Emergenza casa, nasce a Rimini il progetto Housing First

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di BERNADETTA RANIERI

Il Comune di Rimini è stato di recente promotore di un seminario di approfondimento sull’Housing first, letteralmente “tutti a casa”. Si tratta di un progetto messo in campo dall’Amministrazione comunale per l’inserimento abitativo delle persone che vivono in condizioni di marginalità.

Tra i relatori il vicesindaco Gloria Lisi e il direttore dei servizi educativi e di protezione sociale del Comune di Rimini Fabio Mazzotti, la responsabile del Servizio delle politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale della Regione Emilia Romagna Monica Raciti e la responsabile dell’Ufficio housingfirsriminiadulti vulnerabili e inclusione sociale del Comune di Bologna Monica Brandoli. E ancora, il segretario generale della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora Marco Iazzolino e il presidente dell’associazione “Amici di Piazza Grande Onlus”, Alessandro Tortelli.

Al centro dell’incontro due i temi strettamente connessi tra di loro: l’attuale situazione di disagio abitativo dei senza tetto e l’abitare inteso come area di welfare. Sì, perché l’abitare ha un ruolo fondamentale nel raggiungimento del benessere individuale e familiare e rappresenta uno dei pilastri su cui poggia la qualità della vita nelle società contemporanee. L’abitare ha in sé una dimensione processuale e dinamica, è un sistema di azioni e relazioni strutturate intorno all’abitazione. Pertanto, la casa è l’ambito nel quale trova risposta un’ampia gamma di bisogni primari di tipo sociale, economico e simbolico.

Sulla scia di queste considerazioni di stampo sociologico, l’amministrazione riminese ha cercato di mettere in campo una strategia nuova per liberare le persone senza dimora dal circuito dell’emarginazione, dell’assistenza e della segregazione sostenendo e applicando il progetto Housing first, che nasce a New York negli anni 90 ed è già attivo in molti paesi italiani ed europei.

Ma in cosa consiste questo progetto? L’abbiamo chiesto ad Alessandro Tortelli, presidente dell’associazione ” Amici di Piazza Grande Onlus” di Bologna. ” Vivere in una casa non è un fatto scontato per chi ha passato periodi in strada. Può essere un cambiamento non privo di ripercussioni psicologiche. Può sembrare assurdo, ma non tutti i senza tetto vorrebbero vivere in un appartamento, perché questo richiede regole e responsabilizzazione. Per coloro che vivono da molto in strada è più complicata la convivenza, perché stili di vita e abitudini quotidiane sono ormai stabilite. Chi invece è da poco senza casa è più facile da inserire, anche se spesso convive con una rabbia più intensa, perché l’avvenimento che l’ha colpito è più recente”.

Il presidente Tortelli ci tiene a sottolineare che “quando la persona entra nell’appartamento deve assumere solo gli obblighi che generalmente assume un inquilino (pagare l’affitto generalmente attraverso le diverse forme di reddito minimo di inserimento ,rispettare gli orari di riposo, non danneggiare l’appartamento. La persona non è invece obbligata a seguire alcun percorso terapeutico, se non un incontro settimanale con l’operatore di riferimento e può scegliere liberamente come farsi aiutare”.

Dal canto suo, il vicesindaco Lisi ha detto: “Ci siamo convinti della validità del progetto Housing first dopo aver partecipato ad un convegno a Dublino in cui abbiamo potuto scoprire le esperienze di altre città anche a vocazione turistica come la nostra. Il progetto dell’Housing first si allinea con il nostro modo di intendere il welfare: non più assistenziale, ma delle capacità, che mette al centro la persona, la valorizza e ne fa un soggetto attivo. Mettiamo a disposizione gli strumenti per poter abbandonare la condizione di marginalità. Con il progetto dell’Housing first si responsabilizza chi abita in strada da tanto tempo e in situazioni psichiche precarie, dandole le chiavi di un alloggio e reinserendola nel tessuto sociale”.

Dunque, l’esperienza dell’housing First in diversi paesi europei prova che, a partire dalla casa, il rientro nella società per molti homeless è possibile, è veloce ed è meno costoso degli interventi socio-sanitari che si rendono necessari quando la condizione di senza dimora diventa cronica.

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