Polenta e fagioli sotto le bombe

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– “Allo scoppio della guerra, mio fratello e mio cognato (mia sorella si era appena sposata) vennero chiamati alle armi. Tra le persone c’era un po’ di euforia, perché si pensava che tutto si sarebbe concluso nel giro di sei-sette mesi. Poi, di sconfitta in sconfitta, con il moltiplicarsi di nuovi fronti di guerra, capimmo che le cose sarebbero andate diversamente.
Qui a casa, già nel quarantuno-quarantadue, ricordo soprattutto che era arrivata la fame. Una gran fame. Tutto si prendeva con la tessera, tutto era razionato: farina, sale, pane, lardo, burro, strutto, olio, pasta, legumi. Ed era dura per i miei genitori, con me poco più che bambino, mia sorella e suo figlio piccolo.
Io, personalmente, non mi vergogno di dire che andavo alla colonia Murri, requisita come caserma dai militari, dalla parte delle cucine (sul lato della spiaggia, quando ancora il lungomare era solo tra il porto e piazza Tripoli), a vedere se c’era qualcosa che era avanzato del loro rancio per riempire il tegame che mi ero portato dietro.
Alla colonia De Orchi (detta anche Comasca, ndr) arrivavano invece i militari in convalescenza dall’Albania e dal fronte russo, in gran parte congelati. Senza orecchie, senza naso, senza arti. Lì davanti c’era una piccola fornace che, giorno e notte, bruciava quello che, nero e spento dal freddo, era andato in cancrena. Non si poteva far altro che amputarlo. E noi ragazzini, anche mossi dai nostri genitori, nelle belle giornate in cui i degenti venivano portati fuori al sole, andavamo ad aiutarli, se uno voleva accendersi una sigaretta, se uno doveva grattarsi, se voleva bere. Andavamo a fare quel che si poteva, per rimediare qualche soldo o da mangiare.
C’era la percezione, senza dubbio, che le cose in guerra stessero andando male. Sì, era un sentito dire, perché le notizie erano poche e quel che ci veniva detto per radio era manipolato. Stavamo diventando tutti scettici, perché la vita quotidiana era sempre più un disastro. E così si iniziò anche ad ascoltare Radio Londra, la sera, verso le dieci. Zitti e al buio, per non farsi scoprire. Ed era difficile anche captare il segnale.
Poi, il giorno dell’armistizio, l’otto settembre del quarantatre, cambiò tutto. I militari italiani che stavano in convalescenza alle colonie scapparono tutti, mettendosi alla ricerca di abiti civili per non essere catturati dai tedeschi. Era ancora caldo, così gli si dava quel che si poteva: un paio di pantaloni, una camicia. Lo fecero anche i miei genitori, ma non più di quel poco che avevamo in casa.
Da quel giorno non sapemmo più nulla di mio fratello e mio cognato. Solo dopo la guerra scoprimmo che il primo, militare in Albania, era stato bloccato alla frontiera istriana e deportato in Germania, mentre il secondo, in Africa, era stato preso prigioniero dagli inglesi.
Ed i tedeschi arrivarono anche a Rimini. Erano le truppe, dirette verso sud. Ed iniziò pure l’oscuramento: d’inverno dopo le sei e d’estate dopo le otto. Tutto spento e non si doveva più circolare. Le città erano buie e silenziose. In giro c’erano solo i tedeschi e anche qualche repubblichino.
Inizialmente non ci furono problemi. Non erano cattivi i tedeschi, quelli dell’esercito. Ricordo che molti italiani andavano a lavorare per loro. Gli mettevano sul braccio una fascia bianca con la scritta “Todt” in nero e li portavano a costruire i fortini militari.
Di questi fortini, ne ricordo uno enorme, sull’angolo di via Pascoli. Era un immenso cubo tutto di cemento armato, con i muri molto spessi, le feritoie e le scale a zig-zag (per evitare che entrassero le schegge delle bombe). Dopo il fronte, ci volle moltissimo per demolirlo.
Gli altri che ricordo erano proprio sul mare, tra le dune di sabbia che allora arrivavano alle case: uno tra via Pascoli e via Lagomaggio, un altro verso Bellariva (dove ora c’è l’hotel de Soleil). E sulla spiaggia non si poteva andare, neanche più l’acqua salata si poteva andare a prendere (mentre prima la raccoglievamo con i secchi per farci, bollendola, il sale).
Quindi, il primo novembre del quarantatre, a mezzogiorno preciso, sentimmo gli aerei arrivare dal mare. Non ci facemmo caso fin da subito, perché gli aerei passavano già da prima per andare a bombardare in Toscana. Era come il rumore, lungo e monotono, di uno stormo di calabroni. Invece quella volta bombardarono da noi, proprio su Rimini. A Piazzale Kennedy, Villa Rosa, via Trieste e sulla stazione, come su una linea retta dal mare fino al centro.
Al bombardamento successivo, quello del 26 novembre, sempre verso il mezzogiorno di una giornata plumbea e senza sole, suonò l’allarme. Mia madre aveva fatto la polenta coi fagioli e l’aveva lasciata sul tagliere a stendere, per poi mangiarla a fette. E ciascuno ne prese una con sé per poi sparpagliarsi in cerca di un rifugio. Mio padre non voleva che ce ne andassimo tutti assieme, pensava che fosse più prudente per la famiglia restare divisi piuttosto che correre il rischio che una bomba ci colpisse mentre eravamo nello stesso posto. Allora io scappai verso via Rimembranze e, mezzo chilometro dopo il passaggio a livello (più o meno dove ora c’è un garage), iniziai a sentire sopra di me il rombo di un aereo, dunque mi buttai nel fosso di scolo della strada (di quelli che oggi, con l’asfalto, non ce ne sono più). Ricordo che, oltre questo fosso molto grande, c’era un bosco di “cerasole” (di biancospino) tutto spoglio. E intorno a me iniziarono ad accalcarsi sempre più persone, tutti accovacciati, l’uno fianco all’altro. Accanto avevo un signore che conoscevo, un certo Guerrino.
In cielo, da dietro questo bosco, da sud stavolta, vedevamo arrivare le fortezze volanti, una ventina di quadrimotori, che volavano molto basse. Questi ottanta motori assieme facevano vibrare tutta l’aria e anche le nostre pance vuote. Sul muso distinguevamo la sagoma in plexiglass e intuivamo la figura del mitragliere dietro, di un altro sopra e poi un altro ancora più dietro. E potevamo vedere benissimo quando i portelloni si aprivano e le bombe venivano sganciate, perdendo la spoletta posteriore a forma di elica che faceva da innesco. Le bombe planavano nell’aria, risuonando con un fischio tremendo, sempre più forte. Il pericolo era quando venivano sganciate prima che fossero su di noi, mentre se invece lo avessero fatto proprio quando ci erano sopra, allora saremmo stati già fuori tiro e sarebbero planate e cadute più avanti.
Ricordo che Guerrino continuava a chiedermi dove fossero e io, ad un tratto, gli urlai, “Guerrino, sganciano! Sganciano! Stavolta ci siamo!”, perché le bombe si dirigevano verso di noi. E difatti quella volta colpirono Via Praga, via Lagomaggio, le officine, la stazione, la ferrovia. E Guerrino, quando si rialzò dal fosso, aveva lasciato il buco della propria testa nella terra da quanto ci si era incassato per la paura.
Noi ce la cavammo, ma bombe di quel tipo facevano crateri così grandi che ci stavano tre automobili di oggi, in larghezza e in altezza. E anche se non si era stati colpiti, poi si accorreva dove si vedeva alzare il fumo. Così, ad esempio, io corsi subito in via Pascoli, dove avevo dei parenti, e per fortuna la loro casa era ancora in piedi.
Poi, alla fine, noi della famiglia, ci radunavamo a casa. A fare la conta tra noi, a scoprire se eravamo rimasti tutti vivi.

“…le fortezze volanti, una ventina di quadrimotori, che volavano molto basse. Questi ottanta motori assieme facevano vibrare tutta l’aria e anche le nostre pance vuote. Sul muso distinguevamo la sagoma in plexiglass e intuivamo la figura del mitragliere dietro, di un altro sopra e poi un altro ancora più dietro. E potevamo vedere benissimo quando i portelloni si aprivano e le bombe venivano sganciate”

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