Ds, Gambini col cerino in mano

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- Fregato dalla sicurezza, dall’intelligenza e dai troppi nemici dentro i Ds. Alla fine lo ha mollato, sempre che lo avesse mai appoggiato, anche Nando Fabbri, l’accorto per non dire furbissimo presidente della Provincia di Rimini, un uomo che sa capire un attimo prima della fine il vento del vincitore e ritrovarsi sul carro giusto. E Fabbri come ha capito che Gambini era rimasto col vento in faccia in un improbabile sprint, tra l’altro lunghissimo, lo ha mollato, con una amichevole: “Caro Sergio, sbagli”.
Gambini è stato uno degli uomini forti ed intelligenti del Pci prima e dei Ds poi. Al partito, naturalmente deve tutto: onori, glorie ed una disinvolta ed invidiata mondanità.
E’ quasi regola che i parlamentari di periferia non possano ambire a più di due legislature, nelle migliori delle lune. Così, l’ascesa di Gambini era finita. Per lui, si diceva, se il centrosinistra dovesse vincere ci sarebbe una seggiola da vice-ministro a Roma, dove ha imparato ed ha allacciato amicizie importanti. E dicono che abbia anche ben lavorato. Con tutte queste frecce nella sua faretra, Gambini pensava di giocare una partita alla Cacciari (sindaco a Venezia contro il centrosinistra ufficiale), oppure far pesare il ruolo per un bel posto al sole del potere. Ma Gambini non è Cacciari e non aveva con sé parte della struttura del partito: i portatori d’acqua in grado di far muovere le pale del mulino.
Dunque Gambini ha iniziato a tessere ma scegliendo le sedi sbagliate: conferenze, tavole, rotonde, stampa. L’accusa: il suo partito ha governato male Rimini, riducendo al città ad una colata di cemento e di affari connessi. Una riflessione attenta, ma che andava fatta dentro il partito, con discussioni, dibattiti.
Il suo dissenso è iniziato un anno e mezzo fa alle elezioni per il Parlamento europeo: Gambini appoggia la Margherita. Poi nel 2005 fonda un’associazione ardita. Dove dentro ci mette di tutto. In molti accettano per curiosità e non per il fascino gambiniano.
E l’elettorato, il cittadino, della sinistra, che cosa deve pensare di questo partito che non ha più la forza per tenere la discussione nei binari deputati, ma che ogni feudatario si sente autorizzato ad alzarsi ed a dire la propria?
Nelle democrazie mature la discussione e la selezione della classe dirigente deve avvenire dentro il partito. Dovrebbe esserlo in modo franco, aperto, dove dovrebbero prevalere i migliori. Spesso, purtroppo, non è così, ma è il male minore. Non ci sono alternative. Oppure Gambini doveva avere il coraggio di creare una vera alternativa, a costo di rompere col suo partito, coinvolgendo gli scontenti di Rimini. Ma partendo dal basso, dai cittadini. Per il momento è rimasto in mezzo al guado, sparando sui vertici del partito, ma tenendosi sempre ancorato alla sua struttura.
Le domande sulla campagna autunnale di Sergio Gambini erano molte. Si presenterà con una lista propria a sindaco del Comune di Rimini? Il suo intento è far fuori Maurizio Melucci, il vice-sindaco diessino di Rimini? Che pur 10 anni fa si battè per portarlo in Parlamento al posto di Ennio Grassi.
Ma Nando Fabbri nelle fredde giornate di gennaio lo ha freddato. In Lombardia si dice: “Non prendere troppa dimestichezza col mestiere”.

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