (alla Ifi) e nel sindacato. Nel ’77 è eletto sindaco di Colbordolo; nell’85 entra in Consiglio provinciale e diventa assessore ai Lavori pubblici. Dal ’90 al ’94 è segretario del Pci prima e Pds dopo. Dal ’96 al ’99 è senatore della Repubblica. E’ capace di sfacchinate pur di esserci, stringere le mani e portare le istituzioni: dal piccolo al grande avvenimento. In ufficio alle 7.30, sabato compreso.

[img align=left]http://www.lapiazza.rn.it/piazza/dicembre/fabbri.jpg[/img]Nando Fabbri, 48 anni, è nato a San Mauro Pascoli. Sposato e padre di due figlie,è laureato in Legge.
A 21 anni è presidente dell’Azienda di soggiorno di Bellaria-Igea Marina; a 25 vicesindaco sempre di Bellaria, a 31 sindaco (10 anni).
Candidato alla segreteria dei Ds, viene sconfitto da Melucci. Nel ’95 entra in Consiglio regionale. Nel giugno del ’99 è eletto presidente della Provincia di Rimini. Le sue passioni: la bicicletta ed il mare (fa pesca subacquea) e non disdegna affatto le buone letture.

[b]UN PO’ DI STORIA[/b]

[b]Tutti figli dei Malatesta[/b]

Per 200 anni Pesaro fu governata dai Malatesta, i signori di Rimini
– La città di Pesaro e molto del suo territorio sono stati sotto le insegne dei Malatesta, signori di Rimini per quasi 200 anni: da metà del 1200 fino al 1445.
Nel XIII secolo dopo una serie di conquiste traballanti, diventa territorio malatestiano con Gianciotto, prima podestà della città e poi signore. Il potere riminese venne definito giuridicamente per il fatto che il papa gli conferisce il vicariato.
I Malatesta persero la città non per storie di politica o guerre ma per danaro. Infatti, Galeazzo Malatesta la vendette ad Alessandro Sforza nel 1445.
Ed il monumento più importante della città è di origine riminese. Si tratta del Palazzo Ducale. Il nucleo originario dell’edificio, il retro, fu opera di Malatesta Guastafamiglia. L’ampliamento e la sua sistemazione definitiva invece venne commissionata da Alessandro Sforza.

[b]I NUMERI[/b]

[b]Imprese, guida Pesaro[/b]
264.000 [b] Popolazione [/b] 320.000
20 [b] Comuni [/b] 69
30.000 [b] Imprese [/b] 41.400
7,1 [b] Disoccupazione [/b] 6,7%
200 miliardi[b] Bilancio ordinario[/b] 100 miliardi
1.600 km [b] Strade [/b] 300 km
469[b] Cooperative [/b] 452
1.465 miliardi[b] Esportazioni[/b] 2.979 miliardi di lire

A sinistra i dati riferiti a Rimini, a destra a Pesaro

[b]*Fonte: Camera di Commercio Pesaro e Rimini[/b]

[b]Rapporti economici eccellenti[/b]

Le due province insieme formano il comparto italiano delle macchine per la lavorazione del legno. Scambi importanti nel tessile, cantieristica ed edilizia

Walter Martinese, responsabile dell’Ufficio studi della Cgil di Rimini, afferma: “I rapporti economici tra il Riminese ed il Pesarese sono fortissimi. Mentre sono quasi inesistenti tra la provincia di Rimini e quella di Forlì-Cesena. A nord c’è tutto un altro tipo di economia, fatto di agricoltura e calzaturiero. Mentre non è un caso che le prime due aziende italiane e leader anche a livello mondiale delle macchine per la lavorazione del legno sono una a Rimini, l’Scm che ha molti interessi nel Pesarese, la Morbidelli è una sua controllata ed una a Pesaro, la Biesse, che ha molti interessi a Rimini, a San Giovanni in Marignano sta facendo un investimento importante”.
Oltre ai big della metalmeccanica, va considerato tutto l’indotto che le due imprese sviluppano.
Il tessile
Un altro settore dove c’è un rapporto stretto tra le due sorelle che poco si invitano a cena ed un po’ di più si parlano è nel tessile. Il polo di San Giovanni, composto da Aeffe, Fuzzi e Gilmar, produce molti capi nei laboratori della provincia vicina.
I servizi
Se nella produzione si va a braccetto, la stessa cosa avviene sulla questione dei servizi. Le due vallate rimino-pesaresi, Valconca e Valmarecchia, se li fanno gestire dalle imprese romagnole. E’ sufficiente pensare all’acqua ed al gas, ad esempio.
San Marino
Rimini e Pesaro sono sulla stessa barca di San Marino per quanto riguarda i frontalieri. Oggi sono circa 5.000 i lavoratori italiani che ogni giorno raggiungono la piccola repubblica: 3.500 sono riminesi, 1.500 pesaresi.
Edilizia
Per ragioni storiche e capacità artigianali molte addetti dell’edilizia tutte le mattine vengono a lavorare a Rimini. Nel Pesarese c’è sempre stata molta professionalità.
A questo va aggiunto il turismo. Si è complementari e rivali allo stesso tempo. Nel senso che le città d’arte marchigiane, San Leo, Gradara, Urbino, sono molto consigliate dagli albergatori romagnoli per le uscite d’istruzione. Però Pesaro è una rivale agguerrita con i suoi alberghi.
Con tutto questo in comune più che pensare di sfornare la regione Romagna, bisognerebbe fare la Signoria dei Malatesta come qualcuno avanza.
Afferma Daniela Barbarese, Ufficio studi della Cgil di Pesaro: “Sarebbe già importante se la politica iniziasse ad osservare il fenomeno. Tra Rimini e Pesaro esiste un interscambio economico di valore. La Scm controlla la nostra Morbidelli che impiega 350 addetti. Ferretti Craft, si sta parlando di cantieristica, ha interessi a Fano. Le due province hanno molto in comune. Ad esempio, Pesaro si parla poco con Ancona, come Rimini si parla poco con Forlì-Cesena o Bologna”.




Ghigi, dal pubblico miliardi di ‘aiuti’

Il Consiglio provinciale ha approvato il Pru (Piano di riqualificazione urbana morcianese) tutto imperniato sul recupero della struttura del pastificio Ghigi ed il suo trasferimento a Sant’Andrea in Casale nella seduta dello scorso 23 ottobre. Il Pru è un programma regionale con l’ambizione di “bonificare” i centri urbani e rilanciarli economicamente e socialmente.
E’ stato un Consiglio provinciale caldo, battagliato con la maggioranza che si è spaccata, qualcuno ha votato con qualche dubbio, come Giuliano Novelli (Ds) e Giuseppe Sanchini (Margherita). Adriana Neri, diessina, presidente del Consiglio, ha votato contro. Ha detto: “Il mio è un voto contrario per una serie di motivi. Primo, l’accordo è arrivato in Consiglio provinciale già firmato.
Secondo, noi andiamo ad acquisire uno spazio polivalente che potrebbe essere anche concepibile, mentre non si capisce perché dovremmo acquistare spazio per funzioni pubbliche e magazzino. Terzo, il 15 per cento degli spazi potrebbe cambiare destinazione d’uso; quindi votiamo una cosa ed abbiamo altro.
Capisco però che la partita Ghigi è interessante, però l’atto deliberativo poteva essere presentato meglio: tutti gli acquisti sono motivati genericamente. Noi come Provincia interveniamo con 2 miliardi di lire”.
Giancarlo Rossi, consigliere provinciale di Rifondazione che aveva dato il proprio consenso nella commissione, in Consiglio ha votato contro argomentando. “L’accordo di programma, oltre all’approvazione degli aspetti di carattere tecnico – urbanistico, è sostanzialmente un’operazione di acquisto immobiliare.
La Provincia si impegna a comprare, per 2 miliardi circa, un ufficio, un magazzino ed uno spazio pubblico a proprietà indivisa con il Comune di Morciano.
A cosa servono quegli spazi? A cosa serve il magazzino di 153 metri quadrati, quando a Morciano abbiamo di proprietà una casa cantoniera che ha tutti gli spazi necessari per la manutenzione delle strade?
Cos’altro dobbiamo immagazzinare?
A cosa serve uno spazio per funzioni pubbliche di metri quadrati 109?
Quali sono le funzioni pubbliche che la Provincia vuole decentrare a Morciano?
E ancora, perché acquistiamo una parte di un non ben identificato spazio polivalente?
Per farci cosa?
Nella delibera non vi è nessuna motivazione e noi oggi, con il nostro voto, andiamo ad autorizzare questi acquisti senza sapere il perché e vincoliamo il bilancio 2003 che ancora dobbiamo discutere.
Ho il sospetto ‘luciferino’ che dietro l’approvazione dell’accordo di programma, vi sia in realtà da parte della giunta l’intenzione di essere autorizzata ad un’operazione immobiliare di dubbia utilità e di dubbia legittimità”.

[b]I NUMERI[/b]

Il pubblico acquista sale e spazi vari per oltre 10 miliardi di lire

Con il Pru (Piano riqualificazione urbana) il pubblico, Comune, Provincia e Regione, andranno ad acquistare spazi nel recuperato stabilimento per quasi 10,3 miliardi di lire. Andiamo a vedere che cosa andrebbe a comprare il pubblico.
– Spazio polivalente di 2.807 metri quadrati. Costo complessivo: 3,625 milioni di euro.
– Sala convegni-spettacolo di 1.828 metri quadrati per 2,36 milioni di euro.
– Uffici per 1.000 metri quadrati pari a 1,45 milioni di euro.
– Spazio funzioni pubbliche per 109 metri quadrati per 196.960 euro.
– Magazzino di 153 metri quadrati con un costo di 110.620.
Per il pacchetto sala convegni-spettacolo e uffici il Comune di Morciano ha l’opzione di acquisto.

[b]LA RAGIONI DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI RIMINI[/b]

Fabbri: “La Ghigi non è una semplice impresa”

Nando Fabbri, presidente della Provincia di Rimini, grande sostentitore dell’operazione: “La Ghigi non è una semplice impresa, ma è il principale nucleo produttivo della valle del Conca ed ha alle spalle una storia ed una tradizione di lavoro che molte famiglie in questi anni hanno condiviso. Può vantare, inoltre, un marchio riconosciuto in tutto il Centro’Italia che, qualora esaltasse al massimo la qualità e la tipicità del prodotto, potrebbe occupare stabilmente una importante nicchia di mercato. Inoltre non si deve dimenticare che l’intervento sul cosiddetto “castello” è collegato al Pru (Piano di Recupero Urbano) di Morciano, che la stessa Regione ha giudicato di alto profilo dal punto di vista urbanistico, in grado sia di qualificare la città, sia di dare vita ad un centro di servizi e di attività commerciali utile per l’intera vallata. C’è infine un altro aspetto di grande interesse, collegato all’intera operazione, che riguarda l’area industriale di San Clemente. Essa, infatti, potrà decollare in maniera compiuta se si realizzerà il trasferimento in questo nuovo polo produttivo della Ghigi in tutta la sua interezza (impianti, magazzini, pertinenze).
I DS hanno sollevato alcune osservazioni che mi sembrano legittime e che, a quanto mi risulta, sono state in parte accolte dal Consiglio comunale morcianese. Per quanto riguarda la Provincia, essa non può che riferirsi alla volontà dell’amministrazione locale, che si esprime attraverso atti formali. Questo è il terreno sul quale si sviluppa il rapporto fra enti pubblici. Da parte mia ho comunque insistito con il sindaco della città affinché raccogliesse su un progetto di così vasta portata il più ampio consenso della comunità locale e delle sue forze politiche, in primo luogo i DS che hanno sempre dimostrato grande sensibilità e responsabilità di governo.
Su progetti di così grande spessore e complessità è comprensibile che vi possano essere accenti diversi, i quali non contrastano comunque sugli obiettivi di fondo”.

[b] IL COMMENTO[/b]

Troppi aiuti?

La Ghigi con le proprie forze non ce la fa ad investire in un nuovo stabilimento e riposizionarsi sul difficile mercato della pasta. Così il pubblico gli è venuto in aiuto, comprando roba per oltre 10 miliardi di lire. Ed “aiutandola” ad acquisire 7 ettari edificabili a Sant’Andrea in Casale a 20.000 lire il metro quadrato, quando il prezzo di mercato è molto più alto.
Quello che è stato fatto sarebbe sacrosanto se il principio fosse usato per ogni azienda, dalla più piccola alla più grande. Nella Valconca e nel Riminese ci sono fior di aziende impossibilitate ad espandersi perché la terra costa troppo. Dunque nella partita Ghigi il pubblico ha tradito una delle sue caratteristiche fondamentali: l’equità.
Nel Piano di riqualificazione urbana non si capisce come mai è entrata solo al Ghigi e non il teatro Ronci, o le tipiche case morcianesi a due piani ed i rispettivi giardini-orti interni.




Antenne cellulari, allarme e rabbia in città

[b]di Enzo Cecchini[/b]

Continua la battaglia contro l’installazione di antenne di telefonia mobile (telefonini). In un anno l’Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente) provinciale ha ricevuto oltre cento esposti da comitati cittadini sorti in quasi tutte le località del riminese. In questi giorni i cittadini residenti lungo le vie Don Minzoni, Costa, Del Porto, e nelle numerose via laterali, stanno raccogliendo centinaia di firme di protesta contro le antenne installate sul tetto dell’Hotel Sirenella, sito in via Carlo Pisacane. Da considerare che a 100 metri in linea d’aria si trova anche la casa per anziani dell’Istituto Maestre Pie.
La trafila è ormai la solita: la protesta, le autorizzazioni del Comune (sostanzialmente impotente, anche se a Cattolica si sta ancora applicando il ‘protocollo d’intesa’ e la più restrittiva legge regionale), i controlli dell’Arpa, una legge nazionale rivista e corretta per favorire i gestori di telefonia mobile (il decreto Gasparri dà il via libera alle installazioni libere delle antenne in deroga ad ogni altra legge o strumento urbanistico locale) e una legge regionale che cerca di arginarla, se non altro sul piano di ridurre al minimo l’impatto sulla salute dei cittadini, applicando il ‘principio di prevenzione’. Infatti la Regione Emilia Romagna ha riconfermato la sua legge regionale e ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Gasparri. Questo stabilisce che le installazioni di antenne per la telecomunicazione sono “compatibili con qualsiasi destinazione urbana” e “realizzabili in ogni parte del territorio comunale”.
La partita non si gioca solo sull’esistente coi Gsm, ma sull’immediato futuro con il business dell’Umts, i telefonini di terza generazione, che richiederanno l’installazione fitta-fitta di migliaia di antenne fino a 20 Watt di potenza.
A Cattolica (ma anche nelle altre città della costa) la maggior parte di queste antenne sono collocate sui tetti degli alberghi. I proprietari ricevono lauti compensi per l’affitto (decine di milioni di vecchie lire) e le onde elettromagnetiche le scaricano tutto intorno, visto che queste antenne irradiano a cono per diverse centinaia di metri. Visto che si blatera tanto sulla qualità dell’ambiente e del turismo, l’Associazione albergatori, ma non solo, dovrebbe attuare le necessarie pressioni affinchè i loro associati non accettino di installarle.
In via Facchini, Carducci, Del Prete, Bologna, Venezia, Rasi-Spinelli, le antenne scagliano le loro onde proprio dentro le camere delle decine di alberghi intorno. Come possono tollerarlo? Molti albergatori dotati di ben altra sensibilità, hanno rifiutato le lusinghe dei gestori di telefonia mobile, rinunciando pacchi di milioni. Perchè devono sempre essere premiati i più spregiudicati e castigati e umiliati quelli con maggiore senso di responsabilità? Alcuni ‘ospitano’ antenne di più gestori, dimostrando di farne un vero business. Visto che c’è oggi una giustificata esigenza di segnalare la qualità degli alberghi (certificazioni Iso, stelle, bollini, uso di materiale ecologico, cibi biologici, ecc.), l’Associazione albergatori dovrebbe affibbiare un bel bollino nero a questi alberghi, perchè non solo fanno un cattivo servizio alla loro attività, ma anche a tutta la categoria, inquinando intere zone del territorio turistico. All’Ufficio Ambiente di Cattolica ci dicono che “alcuni albergatori si sono pentiti perchè hanno perso molti clienti”. Ben gli sta! Infatti basta perdere una decina di famiglie di turisti e già svanisce il ricavato dell’affitto per l’installazione dell’antenna.
Se non lo farà l’associazione albergatori, potranno farlo i cittadini, da maggio a settembre, con volantini e cartelli in più lingue, davanti a questi alberghi segnalando ai clienti che cosa hanno sulla testa mentre sono in vacanza. Segnalazioni agli Iat e ai tour-operator. Se non bastasse, lo stesso trattamento, anche se a malincuore, potrebbero riservarlo a tutti gli alberghi vicini alle antenne. In questo modo omertà o silenzio per quieto vivere si trasformerebbe i serrata pressione contro quegli alberghi ‘incriminati’ per farli desistere e obbligarli a togliere le antenne.
Maurizio Cecchini, presidente degli albergatori di Cattolica non li difende, anzi. “Non condivido questi comportamenti – dice – che sono incoerenti con le scelte che ci siamo dati per un’offerta turistica di qualità rispettosa dell’ambiente. La disponibilità di installare le antenne dei ripetitori cellulari ci indebolisce, e ci rende meno credibili di fronte ad una domanda turistica, soprattutto quella estera, molto attenta e sensibile sui problemi della qualità ambientale. La mia è una nota di biasimo, ma nello stesso tempo voglio invitare quegli albergatori a rescindere i contratti con i gestori di telefonia mobile. L’associazione albergatori è pronta a sostenerli con ogni mezzo possibile in questa augurabile scelta”.
Cosa possono fare ancora i cittadini? Protestare, civilmente, ma con fermezza, senza trascurare nessuna delle forme di lotta che possano diventare utile pressione. Poi, dicono, ci sono gli ‘accidenti’, che già vengono mandati a chili. Questi possono prendere o meno. Come dicono? Un tumorino, se lo si va testardamente a cercare, non lo si nega a nessuno… Potremmo dire che gli effetti degli ‘accidenti’ sono come l’inquinamento elettromagnetico: molti sostengono che fa male altri dicono che è irrilevante.
L’Arpa recentemente ha reso noto che le misurazioni effettuate nel 2001 e 2002 sono sotto controllo. (Le informazioni sulle misurazioni sono disponibili sul sito Internet www.arpa.emr.it/rimini). Il decreto Gasparri rende più deboli le regioni, province e comuni, pertanto anche i cittadini, contro i signori delle antenne, anche di fronte al giudice.
Però attenzione, c’è un rischio penale anche per chi gestisce l’impianto. Ecco cosa scrive Guglielmo Saporito sul Sole 24 Ore del 14-10-2002. “Le contestazioni continuano ad avere precisi punti di riferimento nelle sentenze della Cassazione. Questa, fin dal 1979 (sentenza 5172) accorda particolare riguardo alla tutela della salute. Poi c’è la sentenza 9893 del 2000. Infine la sentenza della Cassazione penale del 12/3/2002 n° 10475 che vede nel Dm 381/1008 dei limiti che, se rispettati, non possono produrre sanzioni a norma della legge 36/2001, ma lascia immutato per il gestore degli impianti il rischio di una sanzione penale per la violazione dell’articolo 674 del Codice Penale. Tutte le volte in cui vi sia un’offesa alle persone. Sulla base di questi sottili distinzioni è possibile che un’antenna, un elettrodotto o una cabina risultino inopportune se nei pressi vi abitano bambini, portatori di pace-maker e altre situazioni sensibili a questi tipi di inquinamento”.
All’Ufficio Ambiente del Comune di Cattolica (come in tutta Italia) si sentono in trincea e impotenti. Non possono rifiutare le richieste da parte dei gestori perchè potrebbero essere citati per risarcimento danni. Meglio rivolgersi all’Arpa, Ausl e scagliarsi contro gli autori di leggi che non mettono al primo posto il principio di prevenzione della salute. Infine un ‘mea culpa’ anche per tutti quelli che abusano dei telefonini…

[b]LA MAPPA DELLE ANTENNE[/b]

Gestore “Omnitel”
– Torre Piezometrica, via Indipendenza e Ciminiera, via Da Verazzano (Richieste riconfigurazioni di antenne già esistenti) – Ciminiera (autorizzata) e Torre Piezometrica (autorizzate 2) – Hotel Mediterraneo, via Facchini/Carducci (autorizzato) – Campo Torconca, via Battarra (richiesta) – Hotel Sirenella, via Pisacane (autorizzato) – Bocciodromo, via Quarto (richiesta) – Hotel Windsor, via Del Prete (autorizzato).
Gestore “H3G”
– Hotel Mediterraneo, via Facchini/Carducci (autorizzato) – Hotel Arlecchino, via Del Prete (autorizzato) – Hotel Sirenella, via Pisacane (autorizzato) – Bocciodromo, via Quarto (autorizzato) – Depuratore/Cimitero (richiesta).

Gestore “Telecom”
– Ciminiera, via Da Verazzano (autorizzato 1 + riconfigurazione autorizzata) – Hotel Senior, via Del Prete (autorizzato 1 + richiesta riconfigurazione) – Caserma Carabinieri, via Cacciatore (autorizzato 1 + richiesta riconfigurazione) – Hotel Nettuno, via Rasi Spinelli (autorizzato 1 + richiesta riconfigurazione).

Gestore “Wind-Ericsson”
– Hotel Nettuno, via Rasi Spinelli (autorizzato) – Hotel Arlecchino, via Del Prete (autorizzato) –
Hotel Haway, via Venezia (autorizzato)

[b](Fonte: Ufficio Ambiente del Comune di Cattolica – 18-11-2002)[/b]




Famija Ariunesa, 700 soci per la memoria storica

[b]di Claudio Saponi[/b]

– Settecento soci aiutano a non perdere l’identità con la propria storia. Mentre una decina danno vita alla caterva di attività della Famija Arciunesa, l’associazione che ogni anno organizza una miriade di appuntamenti per divertire ed a specchiarsi nella storia del proprio pasato per comportarsi meglio.
L’ultimo “lavoro” eseguito è la pubblicazione di un libro: “Riccione, origini e sviluppi di un centro balneare”. Scritto nel ’34 da Giuseppe Borghi, è una pietra miliare per conoscere la storia della città.
Il dinamismo di Famija Arciunesa è lungo 12 mesi. Quest’anno ha organizzato 5 gite. Una, alla prima edizione (idea che verrà rinnovata anche nel 2003) è a sorpresa. Quest’anno si è andati a Cupramontana (Marche) dopo aver imboccato l’autostrada verso nord ed aver fatto l’inversione al casello di Rimini.
A febbraio una cena a base di vongole al ristorante “il Ranch”, con a fine serata una gara di dialetto che consisteva nel sapere il significato di parole oramai in disuso. Ricorda Giuseppe Lo Magro: “E’ stata una serata divertente, con un tifo da stadio”.
Intensa l’attività editoriale: 4 numeri l’anno del giornale (più un numero estivo, “Sotto l’ombrellone”, per i turisti), 6 numeri della testata sportiva. Ancora: la pubblicazione di due libri. Quello già detto ed un secondo per Natale: un dizionario dialetto-italiano.
Una delle anime è Giuseppe Lo Magro, il presidente. Non bisogna assolutamente farsi ingannare dal cognome, che rappresenta quella bella mescolanza di uomini. Il babbo è di origine siciliana, arrivato a Riccione dopo pochi mesi dalla nascita. La madre invece appartiene alla famiglia Angelini-Tirincanti: genealogia riccionese doc. E lui Giuseppe Lo Magro nacque 58 anni fa nell’appartmento sopra il negozio “Minerva” della zia Virginia, dove si vendeva di tutto. L’abitazione è in pieno viale Ceccarini, dove oggi c’è il negozio di Oscar.
Da 20 anni nell’associazione, da due presidente, Lo Magro è un vero e proprio fenomeno. Rappresenta quello che tutti noi vorremmo essere: bellezza mediterranea (cioè fisico nordico ma moro), intelligenza, un certo distacco e la battuta sempre pronta. Quando insegnava Tecnica, proponeva agli allievi teatro, fotografia, scacchi (costruzione, storia, gioco). Tra le sue infinite passioni, forse le maggiori sono tre: cucinare (il pesce naturalmente), scrivere poesie e commedie dialettali (una ventina) e partecipare alle gare di nuoto riservate alla sua età (ha vinto moltissimi titoli italiani).

[b]GLI UOMINI[/b]

Lo Magro presidente

Soci fondatori
Alver Colombari, Celestino Giorgio Piccioni, Enrico Baschetti, Sirio Saponi, Mario Raffaeli, Bruno Cecchini, Alberto Faetani, Adriano Ciavatta, Riccardo Angelini, Remo Rastelli, Giacomo Silvagni, Giancarlo Livi, Mario Faetani Renzo Manaresi, Emanuela Morri
Renzo Manaresi
Presidente onorario
Renzo Manaresi
Presidente
Giuseppe Lo Magro
Tesoriere
Antonio Batarra
Consiglieri
Giovanni Olivieri, Paolo Arcangeli, Giovanni
Morganti, Giuseppe Dimilta, Patrizia Mancinelli, Remo Rastelli, Vittorio Guidi, Teresio Spadoni, Francesco Savino, Rosita Nicoletti, Paolo Santovito.
Sindaci revisori
Franco Baratti, Giovanni Colangelo, Rodolfo Giuliodori




Caar, quando la politica è arroganza

[img align=left]http://www.lapiazzza.rn.it/piazza/dicembre/rimini1.jpg[/img]- A prima vista potrebbe sembrare una grana squisitamente amministrativa. E invece si tratta di un caso lampante per dimostrare la cifra della classe politica al potere in Italia, in questo momento. Stiamo parlando del Caar di Santa Giustina e della vicenda di quei commercianti che, all’ultimo momento, hanno intavolato un braccio di ferro con l’amministrazione comunale riminese, e che per ottenere condizioni migliori nel trasferimento, non si sono fatti scrupoli di occupare la loro precedente sede di lavoro, senza che nessuno degli organi competenti si prendesse la briga di dare manforte al Comune per lo sgombero. Anche perchè da Roma, in questo senso, sono arrivate pressioni ben precise.
I fatti. Nel ’98 l’allora sindaco di Rimini, Giuseppe Chicchi, elmetto da edile in testa, pone la prima pietra del Centro Agroalimentare (Caar), pensato col compito di trasferire dal vecchio mercato ortofrutticolo delle celle (Moi), le vendite all’ingrosso di tutti i generi alimentari, dall’ortofrutta al pesce, alla carne, ai fiori, con una serie di servizi all’avanguardia e con la Dogana.
I lavori procedono e quando la struttura è quasi finita, entrano nel vivo le trattative per coinvolgere i commercianti, una trentina, che devono trasferirsi dal Moi al Caar. Un percorso che si profila subito tutt’altro che facile. I commercianti, in un primo momento sostenuti da Confcommercio, denunciano l’inadeguatezza della struttura. Nonostante sia nuova di zecca, non sarebbe funzionale al loro lavoro. Le ribalte per il carico e scarico della merce non sarebbero dell’altezza giusta. Poi i box, troppo grandi, disposti su due piani e perciò poco funzionali. Quindi i costi del canone, superiori a quelli del Moi dove però, va detto, i commercianti occupavano parti di piazzale fuori dai loro box, che nessuno aveva mai chiesto loro di pagare, ma che erano comunali, e ancora le condizioni strutturali.
In un primo momento sono i vertici del Caar, il presidente Masimo Paganelli (targato Ds, ex Confesercenti) affiancato poi dal nuovo direttore, Massimo Busi, un’esperto del settore “scippato” a Bologna, a condurre la trattativa. Va ricordato che il Caar avrebbe potuto benissimo mettere a bando quei box, ma ha preferito riconoscere una prelazione a chi già lavorava nel settore al vecchio mercato delle Celle. Quando ci si avvicina però all’inaugurazione della struttura, il cui costo si sta avvicinando ai 70 miliardi di lire, anche il nuovo sindaco, Alberto Ravaioli, prende parte alla trattativa (il Caar, lo ricordiamo, pur essendo organizzato come una S.p.A., è di proprietà comunale).
Con la mediazione di due avvocati si arriva ad un primo punto di contatto e alla firma di un documento preliminare. Ma al momento della firma vera e propria dei contratti, 26 commercianti del Moi decidono di tirarsi indietro. Si apre il braccio di ferro, davvero senza esclusione di colpi. Il primo round si conclude con 5 dei 31 grossisti che decidono di andare al Caar. Il numero è minoritario, ma si tratta dei commercianti più grossi, che da soli rappresentano il 70% del mercato. Cui si aggiungono tutti i produttori, i venditori di fiori e gli erogatori di tutti i servizi, dalla banca al bar e così via. E quando il Comune e il Caar decidono di “tirare dritto”, rispetto ai 26 che invece continuano ad insistere per avere condizioni migliori, scatta la mossa politica.
Abbandonati da tutte le associazioni di categoria, che hanno capito che si sta andando al muro contro muro e che l’opposizione è strumentale, i 26 si rivolgono ad Unico, associazione di categoria di filiera dell’ortofrutta, con sede a Vignola. Sempre emiliano è poi Maurizio Balocchi, parlamentare leghista, sottosegretario con delega per i Vigili del fuoco, che quattro giorni prima dell’inaugurazione invia un’ispezione ministeriale a Santa Giustina. O meglio, telefona ad un esponente leghista di Rimini, lo investe telefonicamente di questo compito, dicendogli di scegliersi un tecnico della sicurezza di sua fiducia.
E’ venerdì sera, e, sempre per telefono, il sottosegretario, senza uno straccio di documento scritto, intima al comandante dei Vigili del fuoco di Rimini, Luigino Ercoli, di fare subito un sopralluogo sulla struttura per verificarne la rispondenza alle norme antincendio. Intanto, il giorno dopo, i 26 dissidenti occupano il Moi, impedendone la chiusura.
Si crea così una situazione paradossale: da una parte c’è il Caar, costato 70 miliardi, nuovo di zecca, sul quale il sottosegretario si accanisce mettendone in dubbio la sicurezza (va ricordato che è prassi normale che le strutture produttive aprano avendo in mano il certificato provvisorio antincendio, il nullaosta arriva mesi dopo in seguito alla verifica del comando dei pompieri), e dall’altra una struttura aperta abusivamente, vecchia di decenni, ancora con coperture di eternite, assolutamente inadeguata a normativa antincendio e 626, sulla quale nessuno dice nulla.
E quando la Polizia municipale, guidata dal comandante Domenico Gallo, cerca di liberarla, vola anche qualche spintone e si sfiora la rissa. Il sindaco fa un esposto al procuratore della Repubblica, Battaglino, chiedendo il sequestro urgente del Moi per occupazione abusiva di luogo pubblico. Il giorno dopo si convoca un vertice urgente in prefettura. Le richieste di aiuto del Comune vengono sistematicamente ignorate. Il procuratore della Repubblica non dà corso immediato alla denuncia: avrebbe sostenuto che ci sono tempi tecnici da rispettare. Rifondazione Comunista fa rilevare come sia curioso il fatto che il Moi sia stato abusivamente occupato per due settimane, mentre alcuni suoi esponenti che nella giornata della disobbedienza erano entrati per cinque minuti d’orologio in una scuola per fare volantinaggio, si sono subito beccati una denuncia per lo stesso reato.
C’è, forte, l’impressione, che le pressioni romane non siano passate indifferenti. Non è un mistero che il ministro alle Attività produttive, Gianni Alemanno, amico personale del presidente riminese di An, Gioenzo Renzi, che appoggia i “ribelli”, abbia chiamato di persona il prefetto, così come l’immancabile sottosegretario Balocchi. Ed è altresì forte l’impressione che, con questo nuovo governo, basti essere antipatici a Roma per finire nella lista nera. E’ come se qualcuno venisse a casa nostra dicendo, mi manda il sottosegretario, senza una carta in mano, e ci buttasse fuori. E chi di dovere non intervenisse dicendo, devo guardare meglio come stanno le cose.
Alla fine, dopo quattro giorni, i Vigili del fuoco non possono che rilasciare il nullaosta antincedio, mente il Comune, per limitare i danni, è costretto a riaprire la trattativa. Che dopo alti e bassi, e soprattutto dopo l’avvicendamento alla presidenza del Caar (per scadenza del mandato del Cda) di Massimo Paganelli con Ettore Bontempi (nuovo presidente, anch’egli di marca Ds) si arriva ad un secondo accordo. Dopo la revisione di alcune condizioni contrattuali i ribelli firmano il contratto, ottenendo altre due settimane per effettuare concretamente il trasferimento dal Moi al Caar.
Degno finale, il giorno prima della firma (per essere sicuri che non ci fossero “scherzi”?) esponenti leghisti hanno annunciato interpellanze parlamentari su presunte irregolarità del Caar, rispetto alle quali l’ex presidente Paganelli ha annunciato che si riserverà di valutare una querela. Ma se anche la facesse, potrebbe star sicuro che i tempi burocratici sarebbero anch’essi biblici, I veleni, invece, una volta sparsi, fanno effetto subito.

[b]GLI UOMINI[/b]

[b]Comanda Bontempi[/b]
Presidente: Ettore Bontempi Vicepresidente: Antonio Smurro
Consiglieri: Alvaro Ricci, Moreno Casali, Mario Ottaviani, Renato Ioli, Giulio Bucci, Claudio Coli, Luciano Liuzzi, Giancarlo Bonori, Ugo Ravanelli, Aurelio Casalboni