Quegli incredibili ascolani

– “Bussavamo con i piedi: dall’entroterra Ascolano alla Romagna. Appunti e immagini di una migrazione”. E’ il bel titolo del libro che racconta l’arrivo, l’insediamento e i luoghi di origine degli ascolani della provincia di Rimini. Trovarono il loro caposaldo attorno alla pieve di San Salvatore. Al suono dell’organetto, canti e balli della tradizione popolare del Piceno con la Compagnia del Saltarello Ascolano, il volume è stato presentato al Palazzo del Turismo di Bellaria Igea Marina lo scorso novembre. Presenti: Gianni Scenna, sindaco di Bellaria Igea Marina, Pietroneno Capitani (l’autore), Olimpia Gobbi, assessore alla Cultura e Beni Culturali della Provincia di Ascoli Piceno, Ferdinando Fabbri, presidente della Provincia di Rimini, moderatore Alessandro Agnoletti, direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della provincia di Rimini.
Il progetto che coinvolge Pietroneno Capitani come editore e il suo doppio Piétrë dë Vëjëlì come autore, è documentare l’immigrazione dei contadini ascolani.
Le testimonianze raccolte, i documenti e, soprattutto, le immagini d’epoca restituiscono il paesaggio umano ed economico di una categoria, quella mezzadrile del territorio ascolano, specchio di un’Italia rurale non troppo lontana da noi, al suo passaggio verso nuove forme sociali.
Capitani: “Da diversi anni ormai avevo in mente di raccogliere le idee per cercare di capire i motivi per cui una parte rilevante di famiglie di una zona delle Marche decidono di prendere le loro cose (poche per la verità) e arrivano in Romagna”.
In pochi decenni, quegli ascolani sono riusciti a ben inserirsi nel tessuto sociale che li ha accolti, andando a ricoprire ruoli di classe dirigente, come lo stesso Capitani, o Luigi Vallorani, per portare un altro esempio.




Corriere, Tamburini nuovo direttore

– “Cavolo! Bella! Facciamola raccontare!”. In questa telefonata c’è il pensiero di Stefano Tamburini, nuovo direttore del Corriere Romagna. Quotidiano oggetto di un’autentica rivoluzione: nuovo editore (Gruppo Espresso-Repubblica), nuovo direttore, ma stessi ragazzi in redazione. E ancora: una nuova grafica. La “svolta” c’è stata lo scorso ottobre. Il timone di comando è passato da Patrizia Lanzetti (rimasta come vicedirettore) a Tamburini, toscano di Piombino. Quarantacinque anni, sposato, due figli, è diventato giornalista per puro caso. Stava studiando biologia, giovane marciatore tra i primi 10 in Italia, si infortuna, un amico nel giro dei giornali lo convince a seguire lo sport per la sua società sportiva. Ricorda: “In quei sei mesi scopro il lato piacevole della professione. Poi abbastanza presto giunge il primo contratto; alla fine l’ingranaggio era partito. Ho capito la bellezza di raccontare agli altri le cose che non possono vedere, o spiegare meglio le cose viste”.
Come si trova a Rimini?
“Bene. Vengo da una città di mare e dove c’è il mare si sta sempre meglio di dove non c’è. Ho trovato una mentalità molto aperta, dove si fa del turismo c’è della predisposizione verso chi non è nato nello stesso posto. Non sono mai venuto in vacanza qui perché sono di Piombino. Dunque, Rimini e le altre località di mare sono fuori dai pensieri estivi”.
Chi è il giornalista?
“Un testimone e non un protagonista; potrebbe sembrare una frase fatta ma è un proposito che in tanti dimenticano. Non dare ai lettori un fatto preconfezionato, separando le opinioni dal racconto”.
Quali sono i suoi hobby?
“In questa fase lavoro dalla mattina alla sera, senza riposo. Nel tempo libero torno e casa e mi isolo dal resto. Sono un amante della buona tavola, del mare e dell’Inter, una passione che tempra il carattere, grazie al fatto che si vince poco”.
Nella sua vita, chi sono i giornalisti che hanno contato di più?
“Tantissimi. Nella maggior parte dei casi ci ho lavorato insieme e sono sconosciuti al grande pubblico. Ho trovato colleghi che mi hanno insegnato cose che non sapevano fare: in un giornale il mestiere va rubato. Ho avuto la fortuna quando i giornali si facevano con mezzi molto artigianali; quindi la corsa a trovare nel pentolone delle notizie un elemento in più: una foto, un aneddoto. Se devo fare un nome conosciuto, mi piace dire Gian Antonio Stella. Ogni volta che scopre una notizia, la racconta con la capacità di non farsi né amici, né nemici e attacca sempre qualcuno”.
Come definirebbe il suo carattere?
“Un coriaceo: né cerbero, né vecchia zia. Non mollo l’osso fino a quando ho una possibilità minima. Con i colleghi cerco di non far differenze: senza figli e senza figliastri. Quello che chiedo non è una mia fissazione, ma raccontare quello che i lettori cercano il giorno dopo. Poi non bisogna accontentarsi di essere critici con se stessi; ogni giorno trovo degli errori nel mio giornale. La formazione non si chiude oggi: al tempo stesso si lavora e studia. Le due cose si integrano in ogni giornale”.
Difetti?
“Tantissimi. Quello che reputo pregi, per chi sta dall’altra parte sono difetti. Tale atteggiamento verso il lavoro è sempre stato lo stesso. In qualche occasione, sono un pizzico permaloso”.
Pregi e difetti di questa provincia?
“Ospitale, mentalità aperta, la capacità di capire prima di altri dove va il turismo. Credo che di difetti ce ne siano, solo che non ho avuto il tempo di individuarli. Non esiste una terra dove va tutto bene e c’è sempre il bisogno di capire cosa non va. Vedo una certa insofferenza verso chi sta peggio, tipo i venditori ambulanti. Costoro tendono a vendere loro qualcosa e magari gli hanno affittato l’uso dell’appartamento in nero al doppio del mercato. Atteggiamento non solo di questa terra”.




Polenta e fagioli sotto le bombe

– “Allo scoppio della guerra, mio fratello e mio cognato (mia sorella si era appena sposata) vennero chiamati alle armi. Tra le persone c’era un po’ di euforia, perché si pensava che tutto si sarebbe concluso nel giro di sei-sette mesi. Poi, di sconfitta in sconfitta, con il moltiplicarsi di nuovi fronti di guerra, capimmo che le cose sarebbero andate diversamente.
Qui a casa, già nel quarantuno-quarantadue, ricordo soprattutto che era arrivata la fame. Una gran fame. Tutto si prendeva con la tessera, tutto era razionato: farina, sale, pane, lardo, burro, strutto, olio, pasta, legumi. Ed era dura per i miei genitori, con me poco più che bambino, mia sorella e suo figlio piccolo.
Io, personalmente, non mi vergogno di dire che andavo alla colonia Murri, requisita come caserma dai militari, dalla parte delle cucine (sul lato della spiaggia, quando ancora il lungomare era solo tra il porto e piazza Tripoli), a vedere se c’era qualcosa che era avanzato del loro rancio per riempire il tegame che mi ero portato dietro.
Alla colonia De Orchi (detta anche Comasca, ndr) arrivavano invece i militari in convalescenza dall’Albania e dal fronte russo, in gran parte congelati. Senza orecchie, senza naso, senza arti. Lì davanti c’era una piccola fornace che, giorno e notte, bruciava quello che, nero e spento dal freddo, era andato in cancrena. Non si poteva far altro che amputarlo. E noi ragazzini, anche mossi dai nostri genitori, nelle belle giornate in cui i degenti venivano portati fuori al sole, andavamo ad aiutarli, se uno voleva accendersi una sigaretta, se uno doveva grattarsi, se voleva bere. Andavamo a fare quel che si poteva, per rimediare qualche soldo o da mangiare.
C’era la percezione, senza dubbio, che le cose in guerra stessero andando male. Sì, era un sentito dire, perché le notizie erano poche e quel che ci veniva detto per radio era manipolato. Stavamo diventando tutti scettici, perché la vita quotidiana era sempre più un disastro. E così si iniziò anche ad ascoltare Radio Londra, la sera, verso le dieci. Zitti e al buio, per non farsi scoprire. Ed era difficile anche captare il segnale.
Poi, il giorno dell’armistizio, l’otto settembre del quarantatre, cambiò tutto. I militari italiani che stavano in convalescenza alle colonie scapparono tutti, mettendosi alla ricerca di abiti civili per non essere catturati dai tedeschi. Era ancora caldo, così gli si dava quel che si poteva: un paio di pantaloni, una camicia. Lo fecero anche i miei genitori, ma non più di quel poco che avevamo in casa.
Da quel giorno non sapemmo più nulla di mio fratello e mio cognato. Solo dopo la guerra scoprimmo che il primo, militare in Albania, era stato bloccato alla frontiera istriana e deportato in Germania, mentre il secondo, in Africa, era stato preso prigioniero dagli inglesi.
Ed i tedeschi arrivarono anche a Rimini. Erano le truppe, dirette verso sud. Ed iniziò pure l’oscuramento: d’inverno dopo le sei e d’estate dopo le otto. Tutto spento e non si doveva più circolare. Le città erano buie e silenziose. In giro c’erano solo i tedeschi e anche qualche repubblichino.
Inizialmente non ci furono problemi. Non erano cattivi i tedeschi, quelli dell’esercito. Ricordo che molti italiani andavano a lavorare per loro. Gli mettevano sul braccio una fascia bianca con la scritta “Todt” in nero e li portavano a costruire i fortini militari.
Di questi fortini, ne ricordo uno enorme, sull’angolo di via Pascoli. Era un immenso cubo tutto di cemento armato, con i muri molto spessi, le feritoie e le scale a zig-zag (per evitare che entrassero le schegge delle bombe). Dopo il fronte, ci volle moltissimo per demolirlo.
Gli altri che ricordo erano proprio sul mare, tra le dune di sabbia che allora arrivavano alle case: uno tra via Pascoli e via Lagomaggio, un altro verso Bellariva (dove ora c’è l’hotel de Soleil). E sulla spiaggia non si poteva andare, neanche più l’acqua salata si poteva andare a prendere (mentre prima la raccoglievamo con i secchi per farci, bollendola, il sale).
Quindi, il primo novembre del quarantatre, a mezzogiorno preciso, sentimmo gli aerei arrivare dal mare. Non ci facemmo caso fin da subito, perché gli aerei passavano già da prima per andare a bombardare in Toscana. Era come il rumore, lungo e monotono, di uno stormo di calabroni. Invece quella volta bombardarono da noi, proprio su Rimini. A Piazzale Kennedy, Villa Rosa, via Trieste e sulla stazione, come su una linea retta dal mare fino al centro.
Al bombardamento successivo, quello del 26 novembre, sempre verso il mezzogiorno di una giornata plumbea e senza sole, suonò l’allarme. Mia madre aveva fatto la polenta coi fagioli e l’aveva lasciata sul tagliere a stendere, per poi mangiarla a fette. E ciascuno ne prese una con sé per poi sparpagliarsi in cerca di un rifugio. Mio padre non voleva che ce ne andassimo tutti assieme, pensava che fosse più prudente per la famiglia restare divisi piuttosto che correre il rischio che una bomba ci colpisse mentre eravamo nello stesso posto. Allora io scappai verso via Rimembranze e, mezzo chilometro dopo il passaggio a livello (più o meno dove ora c’è un garage), iniziai a sentire sopra di me il rombo di un aereo, dunque mi buttai nel fosso di scolo della strada (di quelli che oggi, con l’asfalto, non ce ne sono più). Ricordo che, oltre questo fosso molto grande, c’era un bosco di “cerasole” (di biancospino) tutto spoglio. E intorno a me iniziarono ad accalcarsi sempre più persone, tutti accovacciati, l’uno fianco all’altro. Accanto avevo un signore che conoscevo, un certo Guerrino.
In cielo, da dietro questo bosco, da sud stavolta, vedevamo arrivare le fortezze volanti, una ventina di quadrimotori, che volavano molto basse. Questi ottanta motori assieme facevano vibrare tutta l’aria e anche le nostre pance vuote. Sul muso distinguevamo la sagoma in plexiglass e intuivamo la figura del mitragliere dietro, di un altro sopra e poi un altro ancora più dietro. E potevamo vedere benissimo quando i portelloni si aprivano e le bombe venivano sganciate, perdendo la spoletta posteriore a forma di elica che faceva da innesco. Le bombe planavano nell’aria, risuonando con un fischio tremendo, sempre più forte. Il pericolo era quando venivano sganciate prima che fossero su di noi, mentre se invece lo avessero fatto proprio quando ci erano sopra, allora saremmo stati già fuori tiro e sarebbero planate e cadute più avanti.
Ricordo che Guerrino continuava a chiedermi dove fossero e io, ad un tratto, gli urlai, “Guerrino, sganciano! Sganciano! Stavolta ci siamo!”, perché le bombe si dirigevano verso di noi. E difatti quella volta colpirono Via Praga, via Lagomaggio, le officine, la stazione, la ferrovia. E Guerrino, quando si rialzò dal fosso, aveva lasciato il buco della propria testa nella terra da quanto ci si era incassato per la paura.
Noi ce la cavammo, ma bombe di quel tipo facevano crateri così grandi che ci stavano tre automobili di oggi, in larghezza e in altezza. E anche se non si era stati colpiti, poi si accorreva dove si vedeva alzare il fumo. Così, ad esempio, io corsi subito in via Pascoli, dove avevo dei parenti, e per fortuna la loro casa era ancora in piedi.
Poi, alla fine, noi della famiglia, ci radunavamo a casa. A fare la conta tra noi, a scoprire se eravamo rimasti tutti vivi.

“…le fortezze volanti, una ventina di quadrimotori, che volavano molto basse. Questi ottanta motori assieme facevano vibrare tutta l’aria e anche le nostre pance vuote. Sul muso distinguevamo la sagoma in plexiglass e intuivamo la figura del mitragliere dietro, di un altro sopra e poi un altro ancora più dietro. E potevamo vedere benissimo quando i portelloni si aprivano e le bombe venivano sganciate”




La Città Invisibile, progetto della memoria

Questo racconto, come gli altri che mensilmente appariranno su queste pagine, può essere ascoltato direttamente dalla voce del suo narratore, andando sul blog www.dallacittainvisibile.it.
Il blog è parte di un progetto più articolato, fondato su due anni di interviste, che ha prodotto anche l’omonimo spettacolo teatrale, a cui in due repliche hanno assistito più di 700 persone e che verrà replicato per le scuole della provincia di Rimini il prossimo 21 aprile al Teatro del Mare di Riccione.
Maggiori informazioni sulla rappresentazione teatrale sono disponibili sul sito del progetto: www.lacittainvisibile.it.
Il progetto è stato avviato con il contributo del Comune di Riccione e in collaborazione con l’Istituto di Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della provincia di Rimini e con l’Associazione Riccione Teatro. Di recente il progetto ha anche ricevuto il patrocinio da parte dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna.
Hanno scelto di sostenere economicamente il progetto anche Geat, Arci Rimini, Iabadabadu Piacere di comunicare.
Il prossimo 25 aprile verrà presentato il libro che includerà ogni racconto e le immagini con le quali ogni testimone ha scelto di raccontarsi. Come già è accaduto per 50 persone e famiglie, ciascuno può aiutare l’omonima associazione senza scopo di lucro e dunque la realizzazione del progetto, acquistando in anticipo il libro e venendo poi pubblicati al suo interno tra i ringraziamenti, versando con un bollettino 15 euro a copia sul conto postale num. 69098416 intestato a La Città Invisibile (Viale De Amicis, 43 – 47838 Riccione).
Qualunque persona, ente, associazione, impresa o banca sia interessata a sostenere il progetto con un proprio contributo può, in ogni caso, contattare direttamente l’autore, Fabio Glauco Galli, al numero 0541/644232 per ricevere ulteriori informazioni e chiarimenti.




Belvedere, nasce Comitato di quartiere

– Una pista ciclabile al primo posto. Al secondo, uno spazio dove i cittadini possano riunirsi. Sul terzo gradino un luogo dove si possano festeggiare i compleanni dei bambini. Poi, capire se il parco sotto i piloni dell’altatensione è sicuro per quanto riguarda l’inquinamento da campo elettromagnetico.
Tanti e piccoli sono i desiderata del neonato comitato cittadino di Belvedere. Per la prima volta si è riunito lo scorso 3 novembre e questi sono gli argomenti che i rappresentanti dei cittadini sottoporranno agli amministratori comunali. Riunione a casa di un privato, erano presenti più di 20 persone, a stragrande maggioranza donne. Tra loro anche Ivana Tacchi, misanese nata a Misano Mare (una rarità), Monica Gambuti, di Scacciano e Mirta Malpassi. Argomentano le tre signore: “Vogliamo sottolineare il fatto che il Comitato non vuole entrare in polemica con chi guida il Comune, ma vogliamo essere un mezzo di comunicazione tra il quartiere ed i pubblici amministratori. Teniamo a cuore la qualità di vita dei giovani e degli anziani”.
“Il nascente Comitato – continuano i cittadini di Belverde – chiederà una maggiore vigilanza sulla viabilità, auspicando la presenza, ora assai scarsa, della Polizia municipale per il rispetto dei sensi unici che, solo se osservati, rendono più sicuro il traffico del quartiere”.
Sulla loro prima questione la pista ciclabile, hanno coinvolto anche gli abitanti di Santamonica. Per il collegamento Santamonica-Belvedere-Misano Mare sono state raccolte 300 firme e presentate al Comune di Misano Adriatico e alla Provincia di Rimini, dato che via del Carro, stretta, pericolosa e molto battuta dai camion, è arteria provinciale. L’amministrazione comunale ha promesso ai cittadini che la lungua di asfalto riservata alle biciclette dovrebbe essere costruita entro la fine del 2007. “Sula ciclabile – assicurano i cittadini – li tormenteremo molto”.
Altri temi cari ai cittadini sono la manutenzione delle strade, il taglio periodico dell’erba, la recinzione dei piloni dell’elettrodotto che sono situati nel parco, la sostituzione dei giochi, oramai vecchi. Inoltre, vorrebbero spostare il giardino sotto il pilone in un luogo più sicuro e idoneo alla sosta e magari avere anche un campo di pallavolo.
Il Comitato sarà formalizzato come associazione onlus.




Parole da e ‘Fnil’

…Ulivi della rotonda – Ci fu un tempo in cui c’erano le terre comuni, i boschi comuni (in montagna esistono ancora). Una condivisione assottigliata dalla forza del tempo e delle abitudini. A Misano, nelle aree spartitraffico verso le Casacce (affettuosamente denominato dai misanesi veri ‘e geht d’ignurent) e Cattolica ci sono degli ulivi che arredano e producono olive. In novembre, una signora (delle mitiche Casacce?) prelevava il prelibato frutto per cucinare la salsiccia in padella, si spera.

…Vigili la domenica – Un signore di Misano Monte informa che una pattuglia di vigili ha prestato servizio una domenica mattina tra le 11 e mezzogiorno nella strada principale della frazione. Una delle conseguenze di un brutto incidente di tempo fa, quando un automobilista si andò a schiantare contro un indifeso vaso di fiori. Sottolinea, il signore, che il vero pattugliamento è eliminare il traffico pesante, deviato dentro Misano Monte.




Quelli del karate di Roberto Banci

Fondata negli anni ottanta da Roberto Banci, trova sempre idee e forza per rinnovarsi e proporre il suo sport in ambiti diversi. L’ultima è della scorsa estate. E’ stata effettuato un programma interdisciplinare. Grazie al Centro ippico “il Fondo” di Misano Cella e al Club Nautico di Misano, ai ragazzi è stato proposto l’equitazione, la vela e la canoa. In più una volta la settimana, zona 22, allenamento in spiaggia. Tanto apprezzato, che si sono buttati anche i genitori. Motivo: non interrompere l’attività fisica durante l’estate come spesso avviene.
La società misanese offre un’ampia gamma di attività rivolto al karate dai bambini di 3 anni fino agli adulti. Ai più piccoli (3-5 anni) non si insegna la disciplina ma si fa ginnastica, puntando all’armonia dei movimenti. Si chiama “Gioca gym”. C’è una piccola curiosità, nella palestra riccionese di San Lorenzo il numero delle ragazzine prevalgono sugli ometti; viceversa a Misano. Tra gli adulti invece tutti uomini.
Le due palestre hanno in Roberto Banci, il maestro e il coordinatore. Quarant’anni, professione interprete, disciplina teutonica (nato e cresciuto in Svizzera), ha iniziato a praticare a 17 anni, con precedenti nel calcio; oggi è cintura nera al quinto dan. Vede lo sport come cultura a 360 gradi. A livello agonistico, il miglior risultato dei suoi allievi è stato un terzo posto ai campionati italiani.
Si diceva che la palestra si rinnova e fa nuove proposte. Da un paio di anni, si effettua il Metodo globale di autodifesa (Mga). Corsi disciplinati dal Coni, si insegnano le fondamenta; procedure speciali per le forze dell’ordine (carabinieri, polizia). Il corso era stato proposto anche ai vigili di Misano, respinto per mancanza di fondi. E’ sport ma anche iniziative di intrettenimento, come “Natale in Kimono”, festa organizzata presso il “Tempio delle Arti Marziali di Riccione”; un evento sportivo interdisciplinare in collaborazione con il Judo Centro Kiai di Riccione , Tornei Sociali, la Fiera dello Sport e i Giochi della Gioventù.




Ciaroni, altra tappa del “Progetto Sofia”

– Lo spirito è: “Possiamo fare tutti qualcosa di piccolo con grande amore. Ma insieme possiamo fare qualcosa di meraviglioso”, Madre Teresa di Calcutta. Due giovani sui 25 anni amiche-clienti di Pesaro (Giorgia Baldoni e Chiara Longo) si sono offerte di organizzare una cena per raccogliere fondi a favore di un’altra tappa del “Progetto Sofia”. Quest’anno gli aiuti andranno per gli orfanotrofi del Mali e dell’Uganda, con i quali già esistono contatti da anni. Hanno bisogno di: medicine, generi alimentari di prima necessità, vestiario, coperte, materiale scolastico, attrezzatura riabilitativa; già realizzati laboratori di inserimento lavoro. Laboratori che necessitano di altri finanziamenti
L’appuntamento con la cena di beneficenza misanese è il 15 dicembre al Centro sociale Del Bianco. I nonni ai fornelli, mentre la spesa è stata offerta da: Pescheria Mattioli, Ortofrutta Fratelli Lo Conte, Panificio Villa, Caffè Pascucci, la Morciola Vini. Inoltre, si ringraziano: la Galleria Cappellini (Pesaro), la Provincia di Rimini, il Sanpaolo Banca dell’Adriatico, i Commercianti Misano, il Centro Sociale Del Bianco, l’Ottica Sacher (Pesaro), l’Abc Abbigliamento (Bologna).
Misanese, parrucchiere molto noto a Pesaro, perenne sorriso e seria scanzonatura stampata in volto, il “Progetto Sofia” nasce due anni fa, quando la piccola figlia di 5 anni gli dice, vedendo un documentario sulla fame nelmondo: “Babbo, possiamo fare qualcsa per qui bambini?”. Nasce il “Progetto Sofia”; da allora ha raccolto molte migliaia di euro, coinvolgendo aziende e amici.

Per prenotazioni: Tel. 0541.610251 cell. 388.7644863




Filosofia, anche ‘il sapiente che dice di sapere non ha trovato’

– La serie novembrina delle ultime quattro serate degli incontri filosofici presso l’aula magna della San Pellegrino di Misano, condotta da Gustavo Cecchini ha avuto, il 10 novembre, due eminenti docenti, interpreti del pensiero laico in campo scientifico ed umanistic: Piergiorgio Odifreddi e Giangiorgio Pasqualotto.
Nel filone delle “Vie Sapienziali” è stata inquadrata, la peculiarità e il contenuto della religione buddista di cui Pasqualotto ne è un sapiente conoscitore ed estimatore. Le sue pubblicazioni sono una chiara espressione del suo pensiero laico che lascia spazio ad un agnosticismo che vorrebbe dirsi distaccato ma che giocoforza lo coinvolge e lo condiziona, per un autore che ha messo piede in un campo così avvolgente e con risvolti anche mitologici.
Vediamolo questo vecchio e allo stesso tempo moderno pensiero del Buddha. Personaggio dall’origine leggendaria, vissuto nel VI secolo prima della nostra era volgare, il cui insegnamento costituisce una forma di culto predominante in vaste zone dell’Asia, oggi diffuso anche in occidente e che ha per oggetto la salvazione con un processo di liberazione affidato più allo sforzo individuale che non all’intervento di poteri soprannaturali. La sua impostazione iniziale si è venuta modificando strada facendo, a seconda dei luoghi. Buddha, (“lo Svegliato”; “l’Illuminato”), sarebbe probabilmente appartenuto ad una famiglia facoltosa ed a 29 anni, disgustato dalla quotidianità della vita cortigiana, avrebbe abbandonato moglie, figlio e famiglia per ritirarsi a vita meditativa, nella solitudine. Non manca nella descrizione dei suoi biografi: la nascita verginale, i miracoli, le tentazioni demoniache, le prodigiose guarigioni, la straordinarietà degli eventi che seguirono ed accompagnarono la sua morte.
I suoi biografi lo raccontarono almeno cinque secoli dopo il tempo in cui sarebbe vissuto e lo spazio per la costruzione delle leggende è quindi abbastanza disponibile, come per tutte le religioni.
I principi fondanti, più scelte ed indirizzi di vita, sono: l’abbandono delle attività che svolgevano gli adepti, la non resistenza al male, la ricerca della beatitudine nel “Nirvana” dopo una lunga serie di nascite e rinascite con la fine di ogni desiderio: “Metempsicosi” che fa perno attorno al concetto di “samsara”, cioè al ciclo delle nascite e delle morti ed alle tecniche di liberazione da questo ciclo.
Anche per questa religione esiste una specie di nostro Costantino dell’India, nella persona del re Asoka, che nel III secolo avanti Cristo si convertì alla nuova religione della quale subito si servì per dare un fondamento ideologico al piano di unificazione dinastica, facendo tenere un grande concilio buddista nel 247 a C. a Pàtaliputra, India.
Di nuovo, per noi occidentali, negli insegnamenti del Buddha che Pasqualotto riporta nelle sue opere, vi sono le indicazioni in campo etico e comportamentale indirizzate all’uomo, che mantengono una mirabile attualità e che individuano che “tanto più si procede nella conoscenza della struttura e della legge dell’intera realtà, tanto più si progredisce sulla via del perfezionamento etico”. In altri termini: “Tanto più profondo è il sapere, tanto più intensa diventa la compassione verso tutti gli esseri”.
“Ci si rende conto che il proprio io e quello degli altri esseri viventi non sono, come ritiene il senso comune, atomi isolati o pianeti irrelati, ma campi di forza interagenti o incroci di linee, allora si può anche comprendere che tutto quello che accade a un ente, animato o inanimato, condiziona tutti gli altri enti, e viceversa”.

Odifreddi ha illustrato la sua esperienza di contatto con il buddismo attraverso una intervista al Dalai lama ed ha scoperto l’interessante personalità del suo interlocutore ricca di umanità e di ricerca di conoscenza.
E’ chiaro che da questo incontro tra due personaggi così diversi non ci si possa aspettare una perfetta comunione d’intenti e rispondenza di idee e di orientamenti.
Odifreddi è senza dubbio una delle menti più brillanti e preparate con una visione del mondo scevro da ogni tipo di condizionamento, se non quello delle scoperte matematiche e scentifiche e, nel contempo, con una apertura mentale verso gli altri basata sul rispetto e sulla libertà di pensiero e di atteggiamenti che è tipica delle persone non credenti, più precisamente atee.
Pertanto, per la fortuna dell’incontro, essendo la religione buddista, se di religione vera e propria si può parlare, quella che, tra le tante in circolazione per il mondo, più si presta al raggiungimento della comprensione tra i popoli, ne è così scaturito un proficuo risultato ben analiticamente espresso dal relatore
Esperto di matematica, docente, scrittore ed autore di numerosi volumi di piacevole lettura, professore di logica, Odifreddi ha scoperto che la logica buddista è estremamente sviluppata e che si basa, per buona parte, sulla originalità della logica indiana che ha sviluppato uno studio del ragionamento che è molto simile a quello raggiunto in occidente.
A questo punto è interessante evidenziare come esiste un profittevole punto di contatto nel campo delle neuroscienze e delle scienze cognitive, tra le esperienze del buddismo tibetano, che ha sviluppato delle tecniche di meditazioni e di introspezione per secoli, per millenni e le nuove ricerche e nuovi studi, nel mondo occidentale in campo scientifico.
L’illustre relatore ha evidenziato che, a prescindere dalle mitologie che, pur piacevoli, sono cose ben diverse dalle scienze; esiste un legame tra scienza e buddismo. Ha infatti ammesso che, pur avendo una mente al di fuori di ogni orientamento religioso, vede nel buddismo (che è una religione senza dei, senza la presunzione di avere libri sacri, senza profeti, senza pretesa esistenza di un’anima con vita ultraterrena) una interessante espressione di convivenza in questo presente così permeato di pericolosi fondamentalismi ed ha scoperto in particolare (per ammissione del Dalai Lama) che, nella eventuale insorgenza di un conflitto tra le idee e gli insegnamenti del buddismo e quelli della scienza, lui e i suoi adepti seguirebbero la scienza.
Monsignor Fisichella (vescovo ausiliare di Roma, rettore della Pontificia Università Lateranense, presidente della Cei) si è espresso in maniera esattamente contraria, ha infatti pontificato apertamente che deve prevalere.
Il 17 novembre, Marco Guzzi, poeta e saggista, nel quadro delle Vie Sapienziali ha scelto il filosofo tedesco Martin Heidegger, abbinandogli “la sapienza della incarnazione” con il titolo di “Mutare mente”.
Questo filosofo, la cui prima parte della sua vita viene generalmente riconosciuta come quella del grande rappresentante dell’esistenzialismo della prima metà del ‘900 (anche se lui in verità non ha mai accettato l’appellativo di “esistenzialista”), è un discepolo di Edmund Husserl, cui nel ’27 gli dedicherà la sua maggiore opera: “Essere e tempo”, utilizzando il metodo fenomenologico per descrivere l’esistenza umana nelle sue strutture.
A prescindere dalla brutta parentesi per il nazismo, poi superato, Heidegger si pone davanti a due livelli di esistenza di cui uno è quello “non autentico”; l’uomo dominato dalla “cura” va a dissipare entro una vita conformistica e convenzionale la propria personalità che si annega nella “banalità quotidiana” e l’altro è invece quello di una “autentica” esistenza a cui si perviene attraverso “l’angoscia”.
Il sentimento dell’angoscia, per Heidegger, è rivelatore del “nulla” della nostra vaquità dell'”essere” ed attraverso di esso ci pone di fronte alla prospettiva della morte che appare quale soggettiva possibilità della propria autenticità che produrrà nell’uomo lo sforzo per sfuggire da questa prospettiva e lo potrà liberare dall’ “inautenticità”, per cui la consapevolezza del nulla sarà ciò che può riscattarlo dalla esistenza banale.
L’ultima parte della vita di Heidegger vede il filosofo attirato da un richiamo del primato dell’essere sull’uomo, che si esplicita nel rapporto di dipendenza che lega l’uomo al suo linguaggio, per cui la funzione della mente pensante così situata può vedersi come una funzione che prepara e dispone l’uomo ad un ascolto al richiamo dell’essere tendente a farlo scivolare verso un tipo di filosofia misticheggiante.
Da qui trae lo spunto Guzzi, per far coincidere il suo pensiero di credente verso la soluzione del problema dell’uomo nella ricerca della spiegazione della sua unicità di fronte alla natura e agli animali che lo vede come elemento eletto e parte di una mente superiore creativa.
A parere dello scrivente il relatore entra in contrasto, in buona fede e senza accorgersi, con l’autenticità della scienza e delle sue leggi di natura che non possono lasciare spazio ad una confusione tra le asserzioni scientifiche e le idee di fede.
La penultima serata, quella del 24 novembre, nella sempre affollatissima aula magna, ha visto come relatore l’umanista filosofo Salvatore Natoli che ha scelto, nel quadro delle Vie della Sapienza, “il disincanto e il gusto della vita”, nell’autore bibblico “Qohelet”, con il titolo “Vanitas”.
Natoli ha analizzato e sviscerato gli aspetti che in un certo qual senso escono dal canone bibblico per assumere un insegnamento che trae spunto da un significato della vita che fonda le sue ragioni nella capacità dell’uomo piuttosto che nell’aiuto della divinità.
Qohelet con il suo scritto, parla al suo mondo Giudaico cercando di tenerlo all’interno della fede di Israele, nel quale giungevano invece anche le tentazioni che, dal mondo ellenistico, arrivavano quali loro conturbanti messaggi. Infatti in quel mondo circondato dalle filosofie orientali, mesopotamiche, dalle filosofie epicuree e stoiche, che erano piene di valori capaci di mettere in crisi le certezze nella fede ebraica, non era insolito l’insorgenza di inquietanti interrogativi tra i fedeli.
Infatti l’ebreo rispettoso della “Torà”, ovvero della “legge”, entra in crisi dalla constatazione che lui, servo della legge, si accorge di non essere gratificato dalla benedizione divina, ma afflitto dalla sofferenza nel corso della sua vita.
“Io che sono rispettoso della legge mi accorgo che il mio destino non è migliore degli altri, anzi.
Che ne è dunque di questa promessa? che ne è dunque della mia alleanza con Dio?
Perchè mi devo accorgere che Dio è in un certo senso lontano, latitante e che invece mi aspetterei che dovrebbe essere con me presente con la garanzia della benedizione, mostrando a tutti che, quelli che seguono la legge, attingono alla beatitudine”.
Qohelet (“convocatore”, “colui che convoca”); nella traduzione della vulgata vorrebbe definire il termine di “Ecclesiaste” = “assemblea”, cui l’autore vuol fare scaturire l’insegnamento verso un più vasto orizzonte, verso un discorso cosmico, universale e per questo si ammanta di una dinastia regale per farsi intendere, si inventa figlio di Davide e vuol parlare a tutto il popolo d’Israele come un Salomone, capace di indirizzare e guidare il suo popolo.
Ed ecco allora che Qohelet indica al suo popolo che deve cercare non in superficie ma in profondità. Occorre quindi che impari anche di patire le delusioni della vita che sono tipiche della esistenza e che servono a formare l’uomo: la vita va vissuta per intero e fino in fondo. Perché la vita è una sola, che ci è dato di vivere ed è un passaggio transitorio.
La vita è come un fumo e si dissolve. Quindi non va sprecata, ma va vissuta e goduta nel tempo che ci è dato di viverla.
Occorre gustare il piacere, l’odore, il gusto della vita mentre dura e questa asserzione non va vista in chiave nichilista, ma in chiave di apprezzamento della stessa vita in tutta la sua bellezza mentre questa si svolge. Tutto ciò mentre la terra sta, nel tempo a noi assegnato e la vita realizzarla al meglio.
La grandezza della vita non sta nell’eternità, perché nessuno può averla, ma nel sapore che sapremo cogliere nel suo transitare.
E solo alla fine della vita l’uomo può gustare tutto ciò che è stato per lui il bene prezioso che ha avuto e così potrà constatare se ha ben condotto la sua esistenza, se questa è stata esemplare, tenuto conto che la preziosità della vita, a quel punto, è “sapere bene invecchiare”, che dovrebbe essere il naturale obbiettivo di tutti, (ed avere la fortuna di poter invecchiare. n.d.r.).
Enzo Tiezzi ha concluso il ciclo il primo dicembre, con: “Le culture indigene americane; un sapere radicato nella natura”. Toscano nato a Siena, docente di Chimica Fisica presso la sua Università cittadina, è un uomo di scienza estremamente preoccupato dell’impatto che le “fughe”, nel campo delle scoperte scientifiche, possano provocare alla natura.
Ne sono un esempio la dedizione delle sue ricerche e dei suoi viaggi nelle americhe del centro-sud e le sue pubblicazioni attorno al problema dello “Sviluppo sostenibile”.
La sua teoria attorno: “Fare in modo di prelevare sul pianeta solo ciò che non danneggia i prodotti della natura”. Allo scopo ha illustrato sistemi di vita di popolazioni indigene, che noi definiremmo sottosviluppate, che nel loro attingere alla natura ed agli esseri viventi, si preoccupano contemporaneamente di non alterare l’equilibrio per la necessaria riproduzione.
Sollecitato dal pubblico, ha illustrato la grandezza, quale uomo di cultura, dello professor Ilya Prigogine, suo amico, maestro e guida, scomparso tre anni fa ad 86 anni, che ha introdotto nello studio delle scienze la nozione del tempo; nozione che vorrebbe porre la pretesa differenza tra tempo fisico e tempo filosofico che viene posta dall’Uomo e non dalla Natura e che invece gli sviluppi della scienza negli ultimi decenni dimostrano che non è possibile fare questa distinzione.
Parimenti ha fatto riferimento costante ad un altro suo maestro e collega nel campo della diversa visione della comprensione della natura, Antonio Melis.

di Silvio Di Giovanni




Buone Feste Misano Adriatico

– Una terntina di statue ad altezza naturale, con i vestiti cuciti dalle donne della frazione. Così si presenta il presepe di Belvedere in piazza Guido Reni. Una mano nell’allestimento arriverà, grazie al lavoro del neonato Comitato cittadino, anche dagli scout di Misano. Come sempre la vigilia di Natale, inizio alle 21.30, don Marzio, celebra la messa denominata “Festa della Natitività”: anche in caso di acqua, neve, stelle o luna. Dopo il rito religioso, il Comitato offre ciambella, vini brulè e bibite per i più piccoli, ai quali Babbo Natale distribuirà anche dei doni. I cittadini di Belvedere sono stati così bravi che il loro speciale 24 dicembre attira persone anche da fuori: Riccione, Cattolica.

25 dicembre
– La Parrocchia di Misano Mare da una decina d’anni pranza con i poveri della città, una quindicina.
– Porta a porta dei giovani. Durante le feste natalizie alcune decine di giovani passano casa per casa a raccogliere cibarie: zucchero, caffè, pasta, olio, scatolette… Che successivamente verranno distribuite a chi ne ha bisogno. E tanti portano in parrocchia un pacco-viveri.

Misano Mare
Giò Tenda: da dicembre al 6 gennaio dalle 20 alle 24 tombola di beneficenza. Quest’anno l’appuntamento è presso l’Hotel Bristol, in via Liguria.

Scacciano
Dalla domenica prima di Natale al 6 gennaio si potrà visitare il Presepe in Movimento situato nella ex Scuola Elementare Materna della Parrocchia. Giorni festivi. Orari: 10 – 12,30 e 15 – 19. Giorni feriali. Orari: 15 – 19,30.

Villaggio Argentina
Nella Sala Polivalente, in piazza Pio X , si svolgerà la tradizionale Tombola di Beneficenza.

Misano Monte
Ragazzi del Forlvisese, per il fine d’anno, saranno ospiti di don Angelo. Raccoglieranno a Misano e cittadine vicine pacchi viveri che verranno inviati a don Alessandro Facchini, missionario in Perù.

Misano Cella
Il Comitato allestirà il tradizionale presepe nel giardino dell’ex scuola elementare, di fronte al bar. Da non perdere.