I teatri italiani sotto ipoteca, storia di un sistema iperprotettivo e clientelare

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culturarimini2di ALBERTO BIONDI

Il teatro è snob. O almeno, agli occhi del cittadino medio è diventato l’espressione più lampante dell’elitarismo culturale. Il santuario degli intellettuali e di chi finge di esserlo. In tutto questo c’è una distorsione pericolosa. Tra i macigni geometrici di Epidauro e il foyer della Scala non sono passati solo ventitré secoli, ma è l’idea stessa di teatro ad aver radicalmente cambiato maschera. Da luogo della comunità in cui esorcizzare il presente e costruire tessuto sociale a nicchia scintillante, accessibile a pochi, in cui vige una “carenza di democrazia” a nostra insaputa. Nello specifico, parliamo del sistema teatrale italiano. Quel che è emerso dal dibattito di ieri sera dal titolo “Et Voilà, liberiamo il teatro contemporaneo” voluto dal Comune di Rimini e Guaraldi Editore (nella foto, da sinistra: Davide Brullo, Roberto Naccari, Daniele Gualdi, Roberto Zaccaria, Giampiero Piscaglia, Simone Bruscia) è sostanzialmente questo: in Italia i problemi delle istituzioni politiche, degli organismi burocratici, tutta la ruggine del sistema legislativo e l’onnipresente clientelismo si ripercuotono anche sul settore della cultura. Tenendolo in ostaggio.

Il professor Roberto Zaccaria, ex Presidente Rai dal 1998 al 2002 e ordinario all’Università di Firenze, lo ha scritto nel suo recente libro Teatro. Il diritto & il rovescio (Guaraldi Editore, 126 pagg. 5,99 euro e-book) e lo ha ribadito in conferenza: “L’idea di questa pubblicazione è svelare i dietro le quinte della gestione degli spazi teatrali, in cui i cittadini e i loro rappresentanti politici non hanno margine decisionale ed ogni scelta ricade su funzionari del Ministero, capeggiati nello specifico da Salvatore Nastasi. Negli altri paesi è il parlamento che stabilisce le politiche culturali, da noi accade tutto a porte chiuse e senza una pianificazione a lungo termine”.

Allacciandosi al saggio di Zaccaria, il Presidente di Emilia Romagna Teatro Fondazione Daniele Gualdi ha toccato il nocciolo della questione che, come sempre, sono i finanziamenti: “È vero che il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) è stato ridotto in questi anni e che ora ammonta alla stessa cifra che destina, in paragone, la Comunità Autonoma di Madrid, ma restano pur sempre 62 milioni di euro. Il punto è che vige una totale discrezionalità su chi meriti i soldi. Le decisioni che prima spettavano alle province e alle regioni stanno slittando verso un modello centralizzato e l’attuale decreto normativo in via d’approvazione non modifica la struttura del sistema. Il FUS premierà i Teatri Nazionali con una fetta del 20-25%, mentre per tutte le altre categorie si prevede una riduzione. Perciò si pone un altro problema: quali saranno i Teatri Nazionali?”. Di certo Roma e Milano, ma perché Napoli anziché Palermo? Firenze invece di Torino? Mancando di grandi metropoli, la sfida coinvolgerebbe i capoluoghi e i criteri di selezione sarebbero, ancora una volta, politici. “Per l’organizzazione tripolare che abbiamo (Modena, Bologna, Cesena) e per i vincoli sulle produzioni a cui andremmo incontro, – continua Gualdi – diventare Teatro Nazionale non ci converrebbe. Guadagneremmo un finanziamento di 200 mila euro a fronte di una perdita di 1 milione, e in tutto questo si avverte pesante l’assenza di un dibattito sul tema”.

Giampiero Piscaglia, Direttore Istituzione Musica Teatro Eventi del Comune di Rimini, ha ripreso l’argomento dei Teatri Nazionali definendola un’operazione ideologica: “Si cerca di copiare modelli europei che appartengono a sistemi completamente diversi dal nostro. Il vero cancro dei teatri in Italia sono gli scambi, cioè si vendono spettacoli prima ancora di produrli. Questo fa sì che si chiuda un occhio sulla qualità perché tanto l’acquisto è già avvenuto. Il nostro modello di finanziamento iperprotettivo ha generato in cinquant’anni un sottobosco di discrezionalità totale, con un management chiuso, mentre agli antipodi c’è il sistema anglosassone che per ogni penny di finanziamento pubblico deve raccogliere un penny sul mercato. Sarà ultraliberista, ma per lo meno si investe sul generare domanda anziché gonfiare l’offerta, cosa che qui non avviene”.

Roberto Naccari invece, Presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri, ha puntato il dito contro il nuovo decreto: “Mescola cose buone, come fissare a due mandati le direzioni artistiche e amministrative, e altre che non scalfiscono l’impianto generale, come ad esempio non riformare la gestione dei finanziamenti e il fatto stesso che Anastasi abbia già deciso quali saranno i Teatri Nazionali prima ancora di emanare il decreto. Chi ne uscirà vessato saranno ancora una volta le compagnie”.

Uno scenario catastrofico? Forse, ma le cose da fare ci sarebbero. Per non abbandonarsi a facili fatalismi si potrebbero detassare le donazioni ai teatri (che il decreto, così com’è, non prevede) e stimolare un dibattito politico e culturale. ERT, secondo quanto dice Gualdi, farà presente a tutte le forze politiche questa situazione nella nostra regione. Resta da chiederci se il tema acquisterà il peso che merita anche su scala nazionale.

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